Articoli su Giovanni Papini

2021


Maria Panetta
Due "letterati editori" nel primo quindicennio del novecento: Croce e Papini fra polemiche, riviste e collaborazioni editoriali
Pubblicato in: Diacritica, anno VII, fascicolo 1 (37), pp. 136-235.
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Data: 25 febbraio 2021



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Premessa

   Dopo nove anni dall’uscita della mia edizione critica del Carteggio 1902-1914 fra Benedetto Croce e Giovanni Papini 1 – che mi ha impegnata, con alterne vicende, dal 2007 al 2012 –, mi sono decisa a pubblicare queste pagine, che erano perlopiù state concepite come introduzione a quel volume; ma, poiché a lavoro concluso, su mia stessa proposta, Gennaro Sasso accettò, con grande gioia e soddisfazione della sottoscritta, di concedermi l’onore di firmare la premessa al Carteggio, questo lungo testo è stato, allora, per una gran parte riposto in un cassetto, in attesa del momento opportuno per essere divulgato 2.
   Dato che il suddetto volume, uscito nel mese di giugno del 2012 per i tipi delle romane Edizioni di Storia e Letteratura nella loro nota collana di carteggi, si pregia, dunque, di essere introdotto da un intervento assai articolato di Sasso sul panorama culturale del primo Novecento, mi sono risolta ad affiancargli, seppur dopo svariati anni, un lungo saggio (qualcun altro ne avrebbe ricavato una monografia) che prova a ripercorrere in modo più analitico gli snodi principali del rapporto intercorso fra due delle più significative personalità intellettuali del nostro Novecento e tenta di fornire anche un contributo alla spiegazione di certi allontanamenti e riavvicinamenti succedutisi in una dozzina di anni di intensa corrispondenza epistolare fra i due “letterati editori”, mettendone a fuoco gli argomenti salienti e illustrandone


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eventualmente i retroscena dei punti meno chiari (pure per questo carteggio, infatti, l’«intertestualità vige anche fra scrittura in pubblico e scrittura in privato dei due interlocutori e, si direbbe, con incremento di conoscenza di entrambe previo procedimento di raffronto incrociato» 3.
   In funzione della pubblicazione in rivista, sono state, ovviamente, apportate delle modifiche alla prima versione del testo, che, in questa seconda forma, passa da una prassi metodologica essenzialmente testuale-filologica a un taglio di tipo storico-letterario ed ermeneutico, che mira non solo a soffermarsi sull’evoluzione del rapporto fra i due letterati, ma anche a ricostruire come quest’ultimo fosse inserito in un ben preciso e definito contesto culturale e coinvolgesse una pluralità di attori e ambienti, fra i quali, in primo luogo, svariati altri intellettuali, varie riviste e numerosi editori.
   Perlopiù si è deliberatamente deciso di non dilungarsi, in questa sede, su passaggi che siano già stati ampiamente e approfonditamente illustrati altrove (in primo luogo, nei due ricchissimi volumi che raccolgono il pluridecennale carteggio tra Papini e Prezzolini, editi a cura di Gloria Manghetti e Sandro Gentili, cui spesso si rinvia in nota), a meno che non fossero utili nell’economia della trattazione o addirittura indispensabili per comprenderne taluni snodi principali.
   Qui di seguito si potrà leggere, dunque, il racconto di una storia che, in quanto tale, è necessariamente – e crocianamente – anche un’interpretazione.

I primi contatti fra Croce e Papini
   Agli inizi del 1900 Benedetto Croce aveva trentaquattro anni ed era già un intellettuale di fama europea. Aveva pubblicato un numero cospicuo di articoli 4,


