Articoli di Giovanni Papini

1905


La logica di B. Croce

Pubblicato su: Leonardo, anno III, fasc. 17, pp. 115-120
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Data: giugno-agosto 1905




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   Nei dintorni del 1880, nel tempo delle più atroci polemiche tra il Carducci e il Rapisardi, ci fu chi cominciò a parlare di «scuola poetica bolognese» e di «scuola poetica siciliana». Il Carducci beffeggiò un poco codesta esumazione dei nomi della nostra poesia predantesca, ma quei tali, forse, non avevano poi tutti i torti perchè alcune delle differenze che separavano il Carducci e il Rapisardi (messe a parte, naturalmente, quelle dell'ingegno) riflettevano certe differenze più generali di ambienti, di gusti, di abitudini intellettuali.
   Ho voluto richiamare questo vecchio ricordo delle polemiche letterarie dei nostri padri, perchè mi pare che si vada delineando qualcosa di simile nel mondo della più recente filosofia italiana. Si vanno formando cioè, due gruppi filosofici che hanno, sì, dei punti di contatto e delle zone di coincidenza, ma che sono, malgrado le amicizie personali, in aperta opposizione per le origini, le tendenze e le teorie.
   I due gruppi si son polarizzati uno a Napoli e l'altro a Firenze, e perciò corriamo il pericolo di avere una scuola napoletana e una scuola fiorentina, o, meglio ancora, una scuola tedesco-napoletana e una scuola anglo-fiorentina.
   La prima è rappresentata dalla Critica ed i suoi dei lari sono i grandi speculatori della filosofia germanica, da Kant a Hegel e anche, in mancanza di altro, i loro precursori (Bruno, Vico) e continuatori (Spaventa) meridionali.
   L'altra è rappresentata dal Leonardo e s'ispira volentieri ai pensatori della lignée anglo-sassone, da Bacone a Stuart Mill, ed ai loro antecessori toscani empiristi e matematici, (Leonardo e Galileo) non senza evidenti simpatie per il contemporaneo pensiero yankee (Peirce, James, Dewey ecc.).


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La prima è francamente idealista e razionalista, ama le grandi sintesi a priori, impiega a preferenza le formule astratte che son proprie dell'idealismo tedesco, e si nutre soprattutto di universali.
   L'altra invece è prevalentemente empirista e pragmatista, ama le metafisiche ma solo in qualità di composizioni estetiche, ha pochissima simpatia per l'uso e l'abuso delle frasi vaghe e delle formule senza significato, e ricerca a preferenza il particolare e le questioni particolari.
   In due cose, e non delle meno importanti, i due gruppi si trovano a fianco: nell'ostilità contro quella ignobile contaminatio di cattivo spinosismo e di puerile naturalismo che fra noi ha preso il nome di scuola positiva, e nella vivacità della critica contro i capoccia dei nostri circoli accademici e universitari. Ma nel reato mi pare che il contrasto sia quasi completo, e i due gruppi, pur restando buoni amici, e in certe occasioni buoni alleati, posson cominciare allegramente a guerreggiarsi.

I.

