(Risposta a Enrico Morselli)
| Pubblicato su: | Leonardo, anno II, fasc. 14, pp. 9-19 | ||
| -01-02-03-04-05-06-07-08(9-10 11-12-13-14-15-16-17-18-19) |
|||
| Data: | novembre 1904 |

pag. 9

pag. 10

pag. 11

pag. 12

pag. 13

pag. 14

pag. 15

pag. 16

pag. 17

pag. 18

pag. 19
9
Il positivismo, monismo ed evoluzionismo italiano, s'è mosso, in persona di ENRICO MORSELLI, contro di noi. L'illustre psichiatra dell'Università di Genova, il duce famoso della Rivista di filosofia scientifica, la colonna sinistra della Rivista di filosofia e scienze affini, il traduttore imperterrito di Haeckel, l'antropologo senza fretta e senza paura, ci ha diretto nella sua Rivista Ligure una lettera aperta, nella quale c'è un po'di tutto: della simpatia e del compatimento, delle critiche e dei consigli paterni, delle perorazioni oratorie e dei motti di spirito, non senza l'ombra fugace dì qualche ben positiva castroneria. 1
1 Filosofi giovani e idee vecchie. Lettera aperta a G. Papini (Gian Falco). Estratto dalla Rivista Liguore. Genova, F.lli Carlini. 1904, (pp. 23)
Ci duole assai di non poterla ristampare qui, giacchè si tratta di un documento prezioso dello stato d'animo e della cultura (o incultura) filosofica del positivismo indigeno.
Per questo GIAN FALCO e FRANCESCO GAETA ne hanno presa occasione per ridire più recisamente e compiutamente alcune cose già dette e per additare meglio la nostra posizione, non solo rispetto al cosidetto positivismo, ma anche rispetto alla filosofia.
Denkende zu leben.
GOETHE.
Caro professore,
In quest'ora, mentre lo scrivo, il tempo è piacevolmente generoso. Il sole fa più leggere e lontane, nell'aria chiarissima, le belle torri della mia città; l'amico vento entra fieramente dalle finestre e sfoglia con mossa di sdegno i miei libri ed io sento in me non la melanconia dell'autunno che si avvicina ma quasi il presentimento gioioso di una nuova vita. Sono in uno stato di grazia: dolce, umile, indulgente. Sento sulle mie spalle crescere il saio dell'apostolo, sento fiorire sulla mia bocca le parole della fede e dell'amore. Sulla mia testa, forse, aleggia l'aureola di San Martino: anch'io, oggi, sarei pronto a coprire un mendicante colla metà del mio mantello.
Miglior giorno di questo, per risponderle, credo che non potrei trovare. Imperocchè io vengo a far atto di carità; a compiere quell'opera di misericordia che dice: dai da bere agli assetati che può tradursi, per comodo degli intellettuali, cosi: insegna a coloro che non sanno, illumina coloro che non comprendono.
Perchè Lei, professore, appartiene agli uni e agli altri. Ella medesimo più volte lo afferma: Ella stesso dice di credere che ancora si possono insegnarle tante cose, Ella stesso ripete più volte di non averci capito, di non averci potuto capire. Eppure niente le mancava: nè la fortuna nè la buona e pervicace volontà. Non ha Ella forse «le fibre nervose pervie e le cellule cerebrali senza vacuoli?» Non s'è Ella presa la testa fra le mani per leggere e rileggere i nostri scritti? Son codeste, non v'ha dubbio, eccellenti condizioni per capire gli altri. Ma nulla è valso: Ella non c'è riuscito: io sono straordinariamente d'accordo con Lei su questo punto. E mi fa pietà questo professore celebre, questo psichiatra ben pagato, questo maestro ascoltato il quale con tutte le sue fibre nervose pervie, con tutte le sue cellule intatte, con tutti i suoi abbracci alla testa non riesce a capir nulla delle cose nostre.
Per un altro, le confesso la verità, non mi sarei mosso perchè in queste pagine è già stato detto molto di quello che debbo ridire con altra forma per Lei. Ma io sono stato intenerito dalla sua sorte ed oggi, in questa buona giornata così evangelica, mi son deciso a correre in suo soccorso.
Ella desidera delle lezioni? Eccomi qua per servirla.
Tutte le sue accuse, a quanto sembra, si riducono a tre:
che siamo piuttosto demolitori che edificatori;
che non sappiamo o non spieghiamo bene ciò che vogliamo;
che non siamo nuovi.
Mi permetta, caro ed illustre professore, di non prender troppo sul serio nè la prima nè l'ultima di queste accuse. Perchè la prima avesse valore bisognerebbe ch'Ella mi dimostrasse tre cose: che si può demolire e distruggere senza produrre nello stesso tempo e necessariamente qualcosa di nuovo; ch'è in tutti i casi utile o necessario di sostituire alle costruzioni atterrate altre della stessa specie e infine
10
che le cose che si compiono con facilità hanno per questo solo loro carattere meno valore di quelle che son più difficili a farsi.
Ma Ella non può dimostrarmi nessuna di queste tre affermazioni. Ella sa bene, o per lo meno suppongo, colla mia usata indulgenza, ch'Ella lo sappia, come ogni proposizione negativa non sia che una espressione diversa di una corrispondente proposizione affermativa. Il pensiero è necessariamente affermativo anche quando si esprime sotto forma negativa, anche quando assume una funzione critica: distruggere col nulla non si può fare nè si può pensare. Qualche affermazione vien sempre, si voglia o no, a sostituirsi a quella che rigettiamo. Quando io, per esempio, ho criticato la filosofia dell'Ardigò non ho fatto nè potevo fare opera negativa. Da tutto il mio attacco risultavano chiare almeno due affermazioni positive: una d'ordine particolare, cioè che il pensiero dell'Ardigò risente della sua lunga educazione ecclesiastica; e un'altra d'ordine più generale cioè che i filosofi sono inclinati a prendere per spiegazioni profonde delle frasi completamente prive di senso. 2
Ella ammette, del resto, generosamente, che noi non distruggiamo soltanto. Ma io le chiedo come potremmo fare diversamente. Chi distrugge crea sempre qualcosa. Crea, se non altro, il deserto nel luogo ov'era ciò ch'è stato distrutto, crea la persuasione che quello che vien atterrato era un edificio mal congegnato, poco igienico, poco servibile, crea dei precetti di metodo, dei desideri di maggiori o più alti castelli. Perchè è una bella ingenuità il credere che bisogna ricostruire qualcosa dello stesso genere di ciò che abbiamo demolito. La chiamerei, codesta, la superstizione dell'antiquario restauratore. Ci sono delle cose che bisogna mandar via senza nessuna intenzione che tornino. La loro assenza è, in questi casi, la migliore delle creazioni. Cosa direbbe Lei di un malato il quale dicesse al chirurgo che gli ha portato via un tumore: E cosa mi mette al suo posto? E cosa direbbe di coloro che avendo sventrato un vecchio quartiere fetido e oscuro si proponessero di ricoprire con altrettanti edifici nuovi tutto lo spazio ricoperto dagli antichi invece di lasciare vie e piazze più larghe perchè la gente ci passi meglio e il sole ci penetri?
Quello che si crea in questi casi è lo spirito di vigilanza perchè nè il male nè l'oscurità tornino ancora. Se il distruggere senza ragione è da barbari, il ricostruire senza ragione è da imbecilli.
Ma Ella non ha soltanto la superstizione del restauro: ha pure quella del rompicapo. Ella ci rimprovera il nostro atteggiamento di tagliaboschi perché il distruggere è assai più facile che il fare. «La storia insegna e la pratica ammaestra ogni giorno — Ella scrive — che per edificare occorrono giorni, mesi, anni! per distruggere basta un attimo un movimento impulsivo, un soffio... ».