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saggi, edizioni di testi; aveva fondato e diretto collane editoriali 5 ed era in corrispondenza con numerosi degli intellettuali più significativi dell’epoca.
   Giovanni Papini, nato a Firenze il 9 gennaio 1881, dopo un’«infanzia scontrosa e solitaria» 6, si era iscritto alla Scuola tecnica Leonardo da Vinci e poi alla Scuola normale maschile Gino Capponi (ove strinse amicizia col suo professore d’italiano dell’ultimo anno, Diego Garoglio), ottenendo il diploma di maestro nel 1899. Dopo alcune prove di pubblicazioni periodiche, aveva brevemente militato nel fascio giovanile repubblicano “Goffredo Mameli”, avvicinandosi, poi, all’anarchismo. Alla fine del 1899 diede vita a un sodalizio assieme ad Alfredo Mori, Ercole Luigi Morselli e Giuseppe Prezzolini, sottoscrivendo, poi, il 12 aprile 1900, un manifesto dal titolo Proclama degli Uomini Liberi, ma il gruppo si sciolse nell’ottobre 1901. Era, dunque, un giovane intraprendente e attivo di diciannove anni, che nel 1903 avrebbe fondato la rivista «Leonardo», assieme, appunto, al quasi coetaneo Prezzolini.
   Come risulta dal ricordato Carteggio (rimasto quasi integralmente inedito fino al 2012), la corrispondenza epistolare fra Croce e Papini 7 – almeno quella di cui è


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rimasta traccia tangibile – consta di 204 missive 8 – tra lettere, cartoline, biglietti (3) e telegrammi (2) – e si snoda dal settembre 1902 al marzo 1914 9.
   A prendere l’iniziativa della scrittura fu l’allora ventunenne Papini che, il 5 settembre del 1902, indirizzò una lettera molto misurata e ossequiosa a Croce: l’occasione per scrivergli (se non il pretesto) gli venne fornita dalla necessità di rivolgersi a qualcuno che fosse esperto di Bertrando Spaventa, di Giambattista Vico e soprattutto dei cosiddetti hegeliani meridionali, per poterne discorrere con maggiore precisione in un saggio che andava preparando per il «Monist» di Chicago 10.
   Croce rispose tre giorni dopo, precisando quale rapporto corresse tra Vico e Kant secondo Spaventa – ovvero che l’esigenza di una nuova metafisica, posta da Vico nel momento in cui aveva scoperto una nuova filosofia dello spirito, era stata concretamente inaugurata solo dopo di lui, appunto da Kant – e affermando che si sarebbe offerto di inviare a Papini il volume spaventiano Prolusione e introduzione alle lezioni di filosofia 11, di cui possedeva doppia copia, se non si fosse trovato a Perugia e non pensasse di trattenervisi a lungo: egli era, infatti, noto per la disponibilità nel permettere ad altri studiosi, anche giovani, di consultare i volumi della sua biblioteca per le loro ricerche.
   Raccomandò a Papini anche di leggere la parte dell’Estetica – da lui appena pubblicata, com’è noto, per l’editore palermitano Sandron 12 – relativa alla storia della disciplina, e in particolare il capitolo che aveva dedicato al proprio maestro De Sanctis (il quindicesimo della seconda parte), e lo invitò a fare il suo nome, nel caso


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in cui Papini avesse avuto necessità di prendere in prestito il volume Sandron alla Biblioteca Nazionale di Firenze, della quale Croce conosceva bene il direttore, cavalier Martini 13. Anche dalla sicurezza con cui egli preannunciava al proprio corrispondente che, facendo riferimento al suo già famoso cognome, avrebbe ottenuto certamente i libri richiesti («Vedrà che li avrà subito») 14 si ha ulteriore conferma del fatto che la notorietà di Croce e l’autorevolezza di cui godeva nel campo degli studi erano, allora, già consolidate in Italia.
   Papini ringraziò per le informazioni relative agli hegeliani napoletani (e, anzi, invitò Croce a scrivere su quel movimento un volume che, a suo dire, solo lui sarebbe stato in grado di preparare) e prospettò a Croce la necessità che fosse progettata una storia della filosofia italiana che, a differenza di ciò che accadeva nelle altre nazioni importanti per i loro cospicui apporti alla filosofia, in Italia ancora nessuno aveva elaborata. A questo proposito, anzi, aggiunse che da tempo andava raccogliendo appunti e bibliografia al riguardo, ma che, per mancanza di tempo e di «abilità» 15, forse non sarebbe riuscito a «farne qualcosa di definitivo» 16: il che suonava come un altro invito perché fosse Croce a sanare quella «vergogna» 17 tutta italiana. Soprattutto, però, egli mirava, sì, a presentarsi come un dilettante di filosofia, ma anche come un giovane molto attento al mercato e capace di sortite significative nel suddetto ambito conoscitivo, oltre che in quello degli psicologi italiani, alcuni dei quali, a suo dire, risultavano «immeritamente ignoti» 18 e andavano, pertanto, presentati al pubblico (cosa che Papini annunciava di accingersi a fare) 19.
   Nella stessa lettera, riferendosi alla notizia che ne aveva appena dato Giuseppe Lombardo Radice sulla «Rassegna critica della letteratura italiana» 20, Papini iniziò a