   Tutte queste belle cose io l'ho pensate leggendo i Lineamenti di una logica come scienza del concetto puro 1 che Benedetto Croce mi ha mandato da non molti giorni. Io attendevo questa Logica con quel desiderio e quella impazienza che possono immaginare soltanto coloro (e spero che sian molti) i quali sanno con quanta genialità e con quanta dottrina, con quanta vivacità e quanta finezza il Croce sappia rianimare gli argomenti che tira fuori, mezzo asfissiati, dagli imponenti volumi e dalle faticose memorie accademiche dei professionali della filosofia. E questa Logica per quanto sia stata letta nelle varie tornate di un'Accademia non è davvero inferiore all'aspettativa. Da quanto mai tempo non leggevo un libro di filosofia così svelto, così fresco, così piacevole e snello come questo! Per quanto la materia sia grave le pagine passano via senza accorgersene, la disinvoltura dello stile, la grazia di certe immagini, il sale di certe arguzie, la sottigliezza di certe ironie, la singolarità dí certe notizie, l'acutezza di certe critiche forzano in tal modo l'attenzione e l'ammirazione che non è facile staccarsene. Il Croce, come tutti i meridionali intelligenti, ha il senso della mobilità — e come tutti gli hegeliani ha il gusto del divenire e del movimento, e perciò le sue frasi, i suoi periodi, i suoi capitoli corrono, rapidi, lucidi, agili come accade ben difficilmente nei libri dei filosofi.
   Certo se non fossero queste qualità, questa Logica sarebbe d'una lettura ben difficile. Sotto le ghirlande della grazia italiana si sente, a quando a quando, il cattivo fiato tedesco. La cultura germanica ha fatto di tutto per infettare questo libro. In certi momenti ho chiuso il libro e mi son meravigliato di non veder scritto il titolo in tedesco: Entwurf einer Logik als Reinesbegriffslehre, e sotto Berlin o Leipzig invece di Napoli.
   Il Croce — è inutile dissimularlo — concepisce sempre la filosofia come la si concepiva nelle scuole tedesche del I830, vale a dire come ricerca dell'eterno nel divenire dell'universo, (104) come ricerca delle categorie supreme dell'essere e del pensiero (86) e considera, perciò, il filosofo, come il nemico nato di ogni empirismo (72). La filosofia, per lui, non è che la filosofia dello spirito, e dello spirito considerato nei suoi quattro momenti: l'estetico, il logico, l'economico e il pratico che danno luogo a quattro scienze corrispondenti. Il Croce già da qualche anno ha costruita l'Estetica, ora ci dà la Logica, e ci darà presto, speriamo, l'Economica, e la Pratica, dopo di che l'intera scienza dello spirito sarà costruita e il nuovo idealismo monistico e razionale avrà i suoi quattro vangeli. Il piano è abbastanza grandioso e il Croce, soltanto per questo, meriterebbe gran lode in questo tempo in cui ognuno ha paura a metter fuori le gambe, o semplicemente le gruccie, dal suo piccolo orto.
   Ma l'ammirazione, più che altro estetica, che io ho per i grandi sistemi dello spirito dei grandi metafisici tedeschi e del loro ingegnoso continuatore italiano, non riesce a inibire la mia repugnanza per quel genere di filosofia che il Croce ammira negli altri e fabbrica per suo conto. Noialtri del Leonardo, insomma, e qui posso lasciare la persona prima, abbiamo pochissima simpatia per l'hegelianismo e tutto ciò che gli rassomiglia. Il Croce veramente non vuol esser chiamato hegeliano e infatti non accetta tutto l'idealismo assoluto, con tutte le sue forniture e bardature, come fa il suo compagno Gentile. Anzi, in punti anche importanti, fa dei seri rimproveri all'autore della Phänomenologie des Geistes, e si presenta a noi come il correttore del maestro (118). Non lo chiamerò dunque hegeliano ma non posso fare a meno di chiamarlo hegelianoide tanta è la fraternità che c'è fra molte sue frasi e quelle di Hegel. Sono frasi speciali che hanno due particolarità molto evidenti; quelle di esser composte di pochissime parole che vengono ripetute più di una volta mutandone l'ordine e quella di non avere nessun significato visibile o tangibile. Eccone, per darne un'idea, qualcuna: «La verità è il metodo della verità, e il metodo della verità è tutta la verità.» (12). La definizione «è verbale perchè