Ora io non so se veramente l'opera critica sia più agevole di quella sistematica, e trovo che Ella deve aver familiarità con delle costruzioni molto leggere esili e gracili se le possiamo gettare in terra con un soffio....
Ma in ogni modo non so capire come mai una cosa che si fa difficilmente deve essere più utile o desiderabile un'altra che si fa facilmente. Ci sono, per esempio, in matematica dei calcoli complicatissimi e difficilissimi che non servono a nulla, se non a divertire i matematici giocatoti, e d'altra parte sono le operazioni più semplici dell'aritmetica quelle che rendono più servigi a tutti e tutti i giorni. E se vuole, invece che d'utilità, un esempío di grandezza non crede che una lirica di Goethe, sgorgata naturalmente e spontaneamente dal suo animo di grande poeta, valga più di un macchinoso poema messo insieme faticosamente a forza di vocabolari, di rimari e di sgobbo da un letterato stitico e pedante?
C'è tanta gente che dura molta fatica per dire delle sciocchezze!
Giudichi dunque il prodotto senz'altro: non pensi se occupò una giornata o un anno o un giorno. Valutar delle cose dal tempo che si spende per farle è abitudine da rond de cuir degna di quei burocratici che misurano i meriti dagli anni di servizio, degna di quei positivisti (?) che credono di poter giudicar delle qualità colla misura della quantità. Se le accomoda di star con loro faccia pure: altrimenti lasci da parte, oltre il disprezzo della demolizione, anche quello della facilità.
E neppure, caro ed illustre professore, posso prender sul serio la sua accusa di vecchiezza e di antichità. Ella è tutto lieto di non vederci soli, e si studia di additare quelli che sono, secondo Lei, i nostri antenati. Ma la novità o antichità delle dottrine mi sembra cosa assai ambigua. Ciascuno sa ch'è quasi impossibile dire cose che nessuno abbia dette mai, e d'altra parte ogni volta che un'idea vien riscoperta, ritrovata, vissuta, sentita, svolta, arricchita, imposta possiamo dire che si rifà una giovinezza e una verginità.
Secondo dunque che ci si tiene alla lettera o allo spirito, al punto di vista storico o a quello psicologico, le dottrine posson dirsi o tutte vecchie o tutte nuove. La questione, dunque, non ci occupa troppo. Tanto più che noi teniamo assai più alla comodità delle idee che alla loro novità: quando infuria un temporale io posso tanto rifugiarmi in una chiesa gotica di sette secoli fa come in un music-hall in modern style.
L'antichità non è di per sè un disvalore, come non è sempre un valore la modernità. Ma la solita superstizione quantitativa fa credere che quello ch'è venuto dopo, cioè dopo maggior tempo, sia migliore di ciò ch'è più antico, cioè più giovine. Il Dio progresso aiutando la confusione si ottiene l'assioma corrente: l'ieri è cattivo, l'oggi è buono, il domani sarà ottimo. Filosofia tanto semplice che finisce col non esser filosofia.
E non dico con questo che noi siamo così vecchi come Ella crede o finge di credere. Anzi io credo che siamo parecchio
11
nuovi e più ancora appariremo in seguito, quando avremo dette e svolte altre idee nostre: in ogni modo nessuno nega che viviamo e arricchiamo quello che possiamo aver predato agli altri.
Ma non è questa, caro Morselli, la questione importante. Che le nostre idee siano sotto forma critica o sotto forma dogmatica, che siano facili o difficili, che siano vecchie o nuove sono questioni che possono interessare uno storico, non un giudice qual'è Lei. Ella richiede soprattutto i nostri connotati: vuol sapere chi siamo e cosa vogliamo e dove andiamo. Ella vuole insomma una confessione plenaria e solenne delle nostre peccate poichè vanamente s'è ingegnato por scoprirle da sè. Ed eccomi qui dinanzi a Lei in pose alle quali sa bene che non sono assuefatto: come un penitente dinnanzi al confessore, come un accusato dinnanzi al tribunale.
Soltanto, caro e illustre professore, preghi il cielo che ad un tratto la confessione non mi si cambi in bocca in requisitoria.
Ecco dunque, poiché non è riuscito ancora a capirlo, quello che siamo: dei filosofi che vogliono uscire dalla filosofia, dei filosofi che hanno sorpassato o stanno sorpassando la filosofia. L'impresa, forse, le sembrerà strana, ed io son costretto a spiegargliela un po' a lungo.
Ci sono, per me, due modi per non fare una cosa: la perfetta ignoranza e la perfetta comprensione. Chi non sa neppure cosa sia filosofia non è filosofo che per caso e senza saperlo: è il caso del volgo, sia analfabeta che universitario. Chi sa invece cosa sia veramente la filosofia, chi l'abbia, cioè, compresa intimamente nelle sue volontà e nelle sue forze, nelle sue espressioni e nelle sue intenzioni, non ne fa più: la nega, la rigetta. Comprendere, ha detto Hegel in un momento d'insolita e vera profondità, è sorpassare. Su questo punto io sono completamente hegeliano.
Ella griderà, come il solito, al paradosso. Ma invece di gridare mi ascolti. Ella sa che per agire bisogna credere, ma che per credere non bisogna pensar troppo. Quando si comincia a scavar troppo in profondità, quando si comincia a vedere da vicino i meccanismi sporchi e untuosi che producono il movimento, quando si acquista il vizio di andar dietro le scene e si sorprende il padre nobile che bacia la servetta e l'imperatore che riceve un calcio dal buttafuori allora scema e scompare quella tela d'illusioni che ci premeva e muoveva. Si comincia a vedere che la nostra opera non è necessariamente la migliore di ogni altra, si scopre che essa non raggiunge nè può raggiungere gli scopi che s'era posta. E allora la fede se ne va e l'azione si arresta.
Questo, precisamente, è accaduto a noi per la filosofia, ed è questo, mi sembra ch'io avevo cercato di esporre parlando di morte e resurrezione della filosofia. Io dicevo dunque — se ne ricorda Lei che ha letto e riletto il Leonardo? — che la filosofia ha tre volontà, quella d'esser universale, razionale e reale. Ma esaminando i dati sentimentali, razionali ed espressivi che servono a produrre la filosofia, io mostravo come nessuna di quelle tre volontà potesse esser soddisfatta. Infatti io notavo come i sentimenti personali, variabili, molteplici che son nel filosofo mettono continuamente in pericolo la universalità e la razionalità; notavo come la mente sia inetta, ristretta, in contrasto colle cose, come i concetti siano puri segni mnemonicì o suoni senza significato, come la logica sia relativa e contraddittoria, come il linguaggio sia incompleto e traditore e per conseguenza sia impossibile che i filosofi trovino e esprimano realmente la reale realtà. E notavo anche come appaiano altri segni della morte della vecchia filosofia, cioè la sterilità, l'introduzione di forme artistiche, l'accrescersi dell'interiorità e delle preoccupazioni pratiche, il ritorno a posizioni prefilosofiche.
E mi chiedevo ancora: questa morte è inevitabile? Rispondevo di no, perchè la filosofia anche com'ora, può essere utile; o come documento di psicologia, o come giuoco di spiriti aristocratici e artistici, o come scudo e difesa verso la società. Inoltre niente impedisce che sotto il nome antico di filosofia si metta un senso nuovo e ci si proponga un nuovo fine. Cioè invece di ricercare la conoscenza dell'universale, cerchiamo la possessione del particolare, cioè di quello ch'è più direttamente e largamente reale. Alla contemplazione sostituiamo l'azione, al cielo dei pallidi astratti la terra delle ricche cose. Si poteva essere più chiari e più positivisti di cosi? 3
Ma Ella, caro ed illustre professore, non capì e non ha capito ancora. E allora continuo.
