| Pubblicato su: | Leonardo, anno III, fasc. 17, pp. 123-124 | ||
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| Data: | giugno-agosto 1905 |

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Il V Congresso Internazionale di Psicologia che ha ingombrato dal 26 al 30 Aprile alcune bianche aule del Policlinico romano, non è stato, più degli altri Congressi, ridicolo e inutile. Non bisogna poi esagerare troppo il disprezzo per questi ritrovi periodici di complici di una stessa scienza, che convengono da ogni parte col pretesto palese di portare dei contributi nuovi e di fare il bilancio consuntivo e preventivo degli ultimi anni, e collo scopo celato e ben fermo di organizzare un po' di reclama per sè e di fare qualche piacevole e utile conoscenza con altri. La vita discorsiva dei congressi, per scrivere come i bergsoniani, può essere inutile e magari anche grottesca, ma la vita interna, la vita profonda, è quasi sempre molto significativa e gonfia di non comuni insegnamenti.
È per questo che la vera vita dei congressi non si svolge nelle aule dove alcune brave persone ascoltano altre brave persone recitare delle cose poco interessanti, ma si svolge invece nei corridoi, nelle sale da pranno, nei Irams, nelle vie, nei caffè e in altri luoghi non meno piacevoli.
Allora soltanto si formano i gruppi, si incrociano gli argomenti, si formulano i commenti, si tessono le congiure, scintillano le malignità, si meditano i complotti. La vita ufficiale del Congresso non è che l'armatura che vien riempita da questa vita più libera, più ricca, più dolce e anche — perchè no? — più fruttuosa. Perciò io vorrei, se fosse possibile, che i congressi fossero ridotti a dei ricevimenti periodici in un bel palazzo, con belle sale da conversazioni, tavole da the e giardini con viali ombrosi, propizi alle causeries intime delle nuove conoscenze. Non ci dovrebbe esser niente di ufficiale. di governativo, di burocratico, niente discorsi inaugurali, niente discorsi di chiusura. Ormai nessuno dà più importanza a codeste chiacchiere dí prammatica. Ci dovrebbe essere invece, in ogni città rispettabile, un Hotel des Savants, una specie di Kursaal della scienza, dove gli scienziati dovrebbero offrire volta a volta, ospitalità a loro stessi.
Ma per quanto ci troviamo ancora, sventuratamente, nell'epoca barbara dei Congressi c'è pur sempre modo di trarre qualche succo non insipido anche da queste grossolane radunanze che oggi si fanno. Anche il Congresso di Roma ha servito a qualche cosa: ha giovato a certi psicologi in particolare e ha giovato un poco anche alla psicologia in generale.
Non parlerò dei vantaggi personali perchè non potrei parlare che dei miei, che non furono molti e si possono ridurre a qualche conoscenza personale simpatica — sopra a tutte le altre quella del James, anima di una semplicità e di una profondità veramente charming — e alla soddisfazione di aver potuto dire a voce e in faccia a certi «illustri pensatori», ciò che altre volte ero stato costretto a scrivere da lontano. Voglio alludere, naturalmente, a quei grandi dignitari del positivismo antropologico italiano che tenevano le haut du parvè a Roma come altrove: dal prete dell'umanità Giuseppe Sergi, al padre della criminologia Cesare Lombroso, dalla guardia del corpo del monismo italico Enrico Morselli fino al capo-claque del demagogismo opportunista Enrico Ferri. Non. mancava — ahime! — che il vecchio Ardigò rimasto nel suo orticello di Padova a ruminare la perennità del Positivismo /
Ma la psicologia, sommato tutto, ha piuttosto qualcosa da portare all'attivo. Essa si è dovuta accorgere che ogni tentativo di fusione o di conciliazione tra quelle che si chiamano le varie psicologie non è possibile. L'unità di pensiero è la cosa ch'è mancata di più al Congresso di Roma. Le sezioni eran quattro, di psicologia sperimentale, introspettiva, patologica e criminale, e si può dire che formassero quattro congressi separati, ciascuno col suo pubblico, il suo personale dirigente e il suo colorito. I fisiologi che dominavano nella prima non si occupavano dei metafisici che tenevano il campo nella seconda, i metafisici ignoravano i medici della terza e questi a loro volta non avevano che scarsi rapporti coi criminalisti e i sociologi della quarta. I fisiologi, i medici e i criminalisti eran quelli naturalmente che si potevano intender di più, ma anche fra loro non mancavano le scissioni e i malintesi.