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prospettare a Croce qualche dubbio sulla chiarezza del concetto di “intuizione” esposto nella sua Estetica, annunciandogli che l’avrebbe acquistata e che si riservava di scrivergli per chiedergli chiarimenti su quanto non gli fosse, eventualmente, risultato chiaro: comunque, «anche traverso gli inadeguati riassunti» 21, preannunciava a Croce la propria prima impressione che «le sue teorie fossero 22 di importanza e novità non comuni» 23.
   Da ultimo, sempre nella stessa missiva – siamo nel settembre 1902 – gli rivelò di aver iniziato a interessarsi ai suoi scritti sulle relazioni italo-iberiche (relativi al periodo erudito di Croce) 24 all’epoca in cui era in corrispondenza con Arturo Farinelli su problemi relativi a «cose spagnuole» 25: Papini tiene, dunque, a presentarsi a Croce come intellettuale già al centro di una rete di relazioni culturali che ne fanno qualcosa di più di un appassionato di studi filosofici, psicologici ed eruditi. Per la prima volta nel carteggio compare, qui, anche un riferimento finale di Papini all’«italiana geniale universalità» 26 che permette a Croce di occuparsi agevolmente degli argomenti e delle discipline più varie, dalla storia politica a quella letteraria, dalla «sociologia» 27 (e si noti il riferimento esplicito a questa disciplina) alla filosofia: la lode dell’instancabile versatilità di Croce sarà una costante dell’intera corrispondenza epistolare fra i due.
   Per tutta risposta, all’affermazione sull’assenza di una storia filosofica italiana Croce ribatté segnalando a Papini che Gentile stava per pubblicare per Vallardi proprio una Storia della filosofia italiana 28, sottolineando con orgoglio amicale che era un «manuale succinto, ma certamente assai ben fatto, ed il primo in materia» 29. Dopo aver preannunciato il piano di studi che aveva già chiaro in mente, a


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quell’altezza temporale – ovvero la successione delle indagini sulla logica, sulla teoria della storiografia e, da ultimo, sulla pratica –, Croce passò a puntualizzare la parentela del proprio concetto di “intuizione” con quello kantiano, definendo anche i limiti di quest’ultimo, che – a suo giudizio – si dimostrava errato nel considerare l’attività intuitiva come «consistente nelle due categorie del tempo e dello spazio» 30. Egli precisava, infatti, di ritenere l’intuizione «identica con l’Estetica» 31, in quanto «caratterizzante» o «individualizzante», se considerata «nella sua forma originale e fondamentale» 32; pur avendovi meditato a lungo, Kant, a suo parere, non aveva potuto risolvere il problema estetico nella Critica del giudizio, avendo, appunto, ignorato la connessione dell’attività intuitiva con l’arte.
   Un’ultima importante precisazione si trova, in questa lunga lettera, riguardo alla “collocazione” filosofica di Croce: egli vi si definisce apertamente un «idealista» 33 e afferma di credere alla veridicità del fondamento della filosofia hegeliana, ma non a certe conseguenze che Hegel trasse da quel fondamento; inoltre, asserisce di rifiutare sia la filosofia della natura sia la filosofia della storia hegeliane. E, infine, riguardo all’Estetica di Hegel, aggiunge che questi giunse ad affermare la mortalità dell’arte rifacendosi al misticismo dei neoplatonici.
   Il 18 settembre fa il suo ingresso nel carteggio una figura a Papini molto familiare: Diego Garoglio, poeta allora piuttosto noto e (come accennato) suo insegnante d’italiano. I due si erano soffermati a lungo, a Castelfranco, a leggere e a commentare insieme la parte teorica dell’Estetica crociana e Papini riferì a Croce che, per quanto non fossero d’accordo su tutte le sue asserzioni, la loro stima per lui era uscita rafforzata dalla lettura dell’opera, che Papini definiva «la più fortemente e originalmente pensata ch’io conosca o sappia in fatto d’Estetica» 34, aggiungendo che la sua parte storica risultava «mirabile per la nitida sobrietà, per l’idea generale che


