(attribuito)
| Pubblicato su: | Il Regno, anno I, fasc. 27, pp. 3-5 | ||
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| Data: | 29 maggio 1904 |

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Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo questa lettera:
Roma, 20 Maggio, '04.
Chiariss. Signor Direttore,Leggo a pagina 3 del fascicolo 25 (15 Maggio) del Regno le parole che qui trascrivo testualmente: «Crispi è ancora il grande uomo il quale si serve dei denari dello Stato perchè sente di essere se non tutto lo Stato, almeno una gran parte dello Stato. Non fa il ministro solo per aver del denaro, ma anche per governare, per fare della politica religiosa, o della politica coloniale...»
Mi permetto di protestare contro questo giudizio che non ha fondamento di verità ed è la ripetizione d'ingiurie partigiane delle
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quali la storia deve fare giustizia, Il Regno ha fatto proprio, inconsciamente, credo, e senza esame una volgarità di coloro ch'esso combatte. Crispi «che si serve dei denari dello Stato» è un Crispi artificiale creato per abbattere una dottrina politica, è una figurazione della bestia demagogica, accreditata dalla bassezza intellettuale e morale dei sedicenti conservatori e liberali i quali, pur sapendo che Crispi teneva in pugno la bandiera della grandezza d'Italia, si allearono ai nemici di lui per vile tornaconto personale.
Delle accuso e delle persecuzioni contro cui l'antico lottatore quasi cieco e ottantenne, non potè reagire vigorosamente, nulla tuttavia rimane se non sia il ricordo disgustoso e l'onta per gli artefici del «pettegolezzo bugiardo e feroce» come lo chiamò il Carducci. Ma se il Regno diversamente pensasse, io lo sfido a dimostrare la verità, del suo asserto. Non rivolgerei davvero simile proposizione a chi per biechi fini denigrò Crispi vivente e, per far credere ad una buona fede che non fu mai, continua a denigrarlo ora ch'egli è morto.
Le sarò obbligato della pubblicazione della presente. Con tutta stima
dev.mo
PALAMENGHI-CRISPI
ex-deputato.
Abbiamo pubblicata ben volentieri, ripetiamo, questa lettera perché il periodo ch'é argomento della protesta del Palamenghi-Crispi («Lo scandalo della miseria» Regno, 15 Maggio) se può riuscire oscuro nella espressione non contiene alcuna intenzione d'ingiuria contro la memoria di Francesco Crispi. Al Palamenghi-Crispi poteva, anzi doveva bastare un dubbio, ma noi siamo ben lieti di toglier di mezzo anche questo.
E abbiamo pubblicato appunto volentieri la lettera perché ci offre l'occasione di manifestare intorno a Francesco Crispi un animo ben diverso da quello che di solito si mostra fra noi, un animo di ammirazione e di rimpianto.
Crispi é stato l'ultimo grande uomo di Stato che l'Italia abbia avuto. Uomo di stato intendiamo non nel senso diplomatico di prudenza equilibristica e di timidezza paziente in cui molti, troppi, lo intendono, ma uomo di Stato nel senso eroico e nazionale della parola. Egli é stato l'ultimo cioè a farè della politica italiana e della grande politica italiana, l'ultimo a sentire in sé stesso la coscienza forte della nazione, nel suo passato e nel suo futuro, al di là e al di sopra degli urli della piazza e dei pettegolezzi del retroscena.
L'uomo di Stato é grande in quanto sente sé stesso congiunto per mille legami all'anima della patria, che sente gli interessi del suo paese come interessi propri, che prova i dolori e le gioie e le speranze della sua stirpe come dolori, gioie e speranze dell'animo suo, ch'è insomma uno colla patria come il mistico è uno con Dio. La politica allora é l'elevazione di quest'anima, é l'ascensione di quest'uomo dal singolo all'universale, dai fatti del momento e dell'individuo ai fatti dell'eternità e dell'organismo.
