Articoli di Giovanni Papini

1905


I sette peccati degli occultisti

Pubblicato su: Leonardo, anno III, fasc. 18, pp. 184-187
(184-185-186-187)
Data: ottobre-dicembre 1905




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   Ho parecchia simpatia per tutta quella gente nascosta da vari nomi (spiritisti, neo-spiritualisti, meta¬psichisti, occultisti, teosofi) che si occupa con buona voglia dei cosiddetti «problemi dell'anima». Credo che le future grandi scoperte si faranno in questa direzione. Abbiamo lavorato abbastanza per mettere agli ordini dell'uomo le famose «forze della Natura», ed è tempo di tornare a occuparci di più di colui che deve adoprare codeste forze, dell'uomo spirituale, dell'uomo preso come anima profetica e creatrice.
   Gli occultisti — prendo questa parola più comprensiva per non ripeter tutte quelle affini ogni volta — son quelli che sentono più appassionatamente questa necessità e perciò mi piacciono. Essi tentano di calarsi in quelle che lo Shelley chiamò «the caverns of the mind» e s'industriano di far passare lo straordinario nel mondo delle cose ordinarie, aiutandoci, forse senza volerlo, a farci scoprire nuove possibilità di umana potenza, disprezzate troppo fin qui dagli idolatri della meccanica.
   Ma questa simpatia che provo per i fini degli occultisti (che sono, in parte, anche fini miei) mi costringe pure a protestare contro molti vizi di metodo più o meno vergognosi, che mostrano nelle loro ricerche e nei loro discorsi. Io son d'accordo con loro che bisogna arrivare ad un certo posto ma sostengo che le strade per le quali si mettono son cattive e non portano con sicurezza là dov'essi vogliono andare. Quello che a loro manca di più è la disciplina mentale e l'abitudine del ragionare. Sentono molto e ciarlano ancora più ma non riflettono abbastanza e si criticano ancora meno. Hanno, dunque, delle cattive abitudini che si traducono in peccati — in veri e propri peccati contro lo spirito.
   Siccome voglio bene ad alcuni di loro mi umilio a prendere il bastoncino del Magister e a sermoneggiare sui peccati che mi paion più mortali.

Primo Peccato

   Distinguono troppo recisamente là dove non ci sono vere e proprie antitesi ma invece o formule solo verbalmente contrarie o possibilità di altre soluzioni oltre le due presentate. Per loro bisogna esser spiritualisti o materialisti; bisogna credere all'annientamento o alla reincarnazione; al mondo fisico o al mondo eccidio.
   Vi propongono dei dilemmi con una ingenuità di curati di campagna e si divertono a fare delle domande categoriche alle quali, prima di rispondere, bisogna dare un senso tale che la risposta non è più possibile.
   Il semplicismo delle loro alternative è meraviglioso. Un numero, diceva Aristotele, bisogna per forza che sia pari o dispari, ma non è affatto necessario, dico io, per un uomo credere o non credere all'immortalità dell'anima. Una domanda di codesto genere suppone che si sia già risposto a parecchie altre: se l'infinità del tempo è concepibile; se l'anima è una sola; s'è staccata dal corpo e via di seguito.
   Ma gli occultisti non voglion sapere di codeste complicazioni. Vogliono degli atti di fede, o di non-fede, espliciti e definitivi. Immaginano la scienza come un catechismo. È concesso rispondere si o no, ma non è permesso rifiutarsi di rispondere anche quando la domanda è incomprensibile o assurda, oppure di non rispondere ne sì ne no. Non si sono ancora accorti che il marchese Colombi poteva essere qualche volta una persona d'ingegno.
   Se voi dite loro che spiritualismo e materialismo hanno perduto ormai ogni contenuto preciso e che si vedono degli spiritualisti credere soltanto a ciò che vedono e toccano e dei materialisti credere a delle cose invisibili o indimostrabili — se fate loro osservare che il cosiddetto mondo occulto non è affatto diverso dal mondo aperto e non è che una parte di


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questo dal momento che lo conosciamo, lo descriviamo, e lo sperimentiamo — se dite loro che noi abbiamo più d'un'anima e che forse alcune muoiono e altre no, o che quelle di alcuni uomini muoiono tutte e quelle di altri sopravvivono tutte, e che forse alcune non muoiono colla morte del corpo ma nonostante muoiono una volta o l'altra, vi diranno che fate delle sottigliezze e che non volete confessare ciò che credete veramente. La loro retina logica non conosce che il nero e il bianco.