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l’informa e per la copia delle notizie» 35. Papini difendeva anche le digressioni, da più parti criticate, presenti nell’Estetica come un’utile «ginnastica intellettuale» 36, affermando di aver apprezzato, assieme a Garoglio, la «libertà dello spirito» 37 e la «vastità delle vedute» 38 di Croce: un giudizio, dunque, cauto ma, nel complesso, positivo; e, anzi, per certi versi addirittura entusiastico.
   In un articolo uscito il 9 novembre 1902 sul «Marzocco» 39, Garoglio prese, però, le distanze dall’Estetica crociana, in favore di una «critica collaboratrice ed antisistematica» 40 ed espose i dubbi che quella lettura gli aveva suscitato, perplessità che corrispondevano anche a quelle espresse da Papini (per esplicita ammissione di quest’ultimo, nella lettera del 18 settembre appena menzionata); eppure, questi scriveva, il giorno stesso, all’amico Prezzolini: «Non ti pare che Gar.[oglio] tratti troppo bene l’Estetica del Croce?» 41.
   Papini aveva, in effetti, già espresso delle riserve sul concetto crociano di “Filosofia” e sulla distinzione operata da Croce (sulla scorta di Hegel più che di Kant) tra “fenomeno” e “noumeno”, perplessità esposte proprio nella suddetta lettera del settembre 1902: egli si dichiarava, ivi, in favore di una sorta di «fenomenismo radicale» 42, che – a suo dire –, in un’«analisi gnoseologica legittima» 43, poteva prescindere dal pensiero, ovvero da una «qualsiasi contraddittoria concezione noumenica» 44.
   Inoltre, in un post scriptum non troppo velatamente polemico, per quanto si dicesse convinto che il silenzio al riguardo fosse stato deliberatamente scelto da Croce, precisava di aver allegato alla lettera un elenco relativo a una trentina di nomi


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di filosofi italiani dell’Ottocento che non figuravano nella parte storica dell’Estetica, nel caso in cui non fossero noti al suo autore.
   Croce non rispose a quella che considerò, molto probabilmente, una provocazione piuttosto impertinente; e, dunque, forse non fu un caso che, qualche giorno dopo, inviasse a Garoglio – e non a Papini – il programma della «Critica», sebbene lo stesso Papini, venuto per caso a conoscenza della probabile imminente nascita della rivista, l’avesse salutata con calore nella lettera appena menzionata, dichiarando anche la propria intenzione di abbonarvisi. Per questo, il 25 novembre 1902, fu di nuovo Papini a “rompere il ghiaccio” e a inviare una cartolina a Croce, ribadendo la propria intenzione di sottoscrivere l’abbonamento, «se la spesa non sarà troppo forte» 45.

La nascita del «Leonardo»
   Per il 1902 non abbiamo tracce di ulteriori scambi epistolari tra Croce e Papini; quasi certamente il filosofo scrisse, però, a Garoglio all’inizio dell’anno successivo, toccando il tema del neonato «Leonardo» e definendolo un «sintomo interessante» 46. Informato dello scambio di idee da Garoglio stesso, Papini inviò una lettera a Croce, il 18 gennaio 1903: ritenendo (o forse sperando) che l’illustre corrispondente non ne fosse informato, pensò di svelargli la vera identità di “Gian Falco”, ovvero di essere «a capo» 47 dei giovani che pubblicavano il «Leonardo». Ribadiva che il programma filosofico della sua rivista era idealista e di professarsi, in campo gnoseologico, «monopsichista» 48. chiedeva, infine, spiegazioni sulla definizione che Croce aveva dato del «Leonardo» come «sintomo interessante» 49, e ne accettava il cambio con la «Critica». Le carte crociane non recano di nuovo traccia di una risposta di Croce.