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è reale, perchè il pensiero è sempre parola, ma non è reale perchè sia verbale» (34) «ogni realtà è sempre idealità, ogni idealità è sempre realtà.» (49), - la mentalità umana è «quella soggettività che coincide con l'oggettività» (57). Il metodo filosofico «non è di là dell'intelletto, ma è l'intelletto nella sua, forma genuina; non è di là della logica, ma e la logica vera». La filosofia «è il pensiero, il solo pensiero di fronte a ciò che non è pensiero». (84)
   Sono frasi le quali danno certamente una gran soddisfazione alla mente perchè fanno l'impressione di esser profonde, ampie e definitive — di abbracciare tutta la verità per tutta l'eternità. Il tipo più semplice e quello ch'io chiamerei la frase a pendolo, ch'è caratteristica di Hegel e che consiste nel prendere due parole o due gruppetti di parole e nel ripeterle due volte, invertendo l'ordine, come nell'esempio celebre: Tutto ciò ch'è reale è razionale, tutto ciò ch'è razionale è reale.
   Il Croce, come tutti gli hegeliani o hegelianoidi di tutti i paesi, abusa un po' troppo di quelle espressioni, le quali, se possono avere un senso finchè si riferiscono a stabilire l'identità di ordini particolari di fatti — a cui si riduce poi tutto il lavoro di generalizzazione delle scienze — perdono ogni significato quando son impiegate a proclamare delle identità fra, termini non più semplicemente generali ma addirittura universali. Ad esempio la frase famosa di Aristotile che l'uomo è un animale che ride e che ogni animale che ride è un uomo ha un senso perchè i concetti di un uomo, di animale e di riso sono concetti generali (cioè concetti che comprendono classi limitate di fatti) e non concetti universali (cioè concetti che pretendono ricoprire tutti i fatti possibili e immaginabili). Quando invece si dice, come il Croce, che ogni realtà è idealità e ogni idealità è realtà, si dice una cosa che non ha senso, perchè siccome non si può pensare che esista (cioè che sia reale) qualcosa che non è reale, e d'altra parte si afferma che il reale è identico a quello che si pone quasi sempre come suo contrapposto, manca completamente qualunque termine diverso dalla realtà che ci serva a distinguere il reale da ciò che non è reale, cioè che ci faccia comprendere cos'è il reale. In questi casi o si continua a credere, malgrado l'affermata identità, che i due concetti corrispondono a qualcosa di concretamente diverso, almeno in parte (ad es. colla famosa frase: manifestazioni diverse di una stessa cosa) allora la formula è falsa perchè le diversità reali, anche minime, non si distruggono con una copula - oppure, ammesso che si tratti veramente di una sola, unica e identica cosa, non si fa altro che avvertire paradossalmente che c'è una parola superflua e la grande rivelazione filosofica si riduce semplicemente a proporre un'aggiunta al dizionario degli omonimi.
   Questi Lineamenti di una logica risentono terribilmente di questa abitudine di filosofare, nella quale la piacevole simmetria del suono, e la seduzione di una specie di ritmo favorevole, fra parentesi, alla suggestione — hanno assai più parte che non la preoccupazione di dire delle cose che abbiano un senso. Un prodotto genuino di questa maniera è il concetto puro, che dovrebbe informare e animare tutta la Logica del Croce.

II.

   La Filosofia, secondo il Croce, sorge «come arte dell'arte, come poesia della poesia, contemplazione dell'eterno» (104) e nella sua ricerca dell'uno «pone gli universali e gli universali di universali» (28). La logica, poi si presenta come «filosofia della filosofia» (25) e cerca il «concetto del concetto», che non è altro in fondo che «la definizione del concetto». (23) Tutto questo potrà sembrare forse un po' misterioso, ma il Croce non si limita a queste indicazioni circa l'oggetto primo della sua Logica. Il concetto puro, dunque, è «il pensamento dell'universale» (18) cioè per eccellenza il non individuale, il non particolare (19) ed anche il non collettivo (19). Esso rappresenta l'unità nella diversità (26) ed equivale allo spirito, il quale è l'eterno nel transitorio, il noumeno nel fenomeno (103) e «contiene ín sè l'esigenza del pensamento dell'unico concetto, del concetto dell'uno, che è uno appunto perchè è insieme molteplicità di determinazioni» (32). E non basta ancora: il concetto puro è forma perchè universale (9) è parola, per quanto non sempre la parola sia concetto (23) equivale a proposizione o giudizio (23) e non è niente di diverso dalla legge (72) e dalla causa come s'intende in filosofia (73). Facendo un po' di generalizzazione si trova che due sono i caratteri del concetto puro: l'universalità (nel quale rientra anche il fatto di esser legge e causa), e formalità. Questa concezione — per quanto non immune da alcune strane contraddizioni 2 - sembra molto netta e omogenea e nasconde i suoi misteri sotto una specie di lucida e disinvolta sicurezza.
   Il carattere del concetto puro si scorge meglio quando si vede la distinzione che il Croce vuol stabilire