Si parla comunemente di filosofia e, come sempre, si è portati a credere che sotto l'unica parola ci sia una sola cosa. Invece quante mai cose nemiche e diverse si appiattano sotto il nome di filosofia! Eccone qua le principali:
a) delle grandi costruzioni deduttive a tipo matematico, razionalista, (logica, la quale comprende ora anche le matematiche pure);
b) delle particolari costruzioni d'origine empirica che si vogliono dare delle arie razionaliste (psicologia, morale, estetica) e che sono delle scienze speciali aventi fini pratici;
c) delle costruzioni speculative (grandi metafisiche) le quali non hanno nè un senso razionale nè una funzione pratica ma servono ad indicare alcuni elementi importanti della realtà oppure servono semplicemente come giuochi ed opere d'arte perché il loro valore è quasi unicamente poetico ed estetico;
d) delle questioni che non hanno nè un valore pratico, nè un valore artistico, nè un valore estetico, perchè sono questioni senza senso (se il mondo esiste o no, qual'è il principio del mondo, se noi conosciamo la realtà ecc. ecc). Sono cioè, questioni apparenti, oziose: il mio buon amico Itelsor le chiama: i «problemi della domenica.»
e) e finalmente un moto che non è nè razionale, nè scientifico,
12
nè estetico, ma rappresenta un tentativo di liberarsi da tutte le forme razionali per raggiungere la immediata realtà vitale, personale o particolare e la ricerca di un mezzo più rapido e potente di dominio del mondo, quella ch'io chiamava taumasiologia.
Da questa rassegna degli ospiti della filosofia Ella vede cos'è che può fare oggi un filosofo che abbia capito la filosofia. Se fa del puro razionalismo esso rinuncia di proposito alla realtà perché il logico non sì occupa se esistano o no gli oggetti di cui parla e il matematico può benissimo costruire geometrie di spazi che non esistono. Certo tanto il logico che il matematico fanno qualcosa di reale ed è reale il loro pensiero, ma essi della realtà non prendono che una parte e la più eterea: i simboli.
Se fa, invece, lo psicologo non è più un filosofo ma uno scienziato, perché io non credo che basti occuparsi di cose dello spirito per esser filosofi; il filosofo dev'essere universale. Se fa della metafisica o delle questioni senza senso (ed è quello che più spesso fanno i filosofi) è un letterato o è uno sciocco; se infine ricerca il particolare e l'azione va contro alla concezione fin qui incontrastata della filosofia, cioè che essa sia cosa universale e puramente ideale: esce, insomma, dalla filosofia.
Spero, a questo punto, ch'Ella cominci a capire qual'è il nostro singolare atteggiamento rispetto alla filosofia. Noi possiamo fare, se ci piace, dell'architettura simbolica, possiamo fare delle osservazioni scientifiche, possiamo fare delle liriche metafisiche, ma non crediamo nè possiamo creder di fare della filosofia come s'è intesa fin qui. La facciamo e la faremo soltanto nel caso in cui non sia più filosofia, in cui, cioè, della vecchia filosofia conservi soltanto il nome e si proponga nuovi fini e nuove strade. Ma l'altra filosofia come farla in senso vero se non la pigliamo più sul serio, se ci accorgiamo che non è quello che crede di essere, se scopriamo ch'è fatta di scienza, di poesia, di frasi senza senso o di simboli inutili? Non già che la disprezziamo: io m'interesso anzi molto ai progressi del moto leibniziano, a quella logistica che dalle matematiche sta mirando alla meccanica e di là alle altre scienze col segreto pensiero di tradurre in simboli e formule tutto il mondo. E me n'interesso tanto più ch'io ritengo come lo sviluppo di codesta opera aiuti la sua opposta sopprimendo i prodotti ibridi e facendo sorgere per reazione il desiderio di più ricca realtà. 4
4 V. su questo punto il riassunto della mia comunicazione al congresso di Ginevra, Les extrémes de l'activité théorique, che si trova in questo numero.
E m' interesso anche alla psicologia e all'estetica, e in psicologia e in estetica ho delle idee che non sono precisamente quelle che m'attribuisce, ma che posso dirle in altro tempo e in altro luogo. E non disdegno neppure i poemi metafisici: ne ho, anzi, nella mia testa, due o tre che ho l'intenzione di cantare, ma che non cercherò mai di far passare per filosofia, come tanti fanno o hanno fatto. E certe volte, anche, mi diverto a ricantare quelli degli altri e magari faccio delle varianti o delle contaminatio, o canto di seguito due gesta del mondo che non vanno d'accordo. Ma che importa! In arte, se Dio vuole, non c'è il desiderio dell'unico ed io posso fare insieme del solipsismo o del panteismo senza curarmi se significano qualcosa o se dicono cose contrarie purché siano belli e piacevoli l'uno e l'altro. Posso anche, spinto da maligna pietà, preparare per i miei simili un bazar di filosofie e dire: Ecco qua una metafisica per i temperamenti melanconici, ecco qua un bell'edificio sofistico per i giuocatori induriti, ecco un sistema di morale garantita a uso dei padri di famiglia e dei direttori di collegi, ecco un sistema di logica per consolazione dei pedanti, ecco una Weltanschauung per giustificazione dei prepotenti. Venite, uomini, e scegliete. Ci sono delle idee per tutte le colpe e per tutte le borse, delle teorie per ricoprire qualunque passione e giustificare qualunque istinto..Ma con tutto questo, caro ed illustre professore, Ella vede bene che farei lo scienziato, il poeta, il mercante: non farei il filosofo. Non m'illuderei mai che le mie osservazioni particolari rappresentano la realtà universale (es. fisici), non crederei che i miei poemi sono lo specchio fedele del mondo, e mi guarderei bene dal servirmi, per conto mio, e delle spade e delle corazze che vendo a coloro che le credono di ferro e non sanno che son di cartone. Io amo tutte queste cose, io posso fare anche tutte queste cose, per quanto con entusiasmo minore che i fedeli, ma non dico nè credo di fare filosofia. Giacché ciascuna filosofia ha questo postulato fondamentale: «il concetto ci dà la realtà obiettiva» ed io non credo precisamente a codesto postulato.
M'immagino che giunto qui ella mi chiamerà una seconda volta scettico. E una seconda volta Ella avrà torto. Perché infatti in tutto questo non c'è ombra di scetticismo. Io continuo a credere all'esistenza e all'utilità di tutte quelle bellissime cose di cui ho parlato, soltanto non me ne contento. Credo che si possa fare di più e di meglio. E giacché trovo che questa parola di filosofia è vuota e si può prendere in affitto io ci metto dentro quest'altra cosa che voglio fare: la ricerca del particolare, o, quel che significa lo stesso, il possesso della migliore realtà.
Anche qui, ne sono quasi sicuro, Ella non arriverà a capir nulla ed io, francescanamente, continuo. Mi ascolti.
