Articoli di Giovanni Papini

1905


in "Schermaglie":
Il Positivismo tira calci

Pubblicato su: Leonardo, anno III, fasc. 18, pp. 205-207
(205-206-207)
Data: ottobre-dicembre 1905




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   Il prof. Cesare Ranzoli offre al mondo filosofico italiano una nuova dimostrazione di questa semplicissima verità di psicologia animale: che gli asini, quando son bastonati, ragliano ancora più forte.
   Infatti egli aveva ormai assicurato di non possedere una qualsiasi cultura e attitudine filosofica con quel suo Dizionario


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di Scienze Filosofiche di cui abbiamo avuto l'onore dì scrivere molto male in questa rivista (Leonardo, aprile 1905, p. 72) d'accordo con la Critica (a. III, fasc. VI, 516), con il Literarisches Centralblatt (1905, p. 1053) con la Revue de Mètaphysique et de Morale (juillet 1905) e, speriamo, con altre molte riviste.
   Non c'era dunque bisogno che egli facesse mostra ancora una volta della sua assenza di riflessione, della incertezza della sua cultura e della povertà del suo spirito. Quale malvagio amico l'ha sobillato a scrivere quel suo articolo sul Moderno Idealismo (Rivista di Filosofia, a. VII, fasc. 4-6, pp. 632-659), che offre oggi così gaio argomento alla nostra crudeltà? So bene che la vendetta è il piacere degli Dei ma tutti sanno che il professor Cesare Ranzoli non è un Dio e neppure sulla strada di diventarlo.
   Un giornaletto della democrazia padovana mi annunzia che il prof. Cesare Ranzoli ha fatto, il dì 6 dicembre, un discorso sulle Origini storiche del moderno idealismo, presenti, come narra il giornale, Roberto Ardigò e «parecchie signorine».
   In codesto discorso egli ha giudicato e mandato tutti i possibili sistemi filosofici moderni e alla fine ha riaffermata la sua profonda fede nel «monismo scientifico, che riassunse cinquant'anni della intelligenza sovrana di Roberto Ardigò» 1. Come mai il prof. Ranzoli non s'è contentato di parlare e ha voluto scrivere? Non sa che le cose stampate posson diventar preda di tutti e rivelare a tutti quelle parti vergognose di sè, che possono venir esibite impunemente davanti ai benevoli maestri ed alle incaute signorine?

* * *
   L'articolo del prof. Ranzoli vorrebbe essere una carica alla baionetta contro tutte quelle forme cosiddette idealiste che infestano il mondo filosofico e minacciano di sopraffare le forme cosiddette positiviste. Egli comincia perciò a descrivere tutti quelli che si chiamano idealisti o neo-idealisti e senza citare nessun nome proprio (santa prudenza!) e nessuna rivista determinata (onesto pudore!) egli dimostra la gentilezza e la cortesia dei polemisti positivi scrivendo dei periodi di questo genere «Dietro viene la folla, che è quella che fa il maggior chiasso e si dà il più gran da fare uomini politici-conservatori o clericali addirittura; giornalisti imperialisti e neo-guelfi, violenti nelle polemiche, paradossali per principio, insultatori per metodo, romanzieri e poeti sfarfalleggianti sui problemi più complessi del mondo e della psiche, con l'insanabile vacuità propria dei letterati; giovincelli presuntuosi venuti su malamente tra due sottane, quella del prete istitutore prima e quella della demi-nondaine poi, che dalle colonne delle loro riviste vanno proclamando la filosofia un giuoco, la critica uno sfogo di passioni personali, la storia una costruzione soggettiva, la scienza un castello di simboli, la morale un piagnisteo da poveri di spirito; e infine mattoidi di tutte le gradazioni e idioti di tutte le forme cliniche, che vanno farneticando con la maggiore serietà le più pazze cose di questo mondo, dalla teurgia alla magia, dalla astrologia alla demonologia» (p. 640). Riproduciamo questo periodo (uno dei più terribili) per due ragioni: prima di tutto per dimostrare al prof. Ranzolì che non abbiamo la stessa paura che ha lui di far della rèclame agli avversari citandoli, tanto più che noi non abbiamo bisogno di esser conosciuti ed egli ne ha moltissimo — e in secondo luogo per dimostrare a tutti quelli che ci conoscono che non abbiamo paura di riprodurre le pitture che di noi fanno gli altri, sicuri come siamo ch'esse appariranno ciò che sono, cioè delle calunniose caricature.
   È bene, però, mettere ancora una volta le cose a posto. Le riviste alle quali allude evidentemente il prof. Ranzoli (disonestamente non citandole) sono, in Italia, tre: il Leonardo, la Critica e la Nuova Parola. La prima rappresenta, soprattutto, nelle varie loro forme, le dottrine pragmatiste; la seconda le dottrine dell'idealismo razionalista, a tipo tedesco e specialmente hegeliano; la terza lo spiritualismo letterario, con prolungamenti verso lo spiritismo e la teosofia. Delle tre riviste son diversi gli scrittori abituali come son diversi gli ideali e i metodi. Il Leonardo può avere qualcosa in comune colla Critica (disprezzo del positivismo ecc.) e anche colla Nuova Parola (preoccupazione degli importanti problemi della medianità, della psicologia religiosa ecc.) ma nello stesso tempo combatte la Logica e l'Estetica del Croce e più volte, ha dimostrata la sua repugnanza per quelle vuote e banali chiacchierate d'incompetenti che compaiono troppo spesso nella Nuova Parola. In questo stesso numero del Leonardo vi sono tre persone che dicono di non esser d'accordo col Croce e c'è un intero articolo contro i metodi degli spiritisti, teosofi e compagnia.
   Non basta dunque distinguere, come fa il prof. Ranzoli, tra due forme d'idealismo — quella che tende a tornare al passato e quella che vuol superare il positivismo - ma bisogna distinguerne molte altre: quella che si richiama a sistemi metafisici determinati (hegelianismo ecc.), quella ch'è un vero e proprio spiritualismo a tinte occultiste; quella che cerca di dar valore con nuovi metodi a credenze antiche che non si posson dire cattive solo perchè sono antiche (filos. dell'immanenza) e finalmente quella forma, rappresentata in Italia soprattutto da noi, che respinge il nome d'idealismo, perchè troppo vago e impreciso, considera i sistemi idealisti alla stessa stregua di quelli materialisti, o spiritualisti, o monisti, o dualisti e assume il nome più neutrale e preciso di Pragmatismo.
   Non voglio far qui al prof. Ranzoli una lezioncina sul Pragmatismo e dimostrargli come le nostre idee non abbiano niente di confuso, ma anzi costituiscano in certo modo una chiarificazione e uno svolgimento di alcuni lati del positivismo genuino (scuola inglese, da Bacone a Bain). Eppure di questa lezione egli avrebbe gran bisogno perchè nel suo Dizionario di Scienze Filosofiche arrivato alla parola Pragmatismo scrive così: «Dottrina sostenuta da parecchi filosofi inglesi e specialmente da James [ch'è americano] secondo la quale la verità dei principi teoretici deve essere giudicata dalle loro conseguenze pratiche: se queste sono utili, i principi saranno veri, se dannose saranno false» (p. 487) confondendo, nella sua cronica ignoranza, la considerazione delle conseguenze, che si verificheranno sia che le crediamo o no e la considerazione delle conseguenze buone che può avere, in certi casi, il creder vero ciò che in realtà non è ancora tale. Il Pragmatismo si occupa delle conseguenze ma non è vero che decida della verità delle previsioni a seconda della prevista utilità delle conseguenze previste; perchè, nella sua prima forma, insegna come la previsione delle conseguenze sia l'unico metodo


