| Pubblicato su: | Leonardo, anno III, fasc. 18, pp. 143-145 | ||
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| Data: | ottobre-dicembre 1905 |

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Il quinto volume della BIBLIOTECA DEL LEONARDO sarà una raccolta di saggi di GIULIANO IL SOFISTA e di GIAN FALCO sopra ad un argomento del quale si comincia a discutere anche nei giornali quotidiani, cioè la COLTURA ITALIANA.
Noi ci proponiamo, con questo volume, non solo di reagire per conto nostro alla miseria e alla viltà di questa Coltura ma anche di porre ai nostri contemporanei concittadini il problema della coltura come il più grande che possa avere oggi l'Italia, se vuol essere nel mondo un'attrice e non semplicemente una corista.
Questo libro, fatto di saggi polemici e di articoli informativi, di critiche generali e di proposte particolari, non ha l'intenzione ne di rifare la gente ne di creare tutta una nuova coltura, ma potrà essere per qualcuno, d'animo men basso dei più, l'eccitamento a esami di coscienza e a confessioni segrete.
Per dare un'idea dello spirito col quale è fatto pubblichiamo qui lo scritto che servirà da introduzione.
Noi non siamo affatto sicuri che esista una vera e propria Coltura Italiana, con vita e fisonomia sua, ma siamo troppo sicuri che questa coltura va male. Ecco la ragione per cui vogliamo parlarne.
Questo libro è dunque la reazione di due intelligenze le quali, viepiù che cercano di salire, sentono di respirar male nell'aria intellettuale del loro paese.
Se c'è un po' di orgoglio nel fatto di due giovini che si mettono a giudicare la coltura di una vecchia officina spirituale come l'Italia, c'è anche un duro rimprovero per i nostri padri, per i nostri maggiori immediati, i quali non hanno saputo preparare quello di cui abbisognava un paese da poco tempo tornato a nuova vita sociale. La generazione che ha seguito quella del Risorgimento — quella che si potrebbe chiamare, con non celato sarcasmo, dei figli dei liberatori — è stata inferiore al compito suo. S'è riuscita a organizzare una enorme burocrazia (del resto indolente e indisciplinata) a costruire delle ferrovie (scomodissime e insufficienti) a riempire gli archivi di leggi dimenticate e di regolamenti non osservati, e a risollevare la vita economica, non è riuscita però a dare alla vita della nazione quel contenuto, quelle attitudini e quegli ideali che trovano la loro espressione in una grande coltura.
Questa generazione, la quale non ha voluto fare dell'Italia una potenza politica e coloniale e non ha potuto farne ancora una potenza economica, non ha pensato che l'unica grandezza che potesse tornare a noi, stretti fra le cupidigie anglosassoni e germaniche e slave, era quella della Coltura.
Mazzini aveva espressa iperbolicamente codesta idea dicendo che Roma doveva diventare il centro di una nuova civiltà. Questo, certo, è un sogno troppo grande per chi conosce il carattere italiano attuale, fatto soprattutto di prudenza e d'indifferenza, ma ciò che si fa ora è certo una realtà troppo piccola.
I figli dei liberatori, e anche i liberatori stessi, credettero che bastasse rendere ufficiale e burocratica. l'istruzione per provvedere alla coltura italiana. Imitarono dalla Francia l'accentramento napoleonico dell'educazione di Stato; copiarono dalla Germania la pedanteria e il freddo ordine delle Università e s'immaginarono che il più fosse fatto. Le Biblioteche — che potevano essere gli unici strumenti di coltura, libera — furono abbandonate in vecchi e orribili luoghi, in mano a bibliotecari letterati con pochi denari e senza che i lettori potessero avere nessuna influenza sulla scelta dei libri; i musei furono ordinati scientificamente e chiusi per mezzo di tasse; i monumenti, che sono pure testimoni di grande cultura passata, o furono lasciati deperire o furon restaurati da ingegneri amanti dei rettifili e delle pietre nuove.
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Lo Stato fa distribuire malamente nelle sue scuole certe dosi di lingue o di scienze; concede largamente certificati, titoli e diplomi a chi le frequenta e non riconosce, nei concorsi di ogni genere, se non quella coltura ch'egli stesso ha fatto dare. Vale a dire che tutti coloro che vogliono vivere con quello che sanno sono obbligati a recarsi negli stabilimenti pubblici dove si confezionano, sotto la garanzia governativa, i colti, i dotti e i semidotti.
Quanto a tutta la cultura che sta al di fuori di codeste scuole il Governo non se n'occupa. Per lui essa non esiste o non ha nessun valore legale.