E da questa sublimazione l'uomo di stato ritrae una vista più profonda delle necessità della vita nazionale. Poiché non basterebbe ch'egli fosse tutt'uno colla nazione. L'uomo di stato é guida e duce — esso deve dunque conoscere la via meglio e più di coloro che guida e conduce. Se così non fosse il suo ufficio sarebbe vano. Il politico ha da essere dunque, l'occhio e la voce di coloro che non vedono da lungi e di coloro che non possono e non sanno parlare. Dev'essere come la colonna di fuoco che conduceva per il deserto il popolo di Geova deve il luminare la via e segnare la meta.
L'uomo di stato é dunque la nazione, ma la nazione intensificata, elevata, inalzata al di sopra di sé stessa. Il suo compito é di sentire nazionalmente e di vedere innanzi.
Questo duplice compito fu inteso e adempiuto da Francesco Crispi. Vecchio cospiratore, vecchio soldato, egli era di quelli che avean fatto l'Italia e che sentivano perciò più forte l'amore per lei, come per un'opera loro, come un padre per la figlia che ha salvata dai nemici. Aveva il senso dell'italianità perché aveva vissuto per l'Italia in tempi in cui possedere quel senso era delitto. E da italiano che ricordava Roma egli non poteva pensare che l'opera degli italiani dovesse consistere soltanto nel rimettere insieme le membra sparse d'Italia. L'Italia doveva risorgere ma per agire nel mondo secondo la sua missione. Mazzini aveva sognato per la terza Roma una missione mistica, Crispi pensò per la terza Italia una missione realistica. Mazzini voleva la repubblica spiritualistica, banditrice di pace e di civiltà, Crispi vide o antevide che il mondo non era adatto per tali sogni e che l'unica missione che un grande paese possa proporsi è quello di farsi la sua parte di potenza e di ricchezza. E corse subito all'opera, appena n'ebbe il modo. S'egli non fu nè l'iniziatore dell'alleanza colle monarchie centrali né dell'impresa africana pure dell'una e dell'altra fu tenacissimo difensore e continuatore. Egli vide che l'Italia aveva bisogno anzitutto di sicurezza. La Triplice offriva la sicurezza all'esterno, l'espansionismo prometteva la sicurezza interna, procurando l'entusiasmo dinastico e militare, contravveleno eccellente contro lo spirito sovversivo, e potendo permettere in seguito una esportazione di uomini e di merci favorevole all'economia nazionale.
Il popolo ha bisogno di essere eccitato e di esser nutrito: e l'espansionismo può servire all'una e all'altra cosa. Quando sia fatto bene, s'intende. Ma è stolto accusare Crispi perché l'impresa africana non ebbe riuscita felice. Non fu Crispi che scelse il luogo né fu Crispi che volle ritirarsi e piegare. La guerra del 95-96 andò male perché tanto la piazza che il parlamento frammisero indugi, restrizioni e timori. Andò male non a causa di Crispi, bensì malgrado Crispi.
Egli aveva sognato per l'Italia la parte di grande potenza che contasse nel mondo non perché amica di tutti, ma perché nemica di qualcheduno, ché i nemici son tenuti in più conto degli amici. Egli aveva sognato per il Re d'Italia la corona d'imperatore d'Etiopia e di stendere il nostro dominio in quell'Africa che dominarono i padri Romani. Egli aveva sognato di essere il ministro grande di un Italia grande, il pilota dall'occhio di lince e dal pugno di ferro che conducesse il suo popolo verso più alti destini. Non per lui il poeta poteva piangere: Ah, non per questo dal fatal di Quarto....; non per lui doveva l'Italia fino agli ultimi anni restarsene impaurita in un canto, bizantineggiante Cenerentola d'Europa. Ma poiché era grande, la sventura doveva abbatterlo. L'odio dei piccoli l'accusò di megalomania, poiché per il cittadino di Lilliput sembra un mostro l'uomo comune. La calunnia, la rabbia, la sconfitta, il meditato scandalo amareggiarono i suoi ultimi anni.