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per dare un senso alle teorie e, nella seconda, che il fatto di avere una forte credenza in certe previsioni (soprattutto d'ordine morale) può costituire una delle cause del realizzarsi di queste previsioni.
   Vi sono nel Pragmatismo altre teorie (sulla parte delle convenzioni nella costituzione delle scienze — sull'azione come mezzo per procurarsi certe credenze ecc.) ma le più importanti sono quelle accennate e mi sembra che non abbiano niente ne di confuso, ne di preistorico, ne di bigotto, ne di mistico, ne di occultista.
   In quanto dunque il Ranzoli attacca il Leonardo, parlando di idealismo, possiamo stare tranquilli. Se nel Leonardo sono comparsi anche scritti d'indole religiosa ne sono comparsi anche di quelli completamente spregiudicati e neutrali. Il Pragmatismo — l'abbiamo scritto più volte è un insieme di metodi e i metodi possono servire per i fini più opposti e alla gente più diversa. Se il prof. Ranzoli non si raccapezza nella varietà del Leonardo, dove scrivono, badi bene, dei cattolici e dei socialisti, dei mistici e dei logici, degli immanentisti e degli scettici, domandi all'Unità Suprema di tutte le cose un poco più di acutezza e si procuri qualche ora di libertà per leggere e per studiare e allora non ci contenderà più ne con i neo-guelfì ne con gli esteti, ne con gli idealisti, ne con gli spiritualisti, e non accuserà gli altri di non esser precisi quando gli vien fatto di scrivere delle frasi di questo tipo: «Per l'Ardigò la sensazione, cioè il fatto psichico elementare, non è per sè stessa ne interna ne esterna, ne soggettiva ne oggettiva, è la più pura meteora della psiche, che si annunzia come tale e si impone assolutamente per sè ecc. ecc.» (648). Dalla qual frase si ricava questo schema generale: la tal cosa non è questo ne quello, ne quest'altro ne quell'altro; è la più pura stella di una certa cosa, che si presenta come tale e si impone per sè.
   Guido Villa, accusato dal prof. Ranzoli d'imprecisione, può esser soddisfatto. Il suo critico parla di «tendenze spiegate al sole» (639); di un «vessillo recato in ogni più delicata piega dell'anima» (639) dice che il positivismo vuole che la filosofia abbia il suo «fondamento nei fatti» (643) come se ci fosse, al mondo, qualcosa che non fosse un fatto; mostra di conoscere delle qualità emananti dall'«intima essenza» degli oggetti (649) e cose simili. Il suo modo di scrivere e il suo modo di pensare rivelano il bisogno di una cura radicale. Un soggiorno a Firenze, per imparare a scrivere decentemente e per fare un bagno di metodo pragmatista, sarebbe ciò che io consiglierei al prof. Ranzoli se egli meritasse qualche interesse o qualche simpatia.


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