(scritto con Giuseppe Prezzolini)
| Pubblicato su: | Leonardo, anno V, fasc. 25, pp. 257-263 | ||
| 121-122-123-124-125-126-(257-250-259-260 261-262-263)121-122-123-124-125-126-127-128- |
|||
| Data: | agosto 1907 |

pag. 257

pag. 258

pag. 259

pag. 260

pag. 261

pag. 262

pag. 263
257
Questo è l'ultimo numero del Leonardo.
Il Leonardo non «sospende le pubblicazioni», come usano dire le riviste vergognose, ma le cessa e le chiude assolutamente e definitivamente. Se per caso riapparisse in seguito una rivista collo stesso nome — e vi fosse pur dentro qualcuno dei nostri collaboratori di second'ordine — avvertiamo fin d'ora che si tratterebbe di una illegittima contraffazione messa insieme da imitatori maligni. Il Leonardo nostro, quello che tutti conoscono odiano o amano, scompare oggi per nostra volontà e scompare per sempre.
Cominciamo pure, senza complimenti, dalle cose più volgari! Il Leonardo non muore per mancanza di denaro. Muore, piuttosto, per una certa minaccia di futura prosperità. Già da tre anni il numero degli abbonati s'è decuplicato, la vendita è aumentata e si prevedeva prossimo
258
il momento in cui sarebbe divenuto inutile ogni sacrificio personale dei redattori. In seguito a ciò alcune persone ci avevano offerto di prendere per conto loro la gestione del Leonardo, facendolo diventar mensile e lasciando interamente a noi la direzione. Se avessimo altre anime tutto questo ci avrebbe fatto molto piacere. A poco a poco il Leonardo sarebbe divenuto un buon affare; ci sarebbe stata una amministrazione regolare e forse dei guadagni e più tardi noialtri, invece di essere obbligati a spendere, saremmo stati pagati per la nostra opera.
Ma questa appunto è stata una delle ragioni per cui ci fermiamo. Il Leonardo non ha mai avuto, nella nostra mente, niente di commerciale e l'idea di avere accanto degli amministratori, e magari degli azionisti, i quali più o meno direttamente ci avrebbero forzato a modificare lentamente la nostra impresa per accrescere o per non diminuire gli utili, ci repugna completamente. Noi abbiamo scritto sempre per pochi, sapendo bene che le cose da noi dette potevano esser comprese e vissute soltanto da quelli che avevano anime ed esperienze simili alle nostre, e questa frotta di abbonati professori, dottori, avvocati, dilettanti che andava crescendo intorno a noi ha finito coll'annoiarci. Anche involontariamente un giornale diventa ciò che vogliono i suoi lettori e per quanto abbiamo resistito abbastanza fino ad oggi sarebbe impossibile continuare a far concessioni a quelli che ci seguono.
Il Leonardo deve sopportare il destino di tutte le cose che hanno una certa fortuna. Finché s'è in pochi e si combatte, da soli, contro tutti, non ci son pericoli di transazioni e di degenerazioni. Appena si comincia a far del rumore la gente viene intorno e i curiosi, gli snobs, gli interessati, gli arrivisti, gli adulatori, i paurosi si mettono a batter le mani, a far complimenti e ad offrir servigi. Si finisce, a questo modo, soffocati in un terribile circolo vizioso. Il fatto di esser soli ci permette di esser nuovi e indipendenti e queste qualità attirano la
259
gente perchè la folla è attirata dalla solitudine che la disprezza — e la folla che si stringe intorno fa sparire, col solo suo contatto, quelle nostre qualità che l'avevano attirata. Cosa volete fare contro questi venefici cortigiani? L'unico rimedio sarebbe di risponder con sgarberie alle lodi e con dei calci alle profferte di aiuti per conservare, a forza di villanie, il cerchio di solitudine, ma la raffinata civiltà dei nostri tempi non permetterebbe tali eccessi di difesa e anche dei convinti maleducati quali noi siamo, non voglion correre il rischio di esser rinchiusi in una casa di salute.
Ma il fatto è questo: che il Leonardo è costretto a sparire, oltre che per altre ragioni, perchè troppi s'interessavan di noi. Come i nostri lettori ricorderanno più volte ci siamo lamentati di questo superfluo successo. Non solo in Italia ma in Francia, in Inghilterra, in America, in Germania - perfino a Tien-tsin e al Cairo - c'erano uomini che credevano farci piacere, e onore occupandosi delle cose nostre. Il più delle volte, naturalmente, si trattava di uomini che non ci comprendevano e non potevano comprenderci, che ci lodavano di qualità senza importanza; che ci difendevano con ragioni stupide; che ci opponevano obiezioni alle quali avevamo già risposto; che ci accusavano delle nostre migliori qualità; oppure che si limitavano freddamente a dire cosa avevamo fatto. Pochissime volte c'è accaduto di scoprire qualche anima che valesse la pena di esser conosciuta.