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   Il 12 febbraio, dunque, Papini “tornò alla carica”, offrendosi di recensire il volume di Francesco Orestano Le idee fondamentali di Federico Nietzsche nel loro progressivo svolgimento 50, proposta che Croce accettò di buon grado (cfr. la cartolina del 15 febbraio, in cui apostrofa Papini, per la prima volta, come «Gentiliss. Amico»), raccomandando, però, a Papini di attenersi all’«indole» 51 della «Critica», per il tono, e di non eccedere in lunghezza. Gli annunciò, inoltre, che aveva in animo di scrivere una recensione del «Leonardo» 52, professando interesse per gli articoli papiniani in esso apparsi.
   Papini ringraziava e, il giorno successivo, caldeggiava, presso Croce, l’“arruolamento” dell’amico Prezzolini come recensore del Poincaré 53 per la «Critica», proposta che, come la precedente, veniva accolta da Croce 54, sebbene con la precisazione che si sarebbe riservato di valutare non il «valore» 55, ma l’«opportunità» 56 di pubblicare l’articolo, perché voleva attenersi «a un certo rigore, che può sembrare pedanteria» 57, avendo stabilito, nel programma, di fare della «Critica» una rivista «possibilmente monocroma, non policroma» 58. Da questo atteggiamento di cautela, da parte di Croce, si può notare una certa diffidenza nei confronti, se non delle idee, almeno dei toni adoperati nel «Leonardo»; il richiamo al «rigore» (con l’anticipazione dell’eventuale accusa di «pedanteria» che i leonardiani avrebbero potuto muovergli) potrebbe, però, per contrasto, dissimulare una volontà di tacciare velatamente i leonardiani di eccessiva “leggerezza” (tema che riaffiorerà, mesi dopo, proprio nella chiusa della nota prima recensione crociana al «Leonardo» e che è accostabile anche al motivo della “serietà” di cui si tratterà più avanti).


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   Agli inizi del mese di marzo 1903 Papini chiese a Croce un parere sull’articolo che aveva appena pubblicato, per il suo periodico, sui socialisti 59, nel quale egli additava il socialismo come un segno della decadenza dei tempi, accostandolo anche a borghesia e chiesa, sebbene i socialisti si scagliassero proprio contro preti e borghesi, da lui definiti «mediocri giostranti». La risposta di Croce si fece attendere fino al 23 marzo, dopo l’uscita di altri tre articoli papiniani sullo stesso argomento 60 che il filosofo giudicò pieni di «molte argute osservazioni» 61, concludendo, però: «Senonché, mi pare che dai poveri socialisti si pretenda un po’ troppo: perfino che cessino d’essere uomini. E del borghese e del prete è in tutti gli uomini in quanto costituiscono dei partiti» 62.
   Alle congratulazioni di Papini per l’articolo di Croce su Fogazzaro 63, apparso sulla «Critica» nella sezione delle Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX, questi non replicò fino al 22 maggio 1903 64, quando, preoccupato dal silenzio di Papini – che non gli aveva più scritto –, gli inviò una cartolina dal tono accorato, in cui si meravigliava di non averlo più sentito e, temendo dichiaratamente di aver dissuaso sia Papini sia Prezzolini dall’inviare le promesse recensioni per «La Critica» a causa delle limitazioni che a priori aveva espresso, ribadì che concordava con loro sul principio filosofico che animava il «Leonardo» e che dissentiva solo riguardo ad alcune sue conseguenze. Probabilmente il prolungato silenzio di Papini lo fece riflettere sulla durezza con cui aveva dettato le condizioni per accogliere le recensioni dei due giovani intellettuali nella sua rivista.
   Papini rispose con affabile cortesia, il 27 maggio, lodando molto i profili di letterati tratteggiati da Croce 65 e gli articoli di filosofia di Gentile apparsi sulla «Critica», e adducendo, come causa del silenzio, la grande messe di occupazioni da


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cui era stato preso; accennò anche alla probabile cessazione del «Leonardo», a breve, e chiese a Croce, nuovamente, di scrivere qualcosa per la sua rivista riguardo alle «divergenze teoriche» 66 dai leonardiani di cui aveva più volte parlato.
   Il 7 luglio egli tornava a scrivere a Croce, scusandosi per essere “sparito” di nuovo, a causa di varie e indefinite occupazioni e di «indisposizioni di corpo e di spirito» 67, e per non aver ancora consegnato la recensione promessa al libro dell’Orestano; probabilmente, rendendosi conto di non avere il tempo per ultimarla e, magari, sperando che Croce lo dispensasse dall’incarico, ipotizzò, nella lettera, che ormai il direttore della «Critica» l’avesse affidata a persona «più diligente» 68 e si offrì di assumersi un impegno simile per il futuro, «quando io avrò saputo guarirmi dal mio vagabondaggio intellettuale che m’impedisce di niente finire» 69. Tornava, Leitmotiv del carteggio, l’implicita contrapposizione tra l’operosità di Croce e la propria dichiarata “inaffidabilità” per motivi di tempo e di mancanza di concentrazione. Già nel gennaio del 1900 Papini aveva riconosciuto, infatti, come proprio maggior difetto intellettuale, l’«incostanza» 70, la volubilità.

