Articoli su Giovanni Papini

2024


Luca Scarlini

Papini visto da Soffici. Un grande agitatore di animi. Ha influito nel cambiamento del clima spirituale in Italia

Pubblicato in: lanazione.it
Data: 6 aprile 2024




Così Ardengo Soffici nel 1959 descrive lo scrittore nel numero per il Centenario del nostro giornale.
Certe sue intemperanze caratteriali venivano scambiate per cattiveria: nulla di più falso.


Una grande figura di agitatore di idee e di principi morali ed estetici la cui esaltazione ha vivamente influito nel cambiamento del clima ideale spirituale creativo dell’Italia del nostro tempo. Parlare di Giovanni Papini è per me molto difficile, come mi sarebbe dipingere il ritratto di un amico col quale conversassi a un metro di distanza. Ho sulla tavola davanti a me, quello, dei ritratti, che gli fece la sua figliola Viola, quando egli stava avviandosi verso l’estremo del suo male, ed è il più vivente di quanti ne avesse, tanto che mi par di esser sempre con lui. Del resto, Papini è sempre vivo anche dentro di me.

   Ci eravamo conosciuti di persona più di mezzo secolo fa, quando lui e Prezzolini facevano il Leonardo, e precisamente nell’estate del 1903. Ma già da circa un anno eravamo in relazione epistolare, avendomi egli inviato a Parigi, ove allora vivevo, i primi numeri di quella rivista, alla quale collaboravano i miei vecchi condiscepoli della Accademia fiorentina di Belle Arti, ed amici Giovanni Costetti e Armando Spadini, e collaborai poi anch’io. Descrissi già nella mia Autobiografia il nostro primo incontro in quella sua aerea stanza di Borgo degli Albizi, dove egli mi apparve, quale allora era, giovane povero, dalla gran chioma arruffata, la camicia sbottonata sul collo, gli occhi miopi ma penetranti dietro fortissime lenti, la bocca dentuta largamente aperta al riso e al paradosso; somiglia te scrivevo a un drago allegro; brutto, come tutti dicevano, ma d’un brutto che a me parve "una bellezza più in alto". Fin dalle prime parole fu chiara una diversità fra le due nostre nature, allorchè, dicendogli io del mio amore per il Petrarca, poeta e uomo rinascente e per più lati "moderno", egli me lo stroncò sul tamburo col definirlo "abate sdilinquito e mieloso". Ciò nonostante, la nostra amicizia cominciò da quel giorno, giacchè insieme scoprimmo che tante affinità di stirpe, di carattere, di passioni intellettuali letterarie e artisti che ci legavano; e soprattutto quella di una comune ansia di rinnovamento, di allargamento e di, diciamo così, ventilazione della cultura e dell’espressione lirica, in una Italia allora rinchiusa e sonnecchiante all’ombra di alcune grandi figure, circondate da epigoni mediocri, o da rifriggitori di mode straniere, ancora più mediocri e provinciali.

   Quando più tardi facemmo entrambi parte della Voce, eppoi fondammo insieme Lacerba, tali nostre divergenze e affinità si composero e fecero corpo, ad incremento di quella generosa passione, la quale, unita alle non meno fervide, ancorchè di un diverso ordine, degli altri compagni di lotta, approdò in alcuni anni al rinfrescamento mentale, artistico, e anche linguistico, del nostro Paese; non solo, ma allo spalancamento di più vasti orizzonti verso la vita spirituale dell’Europa e del mondo; fatto ormai ammesso generalmente, e divenuto materia di storia.

   Durante questa battaglia, vivendo fianco a fianco e nella più stretta intimità e familiarità con lui, la personalità di Papini mi si palesò chiara in tutta la sua forza e varietà. Tutti hanno parlato da quel tempo, ammirando, biasimando, e anche detestando sprezzanti, delle sue uscite iconoclastiche, delle sue impennate sacrileghe, delle sue smargiassate scandalistiche, delle sue "parolacce" beceresche, attribuendole a una sorta di acredine interiore, di malvagità diabolica congenita e di cupidigia reclamistica.

   Si tratta di una, forse scusabile, per gli estranei e per i sopravvenuti, ma certo totale incomprensione. L’asprezza polemica di Papini non aveva alcunchè di livore personale o astiosità verso le sue vittime occasionali, ma era tutta dovuta all’appassionato attaccamento ch’egli aveva per certi suoi principi o modi di vedere, era la manifestazione di quel che i latini attribuivano all’irritabile genus vatum. Così come il suo piglio aggressivo, le sue strapazzate verbali, le sue spostature, nei primi incontri con persone di nuova conoscenza, altro non erano se non il portato della sua naturale timidezza, una sorta di preventiva difesa, che un nulla, una parola cordiale, un gesto da parte loro bastavano a smontare e addomesticare.


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