Articoli di Giovanni Papini

1905


in "Alleati e nemici":
Come sta di salute il positivismo
(Per Roberto Ardigò e Giuseppe Tarozzi)

Pubblicato su: Leonardo, anno III, fasc. 15, pp. 38-39
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Data: febbraio 1905




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   Roberto Ardigò non ha voluto rispondere direttamente al Leonardo. I numi non scendono più a comunicare coi mortali e Roberto Ardigò è ormai rapito all'undicesimo cielo nella gloria del suo olimpo padovano.
   Roberto Ardigò ha dunque risposto al Leonardo indirettamente ma ha risposto; e di ciò bisogna lodarlo un poco. Il vecchio duce esibito dall'Espinas e dal Groppali come il creatore e il reggitore del positivismo italiano non poteva restar sordo dinanzi alla rivolta che da varie parti si prepara contro di lui o contro ciò che egli ama. E allora egli ha incastrato in un suo scritto sul Volere (Rivista di filosofia e scienze affini, novembre-dicembre 1904, 354-362) un tentativo di risposta a quello che noi abbiamo scritto contro di lui e contro il positivismo.
   Egli ricongiunge questa reazione idealista (pensando forse ai Chiappelli e ai Cervesato) col bisogno religioso, e dipinge i nemici del positivismo come i «difensori gelosi del sentimento atavistico offeso» (354) il che implica che Roberto Ardigò non presenta traccie di atavismo e che tuttociò ch'è antico è da gettarsi via, soltanto perchè appartenne agli avi. Ora, proprio nella stessa pagina, l'Ardigò ammette l'esistenza di un «fondo ultimo delle cause dei fenomeni», adottando così una delle più antiche superstizioni ataviche della mente umana, quella che consiste nel credere che ci sia qualcosa al di là di ciò che si conosce, cioè di quello che è!
   Ma c'è un'altra causa di questo antipositivismo ed è a proposito di questa che l'Ardigò allude evidentemente agli scrittori del Leonardo. Questa causa consiste nella concezione «stranamente falsa» che noi ci facciamo della filosofia, la quale non è, per noi, «una scienza come quelle naturali» ma «una costruzione individuale al di fuori di tutte le scienze, prodotto solitario di un cervello eccentrico, nebbiosa visione apocalittica, ecc., ecc.» (355) cioè un gioco e un'arte.
   Per l'Ardigò questa concezione è falsa e per quali ragioni? Non ne trovo che due: che la filosofia intesa a quel modo è scritta bene ed è variata. Cioè l'Ardigò ritiene come filosofia vera quella ch'è noiosa, ch'è scritta male e che resta sempre la stessa. Tediosità e immutabilità sono, per confessione dello stesso Ardigò, i caratteri della vera filosofia, cioè della sua filosofia.
   E veniamo, ora, alle ragioni che l'Ardigò oppone a quelli che non veglino saperne di positivismo.
   Le accuse che hanno fatto più impressione sul papà del positivismo italiano pare che siano state tre:
   a) l'accusa di non dare la «ragione ultima delle cose» (354);
   b) l'accusa di monismo, cioè che «il positivismo è una dottrina semplicistica e fondamentalmente pregiudicata in quanto pretende di far derivare la realtà, risultante da un complesso di coefficienti, da un coefficiente solo» (356);
   c) e l'accusa che il positivismo non ha «il privilegio di procurare alla scienza dei dati sicuri e non riformabili ulteriormente» (356) cioè l'accusa d'instabilità e di variabilità.
   Quanto alla prima l'Ardigò, il quale pure ha criticato il noumeno kantiano e l'inconoscibile spenceriano e scrive a poche pagine di distanza che la psicologia è oggi «libera dal pregiudizio del noumeno» (360) ammette che esista questo «fondo ultimo» o questa ‹ragione ultima» delle cose, e che esista anche «la causa e la essenza prima». Soltanto tutte queste belle cose resteranno sempre «un mistero» (355).
   Ma non è quello che dicevano precisamente il Kant e lo Spencer? Anch'essi non ammettevano questo fondo misterioso, primo o ultimo che sia, il quale mai si svelerà all'intelligenza umana? Se il positivismo di buona qualità ha avuto un merito è stato precisamente quello di affermare non l'impossibilità di certe risposte ma l'inconcepibilità di certe domande. Quando il Comte scriveva: «il faut se borner à la recherche des unìformités des phènornènes» egli portava già in germe tutto l'apriorismo ch'è venuto dopo, perchè delle bornes presuppongono sempre qualcosa al di là di loro e che non si può conoscere. L'Ardigò, invece di essere più radicalmente positivista su questo punto, come pure aveva accennato combattendo il Kant e lo Spencer, non è ancora saputo uscire per suo conto da quella ridicola posizione che rimprovera agli altri e per difendere il positivismo, dottrina filosofica generale, va a tirar fuori le scoperte delle scienze particolari. Giacchè quali sono le scoperte «importantissime» della filosofia positiva?
   Quanto all'accusa di monismo l'Ardigò risponde in un modo curioso, confermandola e ripetendola. Almeno così capisco da quel che segue: «La scienza procede scrupolosamente coll'analisi del singolo fatto, del quale prima possa impossessarsi, e della legge particolare che lo riguardi. Se poi le si presenta il destro, procede allo stesso modo con un'altra particolarità. E così via sempre, da semplice a semplice. E non c'è altra via per accertarsi di ciò che possa affermarsi. Non è mica quindi il semplicismo della ricerca, che sia da condannare, che anzi è da esigersi. Il semplicismo da condannare è solo quello dei saputelli, i quali, venuti alla conoscenza di un vero particolare, con questo si argomentano di spiegare la stessa infinità delle cose» (356). Da tutto ciò si imparano due cose molto importanti: che ci può essere conoscenza del singolo, da semplice a semplice e che i monisti, tra quali è l'Ardigò, sono dei saputelli. Molti rallegramenti per la spontanea confessione!
   A questa questione del monismo è attaccata quella dell'«identificazione del fisico col morale» (358) la quale è data, dice l'Ardigò «dalla osservazione e dall'esperimento» (!) Ma non è vero, continua l'illustre uomo, che tutto l'essere si riduca alla materia. «Il dato fisico è parallelo al morale; questo al fisico» (358). Dunque il solito parallelismo che non spiega nulla? Nossignori. C'è qualcosa «che viene, in ultimo a manifestarsi sotto una forma e sotto l'altra» (358) cioè qualcosa che si manifesta come spirito e come materia, che sovrasta allo spirito e alla materia. Ed eccoci di nuovo al monismo più sfacciato, rieccoci all' «atavistica» sostanza di Spinosa, o al «romantico» Assoluto di Schelling.
   E veniamo all'ultima accusa, a quella che nel positivismo si disdicono spesso dottrine prima avanzate. L'Ardigò trova, per rispondere due scuse: che lo stesso accade anche per le scienze naturali, e che il positivismo non è responsabile delle «elucubrazioni» di chi si professa filosofo positivista (357).