Noi ci raffiguriamo il mondo come qualcosa di attivo. Ed è naturale perché attività è quella parola che usiamo per indicare ch'è avvenuto un cambiamento e di cambiamento e di diversità è fatto il mondo. Il mondo, cioè, ce lo rappresentiamo attivo perchè diverso nel tempo e nello spazio: e questa è la ragione della popolarità delle metafisiche che sono associate a immagini dinamiche: motore, forza, divenire, evoluzione, volontà, energia, ecc., ecc. Se vogliamo dunque fare una filosofia comprensibile agli uomini dobbiamo partire dall'azione. Ma azione è troppo generico: dice troppo e perciò troppo poco. Bisogna trovare il tipo di azione favorito fra gli uomini e questo tipo più fondamentale
13
e generale è la conquista del mondo. Tutti gli uomini vogliono, tutto o in parte, l'universo. Questa volontà che li rende cosi feroci e divisi, è pur nonostante, l'unica nella quale formino un'anima sola. E tutte le attività umane escon di là: tutte, anche le più ideali e trascendentali. Dal contadino che cerca di spremere dalla terra madre i grappoli e le spiche al Cesare conquistatore di popoli e di provincie, dal minatore che dal petto della montagna trae il ferro o l'oro fino a Morgan, il grande mercante padrone di uomini e di dollari noi siamo tutti dei conquistatori. E siamo conquistatori del mondo o almeno aspiranti alla conquista del mondo anche se intellettuali. La scienza ci dà il mondo in formule, in simboli; la tecnica ce ne dà in balia qualche parte, pur faticosamente e incompletamente; l'arte cerca di ricrearlo per suo conto come intuizione; il sogno costruisce dei duplicati ingigantiti e abbelliti del mondo; la magia ci promette di mettere sotto i nostri ordini il vero mondo. E anche la religione muove da questa volontà. La preghiera e il culto hanno lo scopo di mettere il fedele nelle buone grazie d'Iddio per ottenere ciò che gli piace; i miracoli sono il mezzo più sbrigativo per spadroneggiar i fenomeni; la vita futura promessa al credente è un'edizione, rivista e corretta fino alla perfezione, di quella presente. Anche coloro che sembrano più disinteressati, anche il cristiano, anche il buddista, aspirano al possesso del mondo e del migliore mondo. Perchè, se guardiamo bene, essi dicono di rinunziare a questo perchè non è il vero mondo, perché è doloroso, passeggero, apparente, imperfetto perché vogliono dunque qualcosa di più piacevole e di più duraturo. Ma se Cristo non avesse trovato i peccatori ed i tristi, se Gotama non avesse incontrato i morti e i lebbrosi essi avrebbero accettato, con lieto cuore, questo mondo. Poichè se proibiscono l'uccisione e compiangono la povertà non significa forse che ritengono come bene la vita e tutto ciò che la mantiene?
La filosofia, a disegno, l'ho lasciata in disparte. Perchè il filosofo è colui che più d'ogni altro ha inteso al fine supremo e universale degli uomini. Perchè non s'è contentato, come gli altri, di aver delle porzioni, dei frammenti del mondo o di crearsi dei mondi volutamente immaginari ma ha voluto conquistare tutto il mondo e il vero mondo. Giacche il filosofo è colui che vuol possedere l'universale e vuol conoscere il principio più intimo, la molla segreta del mondo. Egli lo semplifica, lo scarnisce, lo preme, lo volatizza per averlo più comodamente in suo potere, ne ricerca ansiosamente la sorgente sapendo che il conoscere ciò che muove il tutto è anche in mano il tutto medesimo. E non basta questo all'ambizione smisurata del filosofo: come logico vuol dirigere e correggere il pensiero; come moralista guidare le azioni degli uomini; come gnoseologo concedere il passaporto alla realtà. Così un giorno credendosi padrone del mondo e del pensiero si sentì a tutti di sopra e dalla montagna che ha la cima tra le brume, si sentì sopra agli uomini e agli Dei.
Anticamente adorò Dio — più tardi non se ne curò — un giorno disse: creiamolo — e finalmente esclamò: lo stesso son Dio! 5
Lei sa bene, caro ed illustre professore, da quello che ho detto della filosofia, ch'io ho gettato via questa mal sicura fede e quest'inutile superbia. E non già, stia bene attento, perchè io reputi troppo alto, troppo grande, troppo folle lo scopo. Questo, anzi, io lo conservo identico, anzi lo rinvigorisco traendolo più violentemente fuori alla luce. Ma io voglio sorpassare la filosofia semplicemente perchè i suoi strumenti si son mostrati inadatti, insufficienti, perchè vedo che continuando per la stessa strada non lo raggiungeremo mai. La filosofia ci dà il mondo in grandi simboli, in grandi immagini, in sapienti formule ma questi simboli sono dei ricordi troppo lontani, troppo slavati, troppo esili della realtà; queste immagini sono inefficaci, sono impotenti a ridonarci quel senso di pienezza e di attività che le suscitò dapprima; queste formule sono delle chiavi che non aprono, degli ordini che non svegliano nessun servo, degli scongiuri senza eco. 6
6 V. per la critica del razionalismo il mio articolo già citato su Morte e Resurrezione della Filosofia e il saggio di GIULIANO IL SOF1STA su Leibniz ch'è in questo fascicolo.
E allora, poiché non possiamo esser soltanto giocatori che si baloccano colle parole, ma siamo e dobbiamo essere uomini vivi, assetati di vita, di godimento, di comando, noi abbiamo lasciato la vecchia nave e ci siam posti, nuotando soli pel mare, alla ricerca di una nave più rapida, più potente, più sicura perchè non ci conduca solo in isole di Alcina a udire suoni melodiosi fra castelli incantati, ma anche nel gran porto ove si trovano tutte le bellezze, le forze e le ricchezze del mondo.Ma questa nave che cercate, Ella mi dirà, voi l'avete, essa è accanto a voi, eppure la disprezzate: è la scienza.
Ella ha ragione ricordandomela, ma solo in parte. Perchè è bensì vero che la scienza mi dà, molto più della filosofia, il dominio delle cose, ma non così ampio, rapido, completo e immediato com'io voglio. Il carattere del dominio scientifico è quello di essere limitato alle cose più elementari della vita (nutrizione, movimento) e di aver bisogno d'intermediari materiali, il più spesso pesanti, complicati e grossolani. Esso è insomma limitato e lento. Io lo voglio invece intero e rapidissimo. Il mio sogno è la soppressione degli intermediari, è il dominio in cui per comandare agli uomini e alle cose non si abbia bisogno nè di parole, nè di ordigni, nè di macchine, nè di fili, nè d'altra cosa che sia esterna ed esiga tempo per agire. Io voglio insomma la trasformazione fulminea della volontà in atto, senza bisogno di tardi mezzi esteriori. Poichè la scienza non ci dà tutto quel che desideriamo e quello che ci dà lo dà imperfettamente bisogna a tutti i costi trovare una via per fare uno ìl sogno e l'atto, la volontà e la realtà. «Finora, io scrivevo in questo Leonardo, ch'Ella dice di aver tanto letto, noi abbiamo sognato ciò che non potevamo fare o abbiamo fatto quello che non valeva la pena d'esser fatto. Facciamo che i nostri sogni possano farsi realtà, che la nostra azione sia ampliata e nobilitata dalle nostre meditazioni. Facciamo
14
che agli uomini delle parole e agli uomini del fatto succeda colui che, simile a Dio, del verbo faccia cosa.» 7
Forse, giunto qui, Ella ha compreso. Ma Ella non saprà reprimere un moto di spavento e di disprezzo. Lo psichiatra che dormiva sotto la pelle del filosofo si risveglierà a giudicarci. Ed Ella, caro ed illustre professore, ci contemplerà con quell'occhio fra curioso e pietoso col quale deve contemplare i suoi ospiti della Casa di Salute Maria Pia. Ma innanzi di sottopormi a una doccia o di infilarmi la camicia di forza, mi ascolti ancora un poco. Dopo, se vuole, sarò a sua disposizione.
