Articoli di Giovanni Papini

1904


I filosofi a Ginevra

Pubblicato su: Leonardo, anno II, fasc. 14, pp. 32-34
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Data: novembre 1904




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Il Congresso.

   Avevo scritto tante volte che anche i filosofi sono degli uomini, o, per parlare più scientificamente, degli animali vivi, che non volli lasciarmi sfuggir l'occasione di conoscerne parecchi da vicino. L'occasione era il 2° Congresso Internazionale di Filosofia che si doveva tenere a Ginevra dal 4 all'8 Settembre ed io sono andato a Ginevra e ho preso parte, secondo la classica frase, ai «lavori del Congresso.»
   Debbo dire che la mia aspettativa non fu vana: i filosofi convenuti erano molti e dì molti paesi, per quanto mancassero quasi del tutto gli inglesi, giacché in Inghilterra, non so perché, non era stata fatta molta rèclame al Congresso, e neppure il Mind ne aveva dato avviso. Ma c'erano Però in abbondanza francesi, tedeschi, russi, italiani, polacchi, norvegesi, svedesi, svizzeri, bulgari, irlandesi, greci, americani, belgi, rumeni, turchi i quali formavano un passabile museo etnografico ìn onore e gloria della divina filosofia.


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   La prima cosa ch'io sentii fu questa: i filosofi sono infinitamente più vivi quando parlano che quando scrivono. Chi s'immaginerebbe leggendo certi libri pesanti, seccanti, freddi, gelidi, lunghi, eterni, che li abbia scritti un uomo pieno di vita, svelto, allegro, che si entusiasma, si riscalda, fa dello spirito, dice delle ingiurie, fa dei pettegolezzi e minaccia perfino degli scandali? Eppure è proprio così: quello che per me era prima una nozione riflessa, è divenuto ora una realtà vissuta. Il congresso di Ginevra mi ha insegnato poca filosofia, ma però mi ha insegnato molta psicologia dei filosofi. Là ho conosciuto Enrico Bergson, piccolo, magro, fine, che ti dice a bassa voce delle cose profonde — il rosminiano Billia, dall'irsuta faccia socratica, pieno di spiritelli maligni e di frasi incisive — il vecchio e stanco Boutroux, pallido, sorridente, colla sua strana bocca fra ironica e dolorosa — il nostro Cantoni, antico soldato della guardia Kantiana, e che ha tutta l'aria di un vecchio ufficiale in riposo, — il logico Couturat, colla sua barbetta secondo impero e la sua parlantina lucida e chiara — il possente Stein che lancia i suoi grandi e tonanti paroloni tedeschi come obici prussiani — lo psicologo Flournoy, il quale ha l'aria e i modi di un facchino molto intelligente e pieno di spirito brusco — l'utilitario Halevy, il quale si riposa dallo studio di Bentham e dalla filosofig del bloc colle sue uscite sarcastiche e le sue analisi precise — il russo Itelson, simpaticissimo e dottissimo amatore di libri vecchi e d'idee nuove, formidabile storico e riformatore della logica — il vecchio Lasson dalla larga faccia schopenhaueriana, gaio, spirituel, ammiratore delle signore e di Giordano Bruno — il vecchissimo Naville, una specie di contemporaneo di Cousin e di Maine de Biran, il quale fa passare col suo agile spirito francese uno spiritualismo più vecchio di lui — il nostro Pareto, che rassomiglia un poco ad un ministro inglese foderato con un giornalista francese — il matematico Peano, un piemontese semplice e pur simpatico, il quale ascoltava con gioia, come un novizio, i principi di quella logica matematica ch'egli ha contribuito, più che altri, creare.
   E dovrei dire ancora di tanti celebri e oscuri, dei quali io cercai d'intendere l'anima in quei pochi giorni di Ginevra! Giacche io m'occupai assai più di studiare i filosofi che di seguire le sedute del congresso, il quale, come tutti ì congressi, si può considerare fatto di tre parti:
   1a la parte esterna, decorativa, animale (gite, ricevimenti, banchetti ecc.) la quale riuscì magnificamente e mi rivelò un'infinità di piccoli fatti sulla vita del filosofo;
   2a la parte programmatica (sedute generali e sedute di sezioni) nelle quali furon dette, credo, bellissime cose, ma con poco frutto di tutti, a causa dell'affollamento dei discorsi e della moltiplicità delle sezioni;
   3a e finalmente la parte intima, ciarliera, costituita dalle conversazioni dei crocchi e dei gruppetti per i caffè e per le strade, e che fu per me piacevolissima e preziosissima, tanto più che gli italiani, in queste conversazioni familiari, non fecero, per la loro vivacità, cattiva figura. Ma non posso parlar di te, ottimo ed ottimista Vailati, nè di te o paradossale Vacca, nè di te o acuto Calderoni, nè di te o malinconico Bellonci, poichè — ohimè! — voi siete amici miei!
   Dirò piuttosto, poichè ci son propizie, delle tendenze del congresso, che furono soprattutto due:
     1a la tendenza antipositivistica, dimostrata:
     a) dall'affermazione della vita (Lasson) della poesia (Cantoni) e della personalità (Boutroux) nella filosofia;
     b) dall'ostilità verso la sociologia (soprattutto nelle discussioni sulla natura delle leggi storiche e sul contrasto tra individuo e società);
     c) dall'ostilità verso la psicofisiologia (dimostrata specialmente dalle simpatie verso il panpsichismo (Strong, Flournoy ecc.)
   2a la tendenza simbolista, algoritmica, ecc. connessa con la presenza di molti matematici, e dimostrata da varie comunicazioni di logica e di filosofia delle scienze e dalla preoccupazione leibniziana della lingua universale.
   Queste le direzioni più vivaci del congresso, le quali dimostrano come il Leonardo sia pienamente nelle vita presente del pensiero occidentale. Per questo credo utile, anche, far seguire a queste mie note un riassunto, della mia comunicazione detta a Ginevra sugli «Extrémes de l'activité thèorique,» perchè mi sembra che raffiguri bene e il movimento generale della filosofia d'oggi e, nello stesso tempo, l'indirizzo del nostro Leonardo.