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   Le due scuse sono, come ognun vede, due ferite all'amor proprio del positivismo. I positivisti hanno voluto bandire la metafisica per la mutabilità e si son voluti accostare alle scienze naturali per la loro stabilità. Oggi un capo di positivisti viene a confessarci che anche le scienze sono variabili e che perciò anche la filosofia che se ne trae è variabile. E dov'è allora quel carattere di cosa sicura e definitiva che voi prometteste alla filosofia? Se non esiste neppur quello perchè rinunziare alla metafisica la quale, almeno, è tanto più piacevole?
   E per quale ragione il positivismo non è i «positivisti»? Dove risiede mai questa filosofia misteriosa che vive al di fuori di chi la costituisce? Filosofia positiva è, credo, quella che si ricava da ciò che i positivisti hanno di comune ed é appunto verso questi caratteri comuni che la maggior parte delle nostre critiche son rivolte. Comprendo che si sacrifichi un individuo a un gruppo ma si dovrà sacrificare tutto il gruppo, il positivismo, a quello che sostiene, per esempio, il professore Ardigò?
   Il quale afferma visibilmente di sè ch'è riuscito «colla severa e perdurante disciplina della logica a svestirsi interamente delle ubbie suggestionate dalle vecchie e tradizionali dell'ambiente» (361). Ma se io posso ammettere che egli abbia gettate via certe ubbie per fare il posto a certe altre non sono abbastanza convinto della sua familiarità colla logica e queste sue risposte ce lo mostrano qual'è sempre stato: cattivo ragionatore e cattivo espositore. Ma siccome l'Ardigò è amico dell'esperienza voglio portarne le prove. Ecco dunque com'egli pensa: la elettricità non è «altro che un ritmo vibratorio speciale e analogo perciò all'essere di tutte le altre forze fisiche congeneri» (357). Ed ecco come spiega: «La trascendenza quindi fra la sostanzialità autosintetica (psichica) e la eterosintetica (somatica) non è altro che il differenziarsi nella medesima psiche del gruppo delle fenomenalità delle sensazioni interne dal gruppo delle fenomenalità delle sensazioni esterne» (331). E guai a dire che Roberto Ardigò, che non sa nè pensare nè scrivere, non è il «principe dei moderni filosofi italiani»!