Tutto studio tutto assaggio, tutto comincio: dopo un periodo di tempo più o meno lungo la noia, il disgusto mi prende ed io lascio a mezzo gli studi, le ricerche incominciate, con quanto sciupìo di tempo e di energia non so dire. Bisogna, s’io pur voglio far qualcosa nel mondo, ch’io lasci questo infecondo dilettantismo che a nulla di solido, di duraturo apporta […] voglio conquistare il sapere passo a passo, tappa per tappa, campo per campo, non con vane scorrerie e scaramuccie 71.

   La lettera del 7 luglio 1903 annunciava, infine, la chiusura della rivista fiorentina: «Il “Leonardo” come Le dissi è morto e risorgerà al prossimo inverno reso


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più personale ancora ed esclusivamente filosofico» 72. Alla lettera faceva immediatamente seguito una cartolina di Croce 73 che, dopo aver salutato con «piacere» 74 la notizia della “risurrezione” del «Leonardo», deludeva la speranza di Papini, assicurandogli – forse con un po’ di malizia – che per la recensione all’Orestano aveva tempo fino al mese di ottobre.
   Preannunciava, inoltre, l’uscita della propria recensione del «Leonardo».

Il «Leonardo» e la recensione crociana del 1903
La rivista 75, com’è noto, uscì a partire dal 4 gennaio 1903 e fino all’agosto 1907, in venticinque fascicoli dalla periodicità prima quindicinale, poi irregolare. La sua testata (la xilografia del frontespizio, per l’esattezza) era stata disegnata da Adolfo De Carolis (pittore e scrittore marchigiano allora famoso come scenografo della dannunziana Francesca da Rimini) e raffigurava un’aquila in volo, con il motto vinciano «Non si volge chi a stella è fisso» che sovrasta un cavaliere al galoppo, con lancia in resta e due picche. Le otto pagine in folio del periodico erano di grande formato, stampate su carta a mano e impreziosite da xilografie varie, e gli pseudonimi dietro ai quali si celavano gli autori venivano incisi da essi stessi su dei cartigli.
   Come osservano Gloria Manghetti e Sandro Gentili nella loro Introduzione alla corrispondenza epistolare tra Papini e Prezzolini, in quel momento


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l’astuzia della provvidenza (o l’astuzia di Papini che già sa e prepara gradatamente l’amico all’improvvisa virata attivistica?) volle che quest’ansia di concretezza e di intervento si incontrasse con il progetto di un gruppo di letterati e artisti fiorentini di dar vita nel giro di un bimestre a una rivista di giovani, nuova nel contenuto nel tono e nella veste. Gian Falco intuisce la rispondenza dell’occasione al proprio momento culturale ed esistenziale e non si fa scrupolo di avocare a sé la direzione dell’altrui iniziativa, di conformarla alle proprie esigenze di ‘filosofo’ in cerca di una tribuna, di guida ed educatore degli uomini: l’ambizione di lunga data alla leadership e alla pedagogia culturale (la si trova confessata nel Journal 1900) e troppo a lungo repressa nel mito della solitudine e dell’attesa si sta traducendo in realtà 76.