Ma anche se Crispi non fosse puro del tutto dinanzi alla morale piccioletta del puritanismo cavallottiano noi
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continueremmo ad ammirarlo ed esaltarlo per la sua opera d'uomo di stato. Se quest'opera non ebbe in tutto fortuna non c'importa. Ci fu il sogno e l'intenzione, e in un paese in cui si temono perfino i sogni e l'intenzioni quando escono dal comune, queste basterebbero a spiegare il nostro entusiasmo.
Egli dette alla nostra prima giovinezza lo spettacolo dell'uomo che governa, nel pieno senso della parola, cioè che inizia, che fa e che vuole, che non si lascia impaurire o suggestionare dalla folla, che non conosce la compassione nei momenti delle tragiche necessità, e impone la sua visione di veggente alla mandria dalla corta vista.
Oggi l'uomo di governo è rappresentato da chi può governare soltanto perchè ha ridotto al minimo la funzione del governo, da un uomo il quale sa fare dell'equilibrio e dello spirito, ma non mostra nessuna spontanea e personale operosità direttrice.
Oggi la politica estera non è fatta da chi sa come l'ufficio del governante sia quello di non seguire le mobili e incerte volontà della folla, quello di vedere più forte e più lontano di coloro che deve dirigere ma da un uomo il quale in pieno parlamento ha dichiarato la subordinazione della politica internazionale al progresso delle idee umanitarie e alle simpatie della cosiddetta pubblica opinione 1.
1 Nell'ultimo discorso del ministro Tittoni alla Camera si leggevano queste frasi:
«Innanzi tutto l'Italia, mirando principalmente alla conservazione della pace non può fare una politica diversa. E poi conviene tener presente che nel mondo vi è qualche cosa di nuovo, si va compiendo una evoluzione per cui nuovi elementi intervengono nella politica degli Stati. Questi nuovi elementi sono il progresso delle idee liberali ed umanitarie, un più squisito senso della responsabilità nei governanti che li spinge a fare tutti gli sforzi per rimuovere le occasioni di guerra, e l'impossibilità per uno Stato moderno retto a libertà di impegnarsi in una guerra se non è secondata e sanzionata da una larga e sana corrente di pubblica opinione.»
Un uomo che popolareggia fino a questo punto ha perduto evidentemente ogni senso della funzione politica e della vita nazionale.
«Innanzi tutto l'Italia, mirando principalmente alla conservazione della pace non può fare una politica diversa. E poi conviene tener presente che nel mondo vi è qualche cosa di nuovo, si va compiendo una evoluzione per cui nuovi elementi intervengono nella politica degli Stati. Questi nuovi elementi sono il progresso delle idee liberali ed umanitarie, un più squisito senso della responsabilità nei governanti che li spinge a fare tutti gli sforzi per rimuovere le occasioni di guerra, e l'impossibilità per uno Stato moderno retto a libertà di impegnarsi in una guerra se non è secondata e sanzionata da una larga e sana corrente di pubblica opinione.»
Un uomo che popolareggia fino a questo punto ha perduto evidentemente ogni senso della funzione politica e della vita nazionale.
Per sentire la grandezza di Crispi bisogna ripensare a lui dinanzi ai mediocri che gli son succeduti, nei quali l'abilità e la modestia tengon luogo della volontà e dell'energia.
Noi ringraziamo il Palamenghi-Crispi di averci offerto il destro di scrivere queste cose sull'illustre parente suo. Come il nostro collaboratore notò la decadenza che dopo lui s'è avuta nella concezione del ministro come uomo singolo noi abbiamo voluto mostrare la decadenza del ministro come uomo nazionale.
Come italiani e come amanti della grande e forte vita nazionale noi ci auguriamo che sorga in Italia un secondo Crispi. Non gli chiederemmo che una cosa di più: di esser più fortunato del primo.
LA RIVISTA.
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