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fra esso e quello ch'egli chiama lo pseudocancetto ch'è il solo che adoprano gli scienziati e il solo che considerano i nominalisti. Lo pseudo concetto cioè non è universale, ma è una rappresentazione forzata a funzionar da concetto (18) e implica ed esige l'esistenza, anteriore e contemporanea, del concetto puro (19) come pensava anche il Lotze (120).
   Siamo ancora, come si vede, all'antico contrasto fra nominalisti e realisti. Il Croce, però, non è del tutto antinominalista: egli ammette l'esistenza di quelle formazioni ottenute coll'astrazione e di cui si servono gli scienziati, ma soltanto dice che quelle non sono i concetti veri, i concetti puri, ma «concetti falsi e impuri» (19).
   Sull'esistenza, dunque, di quelle che gli scienziati chiamano idee generali, non c'è da discutere. Da discutere è soltanto l'esistenza degli altri concetti, dei veri concetti, dei concetti puri. Bisogna confessare, a questo punto, che il Croce non si occupa minimamente di dimostrare questa esistenza. Egli suppone continuamente che l'esistenza e l'intelligibilità di questo genere di concetti non possan venire neppure contestate. Eppure io ho fatto, sinceramente, tutti gli sforzi che ho potuto per pensarli e non ci son riuscito. Mi pare anzi che i loro due caratteri sian quelli stessi dell'incomprensibilità. Infatti il concetto puro è, come abbiamo visto, il «pensamento dell'universale» cioè di quello che comprende tutte le cose, cioè che non si può distinguere per definizione da nessuna altra cosa, vale a dire che sfugge all'esigenza elementare di ogni conoscenza: la contrapposizione: «we only know anything, by knowing it as distinguished from something else» 3, ha scritto quello Stuart Mill del quale il Croce parla con tanto ingiusto disprezzo.
   Invece il Croce, insistendo sul carattere formale della logica, fa intendere chiaramente ch'egli esclude la materia, il contenuto del fatto logico perchè è proprio quello «che individua i fatti, e distingue, per esempio, il pensiero a dal pensiero b, dal pensiero c, dal pensiero d e così via» (9). La logica, egli afferma, «ha per oggetto il pensiero in universale, qual che sia il contenuto» (9).
   Il concetto, cioè, dev'essere formale perchè dev'essere universale, e abbiamo visto che l'universale è l'impensabile. Infatti se il concetto del Croce non è soltanto parola, cioè non soltanto suono o segno, e questo egli nega assolutamente sostenendo che bisogna considerare il linguaggio nella sua concretezza (15), bisogna pure che ci sia in noi qualcosa mentre pensiamo un concetto puro. Ora, per quanti sforzi io faccia, non riesco a pensare, quando penso un concetto che qualcosa di particolare che si riferisce a quel concetto, accompagnato dalla credenza che quel particolare lì somiglia in certe sue parti ad altre immagini particolari che potrei evocare nel posto suo, e inoltre accompagnato, in certi casi, dalla previsione delle mie reazioni a queste immagini e a quelle che loro somigliano.
   Nella mia testa esiste dunque:
   1) un gruppo di rappresentazioni particolari più o meno definite e complete;
   2) un insieme di credenze sulla possibilità di poter riconoscere vere, all'occasione, certe qualità delle rappresentazioni presenti anche per altre non presenti ma riconosciute simili.
   Il concetto assolutamente puro e universale, la forma priva di qualsiasi contenuto, io non riesco a vedere a che cosa può corrispondere nella mia mente.
   Quello che io dico, mi risponderà il Croce, si riferisce evidentemente agli pseudo concetti. Ma se voi ammettete, replicherò, che si possa descrivere ciò che contengono, oltre le parole, gli pseudo concetti perchè non descrivete ciò che corrisponde nel nostro spirito quando parliamo di concetti puri? Un assoluto universale, una pura forma non so a cosa possano corrispondere tra i fatti psichici, se non sono davvero unicamente segni e suoni.
   Il Croce cerca di far intender meglio la natura dei concetti puri affermando che sono necessari per costruire anche gli pseudo concetti. Ma tutta la dimostrazione si riduce a dire che la cosa è «evidente» (19) e ad una citazione di Lotze (120) il che veramente è troppo poco, perchè uno per il quale ciò non sia punto evidente — e questo è il caso mio — non ha proprio bisogno di ricorrere al concetto puro per spiegarsi l'origine delle prime astrazioni, le quali derivano dalla descriminazione parallela del simile e del dissimile, la quale è una operazione del tutto empirica e non esige, mi pare, la presenza di nessun anticipato «pensamento dell'universale», il quale, se pure è possibile, è sempre un resultato tardo e non mai un inizio.
   Ma questa teoria del Croce della quale si attende una dimostrazione — è illuminata un poco dalla paternità del concetto puro. Questo è necessario per fare gli pseudo concetti, (19) e «in fondo a ciascun di essi — scrive il Kuno Fischer del quale il Croce fa proprie le parole — si trovano giudizi o sintesi, che contengono elementi non empirici ma a priori, non rappresentabili ma solo pensabili. E questi altri sono i veri concetti...» (116-117). Cioè il concetto puro