Il problema del dominio immediato dello spirito umano sul mondo si riduce a un problema psicologico: il problema dell'influenza della volontà sulle rappresentazioni. Giacchè le cose son quelle che noi chiamiamo anche rappresentazioni, basterà che la volontà possa agire su quelle perchè essa agisca, nello stesso momento, sul mondo. Ora questo problema non è così fantastico come potrebbe sembrare, visto da lontano. È un problema che gli psicologi si son posti da un pezzo: le ricorderò fra gli ultimi l'Höffding e il James. Lei non ignora certo l'importanza che sí dà all'attenzione (ch'è una forma di sforzo volontario) nella formazione della conoscenza, e sa benissimo qual parte abbia fatto l'Hlmholtz alla scelta anche nelle forme più elementari della percezione, Tutte queste teorie portano alla conclusione che noi non conosciamo tanto quel che potremmo conoscere, quanto quello che vogliamo conoscere. Ogni uomo, insomma, si sceglie il suo mondo. In un certo senso se lo fabbrica. Ella confesserà ch'è già molto. Confesso però, per conto mio, che non è tutto, che non è ancora quello ch'io cerco. Mi sembra, nonostante, che sia qualcosa di prossimo, che sia, anzi, uno dei pochi avviamenti possibili. Escludere dalla conoscenza, cioè dall'esistenza, ciò che non ci piace, che non ci comoda, che non vogliamo, è già un bel trionfo. È, se Lei vuole, un trionfo negativo, ma è pur sempre un trionfo. Si tratta di educare, di svolgere, d'intensificare questo lato dominatore della volontà: purché sia dato il punto iniziale niente appare impossibile.
Perchè noi sappiamo che la potenza della volontà non si manifesta soltanto con l'attenzione e la scelta ma con altre forme più oscure e più meravigliose. Ella sa che molti di quelli che si chiamano miracoli (guarigioni improvvise ecc.) non sono che resultati straordinari ottenuti da un'intensa volontà e interpretati leggendariamente dalle moltitudini con l'intervento di elementi estraumani. Ella sa che tanto la suggestione ipnotica quanto l'autosuggestione possono far sembrare reali fenomeni che non sono reali per gli spettatori. Ma qual differenza fondamentale si può affermare, al di fuori della durata, tra una sensazione suggerita e una sensazione comune, tra un'allucinazione e lo stato di veglia?
Non forse è reale, e molto spesso di una più bella realtà, anche il mondo del sogno?
Ella conosce certamente quella teoria del will to believe, che il James ha rinnovata da Pascal e dal Newman, e si riduce a constatare l'esperienza che se noi vogliamo per un certo tempo agire come se avessimo fede ín certi principi finiamo per acquistare realmente quella fede. Qui sono gli atti esterni che generano la credenza interna ma in casi è la credenza interna che produce gli atti esterni, e non solo gli atti ma le visioni esterne. Il credere fermamente che una certa cosa accadrà costituisce spesse volte una delle cause per cui la cosa realmente avverrà; il credere, dietro esperienze e discorsi altrui, che una cosa ci apparirà in una data maniera fa sì che noi la vedremo realmente in quel modo.
La volontà, insomma, non elimina soltanto, ma aggiungo e crea. E non basta, ma quando è forte essa comanda senza bisogno di ordini esterni. Ella avrà conosciuto certo, come tutti, alcuni di quegli uomini dai quali par che si diffonda un certo prestigio, un'autorità tacita e muta, una forza coercitiva che non richiede nè gridi nè gesti per essere obbedita. Sono uomini i quali comandano sempre, anche se non dicon parola. Il loro sguardo, la loro presenza bastano per impedire certi atti e certe parole, bastano per incitare certi altri atti e certe altre parole. Niente apparentemente li distingue dagli altri. Altri uomini potranno avere muscoli più solidi, cultura più vasta, grado più alto, eppure si sente, senza poter dire perchè, ch'essi saranno i padroni in qualunque luogo ove andranno. Tutti s'inchinano alla loro silenziosa volontà come dinanzi a un re al quale non ci si ribella, come dinanzi a una divinità che ha suggellate le labbra eppur fa tremare. Della loro stoffa si fanno i grandi capi, i grandi generali, i grandi organizzatori: da loro e dalla loro immediata e interiore potenza prenderanno le mosse i nuovi dominatori.
Ma qui si tratta, potrebbe Ella dirmi, di dominazioni umane ed io ho promesso il dominio del mondo. E infatti noi siamo ancora nel limbo del nuovo regno. Per la possessione del mondo io indicai già un'altra via: la scoperta del particolare. Io mostrai come nessun uomo si curi di ricercare tutto il particolare, non lo scienziato il quale ha bisogno di semplificare e deformare i fenomeni per farne delle formule maneggevoli e utilizzabili; non l'artista il quale sceglie soltanto i caratteri essenziali della realtà e con l'immagine tende piuttosto alla ricerca dell'unità del mondo; non l'uomo pratico il quale non guarda e non vede se non i lati delle cose che gli possono immediatamente servire e ha costruito la sua conoscenza dietro le istruzioni del «suo istinto di conservazione»; non il filosofo «vecchio stile» il quale si vanta di spregiare il singolo e si nutre soltanto delle grandi astrazioni e corre instancabilmente alla ricerca della massima astrazione, del magico e perfetto Unico generatore delle cose. Chi si proponesse, dunque, di ricercare tutto il particolare, cioè di ricercare tutte le differenze, le singolarità, le varietà e personalità delle cose, di ricercare cioè quello che
15
tutti fuggono, assetati e bisognosi del generale, farebbe opera nuova. E non solo nuova, ma opera di scoperta e di possessione. Perchè il pensiero, svolgendosi, è andato sempre dall'indeterminatezza primitiva verso una maggiore determinatezza, e la mente moderna sa cogliere assai più differenze di quello che non sappia quella di un selvaggio o di un fanciullo trascinati molto spesso dalle facili similarità. Ma questo potere discriminativo, anche per ragioni di minimo sforzo, è ancora elementare e insufficiente. Chi si studiasse di accrescerlo e di svilupparlo, com'io vo facendo, scoprirebbe nell'apparente uniformità un'abbondanza straordinaria di nuove e insospettate sensazioni, avrebbe il senso di ben più numerose e profonde diversità, vedrebbe più cose e tutte varie là dove l'uomo comune, vittima dell'inerzia mentale e dei suoi bisogni immediati, non ne scorge che una; vedrebbe dinanzi a sè moltiplicato il mondo, accresciuta la sua sfera sensoriale d'insospettate ricchezze. La nostra volontà di cercare il particolare crea dunque nuove cose e nuove possibilità di cose. E chi credesse che qui siamo nella conoscenza e non ancora nell'azione sbaglierebbe. Perchè possedere nient'altro è che far si che qualcosa venga a far parte di noi: arrivati, cioè, all'intuizione profonda del particolare, conoscenza è sinonimo di azione. Quando noi impoveriamo e schematizziamo la realtà per mezzo del concetto allora la conoscenza è in contrasto coll'azione, perchè il concetto è unità, immobilità e la realtà è diversità e movimento. Ma quando noi ci riaccostiamo, liberandoci dagli utili ma falsificatori concetti, all'intuizione naive di ciò ch'è particolare, e cioè mutevole, di quello ch'è diverso nel tempo e nello spazio, noi ci riaccostiamo nello stesso tempo all'azione la quale è appunto mutamento, cioè diversità. E lei sa, caro ed illustre professore, che due oggetti equivalenti a un terzo sono equivalenti fra loro.