Questo terribile monopolio della coltura fa sì che manca presso di noi quella classe colta intermedia la quale fa la fortuna delle nazioni più fortunate della nostra, cioè quella classe di persone che si occupano di studi al di fuori delle scuole pubbliche e non se n'occupano ne per insegnare in codeste scuole pubbliche e neppure per servire in qualsiasi modo lo Stato. Questa classe di cercatori e di lettori disinteressati e indipendenti è molto scarsa fra noi e per certe scienze manca affatto. Dall'ignoranza del popolo e dalla superficiale istruzione dei licenziati delle scuole medie si passa allo specialismo assurdo dei professori d'Università i quali sono asini come gli altri in moltissime cose e sanno inutilmente troppo di certe altre. I pochi autodidatti che si formano quà e là, malgrado tutte le condizioni avverse, sono guardati con pietà dagli ignoranti perchè non hanno una posizione ufficiale e un salario fisso e sono spregiati dai dotti regolarizzati e bollati perchè non hanno ne titoli ne una specialità, e anche perchè possono permettersi una libertà di linguaggio che a loro, stretti fra le mafie e le bizze del mondo ufficiale, non è concessa.
Per dir tutto in una frase i figli dei liberatori politici non sono stati dei liberatori intellettuali. Essi hanno, anzi, con un monopolio più esteso e una burocrazia più invadente, messi nuovi fili alle funi che già legavano da molto tempo la coltura italiana ed oggi siamo costretti ad arrotare dei buoni coltelli per tagliarne qualcuna.
La colpa di questo stato di cose non è però soltanto del Governo. Di questa povertà di ricerca spontanea e di attività disinteressata, di questa mancanza di una grande coltura con spiriti e orientamenti caratteristici bisogna ricercare le cause anche in alcune condizioni di cose che stanno ora per mutare e nelle vicende che ha subito da un certo tempo l'anima italiana. Dal Rinascimento ai primi anni dell'ottocento l'Italia ha sonnecchiato più o meno profondamente e tranne in alcuni brevi sussulti e risvegli, non ha contribuito che poco alla vita del mondo. Ha perduto, soprattutto, quella elementare e suprema virtù del coraggio (inteso nel senso ampio di amore dell'avventura, dell'iniziativa, del rischio) che l'aveva fatta ricca col commercio e col pensiero. La sua vita politica fu quasi nulla; quella economica in progressivo rallentamento, quella intellettuale scarsa ed a sbalzi.
Quando Napoleone venne a destarla c'era da rifare e da riconquistare tutto. La prima cura fu quella di riprendere la vita politica. Cominciò a vigoreggiare l'ideale unitario; si cominciò a pensare come possibile ciò che si leggeva come rettorica in Machiavelli e in Alfieri e dal 1815 al 1860 la parte migliore dell'energia italiana fu spesa nell'impresa di trasformare un gruppo di piccoli paesi governati arbitrariamente in un grande paese unico, governato da una costituzione.
Compiuta la resurrezione politica si diressero quasi tutte le forze verso quella economica. Alle cospirazioni successero le società anonime; agli eroi militari i grandi industriali; agli apostoli í commessi viaggiatori.
La storia del risorgimento economico dell'Italia non è ancora finita e non è ancora nota ma certo conta anch'essa dei generali e dei ministri, dei capi e degli organizzatori che non saranno dimenticati. Dopo più di quarant'anni di operosità sempre crescente (dal 1861 anno della prima esposizione nazionale al 1906 anno dell'Esposizione di Milano), quest'opera è quasi compiuta. L'Italia ha i suoi cantieri, le sue fonderie, i suoi opifici, le sue grandi case di commercio — ha visto aumentare in misura enorme la sua produzione e il suo consumo — è riuscita ad avere dei grossi avanzi nel suo bilancio e ad accrescere il suo credito nel mondo.
È giunto dunque il momento d'iniziare la resurrezione intellettuale. Neppure le nazioni vivono di solo pane. L'Italia ha pensato a rendersi libera e ricca e ora deve pensare a divenire sapiente. Bisogna che dia un fine e un coronamento alla sua libertà e alla sua prosperità.
Quello che ho detto, però, spiega fino a un certo segno quella miseria della coltura italiana di cui ci lamentiamo. Per un secolo intero le migliori e più ardite intelligenze del nostro popolo sono state rivolte prima all'azione politica e dopo a quella economica. Parallelamente a queste c'è stata di certo anche l'azione intellettuale ma è stata più fiacca e meno remunerativa delle altre. Noi non neghiamo che il secolo passato non sia stato un secolo di rialzo del valore mentale italiano ma non crediamo che sia stato quanto dev'esserlo questo or cominciato. Anche la vita spirituale, per ben fiorire, ha bisogno di concime
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e questo è dato soprattutto dalla prosperità, la quale ispira quella tranquillità e quella fiducia nelle proprie forze ch'è lo stato più favorevole alle avanzate e alle creazioni.