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è quello che permette la formazione dei concetti empirici, compie, cioè, una funzione molto simile all'a priori kantiano, mediante il quale soltanto è possibile la conoscenza. Ma il concetto è anche «la sola categoria» (86) e la ricerca delle categorie è «tutta la filosofia» (86) come pensava all'incirca anche Hegel. Il concetto puro del Croce potrebbe essere dunque il figlio dell'a priori kantiano ammogliato colla categoria hegeliana: sarebbe l'Euforione nato dal connubio di una forma vuota e di per sè impensabile, perchè pura forma, e di un concetto unico, cioè solo, e per questo impensabile. Se tale è davvero la genealogia — e date le simpatie filosofiche del Croce è facile supporlo —il figlio non ha tralignato. Generato da due inconcepibili non poteva fare a meno di essere un «nome vano senza soggetto»

III.

   Forse farei bene a fermarmi qui, perchè dimostrata la non intelligibilità del concetto puro, tutta la Logica del Croce viene ad esser giudicata 4. Ma non posso trattenermi dal dire ancora qualcosa perchè non paia che voglia tenermi — contrariamente al mio programma — troppo sulle generali.
   Prendiamo dunque, un punto particolare: quello dei giudizi esistenziali o giudizi storici. Tempo fa il Croce metteva addirittura la storia fra le arti. Ora, sembra che il suo pensiero abbia un po' mutato a questo proposito. La storia non è un'arte vera e propria perché non è composta di pure intuizioni estetiche, ma neppure è una scienza perchè non è fatta di concetti puri. La storia è fatta di «giudizi individuali» i quali hanno la proprietà di essere esistenziali (46) e sí possono chiamare addirittura «proposizioni storiche» (52). Esse non sono una nuova forma teoretica, da mettersi accanto all'intuizione o al concetto (48) ma sono il ripensamento delle proposizioni estetiche mediante le proposizioni concettuali (52).
   Il Croce afferma che non si tratta di un incrocio o miscuglio delle due (52) ma qualche pagina avanti egli dice che «solo nel giudizio individuale sì ha una diversità di elementi, intuitivo ed intellettuale, rappresentazioni e concetti, che il giudizio unifica» (46) il che mi sembra alludere chiaramente a una miscela, se non a una combinazione. Perchè e in che modo avviene questa unificazione? Cosa significa questo «ripensamento» che dovrebbe risolvere l'enigma? Il carattere delle intuizioni è di essere particolari, quello dei concetti di essere universali: come potrà la forma dell'universale ripensare il particolare? Qualche trasformazione deve pure avvenire, altrimenti questi giudizi sarebbero una semplice sovrapposizione e non il resultato di una unificazione. Di che genere, dunque, è questa trasformazione? Il concetto riflette sull'intuizione ma in qual modo? Non certo riducendo le intuizioni a concetti perchè allora non si farebbe più storia ma scienza dello spirito umano — non esprimendo le intuizioni colle forme dei concetti perchè questo, secondo le stesse teorie del Croce, non è fattibile — non giudicando le intuizioni perchè lo storico deve raccontare e non premiare o biasimare.
