Libri di Giovanni Papini

Umilissime scuse



a cura di Carlo Bo
Introduzione
pp. 7-10
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   Ho conosciuto molto bene Giovanni Papini e Domenico Giuliotti, due scrittori oggi ingiustamente dimenticati e per i quali non è ancora venuta l'ora della resurrezione, come invece è già avvenuto per altri scrittori di quel tempo che hanno goduto di una riscoperta. Soprattutto per Papini il silenzio è andato crescendo dopo la sua morte, ma per la verità era già cominciato prima, alla fine degli anni trenta. E questa soprattutto per ragioni politiche, essendosi lo stesso Papini mostrato più fascista di quanto non fosse in realtà.
   A noi, però, interessa la storia anteriore di questi due amici che si ritrovarono, dopo la "famosa" conversione di Papini al cattolicesimo, alleati nella stessa battaglia contro il pensiero e la vita moderni. Lo fecero nel nome di questa fede rinnovata per Papini, mentre per Giuliotti si trattava di una più antica conversione: lotta che ebbe come manifesto, o meglio dichiarazione di fede, il Dizionario


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dell'Orno Salvatico, che venne immediatamente contestato e criticato.
   I due amici si rifacevano direttamente all'insegnamento degli scrittori francesi che tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento avevano già lottato per lo stesso scopo, e il punto di maggiore riferimento era quello di Léon Bloy che nei suoi vari diari e nei suoi pamphlet si era già scagliato contro gli stessi obiettivi, incurante delle critiche e delle contrapposizioni tali da meritargli il titolo di "mendicante ingrato". Se poi si guarda da un punto di vista più alto, si deve dire che in qualche modo Papini e Giuliotti riflettevano uno stato d'animo che era comune al periodo del primo dopoguerra, fondato sul rifiuto della retorica dannunziana e delle filosofie maggiormente praticate allora, il crocianesimo e l'idealismo gentiliano. Il proposito principale del Dizionario era dunque quello di versare la lezione francese dei Bloy, dei Veuillot, degli Hello nella vasca fin troppo tranquilla della cultura italiana di allora. I due amici toscani vi aggiunsero degli umori che sarebbero stati poi ripresi ed esaltati dalla polemica tra Stracittà e Strapaese.
   Il Dizionario non ebbe grande successo, o almeno un successo momentaneo, e per questo l'impresa


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si arrestò. Ognuno, per conto suo, riprese la propria strada, privilegiando Papini la sua vena letteraria religiosa e Giuliotti la furia delle sue reazioni che non risparmiava nessuno, compresi gli amici. Il modo stesso delle loro vite era diverso. Papini era rimasto legato alla sua città, era famoso, conosciuto in tutto il mondo, mentre Giuliotti era più ricordato, che non letto e seguito. Giuliotti si era da tempo sepolto in un paesetto del Chianti, in una sorta di malinconia profonda e di disperazione velata. Il ritmo delle sue giornate era quanto mai semplice. Usciva soltanto una volta la mattina per andare in piazza a comprare il giornale e il pacchetto di sigarette che gli bastava per quel giorno. Quando lo si andava a trovare bisognava affrontare un viaggio disagevole, con diversi cambi di tram e di piccole corriere a cavallo. Vi accoglieva con gioia, ma poco dopo sprofondava nella sua malinconia e soltanto a lunghi tratti si accendeva per un grido di ammirazione o per un moto di sdegno o di ira per ciò che gli sembrava eccessiva obbedienza al successo e al denaro. Comunque l'amicizia tra i due fu lunga e nel gioco delle parti quella dell'ammiratore assoluto era recitata da Papini nei confronti del suo amico Giuliotti: in un'ammirazione doppia dell'amico e dello scrit-


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tore, dell'uomo e del solitario, per cui non esistevano sfumature e neppure accomodamenti.
   Diverso era l'approccio con Papini, il quale non nascondeva la sua vera natura di scrittore, di intellettuale e di divoratore di libri, di riviste e di giornali. Per lui le giornate si dividevano fra le ore di preghiera nella chiesetta che stava di fronte a casa sua in via Vico e lo studio, che era una grande biblioteca. Inutile dire che il suo modo di fare polemica non era scomparso e neppure era scomparso lo spirito di contraddizione anche con se stesso. Così capitava che un giorno parlava da critico libero e indipendente e il giorno dopo trovavate sul giornale delle vere e assolute negazioni di quello che aveva detto. Mi è capitato di sentirlo fare un ritratto obiettivo di André Gide e il giorno dopo di leggere sul "Corriere della Sera" una delle sue famose stroncature.
   Non è facile dire quanto fosse rimasto nei loro animi della battaglia del Dizionario. A distanza di tanti anni si può dire che l'interesse maggiore sia quello che tocca lo stile e la letteratura, mentre sembra ridotto di molto quello della visione religiosa, e penso che questa sarebbe l'opinione dei due amici, Papini e Giuliotti, se, per un miracolo, fossero ancora vivi e fra noi.


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