Articoli di Giovanni Papini

1904


L'invasione germanica

Pubblicato su: Il Regno, anno I, fasc. 32, pp. 2-3
(2-3)
Data: 3 luglio 1904




pag. 2


pag. 3



  2

   È tornato Wolfango Goethe sotto le ombre antiche di Villa Borghese, e posa accanto a lui, come prima, Mignon, la dolce cantatrice. Ma non più, come nei tempi della sua vita mortale, egli è tornato come discepolo di più calma e nobile bellezza, come pellegrino in più sereno mondo, come ricercatore di umanità più vasta e divina di quella della sua terra. Torna, il poeta grande, finto in marmo da mano tedesca, per volontà del Signore tedesco, quasi a monito e segno della nuova Germania che scende in Italia non più scolara ma bensì maestra, non più ricercatrice di umana educazione ma largitrice di esempi e di doni ai degeneri latini. E Goethe par che dica dal suo piedistallo: Io son qua a ricordarvi qual opera germanica abbia saputo fare il mio popolo colla vostra materia italica.
   E non è più, questo Goethe imperiale, il calmo consigliere aulico, «araldo delle arti e delle glorie», il creatore dell'Ifigenia e il cantore bacchico delle Elegie Romane, ma sta a significare il predominio del suo popolo. E il suo popolo fa oggi più volentieri corazze che versi, e canta meglio gli Inni della rivolta che non scandisca i cori greci ed è perciò, questo Goethe letterato ed epicureo, il simbolo forzato dell'affannosa ed ipertrofica Germania affarista dei nostri giorni.
   Ed era ben giusto che in Roma pensasse Guglielmo a porre il segno della potenza del suo impero perché l'Italia è stata in questi ultimi trent'anni una delle provincie fedeli del germanismo, una delle colonie più docili dello sfruttamento teutonico. Poichè le invasioni germaniche non son finite nè son per finire.
   I Germani hanno seguito, come in agguato, tutte le vicende della nostra storia. Hanno incominciato colla furia delle orde selvaggie per divorare l'impero; son riapparsi, imperatori e condottieri, non più con popoli ma con eserciti, per sottomettere i papi, eredi dell'impero universale, e i comuni, eredi della latinità provinciale, ai loro voleri. E come la vittoria di Mario non tagliò il cammino ad Alarico, così Legnano e San Martino non impedirono l'ultima invasione. Ricacciati i popoli vennero i re colle armate, ricacciati i re vennero i dotti, i meccanici e i banchieri. Tenaci sono i Germani nè si scorano per poco. Le sconfitte non li distruggono ma le vittorie li moltiplicano. Si adattano ai tempi e seguono le correnti. Quando gli armati non valgono più essi mandano gli inermi dottori e gli astuti capitalisti. In ogni modo essi vogliono vivere sui paesi del sole e stimano il loro parco di bellezze e il loro orto di frutti.
   Il volere dei pontefici piegò e ridusse i primi barbari, il volere del popolo italiano cacciò gli ultimi barbari, ma l'Italia restò preda della Germania, Roma dovette subire la legge di Berlino e di Vienna. E incominciò tacitamente la terza forma d'invasione, quella che tuttora dura ed ingrossa.
   Le vittorie del 1870, che dettero alla Germania l'egemonia militare nell'occidente del continente europeo, parve che le dessero anche l'egemonia intellettuale ed economica. Ma così, in realtà, non fu. La Germania non è stata dopo il '70 la «patria dei pensatori» favoleggiata e celebrata dai romantici e l'ultimo dei suoi figli che ebbe un'influenza europea, il Nietzsche, apparve piuttosto figlio dì Gorgia di Voltaire o di Machiavelli, che non di Sigfrido o di Schiller. La sua letteratura, col nuovo impero, quasi finì coll'illanguidire e appena ora la sua poesia accenna a risorgere per opera di pochi ancora oscuri.
   E neppure conquistò, definitivamente, l'egemonia economica. Per quanto l'Inghilterra si lamenti della lentezza dei suoi progressi pure il suo commercio resta sempre di gran lunga superiore a quello della Germania e perfino la Francia mostrò, dopo la guerra, una solidità economica insospettata.
   Perciò la sua egemonia non poteva esercitarsi che su quei paesi più deboli e più servili, rispetto ai quali la Germania, pur intellettualmente in decadenza ed economicamente in crisi di sovraproduzione, potesse apparire grande e superiore e potesse esercitare in pace e comodamente la sua opera di sfruttamento. Uno di cotali paesi fu l'Italia la quale non risorta con un programma fermo e deciso capace di darle un posto nel mondo, debole e timida nella vita industriale moderna, abituata da due secoli alla servilità in fatto di cultura, subì l'invasione germanica senza neppur reagire, anzi invocandola salvatrice e redentrice delle sue sorti. Così incominciò l'infiltrazione tedesca ed essa continua, inavvertita, ma crescente, intorno a noi.
   Sembrerà ad alcuno ch'io esageri e che il mio nazionalismo mi travii nelle iperboli. Ma basterà ricordare alcuni fatti, raccolti qua e là, intorno a noi, nella vita quotidiana delle nostre città.
   Innanzitutto il numero dei tedeschi che abita l'Italia è divenuto più grande che per il passato. Milano è una città pressochè tedesca, tedesche sono in gran parte le fabbriche rappresentate e i loro rappresentanti, tedeschi i capi tecnici di molte officine, tedeschi i sostenitori di gran numero di imprese industriali. Brescia, dicono i giornali di Germania, sembra trasformata in città tedesca. La lotta fra Genova e Marsiglia è stata detta la battaglia tra un porto tedesco e un porto italiano. E infatti se a Marsiglia ci sono 100,000 italiani a Genova ci sono 5000 famiglie tedesche.
   E noi vediamo moltiplicarsi nelle nostre città le birrerie ove le kellerine teutoniche mescono birra di Monaco e di Pilsen; circoli ove si leggono giornali e riviste di Berlino, di Lipsia e di Francoforte; chiese protestanti a uso delle colonie germaniche, che portano scritto sotto il sole d'Italia le dure parole di Martin Lutero: Ein fenste burg ist unser Gott; corsi di lingua e letteratura tedesca fatti da tedeschi; biblioteche popolari ove i tedeschi possono ritrovarsi a leggere i loro libri. Se voi girate nei dintorni dì Milano, di Firenze o di Roma, sulla spiaggia di Napoli o sulle coste di Capri,


