Articoli di Giovanni Papini

1905


in "Schermaglie":
Dal "Leonardo" agli Etruschi

Pubblicato su: Leonardo, anno III, fasc. 16, pp. 67-68
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Data: aprile 1905




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   I tempi si avvicinano in cui il Leonardo dovrà scomparire per sempre. La sua popolarità diviene ogni giorno più inquietante. Troppa gente comincia ad occuparsi di noi, troppi battezzieri e troppi apostoli sorgono ai nostri fianchi.
   I lettori dei giornali quotidiani e delle riviste straniere hanno già qualche sentore della nostra esistenza — i professori di filosofia s'infiltrano a poco a poco tra i nostri abbonati — i venerabili patriarchi della scienza si chinano sul nostro letto per scoprire la natura dei nostri mali. La fortuna ci carezza, la popolarità ci guata da lungi, la scuola si prepara: la situazione non potrebbe essere più pericolosa e più spaventosa.
   Siamo prossimi al punto in cui soltanto uno stoico suicidio potrà salvare il Leonardo dall'ultime vergogne. Finchè i giornali e le riviste si tengono nel dovuto riserbo e non dicono che qualche parola di simpatia, come la Vjesy di Mosca, la Gazeta Polska di Varsavia, o l'Aftonbladet di Stoccolma, o il Campo di Torino, o la Rivista di Psicologia di Bologna, o la Voile Latine di Ginevra si può ancora tacere.
   Sono parole ed elogi che non ci possono compromettere. Ma quando alcuni buoni amici nostri vogliono parlare un po' di noi, vogliono descriverci, definirci, catalogarci, prevederci, allora comincia il pericolo. E non solo il pericolo ma anche la confusione.
   Per la Revue, du Nord, ad esempio, la nostra rivista «a la saveur du Sturm und Drang Periode allemande, mais elle est plus latine et moins litteraire» (decembre 1904, pag. 28). Per il Mercure de France (febbraio 1905) il Leonardo «est le seul periodique de philosophie digne d'être lu en Italie» ma non rappresenta che «une lutte raisonnée et ailée contre la tyrannie positiviste», una «rivolte individualiste contre une philosophie mourante.» Emilio Bodrero, in un lungo e dotto articolo del Giornale d'Italia (8 febbraio 1905) ci presenta invece come una nuova colonia di sofisti ateniesi naviganti verso «un idealismo cosciente e pratico» e verso «uno scetticismo pratico» ma rifugiati per il momento «nel positivismo di un'estetica.» Gli scrittori della Luce e Ombra (1 marzo 1905, p. 154) trovano invece che la nostra rivista «è improntata ad un trascendentalismo filosofico» e che rivela «una passione profonda del ministero.»
   Che siamo dunque? Dei romantici o degli scettici? Dei trascendentalisti o dei sofisti? Degli individualisti o dei mistici? Degli idealisti o dei distruttori? Qualcosa di tutto ciò oppur tutto?
   Il solo, mi pare, che si sia accostato di più allo spirito leonardesco è stato un giovane che non conosciamo Aldo De Rinaldis, che ha consacrato al Leonardo nel Pungolo di Napoli (8 marzo 1905) un articolo pieno di amorosa penetrazione. Egli ha trovato le parole esatte per segnalarci: siamo, egli dice, dei pellegrini e dei minatori. Dei pellegrini che cercano nell'ampiezza, dei minatori che cercano nella profondità mobili, instabili, incontentabili, diversi, molteplici, lucifereschi e francescani, amatori di moto, assetati di pace.
   La fine di questi pellegrinaggi e di questi scavi non può essere che la grandezza o la follia. Il nostro ignoto amico lo sente e si chiede: «Ma verso quali culmini non mai raggiunti, verso quali isole felici s'incamminano essi, nervosamente ed ansiosamente, nei rapidi viaggi? Quali orizzonti ci discopriranno volando con ali di falco, o qual manicomio li attende?
   Intanto, o caro e ignoto amico, gli psichiatri ci sono attorno (forse fiutando la preda futura?). Dopo Enrico Morselli è la volta di Cesare Lombroso. Il fratello risponde al fratello. Nell'ultimo numero dell'Archivio


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di Psichiatria (vol. XXVI, fasc. I-II, p. 176) è comparsa una breve recensione della lettera aperta rivolta a me da Morselli e alla quale risposi nel numero di novembre. La recensione è firmata C. L. e la riporto intera colla religiosa fedeltà che merita una tanta prosa:
   «Morselli da qualche tempo tace, ma quando si sente la sua voce è ruggito di leone. Tale è questa piccola monografia in cui parla di quella povera scuola, o meglio diremo setta di Firenze che mette capo a Papini e consimili, i quali senza aver creato mai nulla del loro, credono di farsi grandi o di farsi credere grandi sparlando di Ardigò, di Haeckel, di Sergi etc. e sopratutto di Spencer. Povere vestigia di vecchie scuole inacidite e fossili che danno torto a Galileo (!) per seguire S. Bernardo (?) che sparlano di Comte (?) e lodano un tal ignoto Schiller inglese. Dall'acuto antropologo com'è il Morselli avrebbe potuto trovarne le cause nell'antica eccessiva religiosità degli etruschi e nell'esaurimento in cui quattro civiltà (!) fiorenti con eccesso di geni ha ridotto la Toscana che ha dato in un'epoca più geni che tutta l'Europa unita ed ora ne paga il fio».
   I padri nostri toscani son dunque i veri colpevoli dell'abbominio del Leonardo. Noi siamo religiosi perchè i nostri antenati sono stati troppo religiosi, ma però non siamo geniali perchè i nostri antenati sono stati troppo geniali.
   La profondità di questa logica positiva ci sfugge completamente. Ma non vogliamo prendercela per questo col professore Lombroso. Anzi vogliamo offrirgli in dono una piccola informazione d'indole statistica che lo interesserà certamente: dei 25 scrittori del Leonardo soltanto 8 son nati nella terra degli Etruschi.....


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