Secondo Peccato

   Distinguono troppo poco. È il peccato opposto al primo e non meno grave. Tanto nella conoscenza come nella realtà tutto quello che accade si riduce ad avvicinamenti e a separazioni. Il lavoro del filosofo consiste o nel distinguere quello ch'è confuso o nell' unificare quello ch'è diviso. Gli occultisti esercitano quasi sempre a sproposito queste due attività. Distinguono eccessivamente dove non è necessario e confondono dove sarebbe necessario distinguere.
   Le due confusioni che fanno quasi sempre sono quelle tra i fatti e le spiegazioni dei fatti — e tra gli stessi fatti e le teorie metafisiche o religiose che vi si aggrappano.
   Non tutti sono ancora arrivati a capire che ci sono dei fatti medianici che si trovano descritti in molti libri, riportati in varie riviste, garantiti da molti uomini, che accanto a questi fatti vi sono delle interpretazioni o scettiche, o fisiologiche, o filosofiche che vorrebbero dar ragione di quei fatti, e che vi sono ancora, oltre questi fatti e queste interpretazioni, delle sette mistiche delle scuole metafisiche, delle chiese occultiste le quali si servono di alcuni di quei fenomeni e di alcune di quelle spiegazioni per dar credito e diffusione a certe massime morali, a certe credenze cosmogoniche, a certe teorie sul mondo e i suoi destini.
   Vi sono ancora molti, che pure parlano con grande sicurezza di queste cose, che non sono ancora giunti a distinguere codesti tre mondi: il mondo dei semplici fatti, il mondo delle spiegazioni, il mondo delle religioni. Per loro quando si accetta un fatto si accetta anche la teoria, quando si crede a una certa spiegazione si confessa di appartenere a una data società, e così via. Non hanno ancora capito che si può benissimo credere a una buona quantità di fatti e non credere a nessuna delle spiegazioni che si son date fino a ora; che si può aver simpatie per certi ideali o certe pratiche del Buddhismo (ed essere perciò, almeno in parte, teosofi) e nonostante non credere a certe classi di fatti meravigliosi ai quali i teosofi credono.

Terzo Peccato

   Si meravigliano troppo. A forza di praticare lo straordinario si sono abituati a vederlo anche dove non c'è. Alcune delle cose per cui fanno le grandi meraviglie non sono altro che cose ordinarie o isolate da certi loro accompagnamenti abituali, oppure divenute più intense ma non di natura diversa.
   Il meraviglioso è il non abituale e perciò tutte le cose che si cominciano a conoscere o a studiare appaiono meravigliose. Se i bambini potessero fare una filosofia, direbbero che il mondo è una successione di strani avvenimenti e di misteriosi immagini. È probabile perciò che la meravigliosità di certi fatti per i quali gli occultisti vanno in cerca di complicate e trascendentali spiegazioni, consista unicamente nella loro attuale rarità. Non voglio dire per questo che non si debbano spiegare ma non c'è bisogno forse di andar così lontano a cercare delle spiegazioni speciali e fabbricate apposta. Tanto più ch'è probabile questo: che se alcune fra le cose ordinarie fossero rare ci sembrerebbero assai più meravigliose che non ci sembrino quelle che sono oggi realmente rare e che allora noi andremmo in cerca delle più bizzarre e difficili teorie per spiegare quello che oggi ci sembra la cosa più naturale del mondo. (Es.: il crescere delle piante).

