Articoli di Giovanni Papini

1904


La leggenda spenceriana. II

Pubblicato su: L'Idea Liberale, anno X, fasc. 11, pp. 184-186
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Data: 13 marzo 1904




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II.

L'individuo e il gruppo.

   Quando lo Spencer scese dalle alture della sua metafisica battagliante coll'incomprensibile e venne a considerare con maggiore chiarezza e con eguale profondità le cose della terra„ la vita degli uomini, egli non potè dimenticare, o meglio non potè perdere, quelle abitudini intellettuali che si erano rivelate nella sua speculazione.
   Anzi lo Spencer quelle abitudini la aveva portate nella sociologia prima che nell'ontologia ed egli, da uomo pratico, si era rivolto, fin dai suoi primi passi, verso la meditazione sugli aggruppamenti umani in quella Social Statics che apparve nel 1851 e sosteneva — ricordiamocene - la nazionalizzazione della terra. Ora chi si occupa di sociologia non può fare, per forza, astrazione dal gruppo e chi parla di gruppi deve tener conto di quello che c'è di comune tra gli individui che lo compongono, cioè deve fissar l'attenzione su quello che c'è di simile e deviarla da quello che ci può essere di dissimile. Deve essere, insomma, uno scienziato di collettività, un cercatore di affinità e di contatti più che di avversioni e di abissi.
   Le preoccupazioni prime dello Spencer indicano subito, dunque, il carattere fondamentale, del suo ego che fa di lui un antindividualista: l'amore dell'unione e della somiglianza.
   Parrà strana questa affermazione a coloro che sogliono considerare lo Spencer come il profeta dell'individualismo ad oltranza. Ma un individualista vero non scrive di sociologia, fa, tutt'al più delle confessioni personali, dell'alta mistica, o dei corsi di egotismo. Diremo che non tien conto degli uomini? Certamente che li considera, e non se ne apparta, perchè sarebbe un individualismo da talpe quello che consistesse nel tagliare una fetta del mondo, ma li considera come cose da servire, come strumenti da afferrare, come animali da sguinzagliare non come oggetti di scienza. In una parola fa della storia, non scrive della storia, vive la vita sociale non teorizza nella vita sociale: è Pandolfo Petrucci o Napoleone non Comrte o Spencer.
   Ma questi invece prescelse la via di studiare gli uomini e i loro atti e le loro relazioni. Volendo essere uomo di penna non scrisse di sè ma degli altri, volendo essere individualista non fece degli atti di vita ma scrisse dei libri sulla vita.
   Nè come uomo di parole nè come uomo di fatti egli fu, dunque, personale, individuo. Come scienziato si piegò dinnanzi ai fatti, come metafisico dinnanzi all'inconoscibile, come moralista dinnanzi al fatto immutabile delle leggi naturali. La sua filosofia si materiò di paura, d'ignoranza e d'obbedienza: grandi virtù al cospetto di Cristo, ma vizi tremendi rispetto a chi vuole la supremazia dell'individuo. Egli fu, nè più nè meno, che un falsario dell'individualismo.

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   La fama che lo Spencer abbia difeso l'individuo deriva tutta dalle sue critiche all'ingerenza dello Stato. Il filosofo inglese, infatti, è stato uno dei più tenaci assalitori della tirannia statale ed ha trovato perfino dell'ironia per combattere, il nuovo Leviathan, il quale vuol inghiottire tutte le attività e tutte le persone nella macchinosa congestione della sua burocrazia tentacolare.
   Il libretto che va sotto il nome dell'Individuo contro lo Stato è veramente di una lettura piacevole. Dopo una contravvenzione idiota o un dibattito sul riposo festivo si va a rileggerlo volontieri, per consolarsi dello Stato museruola, che va accrescendo ogni giorno i suoi fili e i suoi lacci.
   Tutto questo sta bene, è assai edificante e abbastanza intelligente, ma non è ancora dell'individualismo. Lo Spencer combatte lo Stato e lo Stato è una collettività ma bisogna vedere quali sono veramente le ragioni che glielo fanno disprezzare e avversare. Ora la ragione principale non è che lo Stato è una collettività, la quale come tutte le altre, tende a far dipendere da sè il singolo, ma perchè è una collettività che non funziona bene. Egli non vuol sapere dell'azione governativa perchè questa costa troppo e non rende abbastanza: senza lo stimolo della concorrenza intorpidisce, si addormenta, si complica inutilmente, divien tarda, dispendiosa, ingombrante. Le critiche ch'egli fa allo Stato potrebbero assomigliarsi a quelle che un ingegnere facesse a una macchina vecchio modello, la quale consumasse molto carbone e producesse poca energia. Egli non combatte cioè la macchina come macchina, la macchina in sè, ma un vizio del suo funzionamento. Se andasse bene non si guarderebbe se è vecchia o recente, se è composta di molti pezzi o di pochi. Così è dello Stato: lo Spencer non lo sfugge perchè è Stato, cioè gruppo, collettività, dominazione — ma perchè consuma troppi denari e produce pochi benefici. Tant'è vero ch'egli non sfugge tutte le collettività: egli critica una forma di collettività, cioè lo Stato, in favore di altre collettività, come le società e le compagnie private. Egli sa che i grandi servizi di un popolo, come le comunicazioni, la distribuzione dell'energia, della luce, della cultura, non possono esser fatte da ciascuno per conto proprio ma esigono un'unione, una cooperazione. Ora egli crede che una molteplicità di queste organizzazioni private, essendo tenute deste dalla concorrenza e dal controllo più immediato dei componenti, possa riuscir meglio a soddisfare gli individui di una organizzazione unica e non ha forse torto.
   Ma non s'esce, con tutto questo, dal dominio dell'unionismo, dell'umanismo e non si vede d'onde possa scaturire la veduta individualista. Si dirà che lo Spencer vuol sostituire la cooperazione volontaria alla cooperazione forzata e che perciò è salvaguardata la libertà individuale, perchè possiamo ricorrere a un'altra società quando una di esse più non ci piaccia.
   Altra illusione da mandare in esilio. Siccome di ceri servizi bisogna tutti per forza giovarsi accade che


