Ai piagnoni di Carducci
| Pubblicato su: | Leonardo, anno V, fasc. 23, pp. 115-116 | ||
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| Data: | febbraio 1907 |

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Soltanto la mattina del 16 febbraio 1907 gli italiani si sono accorti che Giosuè Carducci era morto. È bastato che un attacco di polmonite abbia reso immobile e freddo quel povero corpo fiaccato che fu già abitacolo dell'anima del Poeta e tutti i fraseggiatori a tema obbligato e tutti gli amici, discepoli e sfruttatori del morto si son messi a battersi il petto e la pancia per trarne fuori le orazioni magniloquenti e gli eroici rimpianti e le locuzioni dolorose quali richiedevano i direttori dei giornali e le convenienze del mondo.
Ed ora, oltre tutti i discorsi, son minacciati monumenti in Roma e arche funebri in Bologna e urne nazionali in Santa Croce e già Firenze e Bologna si stanno disputando il misero corpo destinato, naturalmente, a richiamo di «civile pellegrinaggio».
Oh potesse almeno per qualche ora riacquistare la sua voce degli anni belli il poeta e potesse ancora una volta con le rudi parole far vergognare i suoi italiani! «Non oggi, direbbe egli, dovete piangere la mia morte. Oggi non è morto che il mio corpo. Ben avreste dovuto piangere, se pure io non merito che lacrime, or son dieci anni, quando i canti moriron dentro al mio cuore.
S'io valevo qualcosa al mondo era per la mm capacità di mettere insieme parole che facessero fremere o pensare chi le leggeva e la morte mia vera fu il momento in cui il male mi tolse del tutto questa capacità. Per dieci anni ancora questo mio povero corpo s'é trascinato in mezzo a voi come una dimora senza abitatore e voi piangete ora la rovina della casa come se da oggi soltanto fosse fatta desera. Or non v'indugiate più nei lamenti e cerchi piuttosto ciascuno di voi di conservare e di migliorare l'anima sua se pure ne avete una».
E più direbbe il vecchio sdegnoso se la tomba non lo richiudesse. Perchè veramente gli sarebbe spettacolo doloroso vedere da quali uomini sia oggi compianto e commemorato. Fra tutti quelli che infilano in questi giorni periodi artificialmente commossi o mandano alle stampe i loro discorsi, già da tempo con provvida cura preparati, soltanto pochissimi avrebbero il diritto di parlare dell'anima robusta che non è più. Niente c'è di carducciano in queste animuccie di letterati e di professori — niente della rudezza e della dignità e dello sprezzo delle piccinerie vigliacche
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dell'alto senso della vita della nazione e del mondo che resero mirabile anche ai trissottini la figura di Giosuè Carducci.
Or pensino costoro, e anche i maggiori di fama, e anche il mieloso e piagnucoloso Pascoli, a onorare in modo più virile colui che si attentano a chiamar maestro. Cerchino veramente di farne il loro maestro, ora che l'ombra sua s'è dipartita, e si sforzino di acquistare almeno qualcuna delle qualità di cui il morto era tanto ricco quanto essi son poveri. E cessino tutte le chiacchierate commemorative. Un corpo ormai muto s'è disfatto. Che importa? Restano le parole che l'anima, un giorno, dettò e quelle parole, è da sperare, non tutte morranno.
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