Quarto Peccato

   Non vogliono che gli altri si meraviglino. Quelli che cadono più spesso in questo peccato sono quegli occultisti che hanno il privilegio di avere delle intuizioni o rivelazioni superiori. In nome di codesta conoscenza superiore e quasi divina essi disprezzano tutte le volgari conoscenze umane, disdegnano tutte le testimonianze e si meravigliano enormemente quando trovano chi non piega subito la testa e l'intelletto a tutto quello che dicono. Codeste persone, che si meravigliano così facilmente anche di cose non troppo straordinarie, non capiscono poi la meraviglia di chi ascolta le stranissime cose ch'essi rivelano agli altri mortali, anche quando queste sono troppo in contrasto con testimonianze dei sensi propri o d'altri, o con fatti storici e scientifici accertati.
   Essi tendono a imporre per autorità tutto quello che dicono di aver visto, provato e ascoltato e non si accorgono che anche se tutto ciò è vero non è possibile comunicarlo a chi non abbia provato o non sia in grado di vedere, provare e ascoltare le stesse cose. L'unica impresa pratica che potrebbero fare sarebbe d'indicare con quali modi e per quali vie sono arrivati


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a quello che narrano. Facendo così e così — dovrebbero dire — abbiamo provato certe cose che sembreranno forse anche a voi molto belle e importanti. Fate anche voi a questo modo ed è possibile (non certo) che ci arriverete. Questo è l'itinerario: la città la scoprirete coi vostri occhi e la descriverete colle vostre parole.

Quinto Peccato

   S'illudono che tutti gli uomini abbiano detto sempre le stesse cose. Questo peccato è più sviluppato oggi presso i teosofi e consiste nel voler riconoscere in tutte le tradizioni, mitologie, fedi e filosofie, soprattutto antiche, delle forme diverse di un identico nucleo di credenze. In questa concordia la teosofia spera di trovare un argomento della sua verità mentre non dà che una prova dell'ingenuità servita dalla pazienza. Non c'è niente di più facile di dare, aprés coup, un'interpretazione identica di scritti diversi. Si potrebbe prendere per credo il rovescio della teosofia e si troverebbero nelle religioni e nelle filosofie altrettante prove quante se ne vedono ora. I miti, i sistemi sono suscettibili di un certo numero di interpretazioni diverse. Basta voler vederci dentro una certa cosa si finisce sempre col trovarla. Eliminando inconsciamente i casi contrari e stiracchiando i casi probabili si ottiene qualunque sistema si desideri. Accomodando le traduzioni, allargando i concetti, glissant sopra le differenze si arriva allo scopo, qualunque sia la meta. Tutte le credenze primitive si posson ridurre a una teoria ma questa teoria si può scegliere a volontà