Leì vede, dunque, che quando tendiamo a tornare al pluralismo non è perchè abbiamo, com' Ella ci annunzia benignamente, degli istinti atavici o perchè ci piaccia imitare i nostri padri dell'età quaternaria. Vogliamo tornare al particolare, perchè il particolare è la più completa e più intensa realtà, perchè le idee delle quali anch'Ella sì compiace malgrado il suo positivismo sono degli utili strumenti pratici, sono delle graziose pedine da scacchi, ma rappresentano la realtà, come un esile profilo tracciato leggermente su di un muro al lume della luna rappresenta il vivo, fresco e colorito corpo di una bella femmina giorgionesca. 8
Ella conosce, spero, quel meraviglioso e misterioso canto di Walt Whítman ch'è intitolato: Ei vi era un fanciullo che usciva fuori. Ascolti: «Ei v'era un fanciullo che usciva fuori ogni giorno. — E, non prima gli veniva visto un oggetto, che, ecco, in quell'oggetto ei si trasmutava. — E diventava quell'oggetto parte del fanciullo per tutto quel giorno o parte di quel giorno, o per molti anni o per non interrotti cicli d'anni. E così i gigli primaticci divenivano parte di quel fanciullo. — E l'erba e le soldanelle bianche e rosse, e il bianco e il rosso trifoglio e il canto dell'uccello Febo....» E finisce: «Tutto questo diventava parte del fanciullo, che ogni giorno usciva fuori, che fuori esce tuttavia e fuori uscirà ogni giorno». Simile a quello strano fanciullo è colui che ricerca e scopre il particolare. Tutte le cose divengono realmente parte di lui, esse nascono e vivono e crescono in lui.
Tante volte nella solitudine di qualche boscaglia, in alto, seduto in un prato, di primavera, io ho avuto di questi momenti di meravigliosa conquista. Io dimenticavo le parole imparate da fanciullo, le teorie assorbite nei libri, tutti i tossici teorici e verbali che ci inquinano il sangue e ci offuscano la vista e in mezzo alla natura ingenua io sentivo e scoprivo la vita immediata e concreta delle cose. Io contemplavo con tanta intensità gli alberi, i fiori, i fili d'erba ch'erano intorno a me ch'io non sapevo più distinguere tra me e loro e l'artificiale dicotomia di oggetto e soggetto era scomparsa dalla mia mente. Il filo d'erba era una parte di me, ed io sentivo di essere il filo d'erba. In quei momenti io mi sentii veramente divino, di una realtà più reale di quella quotidiana, dì una potenza più larga, più ampia, più autentica. Senza ch'io avessi divelto una pianta, senza ch'io avessi colto un fiore, io mi sentivo padrone e incontestato delle cose. Nessuna formula biologica, per quante io n'abbia cercate, mi ha dato mai quel senso di piena e gioiosa possessione.
Ma non creda, caro ed illustre professore, ch'io sia giunto al fine dei miei mezzi. Me ne resta ancora un altro e il più meraviglioso. Lei comprende ch'io voglio parlare delle speranze che fanno concepire le manifestazioni di quello che si usa chiamare oggi coscienza subliminale (subliminal self) manifestazioni molto prossime a quelle che si dicon medianiche ma che si estendono anche a certi fenomeni religiosi quali la conversione e il miracolo. Io parlo liberamente a lei di queste cose perchè so che non è di quelli che a queste nuove ricerche abbiano torto sdegnosamente il muso.
Ella stesso ha sperimentato e studiato e da quanto ha detto Ella non può negare la realtà di certe classi di fenomeni. La disgrazia di queste esperienze è consistita nell'essersi prestate ad associarsi con vedute metafisiche che dei monisti rneccanicisti, come sono per la massima parte i nostri scienziati, e neppure un antifilosofo qual'io sono, possono accettare. Tutto il problema della coscienza subliminale è stato assorbito dal cosidetto problema dell'immortalità dell'anima ed i fatti veri sono stati messi in sospetto perchè hanno servito troppe volte di pretesto a nuove edizioni di uno spiritualismo vago, contradditorio, assurdo, letterario, adatto tutt'al più come passatempo di signorine affamate di un ideale che sia insieme molto chic e poco faticoso. Nel gettar da parte questa mal cucita e mal digerita letteratura spiritualistica siamo, io credo, ancora troppo d'accordo. E siamo d'accordo, probabilmente, anche nel desiderare che le manifestazioni di quest'io subcosciente siano sempre più osservate, provocate e sviluppate.
Ma io, col mio solito vizio, vado più la e mi chiedo: so
16
invece di far servire questi fatti apparentemente meravigliosi all'architettura di confuse metafisiche o all'espansione di un lirismo insipido si pensasse a trasformarli in vie dirette ed efficaci d'impossessamento? Cioè: non ci preoccupiamo più se l'anima vive o no dopo la morte, cosa facciano e dove siano il perispirito, il corpo astrale e le altre sostanze mitiche di quel genere immaginate per dare delle cause invisibili ai fatti visibili, ma preoccupiamoci invece della possibilità di utilizzare praticamente questi fatti. Invece di tentar di spiegarli serviamocene: invece di fare verso di loro la parte del giudice istruttore che chiede l'origine, i connotati, il padre e la madre, facciamo come il padrone il quale ha bisogno di due buone braccia per i suoi lavori e non si occupa se chi le possiede è nero o bianco, s'è nato presso la sua casa o in terre al di là deì mari ch'egli non ha mai viste.
Questa attitudine realistica e pratica non è, mi pare, inutile o vana. Perchè ci sono almeno due ordini di questi fatti sulla cui realtà non c'è ormai più dubbio e che fanno mirabilmente al caso mio. Voglio parlare delle comunicazioni telepatiche e degli effetti fisici (movimenti di corpi pesanti senza contatto, levitazione ecc.). Si tratta di due funzioni della massima importanza e di uso continuo e quotidiano: la comunicazione interumana e il moto dei corpi. Noi abbiano bisogno ogni istante di comunicare cogli uomini e di far mutar di posto ai corpi. Ora i fatti medianici ci danno degli esempi di questi atti comunissimi e necessari in cui ogni intermediario esterno è abolito. Era, com'Ella si ricorda, uno dei miei fini più importanti. Io non nego, naturalmente, che questi esempi non son comuni e ch'essi sembrano sfuggire alla volontà. A me basta però che ci sia il principio, l'indizio della possibilità. A noi sta continuare e trasformare e allargare. Quando io so che ci può essere una comunicazione fra due spiriti senza bisogno nè di carta scritta, nè di fili telegrafici, nè di apparecchi marconiani io sono già sulla strada. Niente m'impedisce di credere che questa proprietà apparentemente involontaria di alcuni individui non possa divenire in seguito volontaria o generale. Già è stato detto che ciascuno di noi è un medio in potenza, che ciascuno di noi possiede, più o meno attivo e più o meno profondo, un io subcosciente. Quando la possibilità è ammessa, la più importante condizione è presente; non si tratta che di prolungare, di svolgere, di sgomitolare quello che esiste di già. E allora invece di aver bisogno di movimenti nostri o di movimenti dei nostri servi, invece di scriver lettere o mandar telegrammi noi potremo, colle nostre sole potenze interne, agire sulle cose e sugli uomini. Quello ch'era materia di revêries senza senso o di ipotesi fatti dogmi diverrà strumento sicuro di conquista dell'universo. Lo spiritismo dei poveri di spirito scomparirà dinanzi all'avvento del vero regno dello spirito.
Nonostante io son sicuro che qualcuno ci chiamerà spiritisti e spiritualisti e una volta ancora ci appaierà colle Nuove Parole del confusionismo idealista e occultista. Ma Ella, caro od illustre professore, spero che finalmente avrà compreso e avrà visto come qualche spirito e fine nuovo portiamo in questa invecchiata e isterilita filosofia. Il rafforzamento della volontà, la scoperta del particolare, la potenza subcosciente ci promettono ben più grandi gioie che non gli anemici concetti di cui finora s'è pasciuto, dopo Platone il gregge filosofico. Noi vogliamo piuttosto servirci del mondo, che conoscerlo: vogliamo piuttosto rifarlo a nostro piacere che tradurlo in grigi fantasmi.