Gli estremi dell'attività teorica.

   Infatti lo scopo della mia comunicazione era d'indicare la scissione sempre più appariscente tra la filosofia del concetto e quella dell'intuizione. Fin qui, io dissi, la filosofia è stata il dominio del concetto, cioè s'è ricercata l'unità, la fissità, l'universalità, l'obiettività e s'è cercato di ridurre il mondo a formule semplici, chiare e maneggevoli. Ma negli ultimi tempi s'è manifestata una reazione antirazionalista e s'è cercato dì sostituire alla formula razionalista del passaggio dalla cosa al simbolo la formula contraria, e che si può chiamare intuizionista, del ritorno dal simbolo alla cosa.
   Il razionalismo, naturalmente, non s'è dato per vinto e anzi invece di limitarsi a difendere i vecchi possedimenti ha cercato di acquistarne di nuovi. Così oltre il ritorno ai grandi razionalisti del passato (Pitagora, Leibniz, Hegel) assistiamo alla trasformazione e alla fusione delle matematiche pure e della logica (logica matematica, algoritmica, logistica, da Leibniz a Russell); ai tentativi di applicazione dei metodi e delle forme matematiche alla biologia (biometrika: Mendel, Pearson, Devenport ecc. — tìpi medi: Galton — antropometria ecc.) alla psicologia (psicofisica da Lotze, Fechner, Weber fino a Munsterberg metodi statistici, inchieste, questionari Stanley Hall, Binet ecc.) alla


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sociologia (fisica sociale; Quetelet e seguaci — sociologia meccanica: Winiarski — economia matematica; Cournot, Gossen, Jevons, Walras, Pareto, Pantaleoni ecc.) — al tentativo di ridurre la biologia a biochimica e a biofisica e perciò, infine, a biomatematica. Insomma il razionalismo, per mezzo di quel suo maggiore strumento che è il formalismo e simbolismo a tipo matematico, cerca dí trasformare tutta la conoscenza in un edificio perfetto di simboli.
   Ma i progressi stessi di questa elaborazione formale della realtà hanno suscitato un movimento che fa un cammino a ritroso e ricerca la cosa, la vita, la realtà immediata sotto le parole e le formule, e tende a tutto ciò ch'è moto, cangiamento, sentimento, personalità. I nuovi pensatori hanno cominciato coll'affermare innanzi tutto l'umanità del filosofo, per far sentire ch'egli è pure un essere vivo, particolare, con degli istinti, delle passioni, degli interessi. Per conseguenza le filosofie non sono che espressioni razionali di vite personali e non specchi del mondo obiettivi e definitivi. Lo stesso si può dire delle scienze, giacchè tutta la moderna filosofia delle scienze (Helmholtz, Mach, Poincarè, Milliaud, Leroy, Wilbois ecc.) ha dimostrato la parte della personalità, dell'economia mentale, delle convenzioni sociali nella costruzione delle scienze. Tutto ciò è stato accompagnato dalla critica dei due massimi strumenti deformatori e impoveritori del razionalismo: la logica e il linguaggio.
   Alla formula, dunque, s'ha da sostituire la vita ed anzi ciò ch'è più nascosto e indicibile, l'io profondo e libero, il subliminal self, di cui ci parlano James e Myers, Bergson e Barrès, Brewster e Maeterlinck. E poiché vivere è agire, e agire è possedere e l'intuizione è possessione immediata del reale, il ritorno all'intuizione significa anche ritorno all'azione. Non conoscere sè stesso, ma fare sè stesso (Remacle) non conoscere il mondo ma cambiarlo (Marx): questo è il senso della nuova filosofia francese (Boutroux, Bergson, Blondel ecc.) e dell'ultima filosofia americana (James, Dresser, Walter Smith ecc.).
   Questa opposizione conduce a due mete sempre più lontane: il sogno supremo del razionalismo è la riduzione dell'universo a una sola formula simbolica che serva a spiegare tutti i fatti; il sogno supremo dell'intuizionismo è la possessione completa e vissuta della realtà concreta e particolare. Ma le due mete non si escludono, anzi son correlative. Infatti ciascuna sorge per reazione all'altra e ambedue, se la frase non par troppo strana, hanno una meta comune, ch'è la soppressione dei prodotti ibridi in filosofia.
   Però l'intuizionismo è una filosofia provvisoria: se vincerà non ci sarà più bisogno di bandirlo. Da una parte sì farà del simbolismo puro e dell'altra della vita e dell'azione.
   Questo io dissi nell'aula dell'Università di Ginevra mentre il padre del contingentismo, Boutroux, sorrideva e abbassava il capo con evidente soddisfazione.


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