Articoli di Giovanni Papini

1904


Pescatori d'uomini

Pubblicato su: Il Regno, anno I, fasc. 17, pp. 2-3
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Data: 20 marzo 1904




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   Io ebbi, a Livorno, la festa di un tramonto meraviglioso. Pareva che in fondo al mare sorgesse un arcipelago di monti di rame e di fiamme. E su quel rosso s'inalzavano le ombre nere dei fari e passavano le vele tutte nere delle barche da pesca. Passavano lievemente, lentamente, misteriosamente, come fantasmi, come in un sogno. Il mare pareva dissolversi per la dolcezza in un chiarore evanescente, e le piccole navi lo solcavano ad una ad una, colla prora nera, collo scafo nero, colle vele nere, come tornassero da qualche divino funerale.
   Io pensavo, guardandole dalla riva e, come sempre, io davo un senso nascosto a quelle paranze, cercavo in loro una mia parola. Pensavo ch'esse tornavano al porto,

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in un tramonto, cariche di pesci rapiti al mare e la leggenda evangelica mi tornò alla mente, la leggenda apostolica dei pescatori di Galilea che una magica parola trasformò in pescatori di anime per il vasto mondo.
   Anche noi amici del Regno — pensavo sorridendo fra me dell'inaspettato confronto — siamo dei pescatori di uomini. Anche noi cerchiamo, colla nostra parola di risvegliare nelle anime infiacchite dei nostri contemporanei le antiche energie della vita e della razza, di ridare un senso alle parole che si ripetono senza più comprenderle. Anche noi vorremmo compiere il miracolo di far camminare i paralitici e di far vedere i ciechi e forse — chi sa? — di risuscitare i morti.
   Infatti noi ci ostiniamo a risvegliare una grande moribonda, la borghesia. Noi vorremmo che questa acciaccata padrona facesse ancora, dal suo trono, qualche atto di difesa, invece di accarezzare colla tremula mano ì rivoltosi che stanno per trarla all'ignominia fra oscene grida. Vorremmo che questa dominatrice desse l'ultima battaglia e che morisse — se dovesse morire — con l'onore della difesa e non con la vergogna dell'abbandono.
   Ora noi andiamo dicendo queste e simili cose per le città di Toscana e vogliamo che queste cose siano sentite e vissute e che queste parole siano solo un proemio letterario all'azione necessaria. E ci dicono, a noi pescatori di uomini, i savi che seggono sulla riva tra le fascie della prudenza: «Voi non farete niente, amici miei, voi non farete, con tutto questo, che della mediocre letteratura, della fraseologia appassionata, che sedurrà per un'ora e sarà dimenticata all'indomani. Voi giovani non fate che della senile accademia. La borghesia è troppo esaurita, troppo codarda, troppo borghese, perché possa darvi ascolto. Non troverete la via del suo cuore traverso il suo adipe costituzionale. Vi darà dei sorrisi ma non si muoverà dietro voi. Ci sembrate, a noi uomini della prudenza, una sottile avanguardia che va gettando le sue grida nel deserto senza che le belve se ne curino e gli agnelli vi seguano. Siete dei pescatori di uomini ma le vostre paranzelle tornano al porto, ogni sera, vuote e silenziose come ne sono uscite. Perché non vi fate piuttosto, giacché siete giovani, dei pescatori di donne?»
   Questo ci dicono i saggi sulla riva, col loro sorriso di libertini stanchi e di scettici canuti. E noi continuiamo a parlare e a dire e a scrivere, da veri sognatori che siamo.
   Le nostre barche a lutto continuano a uscire e rientrare nel porto e la pesca, sarebbe ben povera se non fosse ornata dalla nostra speranza!

   A Livorno, intanto, abbiamo trovato un uomo: Averardo Borsi. Uomo pratico, polemista felice, individualista senza sentimentalità egli ha compreso subito la portata di una delle nostre idee fondamentali, ed ha ammirata la nostra rude franchezza.
   «Il concetto fondamentale di queste vivaci conferenze di propaganda — egli ha scritto — è questo: i socialisti vogliono la lotta di classe? E lotta sia! noi l'accettiamo! Ma come i socialisti non possono pretendere che per lotta di classe s'intenda l'aggressione da una parte — la loro — e la inerzia dall'altra — la parte della borghesia — così la borghesia deve combattere e risvegliarsi dalla inerzia vile in cui é stata, cacciata e costretta da una minoranza turbolenta. I socialisti non possono pretendere che la lotta di classe sia unilaterale; magari troviamo legittimo che essi lottino contro la borghesia per conquistarle e strapparle il predominio, ma troviamo ancor più legittimo che la borghesia si difenda ed accetti con spirito e sentimento di combattività il concetto della lotta di classe. E la borghesia non può difendersi che in una sola maniera: offendendo a sua volta gli avversari.
   «Programma più logico e più semplice e più chiaramente espresso di così io non saprei vedere» aggiunge il direttore del Telegrafo, pur dubitando che noi possiamo riuscire a scuoter la borghesia dal suo torpore.
   Ma le sue parole ci bastano. Averardo Borsi non è un ideologo, un sognatore, un cortigiano di parole. Egli é un uomo di vita, che s'è formato da sé, senza maestri e senza scuole, col soffio della sua maremma selvaggia e col ritmo dei versi tempestosi dell'amico suo Giosuè Carducci. Egli è l'uomo di mondo e uomo di pratica ed ha visto che c'è nelle nostre idee qualcosa di più di una posa elegante, immaginata per far effetto e svanire. Ha compreso che sotto le nostre frasi c'é un reale desiderio di battaglia, c'è una passione di sincerità, un fuoco di fede che può forse spengersi, forse ardere. Si capisce che le signorine che preferiscono la letteratura sociale al flirt e all'amore, non trovino il suono della sincerità nelle nostre parole. Sono così abituate alla falsità letteraria che non distinguono più le voci della vita.
   Ci vogliono degli spiriti liberi, dei vecchi spadaccini d'idee, dei temerari senza debolezze per comprenderci. Di questi cominciamo a trovarne e ce ne rallegriamo. Andiamo passando dalla parola scritta alla parola detta, dalla carta stampata alla sala ascoltante. È già un principio di azione.
   I pescatori di uomini non torneranno più coi navitelli deserti — forse la loro piccola barca diverrà angusta e salperanno all'alba su navi più grandi con più fiere canzoni. E in bel tramonto sanguigno inalzeranno sopra i cupi triangoli delle vele la bella fiaccola della vittoria.


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