E questo diciamo anche per quelli che ci furono più vicini — anche per quelli che più o meno abilmente ci seguirono e ci imitarono. Da loro, anzi, ci vennero i maggiori, per quanto taciti, ammonimenti di finire. Gli intrighi, le rivalità, le bizze, le mutue concessioni, le involontarie ipocrisie, le interessate rivolte, gli umilianti maneggi; tutto ciò che rende frivola e falsa la vita delle riviste «giovani» ci ha costretti a guardare con occhio meno indulgente le nostre apparenti complicità e solidarietà.
Un'altra delle ragioni del suicidio del Leonardo è
260
la cattiva riuscita dei connubii che abbiamo fatto con altri gruppi. A causa appunto dell'interesse da noi svegliato non è stato possibile, meno che per un brevissimo periodo, fare una rivista assolutamente personale, vale a dire scritta interamente da noi due. Per tre volte abbiamo accolti con noi uomini diversi e per tre volte abbiamo dovuto riconoscere l'impossibilità delle mescolanze. Il primo connubio è stato quello coi letterati e i pittori che finì subito, grazie alla fondazione dell'effimero Hermes — il secondo è stato coi logici, coi matematici e gli analitici i quali si son resi intollerabili per la loro mancanza di tolleranza e per la loro incapacità di comprendere il lato artistico e avventuroso della nostra opera — e il terzo cogli occultisti dai quali, fin dall'ultimo numero, ci siamo definitivamente staccati. Per tornare del tutto soli bisognerebbe rompere violentemente amicizie, rapporti, interessi — e d'altra parte non vogliamo tentare nuove combinazioni che non potrebbero avere miglior fine delle altre e non vogliamo, soprattutto, che il Leonardo possa essere sfruttato da piccoli arrivisti intellettuali che si divertono a giuocare la terna della ribellione per giungere più facilmente ed arraffare una qualsiasi gloriuccia.
I resultati di queste nostre associazioni momentanee sono stati poco piacevoli e per quanto fino all'ultimo il Leonardo non abbia perduto quella fierezza e quella spontaneità, che furono fra le sue doti migliori, pure le varie influenze che in esso si sono avvicendate hanno lasciato le loro traccie e in certi momenti il Leonardo è stato un po' troppo agghindato e decadente — in altri troppo serio è quasi accademico — e perfino, per quanto ci meravigli questa confessione, troppo assurdo e fantastico.
261
Il Leonardo è stato sempre da noi considerato come un apparecchio per eseguire determinate esperienze sull'anima vile italiana. Dopo cinque anni di queste esperienze, dopo aver cercato con questa rivista e con altre opere, di scoprire uomini, di svegliare e trasformare anime, di trovare giovini che fossero per noi compagni e schermidori e non pappagalli male ammaestrati, ci siamo persuasi che non val la pena di continuare. — Quelli che abbiamo trovato — o meglio ci hanno cercato — ci sono apparsi, in fondo, non troppo dissimili dagli altri. Erano diversi in quanto parlavano di cose nuove e rispettavano autorità prima non riconosciute ma non diversi per anima, non diversi per vita morale. Ma questo è ciò che conta per noi e perciò abbandoniamo l'improvvisata professione di «pescatori di anime». Noi abbiamo certamente ottenuto qualche cosa. Abbiamo fatto conoscere agli italiani dottrine e uomini che per loro erano ignoti — abbiamo discusso e combattuto con fortuna scuole vecchie e nuove o rinascenti, quali sarebbero il positivismo, il modernismo cattolico, il neohegelismo — abbiamo imposto all'attenzione delle persone prudenti soggetti e studi troppo disdegnati — abbiamo contribuito a far cambiare il tono ipocrito e melato che regnava nelle discussioni intellettuali e abbiamo mostrato con l'esempio che le idee non sono delle parole che s'imparano ma delle cose vive che si posson vivere, godere ed uccidere.