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bisogna far parte per forza di una società, come si fa pare di una nazione. Queste società, trattandosi di grandi imprese, non possono essere in gran numero e perciò la scelta è limitata: Inoltre possono unirsi, per il loro vantaggio, in un trust ai danni del consumatore, possono esercitare, sui loro componenti, le stesse angherie che lo Stato esercita sui suoi cittadini. E se si ricordasse che ognuno è libero d'uscirne non si potrebbe dire lo stesso degli Stati? Chi non accetta volentieri le leggi di uno Stato può andare in un altro e assumere un'altra nazionalità, e siccome non tutti i paesi son governati a un modo si può dire che c'è la concorrenza fra gli Stasi come c'è fra le compagnie private.
   Insomma la critica dello Spencer si appunta più agli eccessi dell'ingerenza governativa che al governo stesso senza contare che ci sono delle imprese così grandi e complicate che una società privata non potrebbe assumere, bisogna ricordare che lo Spencer, anche nel suo furore antigovernativo, ha conservato allo Stata due delle più importanti funzioni sociali: la difesa e la giustizia.
   Sono, come si vede, le due funzioni che assicurano la vita e gli averi, cioè quello che c'è di più importante a conservare in una società, perchè senza loro non ci sarebbe modo nè di fare nè di volere altro. Ora son proprio queste funzioni essenziali che lo Spencer affida allo Stato, dimostrando con questo come il suo odio sia puramente parziale e superficiale, e men profondo e definitivo. Sarebbe infatti ridicolo ch'io andassi ad offrire a un uomo che non stimassi affatto di farsi guardiano della mia vita e custode de' miei beni. Invece lo Spencer dà questo posto di confidenza allo Sato, ne fà il gendarme, il giudice e il protettore degli uomini, gli concede insomma la parte più delicata e più vitale. Egli fa verso di lui la parte del bourru biènfaisant che urla brontola e strepita e finisce per cedere sul punto più importante. Egli combatte lo Stato per elevarlo e le collettività pubbliche per sostituirvi quelle private. Una semplice sostituzione, dunque, e non una demolizione.
   E sia stato osservato che ci son molti che vanno gemendo contro la tirannia dello Stato ma non fanno niente contro quella ben più profonda della società. I dogmatismi sociali, appunto perchè non sono fissati in leggi e in regolamenti, sono più oppressivi e asfissianti quelli statali. Contro questi c'è qualche difesa perchè son legali, contro gli altri, forti dell'opinione universale, non c'è che la rivolta, inutile e solitaria. Chi volesse liberare davvero l'individuo, - se fosse desiderabile possibile liberarlo, — dovrebbe cominciare proprio a sradicare tutte quelle male piante della superstizione collettiva che non si tradiscono in codici, non sono esterne e tangibili, ma si manifestano come torture della coscienza atavica, sono interne, invisibili e incoscienti il più delle volte a noi stessi 1.
   Insomma o vogliamo fare dell'individualismo nel preciso senso della parola e allora non dobbiamo combattere soltanto lo Stato ma qualsiasi forma d'irreggimentazione umana, di soggezione a regole e a convenzioni, - o vogliamo salvare un po' la libertà e un po' l'unione, un po' l'individuo e un po' lo Stato, un po' la persona e un po' il gruppo, e allora facciamo dei mezzi passi, del temporeggiamento da borghesi prudenti ma nient'affatto dell'individualismo.