  3

vedrete, sulle porte delle nostre ville dei nomi teutonici; se percorrete un treno o visitate una galleria vi sarà difficile non scorgere la faccia occhialuta e la testa biondiccia di qualche suddito di Guglielmo o di Francesco Giuseppe. Ed è naturale che abbiano qua in Italia le loro società, le loro scuole e i loro istituti. A Roma hanno circoli artistici, società di soccorso, seminari, un Istituto storico, e un Istituto Archeologico ove Petersen e Hülsen stanno spiando i lavori dei nostri. E a Roma si sta ora costituendo un ginnasio tedesco, e a Firenze da pochi anni è sorto e lavora un Istituto tedesco per lo studio della storia dell'arte.
   E non basta che i Tedeschi vivano a modo loro e fra loro nel paese nostro, ma accade che noi italiani siam loro soggetti intellettualmente ed economicamente. Gran parte delle imprese industriali italiane sono in mani germaniche. La Banca Commerciale Italiana è fatta con capitali tedeschi, la società di navigazione Italia è tedesca, tedesche sono le società Schuckert, Siemens ed Halske etc. che hanno coperto d'impianti elettrici la penisola. Tedeschi sono gli inchiostri coi quali si stampano i nostri giornali e le nostre riviste (Berger e Wirth, Huber, Kast ed Ehìnger, Beit, Gleitsmann), tedeschi gli orribili fregi in stile floreale che fanno le delizie delle nostre tipografie di second'ordine, tedesche le macchine colle quali stampiamo i nostri libri o raffiniamo i nostri zuccheri. I becchi Auer e le macchine Singer entrano in tutti i nostri uffici e in tutte le nostre case; i motori Otto e Langen Wolff si moltiplicano nei nostri opifici; le automobili Mercedes e le biciclette Adler corrono le nostre strade, i piroscafi del Lloyd austriaco o del Norddeutscher Lloyd trasportano oltre Oceano i nostri emigranti e le nostre merci.
   Perfino l'industria del libro, questa industria così gloriosamente italiana, è dominio dei tedeschi. Scorrete un elenco di editori e librai nostri e troverete: Loescher, Hoepli, Seeber, Clausen, Drucker, Reber, Olscki, Detken, Rosenberg...
   Ed è facile e triste passare dai librai alla cultura. Fra gli insegnanti delle nostre Università troverete Moleschott, Schiff, Schupfer, Lustig, Schrön, tedeschi o d'origine tedesca. Se abbiamo bisogno di una storia di Roma antica ci fidiamo a Mommsen, per la Roma medioevale ci raccomandiamo a Gregorovius. Per avere una storia della letteratura italiana ci riduciamo a tradurre il Gaspary, per una storia dell'arte lo Springer, per un libro su Dante il Federn, per la storia dei papi il Pastor, per la Rinascenza il Burckhardt, il Voìgt, il Geiger, per le origini di Firenze il Davidshon, e quando vogliamo un libro d'insieme sull'Italia moderna facciamo una brava versione del Fischer. Per giudicare della scultura del rinascimento fiorentino non possiamo fare a meno del Bode, il quale, sotto sotto, arricchisce, a nostro scorno, il suo museo di Berlino; per far del rumore intorno a un crocifisso pseudomichelangiolesco si aspetta l'entusiasmo del Thode, per dichiarare il Trombetti un grande glottologo il senatore Graziadio Ascoli attende reverente il responso di Ugo Schuchardt. Intanto i giovini italiani vengon