Ma tutto ciò non è abbastanza per noi. Siamo sempre stati dei megalomani e sempre perseguitati dal bisogno di proporci e di conseguire fini grandiosi. Sia per fretta o per impotenza non siamo riusciti e abbandoniamo la nostra maggiore arma. Il Leonardo è venuto fuori da un lungo periodo di fremebonda e laboriosa solitudine e ora noi torniamo un po' inquieti e un po' fiduciosi alla solitudine che lasciammo or son molti anni con tanti sogni nel cuore.
Noi lasciamo volentieri il posto agli altri. Il Leonardo ha già prodotto delle imitazioni ed è questo
262
il segno migliore che il suo tempo è passato. Quello che in esso poteva esserci di assimilabile per la folla sarà continuato e il nostro albero, dopo aver fatto cadere qualche fiore, può esser tagliato senza rimpianto.
Senza rimpianto! Per quanto possa parer singolare in noi questa freddezza di fronte a ciò che fu la nostra cosa più cara, noi scriviamo sinceramente queste due parole. Diremo apertamente che negli ultimi tempi il Leonardo non c'interessava più come prima. Mentre andava crescendo l'interesse degli altri scemava il nostro. Da qualche tempo abbiamo seguitato a fare il Leonardo semplicemente perchè esso esisteva di già, perchè era atteso, perchè ci eravamo impegnati moralmente a continuarlo con tutti quelli che ci amavano e soprattutto con quelli che ci combattevano. Ma il Leonardo non era più per noi — come nei primi tempi — l'espressione necessaria e appassionata delle nostre scoperte e dei nostri desideri. A poco a poco andava diventando qualche cosa di meccanico, di abituale, di routinier. Si andava creando il tipo del Leonardo: in ogni numero bisognava trovare uno straniero da rivelare all'Italia; un programma nuovo da gettare davanti ai nostri simili e quella certa quantità di sdegno e di rabbia che dovevan contenere le schermaglie, Le cose non potevano continuare così. Per noi il Leonardo è stato sempre qualcosa di necessario, di personale, di sentimentale — la voce che non potevamo far tacere dentro di noi, il diario dei nostri viaggi spirituali di Ebrei Erranti della cultura. E stato fin da principio un'eruzione passionale e appunto perchè eruzione non poteva durare a lungo. Quando la lava che scende si calma e diventa un rigagnolo lento il vulcano fa ridere.
Non diciamo con questo di esser dei vulcani spenti. Noi continueremo ancora a fare, a pensare, a cercare ed anche a pubblicare. Ma noi sentiamo pure il bisogno di ripensare ai problemi che c'immaginammo di aver fatti dissolver nell'aria — di riesaminare tutte le nostre opinioni espresse con tanta leggera sicurezza — di cercare
263
nuove soluzioni a problemi già messi a posto — a rivedere e verificare i nostri giudizi su cose e persone — di ricominciare, insomma, ancora una volta, la nostra vita intellettuale.
Tutto questo non possiamo farlo che nella solitudine. Pubblicando un giornale bisogna pur sempre seguire una certa tradizione, bisogna rispettare troppo le proprie opinioni passate, bisogna per forza trinciar giudizi su argomenti che non s'è avuto il tempo di conoscere a fondo e continuamente bisogna fare degli sforzi per mantenere la necessaria abitudine della sincerità. Val molto meglio lasciar la gente; scender dalla cattedra; gettar via la nostra veste di docenti e ridiventare gli umili scolari del mondo, di questo terribile mondo nel quale non siamo ancora capaci di trovare la vera ragione di vivere — cioè la cosa più necessaria — ma nel quale siamo immersi e dal quale dobbiamo estrarre il meglio del nostro pensiero e del nostro essere.
Non sappiamo per ora ciò che faremo in seguito. Non amiamo le fermate e le lunghe soste. Cerchiamo la calma, la pace, la certezza come tutti gli uomini ma finora l'abbiamo trovata soltanto nel viaggio e nell'inquietudine. Crediamo che vi sia una pace d'altra specie e continuiamo a cercarla. Continueremo perciò a narrare a quelli che vorranno ascoltarci ciò che vedremo e scopriremo. Oggi, per il rispetto che dobbiamo alle nostre anime, sentiamo la necessità di far colare a fondo questa barca che ci fu cara. A quelli che la seguirono non chiediamo condoglianze o pietà. Non ne abbiamo affatto bisogno. Li esortiamo a fare per loro conto ciò che noi vogliamo fare: uno spietato esame di coscienza. Cerchino, s'è possibile, di guardare se stessi come un altro potrebbe guardarli e se riusciranno a considerarsi senza disgusto, anche il Leonardo non sarà morto invano.
◄ Indice 1907
◄ Leonardo
◄ Cronologia