E lei ci chiami pure, malgrado questo, dei fantasticatori. Di queste fantasie soltanto, caro ed illustre professore, si nutron coloro che voglion esser Dei e non scrisse forse un antico cristiano che la saggezza divina sembra follia agi occhi degli uomini?
Arrivati qui non c'è che da scendere. Gli dei tornano in terra: dall'amore all'odio. Lei sa troppo bene cos'è che odiamo: il suo caro positivismo evoluzionistico monistico e un cotal poco materialista. Le ragioni di quest'odio e di questo disprezzo son contenute in quello che le ho detto di già: non c'è che da trarle fuori. Ma per non venir meno alla mia pietà, cioè per timore di affaticarla troppo, le trarrò io brevemente. La prima ragione del nostro antipositivismo è piuttosto curiosa: risiede precisamente nel nostro positivismo. Perchè noi crediamo che quando il positivismo è ridotto ad essere un metodo di ricerca scientifica e questo metodo viene applicato senza violazioni e frodi e tradimenti, non c'è ragione di lagnarsene. Cosa dice, ridotto ai suoi termini più semplici, il metodo positivista? Che bisogna cercare di cogliere la realtà più d'appresso che si può, mettendo da parte tutte le inutili questioni teologiche e metafisiche sulla natura, l'origine e la destinazione delle cose, e ricercando invece i rapporti costanti tra i fenomeni, quei rapporti che possiamo esprimere in leggi, in formule e possono servire all'uso delle forze della natura. Questo ha detto il Comte della buona maniera e questo hanno detto parecchi filosofi avanti e dopo il Comte. E chi quel filosofo che non ha proclamato di voler occuparsi soltanto della vera ed autentica realtà'?
Ma il positivismo, soprattutto qua in Italia, è caduto in mano di uomini pericolosi che di positivisti hanno avuto poco più che il nome, di uomini dotati di gran resistenza al lavoro e di, una certa loro immaginazione di cattivo genere, ma d'altra parte superficiali, frettolosi, tendenziosi, creduli, fanatici i quali hanno fatto credere, al buon pubblico italiano e non italiano, che i loro libri erano l'ultimo e più perfetto prodotto della scienza positiva, l'espressione più sincera e sicura della schietta realtà. Ma noi ci siamo accorti che desti libri sono la più solenne e sfrontata sconciatura che si potesse fare del positivismo e l'abbiamo detto senza riguardi nauseati e indispettiti per la lunga frode. Perchè mentre il positivismo gridava di non volere nè metafisica nè teologia vedevamo imbandire agli affamati di sapienza vecchi pasticci
17
riscaldati di metafisiche materialiste e moniste e perfino alcuni avanzi di teologie andate a male: perché mentre da una parte il positivismo raccomandava d'esser cauti nelle deduzioni e di non fidarsi alle metafore, dall'altra parte si vedevano elevare precipitosamente teorie su tre fatti mal sicuri o sopra una similitudine equivoca — perché mentre il positivismo consiste nell'affermare soltanto ciò ch'è provato e sperimentato, soltanto ciò che può essere verificato e controllato, i falsi positivisti inventavano fatti, falsavano cifre, trascuravano l'esperienza e si lasciavano trascinare da ipotesi inverificabili fino a conclusioni assurde. Cioè mentre il positivismo, praticato con fedeltà, può essere di una certa utilità per la costruzione delle scienze essi fecero della cattiva scienza e della vecchia metafisica. Essi furono come amanti i quali tanto più sono infedeli quanto più ripetono le dichiarazioni d'amore e le proteste di fedeltà.
Perciò quando noi combattiamo Sergi, Ardigò, Lombrcso o Ferri non combattiamo contro il positivismo ma piuttosto per il positivismo. Il nostro disprezzo non è rivolto al metodo, che noi rispettiamo fin che resta nella sua sfera, ma agli uomini che non sanno applicarlo e vendono per positivismo le loro compilazioni confuse, leggere, banali, contraddittorie, inesatte, teologiche, ingenue, affrettate. Insomma diciamo del male di costoro non perchè voglion esser positivisti ma perché sono dei cattivi positivisti.
Ma questo tentativo di truffa intellettuale non basterebbe — lo riconosco volentieri — a spiegare interamente il nostro disprezzo verso gli pseudo-positivisti. Perché, infin dei conti, se trovano dei gonzi che li adorano e sorbiscono le loro risciacquature come vini schietti della vigna della verità, la colpa non è tutta loro. Basterebbe non essere fra codesti gonzi e non pensarci più. Ma ci sono altre ragioni e più gravi, le quali non dipendono tanto dal positivismo quanto da quella fungaglia di metafisicume sospetto che ormai l'ha stretto e circondato e passa per esserne la parte essenziale.
Il nostro antipositivismo dunque è più che altro antievoluzionismo e antimonìsmo e basterebbe dire anzi antimonismo perchè la teoria evoluzionistica non è che uno dei tanti mezzi che il monismo ha escogitato per ridurre il diverso all'unità. Di qui deriva soprattutto la sua fortuna perchè il suo valore esplicativo appare sempre più piccolo via via che si diradano i lumi dell'entusiasmo e appaiono più oscuri i misteri che ambiva illuminare.
Ma il monismo ci secca soprattutto per due ragioni: prima di tutto perchè i positivisti l'hanno fatto sempre alla democratica, cioè riportando il superiore all'inferiore, le manifestazioni più alte e complicate a quelle più elementari e più semplici, sopprimendo quello appunto che dovrebbe essere il segreto dell'evoluzione, cioè la variazione; e in secondo luogo, last not least, perché il monismo, negando virtualmente la diversità, nega la realtà e tendendo all'universale tende all'inconcepibile, cioè all'inesistente, al nulla. Il monismo è insomma il culto del concetto, dell'idea generale che porta a sopprimere quello ch'è vario, ciò che si muove, che cambia, che agisce; è ciò che tende a stabilire il regno dell'immobilità mentale, dell'unità completa e perciò incomprensibile, dell'intellettualismo verbale opposto alla vita, alla realtà, all'azione.
Mentre le idee generali che si trovano nelle scienze particolari per quanto non rispondano alla realtà vera e piena, sono giustificabili come strumenti pratici per una più rapida manipolazione delle cose, l'idea universale, l'astratto unico non rende nessun servigio, non compie nessuna funzione. Se pur qualche volta può giovare come incitamento a scoprire relazioni fra cose lontane esso non riesce mai di per sè e in sè ad avere nessun valore. È un segno incompreso e basta. È perfettamente inutile sceglierne uno piuttosto che un altro, perchè lassù, nel mondo dell'inconcepibile, tutti i suoni si equivalgono. Essere, Natura, Forza, Materia, Realtà, Spirito, quando son tolti dalle loro funzioni particolari, voglion dire tutti la stessa cosa, cioè nulla. Ma è perfettamente inutile stendere sul mondo una parola che non dice nulla nè serve a nulla. Abbiamo dì meglio da fare e giacchè l'universale non ci serve andiamo al particolare.
Per queste ragioni non siamo positivisti, cioè non siamo monisti. Sempre fin che siamo filosofi, s'intende. Perchè quando siamo poeti o quando siamo logici o matematici possiamo anche accettare tutti i monismi e tutti i simboli universali. Quando vogliamo conoscere ci adattiamo anche a dire delle cose che non si possono spiegare (assiomi, postulati) per la ragione assai semplice che sono le prime e che perciò non c'è niente dinanzi a loro, per definizione, che possa dar loro un senso. Quando vogliamo cantare o favolare ci bastano le sonore parole o le belle immagini e non ci curiamo nè della verosimiglianza nè della praticità, da veri fanciulli innamorati dei racconti delle fate che siamo ancora per nostra grande fortuna.