La teoria delle localizzazioni, colla relativa presentazione delle famose scimmie operate dei lobi pre-frontali, fu una delle più aristofanesche commedie scientifiche alle quali abbia assistito. In seguito a quella e ad altre anche non scientifiche abbiamo avuto la soddisfazione di vedere il presidente della sezione sperimentale, il Prof. Giulio Fano — che non solo è uno dei fisiologi italiani più stimati, il che non sarebbe abbastanza, ma anche uno degli spiriti più lucidi e arditi che possediamo — scrivere, dopo il Congresso, delle frasi di questo genere:
«Sono perfettamente d'accordo col Prof. De Sarlo nel riconoscere che il materialismo borghese e demagogico insieme, rappresentato dal Prof. Sergi presidente della Giunta ordinatrice del Congresso, e credo, dal suo Segretario generale (dico credo, perchè non ho mai saputo se il Prof. Tamburini abbia opinioni
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filosofiche) e da altri, è stato completamente battuto. Che io ne sia lieto non ho bisogno di dirlo; sono venti anni che lotto contro quell'indirizzo nefasto, e con me stanno quei fisiologi che sono consci dei limiti ristretti delle nostre possibilità tecniche e ancor più consapevoli dei confini insormontabili della nostra conoscenza. Mi basti citare, a questo proposito, Luigi Luciani, che ebbi la fortuna di avere a maestro, il quale, benchè Presidente onorario del Congresso, se ne restò sempre in disparte, et pour cause! Ma è inutile parlare di confini a quei signori del materialismo quarantottesco, che si sono fermati a Büchner, perchè essi non hanno il sentimento del mistero, mancano completamente di temperamento filosofico; per essi infatti tutto è chiaro, tutto è dimostrato, tutto è manifesto.» (Giornale d'Italia 6 Maggio).
Ma la separazione maggiore era, certamente, tra la seconda sezione (di psicologia introspettiva) da una parte e le rimanenti dall'altra. I filosofi disprezzavano sinceramente i medici, e i medici sdegnavano con altrettanta convinzione i filosofi: i primi non davano troppa importanza alle macchinette ed ai tracciati dei secondi e i secondi non capivano assolutamente nulla nelle analisi e nelle astrazioni dei primi. C'era, fra i due campi, incompatibilità perfetta, non colmata neppure coll'espediente delle sedute generali.
E perchè allora, ha domandato Benedetto Croce ai filosofi, siete andati al Congresso?
«In che modo, in quanto filosofi, possono giovare alle faccende della scienza empirica? Che cosa vanno a fare essi tra i fisiologi, zoologi, medici, alienisti, criminologi, e simile gente afilosofica o antifilosofica? Perchè non restano conseguenti alle idee che nei propri libri sostengono, cioè che le discipline naturalistiche e la ricerca filosofica sono cose affatto diverse e disparate fra loro? La filosofia è stata, è, e sarà sempre, speculazione, ricerca di valori, teleologismo: la psicologia naturalistica non conosce valori, non specula ma raccoglie fatti particolari, non ammette la teleologia e costruisce il meccanismo. Sono lavori mentali, giustificati entrambi, ma che si svolgono per vie divergenti.» (Giornale d'Italia, 7 Maggio).
E infatti, mio caro Croce, non c'è stato. neppur l'ombra di convergenza. La seconda sezione è stata uno scoglioso isolotto di filosofia (di logica, di metafisica, di morale, di tutto quello che c'è di più filosofico) in mezzo alle acque impure delle scienze biologiche. I filosofi hanno filosofato per loro conto e quelli che sono usciti dal loro ritiro sono andati per divertirsi, come si va a vedere degli animali curiosi in un serraglio o in un giardino zoologico.
Secondo me il torto che hanno avuto certi filosofi è stato quello di cantar vittoria dopo il Congresso in nome dell'idealismo e dello spiritualismo. Che il materialismo non sia una dottrina presentabile filosoficamente si sapeva, nei circoli intelligenti, molto tempo prima del Congresso di Roma e non c'era bisogno di una dimostrazione pubblica e spettacolosa.
Ma questo non vuol dire che lo spiritualismo abbia trionfato, o che lo spiritualismo sia, come sistema generale, molto preferibile al materialismo. Il dare ancora un valore alle contese tra codesti due sistemi egualmente indifendibili è una prova dell'incompetenza filosofica del nostro pubblico, anche quando contiene dei filosofi. Per gli spiriti intelligenti materialismo e spiritualismo sono dei nomi di posizioni oltrepassate, delle posizioni che si son lasciate quando ci siamo avviati che erano soprattutto verbali. 1 Oggi non si tratta di scegliere un nome piuttosto che un altro, si tratta di aumentare il nostro potere di agire e non di aumentare o cambiare la nomenclatura. Il vincitore del Congresso, dunque, avrebbe dovuto essere il Pragmatismo, il quale, veramente, ha trionfato a Roma nella persona di uno dei più celebri dei suoi rappresentanti, William James, il cui discorso sulla Conception of Consciousness — che appare in questo numero del Leonardo — fu il momento ultimo e saliente del Congresso.
Ma quel discorso, nel quale è pure evidente qua e là l'istinto pragmatista e il desiderio di levarsi fuori dalle inutili questioni di parole e di preoccuparsi soprattutto di questioni pratiche, non fu compreso che da pochissimi e il sentirmi tra quei pochissimi fu una delle mie maggiori soddisfazioni al Congresso di Roma.
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