Sesto Peccato

   Vogliono spiegare a tutti i costi. Non è giunta ancora alla coscienza degli occultisti la semplicissima verità ch'è meglio non dare nessuna spiegazione che dare una cattiva spiegazione, cioè una spiegazione che non dica nulla o che sia ancora più oscura di ciò che si tratta di spiegare.
   Essi hanno la follia della spiegazione e per loro e nostra disgrazia quasi tutte le spiegazioni che danno sono di questo genere.
   Cosa vuol dire spiegare? Significa affermare che un gruppo di oggetti o di fatti si può far rientrare in una certa classe. Questo far rientrare ha per scopo, sembra, di renderci più famigliare ciò che vogliamo spiegare mostrandoci che ha dei caratteri comuni con altre cose che conosciamo meglio. Spiegare, insomma, è il mettere insieme il poco noto col più noto più prossimo.
   Ma le spiegazioni occultiste non sono di questo genere. Prendiamo, per esempio, le due interpretazioni più di moda dei fatti medianici, quella dell'energia psichica e quella dell'anime dei defunti. La prima è una spiegazione puramente verbale, perchè crea un nome generalissimo sotto il quale dovrebbero andare tutti i fatti possibili e immaginabili che si attribuiscono all'anima e siccome tra questi fatti vi sono delle differenze e si tratterebbe appunto di spiegare una classe molto specifica di questi fatti, non si capisce dove sia la spiegazione. Il concetto di energia psichica, per ricoprire tutto il campo spirituale, deve diventare così vago che invece d'illuminare i fatti mediatici avrebbe bisogno d'essere illuminato a sua volta da qualche altra cosa.
   L'altra spiegazione, quella che vien detta spiritica, sembra a prima vista più soddisfacente, ma costringe a supporre delle cose molto più inintelligibili e bizzarre di quelle che si tratta di spiegare. Infatti bisogna credere:
   a) che l'anima è separata dal corpo;
   b) ch'essa sopravvive, non disgregata, alla disgregazione del corpo;
   c) che conserva,, anche da sola, il ricordo delle cose anteriori;
   d) che può entrare in altri corpi (medii .ecc.) per manifestarsi materialmente a noi.
   Cioè per spiegare quello che alcuni affermano, cioè che certi esseri eccezionali hanno rivelato, in date circostanze, delle cose che potevano sapere soltanto certi morti, si è obbligati o a supporre dimostrate cose più strane ancora o a spiegare a loro volta queste cose: Ma una spiegazione convincente di queste cose non si può fare che servendosi precisamente dei fatti medianici e allora non solo moltiplichiamo le oscurità ma ci gettiamo nel bel mezzo di una petizione di principio.
   Quella dello spiegare tutto è una superstizione razionalista che proviene dal credere alla possibilità di classi sempre più vaste. Queste classi, però, diventano tanto vaste che finiscono col ridursi a una e questa classe unica. cioè che comprende tutto, non può essere spiegata perchè non v'è, per definizione, qualche cosa di più vasto a cui riferirlo. Vale a dire che a forza di voler spiegar troppo, fino in fondo, ci si trova davanti a una parola priva di senso. Bel risultato davvero!

Settimo Peccato

   Tendono a immaginarsi il mondo come un grande stabilimento educativo. Quasi tutti gli occultisti credono al perfezionamento progressivo e all'evoluzione ed elevazione continua delle anime, intesa in senso


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morale. Essi credono, anzi, alla sopravvivenza delle anime e alla loro reincarnazione col fine implicito di permettere il miglioramento indefinito dell'universo. Secondo loro il mondo non ha altro scopo che di rendere le anime di un certo gruppo di animali terrestri più vicini ad alcuni ideali di carità, di solidarietà, di purità che furon predicati da Buddha e da Cristo.
   S'immaginano l'universo come una grande scuola, dove si procede di classe in classe verso la laurea suprema attraverso a esami successivi che si chiamano vite e attraverso apparenti vacanze che si chiamano morti.
   Questo antropocentrismo etico, che spiega la persistenza di certe fedi, porta a considerare tutti gli avvenimenti spirituali sotto una luce troppo esclusivamente pedagogica e svia verso la predicazione e il bigottismo molte intelligenze che potrebbero essere state dirette con maggior frutto verso le ricerche di nuovi fenomeni.
   E sorge spesso un dubbio: Questa gente è morale perchè crede a queste cose? O piuttosto inventa e crede queste cose perchè ne ha bisogno per mantenere o rafforzare i suoi bisogni morali?
   Sarebbe da saggi dissociare gli imperativi morali dalle ricerche sull'anima, e limitarsi a svolgere questa riservando ad altri la scelta della direzione verso cui rivolgerla.
   Son questi, mi pare, accennati in fretta, i peccati più grossi degli occultisti. Ce ne sarebbero parecchi da aggiungere — ma bisogna confessare pure che alcuni di quei peccati non sono proprio speciali degli occultisti ma si ritrovano anche, in diversa misura, presso altri eserciti di cercatori della verità.
   Ho lasciato di proposito il più grave dei loro peccati: quello di non sapersi servire praticamente delle forze dell'anima — che pure studiano e cercano — ma siccome spero di acquistare presto la virtù contraria ne parlerò a lungo in seguito, per conto mio, senza importunarli più oltre.


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