   Accettando che il giudizio citato dal Croce «questo è un cane» è storia, perchè include una rappresentazione e un concetto, allora dovremmo mettere non più la storia nell'arte ma l'arte nella storia, perchè anche l'arte, e l'ammette anche il Croce per la poesia, è storia (53) e tutti sanno ch'essa pure è piena di parole che indicano concetti generali. Ma a codesto modo tutto l'edificio pericola, perchè se l'arte è storia, cade la distinzione tra intuizioni e giudizi storici, e perciò tra estetica e storiografia, e se il concetto ha parte nei giudizi storici significa che il concetto è un elemento dell'arte, il che non so fino a che punto possa essere accettato dal Croce.
   Prendiamo ancora un altro punto: la distinzione tra il teorico e il pratico. Il Croce ha un sacro orrore, tutto filosofico, per tutto ciò che serve all'azione: ciò ch'è utile a qualcosa è ai suoi occhi indegno, inferiore, trascurabile, colpevole.
   «La tecnica è per l'azione — egli dice — e non per la ricerca della verità» (12) come se per agire non bisognasse procurarsi previsioni vere! La logica matematica «si riduce» tutt'al più, a render più facile la comunicazione della scienza e la scoperta degli errori» (4,3) come se questi non fossero appunto gli unici e più importanti suoi scopi e non siano perciò distrutte tutte le critiche che ad essa egli muove!
   Le conoscenze convenzionali di comodo «non sono veramente conoscenze, sono impure, improprie, erronee, irrazionali» (63) come se tutto ciò ch'è utile fosse utile perchè falso e come se il vero, per conseguenza, avesse la bella qualità di non servire a nulla! Uno strumento serve in quanto è fatto per adattarsi a certi caratteri della realtà, altrimenti non agisce. Certe porti di scienze sono convenzionali, ma ciò non significa che delle convenzioni qualunque possano ottenere gli stessi resultati.
   Le rappresentazioni generali, dice ancora il Croce, «non ci fanno contemplare la realtà o intenderne la natura, ma ci dànno il modo di maneggiare prontamente


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le nostre conoscenze» (65). Ma il pragmatismo ha mostrato, mi sembra, che noi contempliamo la realtà unicamente perché vogliamo maneggiarla, e che intendere la natura non può avere altro significato che trovare delle leggi, cioè, la possibilità di previsioni e di azioni.
   Insomma il Croce crede che oltre la conoscenza la quale serve ai bisogni pratici ci sia quella dello spirito conoscitivo puro, e che la scienza sia qualcosa di più che un mezzo o che un espediente. Ma toccherebbe al Croce mostrarvi quali sono i prodotti di questa conoscenza pura e intatta della realtà. È forse la filosofia? E allora, se tutta la filosofia è come la teoria del concetto puro, Dio ci salvi da tanta inutile e incomprensibile purezza! Il Croce stima poco le conoscenze che servono a qualcosa — ma io non stimo affatto quelle che non significano nulla e non servono a nulla 5.


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