mandati in Germania a imparare fisiologia dal Verworn o psicologia dal Wundt o fisica dal Mach e i nostri studiosi (ne cito appena qualcuno a caso: Farinelli, Trombetti, Mussafia, Cesca, Orestano) scrivono libri e memorie in tedesco, e quando il Restori vuol pubblicare delle commedie spagnuole inedite è costretto a rivolgersi all'editore Niemeyer di Halle e il Mari per un trattato latino di metrica e ritmica deve ricorrere ad Erlangen. Se vogliamo fare delle collezioni di libri d'arte ricorriamo all'imitazione perfino tipografica della collezione Knackfuss, come uno dei grandi scopi degli organizzatori del nostro esercito è stato quello d'imitare anche nelle uniformi l'esercito prussiano. Ed è inutile ricordare, ormai, come la nostra critica sia impregnata di storicismo germanico, come la nostra filologia classica riceva il suo verbo dal Wilamowitz e dai suoi compagni ed epigoni, la filologia romanza dal Gröber e dal Meyer Lübke, come la nostra filosofia sia saturata di Kant e la nostra musica nutrita di Wagner. Perfino il più latino dei nostri poeti, Gabriele D'Annunzio, ha sognato sulle rive d'Albano una classica ripetizione di Bayreuth.
   E questi tedeschi si mischiano anche nella nostra vita cittadina: se a Prato l'autorità militare vuol vendere una fortezza la prima a protestare è la colonia tedesca, se a Firenze alcuni beneintenzionati signori hanno la triste idea di mettere in Piazza della Signoria una terza copia del David michelangiolesco, fioccano da Berlino i marchi per la riproduzione, la quale sarà fatta, naturalmente, sotto l'alta direzione dello scultore tedesco Hildebrand. E finiscono, questi pervicaci teutoni, col volerci togliere anche le nostre glorie ed ha, avuto gran fortuna in Germania il libro di Houston Chamberlain, Die Grundlagen des XIX Jahrhunderts, ove Dante, Leonardo e Michelangiolo son mostrati di stirpe tedesca. Ne forse è lontano il tempo in cui qualche filologo di Bonn o di Gottinga presenterà per tesi la germanicità di Tacito o la derivazione del latino da qualche dialetto sassone.
   E più potrei dire e più fatti portare. Un'inchiesta sull'influenza germanica in Italia darebbe resultati inaspettati. Perchè i Tedeschi sono lenti e prudenti e invece di scendere in torme urlanti come i loro padri scendono a poco a poco e senza rumore. Ma non sono meno temibili e terribili e se l'Italia vuol rifarsi una coscienza nazionale e risentire italianamente la sua storia e la sua arte e la sua vita bisogna, che si guardi da questi sorridenti nemici. Che si faccia realtà finalmente il motto superbo: L'Italia farà da sè! e che Giulio II ci ricordi il suo grido ellenico e latino: Fuori i barbari!
   Hanno narrato i giornali di Roma che per far posto al monumento di Goethe si dovettero atterrare alcuni alberi secolari. Questa strage di antichi alberi romani mi è parsa significativa della sorte dell'Italia contemporanea. Essa consente a dimenticare le tradizioni che emanano dalla sua terra per dar luogo agli idoli esotici. Un giorno, forse, il Dio della razza la punirà terribilmente, come un Geova vendicatore, per aver adorato le immagini degli dei stranieri.


◄ Indice 1904
◄ Il Regno
◄ Cronologia