* * *

   Il Prof. Giuseppe Tarozzi non risponde al Leonardo ma risponde a me, che mandai da Ginevra, a un giornale di Roma, una breve corrispondenza sul 2° Congresso Internazionale di Filosofia. In un articolo comparso nella vecchia Nuova Antologia del 1° novembre 1904 egli si duole, come il suo glorioso e venerato maestro, di quello che si dice tramonto del positivismo e si studia di persuadere, non tanto gli altri quanto sé stesso, che il tramonto è ancora lontano e che i corvi o i falchi del malaugurio hanno torto.
   Il Tarozzi non è uso a risparmiar le parole ma questa volta, con parchezza insolita, riesce a dire in sette grandi pagine (108-115) ciò che crede di dover dire in sua difesa e in difesa dei suoi compagni. Ed è questo: che il Congresso di Ginevra si è occupato soprattutto delle questioni che riguardano la scienza, e che la filosofia della scienza è stata iniziata dal positivismo e non va contro di lui. Il problema scientifico di domani sarà quello della previsione e su questo il positivismo «sarà sempre ben armato» (115).
   Intendiamoci dunque, ancora una volta. Dire che una certa cosa e stata originata da un'altra non significa provare la concordia delle due cose. Molte volte i padri non hanno peggiori nemici dei figli. Accade anzi che i germi della dissoluzione si trovino quasi sempre dentro le cose che verranno dissolte ed è un fatto frequentissimo nella storia della filosofia (ad es, il materialismo sorto dalla sinistra hegeliana ecc.). Perciò non c'è niente di strano che la filosofia della scienza, anche se veramente è nata nel positivismo, gli si rivolti contro a distruggerlo.
   Che questo sia vero bastano a dimostrarlo tutti i lavori e gli indirizzi più recenti in fatto di dottrine della scienza e spero che sarà inutile citare al Tarozzi, professore d'Università, i nomi di Hemholtz, Hertz, Kirchoff, Mach, Cornelius, Kleinpeter per la Germania; di Stallo, Clifford, Pearson, Schiller, Dewey per i paesi anglosassoni; di Duhem, Poincaré, Milhaud, Les Roy, Wilbois per la Francia. Tutti questi scienziati e filosofi hanno dimostrato, contro l'obiettivismo naif del mono¬materio-evoluzio-positivismo, i caratteri di personalità, di transitorietà, di convenzionalità e comodità delle scienze, e perciò, di riflesso, spingendo alle conseguenze ultime l'empirismo fenomenista della scuola inglese, hanno spazzato via i romanzetti monisti, durwinisti e progressisti così comuni nella letteratura positivista e fatti, direbbe il Brewster, for idiotizing the people.
   E dopo questo il Prof. Tarozzi si armi pure per combattere attorno alla previsione. Il sottoscritto ha già fatto da tre anni un lavoro sulla teoria della previsione e in questo fascicolo del Leonardo si legge un inno all'ultimo profeta del Prometismo. Come vede, l'illustre professore, noi siamo pronti a tutti i combattimenti ch'egli può immaginare e stia sicuro che le nostre vittorie, se ce ne saranno, non saranno vittorie positiviste. Questa è, in questo momento, la più cara delle nostre previsioni.


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