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   Qualcheduno forse a questo punto inarcherà le ciglia e vedrà balenare fra le righe della mia prosa il pugnale di Caserio o la dinamite di Ravachol. Che il sig. Qualcheduno si rassicuri: non sono, come lo Spencer, un anarchico a metà, nè sono, come Kropottaine o Malatesta, un anarchico per intero. Anzi io combatto lo Spencer in quanto, non comprendendo l'individualismo, è scivolato verso l'anarchia.
   Infatti sarebbe l'ora di finirla col ripetere che l'anarchismo rappresenti l'ideale della massima libertà. La libertà è potenza di fare certi atti, cioè di godere di certi beni e di possedere certe cose, e siccome i beni e le cose son limitate, il dare a tutti tutte le libertà, cioè il concedere a ogni uomo la potenza di compiere ogni atto si finirebbe col restringere a ognuno la parte sua con beneficio di nessuno e danno di molti. Si crede ingenuamente che la libertà sia qualche roba da restribuire e che sia bene che l'abbia l'universalità degli uomini. Invece la libertà di tutti porterebbe a un numero maggiore di atti, cioè di opposizioni, di contrasti, di attriti, cioè alla schiavitù di tutti. Non solo l'ideale anarchico non è pratico ma è anche stupido.
   Ora lo Spencer, volere o no, s'è accostato nel suo sogno della futura umanità altruistica, senza leggi e senza governi, all'ideale anarchico ed è stato, in questo che è apparso l'eccesso del suo individualismo, antipersonale come gli anarchici tutti. Costoro non hanno compreso ancora che dal momento che la libertà di tutti sarebbe la negazione di sè stessa, non è possibile stabilire che la libertà di alcuni, cioè il potere di alcuni, il governo di carta. Quelli che son liberi esercitano la potenza, cioè hanno la maggior parte dei beni, compreso il lavoro degli altri ed è chiaro che una società dove ci sono alcuni liberi deve contenere necessariamente molti schiavi.
   L'unico ideale pratico dell'anarchismo è dunque il despotismo: Alessandro, ad esempio, era assai più libero di un qualsiasi de' nostri cittadini europei, appunto perchè era solo o quasi a comandare e possedere. Il vero individualismo consiste dunque nel consigliare la suggezione e non la ribellione, nel fare degli schiavi e non dei rivoltosi, degli strumenti e non dei critici. L'individualismo, cioè l'affermazione della piena potenza personale, è riservato, per forza di cose, a pochi e occorre dunque che ci siano gli altri i quali non abbiano per la testa delle idee di libertà. L'anarchismo, insomma, ridotto alla sua realtà pratica riesce a un'apologia del cesarismo, scende dall'impossibile universalismo al realizzabile aristocraticismo e dalla libertà di tutti passa nei fatti alla potenza di pochi.


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   Lo Spencer, il quale ha combattuto la dominazione delle forze dirigenti, cioè dello Stato e dell'esercito, è stato dunque un ben ingenuo individualista, un individualista superficiale, preistorico, sentimentale e astratto più che analitico e pratico. Il suo non è un reale individualismo ma una mezza intenzione di vano individualismo.
   Con tutte le sue pretese scientifiche, insomma, lo Spencer è stato guidato più dal sentimento che dall'intelligenza e invece di cercar di vedere chiaramente, sotto le parole, le necessità dei fenomeni, egli ha desiderato, come ogni filantropo, l'amore universale, l'altruismo dominatore, il progresso perpetuo e simili storie. Negli ultimi anni della sua vita, forse accorgendosi di questa sua debolezza, decantò nei Facts and Comments le lodi del sentimento, dopo aver fatta tanti anni innanzi una psicologia quasi intellettualista.
   E il sentimento appare anche in quelle. analisi morali che chiudono i Data of Ethics e che sono state un argomento in rincalzo al suo leggendario individualismo. Egli tentava infatti una riabilitazione dell'egoismo in quanto tende all'altruismo, dell'egoismo che, attraverso i sentimenti ego-altruistici tende al finale e definitivo e universale altruismo. Lo scopo ultimo è di pensare agli altri, e per raggiungerlo è utile anche pensar per sé. Un'ultima volta l'io è sottomesso all'altrui, l'individuo alla mandria.
   Ora per un individualista vero non ci sono che attitudini rispetto agli uomini: o quella del ribelle o quella del dominatore, quella del libertario o quella del Cesare. Quelli che non possono dominare e avere, scelgono la prima e cercarie di distruggere quelli che dominano e che hanno. E questi a loro volta cercano di conquistare e di avere di più e di difendersi dagli assalitori, cercando di aumentare il loro dominio sulle cose e sugli uomini.
   Lo Spencer, piccolo borghese senza coraggio e senza audacia, rimane ondeggiante nel limbo dell'autonomie, oscillando tra la necessità del comando e il lamento dell'oppresso. Egli fu il pedante Amleto della semintelligente borghesia conciliatrice.


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