Ma quando preferiamo certe classi di realtà (sensazioni) a certe altre (sogni, simboli) allora gettiamo i concetti inutili, le generalità pericolose, gli universali vuoti, le questioni senza senso, insomma vomitiamo tutto l'intellettualismo, razionalismo e monismo e corriamo in cerca di tutto ciò ch'è il loro contrario; abbandoniamo il simbolo per la cosa, il monismo per il pluralismo, la scienza razionale per l'azione magica.
E non contrapponiamo, com'Ella crede, l'idealismo o il volontarismo al suo positivismo monista. L'idealismo, s'è inteso nel senso gnoseologico dì dottrina che riduce tutta la realtà ai fatti di coscienza, non è che uno dei modi o dei nomi coi quali si epiteta il mondo. Per conto mio non trovo nessuna differenza tra le rappresentazioni quali sono intese dai fenomenisti e i corpi come con definiti dai materialisti.
Se per idealismo s'intende invece la preminenza delle forme più interne dell'attività psichiche, sia del sentimento che della volontà, sulla conoscenza, allora siamo idealisti e, nello stesso tempo, volontaristi. Ma questo volontarismo non
18
fa che esprimere la nostra preferenza, il nostro temperamento mobile, il nostro carattere imperioso. È una nota di psicologia personale, non diventa una metafisica alla_Schopenhauer. Noi siamo volontaristi, in quanto vogliamo che le rappresentazioni cambino secondo il nostro piacere, non perciò crediamo che la volontà sia il fondo di tutto e l'essenza dell'universo. Anche qui, insomma, siamo più uomini che metafisici.
Perciò, caro e illustre professore, bisogna ch'Ella rinunzi a chiederci i nostri concetti ben determinati in «cosmologia, ontologia, gnoseologia, psicologia, biologia». L'unico concetto ben determinato per noi è quello di prendere quelle teorie che si adattano meglio via via al nostro temperamento e ai nostri fini. Giacche la realtà è composta dal mondo vario e disperso delle nostre rappresentazioni e le scienze e le filosofie non sono che delle sopracostruzioni più o meno diverse, fatte coll'intenzione di mettere un po' d'ordine e di regolarità, noi non diamo loro un valore ben definito. Non crediamo alla verità di una sola di esse. Sopra ciascuna questione ci possono essere varie teorie egualmente utili in tempi diversi. Perciò non ci curiamo di scegliere. Da uomini pratici prendiamo il treno o l'automobile, la diligenza o la nave secondo la stagione, il denaro, (cioè il tempo che siamo disposti a spendere per capirle,) e la loro maggiore o minore velocità rispetto allo spazio da percorrere. Non siamo così pitocchi da tenere un sol cavallo o una sola teoria a nostra disposizione. In questo senso, cioè in quanto le teorie possono essere ancora strumenti di pratica, noi siamo sofisti.
Oh quanto abbiamo profondamente, sonoramente, sinceramente riso dinanzi alla sua filastrocca di domande! Ella scriveva trasportato dai suoi istinti feroci d'esaminatore indispettito e tracotante: «Ditemi quali sono queste idee che si muovono in noi, e per noi, e da noi: qual'è l'idea che avete sul mondo? Quale sull'uomo? Quale sull'anima? Quale sul conoscere? Quale sulla volontà? Quale sulla natura? Quale sul sapere e sulla storia? Quale sulla religione? Quale sull'arte? Quale sulla società? Quale sul progresso? Quale sulla morale?»
Come Ella vede, caro ed illustre professore, io non ho risposto punto per punto a questo suo minaccioso questionario. Perchè ad alcune domande avrei dovuto dire che non c'è risposta, ad altre avrei potuto dare dieci delle mie possibili risposte. S'Ella non capisce questo non si occupi più di noi in eterno: non ci comprenderà mai.
Del resto, caro ed illustre professore, le dirò crudamente, ora che la mia provvisione di pietà è sulla fine, ch'io temo assai che questa sarà la sua sorte. Ella è troppo uomo della ragione, dell'assoluto, dell'idea, del simbolo, del buono, del vero e del bello, per capire, non l'idea nuova, ma lo spirito e l'atteggiamento nuovo che comincia con noi.
E le confesserò anche ch'io la consiglierei, se potessi, a non capirci. I più, caro ed illustre professore, hanno bisogno di positivisti come lei; i meno hanno bisogno di alienisti come lei. Perché vorrebbe Ella abbandonare il suo posto?
Si contenti dì ammirarci senza capirci, e le promettiamo di essere suoi clienti appena la nostra pazzia avrà preso delle forme più noiose. Allora, quando dalla megalomania divina saremo passati alla demenza senile, finiremo col trovarci d'accordo anche sul positivismo e sul monismo.
Ma fino a quel giorno resterò, con somma gioia, suo amico pratico e suo nemico teorico. E mi abbia, con tutte le mie condoglianze ed i miei auguri, suo aff.mo
GIAN FALCO
. Firenze, Settembre 1904.P. S. Oggi il tempo è cambiato: non sono così dolce e candido come l'altro giorno. Perciò aggiungo qualche breve nota alla mia risposta, per servire alla storia del positivismo italiano.
CONTRADDIZIONI: 1) Afferma più volte di non sapere chi siamo (6, 7, 10, 12 ecc.) ma trova il modo di sapere che siamo demolitori (8) idealisti (13) pluralisti (16) volontaristi (22) antipositivìsti (15) antimonish (15) che andiamo verso il solipsismo (9) verso lo spiritismo (22) verso i selvaggi (20 ecc.) — 2) Dice che il positivismo è ateleologico (3) ma parla di «andare a ritroso» (3) di avanti e indietro nella storia dello spirito (5). L'avanti e indietro presuppongono un fine, una meta — cioè il teleologismo sociale, il teleologismo progressista. — 3) Dice che non siamo scettici (7, 8) ma conclude: «il vostro scetticismo non vi concede di ammettere una realtà» (23). — 4) Ci accusa di andare all'indietro (5) a ritroso (3) ma io e l'amico Giuliano siamo viceversa dei bersaglieri che andiamo avanti (7). — 5) Le nostre idee non son nuove (16) ma le riviste fiorentine sono e armi di battaglia in favore delle nuove idee» (3) anzi, dovrebbero esser note a chi segue in Italia «le manifestazioni più spiccate delle nuove correnti che preoccupano la coscienza moderna» (4) giacchè noi due del Leonardo siamo dei «bersaglieri delle idee novelle» (7). — 6) Noi abbiamo per il Morselli «forte ingegno» «eletta cultura» «attività fervida e intelligente» (3) «operosità ammirabile» «nobile spirito» «elevata attività mentale» (4) ecc. ecc., ma tutto questo non ci impedisce di scrivere delle idee vecchie, sciocche, nebulose, e di tornare al pluralismo dell'uomo preistorico animista e feticista (22). Cioè siamo eccellenti macchine che facciamo pessimi prodotti! Ma, di grazia come si giudica dei produttori se non dai prodotti?
INESATTEZZE: Il Leonardo deriva dal Marzocco (4), l'Hermes non si occupa che di problemi estetici (4), io ho chiamato l'Ardigó «prete spretato»! (2), il Leonardo ha affinità colla Nuova parola! (4) l'hegelianismo è rappresentato soprattutto da Vera e De Meis! (5) Berkeley è un solipsista (9) mentre noi non abbiamo osato arrivare al solipsismo (9). cfr. invece il mio Me e non me in Leonardo, n. 2, I serie). Congratulazioni alla diligenza positivista!
19
◄ Indice 1904
◄ Leonardo
◄ Cronologia