Noi siamo dunque ben lieti che ì propagandisti mazziniani e i soldati garibaldini e i ministri sabaudi e i setaioli lombardi e gli armatori liguri e i meccanici piemontesi abbiano costituito l'Italia qual'è ora. Noi crediamo che ciò ha reso possibile un aumento di attività intellettuale, di cui già si vedono i segni, e che può rimettere l'Italia fra le grandi potenze della coltura come i patriotti l'hanno messa fra le grandi potenze politiche e gli industriali stanno mettendola fra le grandi potenze economiche. Noi potremmo acquistare nuove colonie e nuovi mercati ma ci sarà sempre più una maggiore produzione e un maggior consumo di cultura: e da questa estensione della cultura, che sarà per forza sempre meno ufficiale, verranno più facilmente gli «spiriti magni» gli autori di quell'alta coltura che fornisce i clichés alla media coltura dell'avvenire.
Ma l'Italia, per riprender la testa in questo concorso universale per la più grande sapienza, aveva bisogno di rimettersi in pari colle colture straniere che per due o tre secoli l'hanno sorpassata. Questo sforzo di assimilazione rapida, che assorbe ancora buona parte della nostra attività, è stato cominciato da parecchio tempo ma non può dirsi ancora finito. Per oltrepassare gli altri bisogna cominciare col raggiungerli e l'Italia che deve ancora tradurre e trascrivere quello che s'è fatto e si fa fuori di essa non è ancora prossima alla vittoria.
Questo lavoro le viene poi rallentato e intralciato da certe indecisioni e certi contrasti in cui si dibatte. L'anima italiana non ha ancora riconquistato quella arditezza che fino a tutto il Rinascimento l'ha resa degna di esser paragonata alla greca. È divenuta ristretta, prudente, timida, paurosa, vigliacca — amante dei compromessi, delle ipocrisie, delle cose dette a mezzo, del linguaggio melato, delle formule garbate, della precauzione, della dolcezza — nemica delle cose dette a viso aperto, del rischio, delle imprese temerarie, delle idee troppo nuove, delle cose irregolari, delle ingiurie, della violenza.
Inoltre noi siamo ancora esitanti tra il passato e il futuro — tra i ricordi della nostra grande storia, del nostro enorme passato e le necessità del cambiamento e le impazienze dell'avvenire. Certe anime sono ancora dietro a rievocare le immagini dell'Italia che non è più e non sarà più — altre, invece, non vivono che per la speranza di ciò che non è ancora. Questo dissidio dell'anima italiana si riflette nelle città. Ve ne sono alcune tutte chiuse nei loro ricordi, intatte e solitarie, abitate da dormienti e da pellegrini esteti — ve ne sono di quelle in cui il nuovo fasto e il perpetuo fragore hanno fatto scomparire e tacere le ombre e le voci del passato. Ma ce ne sono pure di quelle in cui ancora ne il vecchio ne il nuovo hanno vinto, in cui si passa in pochi minuti da una larga strada americana percorsa da trams e da carri, coperta d'insegne e di cartelloni, a una piazza deserta, ove spunta l'erba intorno a qualche antica chiesa, ove si respira ancora l'aria del quattrocento o del seicento.
Vi sono città, dunque, in cui sembra che tutta la vita presente sia al servigio di quella passata, in cui non si concepisce l'attività se non come venerazione, conservazione, custodia e descrizione dei prodotti della attività che fu — in cui non trovate che storici dell'arte, touristes, albergatori, antiquari, venditori di fotografie e di cartoline illustrate, guide e uscieri di gallerie -- in cui i sagrestani delle chiese sono dei ciceroni, e ogni palazzo pubblico è trasformato in museo, e ogni cittadino è un guardiano di monumenti.
Ma nelle altre in cui il presente esiste per conto proprio accanto al passato il dissidio è più visibile. Gli esteti vogliono conservare i vecchi edifici per amore dell'arte, gli ingegneri vogliono demolirli per amore delle comodità e nessuno è contento. Nè il passato ne il futuro riescono a conquistare il presente.
A noi piacciono le situazioni nette e dispiacciono le transazioni. È bene che ci siano delle piccole città lontane dalle grandi linee, ritiri spirituali di solitari, serbatoi di silenziose bellezze, ma è pur necessario che sorgano le grandi città moderne, dalle grandi strade diritte, piene di luce e di gente, attraversate da fasci di fili telegrafici e telefonici, coi grandi magazzini illuminati e affollati e assordate delle grida dei venditori e dagli squilli dei veicoli.
È necessario che l'Italia si decida in questa come in altre cose. Soltanto quando essa avrà ripreso, anche nella coltura, quelle abitudini decise ed energiche che fecero la sua fortuna, e quando smetterà di riporre tutto il suo orgoglio nel far delle frasi o delle monografie su ciò che fecero i suoi morti, essa potrà creare quella vasta e libera e originale coltura che noi desideriamo e prepariamo con tutta l'anima nostra.
Per tutto questo l'esaminare e il giudicare la coltura italiana presente è di grandissimo interesse. L'accorgersi del male è il principio della guarigione; il proporsi un fine è un esser più prossimi a raggiungerlo. Noi vorremmo che questo libro servisse ad ambedue le cose, che fosse insieme una condanna e un programma. Se la condanna sarà giudicata troppo dura e il programma troppo orgoglioso la nostra mediocre stima degli italiani sara rinforzata da un nuovo argomento.
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