   Il titolo del periodico era stato scelto dopo aver valutato anche altre proposte, quali «Vampa», «Divenire», «L’Iconoclasta»: aveva, alla fine, prevalso «Leonardo» soprattutto perché alludeva alla volontà di aprire la rivista anche ad argomenti e discipline extraletterarie 77.
   Tra i fondatori del periodico riunitisi a Palazzo Davanzati, a Firenze, figuravano artisti – come il suddetto Adolfo De Carolis e Giovanni Costetti – e letterati (come, oltre a Papini e Prezzolini, Giuseppe Borgese, Ernesto Macinai e Alfredo Bona). Il gruppo, piuttosto eterogeneo, veniva tenuto insieme «più dagli odi che dai fini comuni», ovvero dall’avversione per «positivismo, erudizione, arte verista, metodo storico, materialismo, varietà borghesi e collettiviste della democrazia» 78, e i primi bersagli polemici dei suoi autori, come è stato accennato, furono l’ideale imperialista 79 e i socialisti. Come sottolineò anche Croce nella propria recensione alla rivista 80, ispiratore comune dei leonardiani era Henri Bergson, che Prezzolini aveva conosciuto personalmente a Parigi e che Papini incontrò nel 1904, durante il Congresso Filosofico di Ginevra.
   La prima serie del «Leonardo» terminò il 10 maggio del 1903, per motivi di «crisi organizzativa ed economica» 81 e perché avvenne una scissione interna, tra gli


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aderenti al gruppo, che vide contrapporsi Papini e Prezzolini versus gli altri artisti e letterati. Gli artisti furono i primi ad abbandonare il periodico, seguiti dal secondo gruppo: Emilio Cecchi accusava alcuni scrittori del «Leonardo» di essere troppo «dannunziani» 82 (D’Annunzio, infatti, aveva approvato la nascita della rivista, sovvenzionandola pure 83 e, per questo, offrì la propria disponibilità all’aiuto finanziario e alla collaborazione solo da esterno; Borgese, al contrario, si allontanò dal gruppo per fondare, l’anno successivo, «Hermes» 84, nel cui programma l’ammirazione per D’Annunzio era palesata chiaramente
85. Altri letterati, infine, non tollerarono le lodi che Croce aveva tributato agli articoli di Prezzolini.

Il dissidio sul Pragmatismo
   Il «Leonardo» ripartì il 10 novembre 1903, dopo esattamente cinque mesi (con una nuova testata di Costetti, priva del motto vinciano), e Papini e Prezzolini, trovatisi da soli a dirigere la rivista, nel secondo numero della seconda serie decisero l’impronta da dare al nuovo periodico: con l’articolo papiniano Morte e resurrezione della filosofia 86 s’inaugura, infatti, la loro battaglia per la diffusione del pensiero europeo contemporaneo e del Pragmatismo, per una filosofia che è determinata a non


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limitarsi a comprendere e ad accettare il mondo com’è, ma a tramutarsi in azione e a incidere sulla realtà, trasformandola e aprendo nuove strade. Già nel primo numero della nuova serie, infatti, Papini aveva identificato La filosofia che muore 87 in quelle dottrine filosofiche che si sono concentrate a lungo su problemi di nessuna consistenza e utilità, per poi giungere alla conclusione che non erano in grado di risolverli.
   Di lì a poco, in seguito a questo mutamento d’indirizzo (sottolineato anche dalla riduzione del formato e dalla rinuncia alla carta a mano), entrarono a far parte del gruppo filosofi come Giovanni Vailati e Mario Calderoni i cui articoli, assieme a quelli di Ferdinand Schiller e William James (invitati direttamente a collaborare da Prezzolini), fecero del «Leonardo» «la fucina italiana del Pragmatismo» 88.
   Durante il 1905, però, Prezzolini compì un percorso interiore che lo condusse alle soglie della conversione per, poi, farlo allontanare definitivamente dalla fede; questa attenzione al problema religioso si concretizzò nell’interesse della rivista per il misticismo e nell’iniziativa editoriale prezzoliniana della fondazione di una collana di mistici, il cui primo volume venne dedicato a Novalis e curato dallo stesso Prezzolini 89.
   L’anno successivo, invece, in Cronaca pragmatista 90 Papini ammise i contrasti che laceravano il gruppo, riguardo ai limiti del Pragmatismo e sulla sua funzione, e si inserì nel novero di coloro che in quella filosofia vedevano «il lato eccitante, creativo e magico […] il trionfo dell’attitudine attiva e modificatrice sopra quella passiva e registratrice» 91. I numeri successivi furono sempre più occupati da articoli di chiarimento, confutazione, risposta a obiezioni sugli scritti apparsi sui numeri precedenti del «Leonardo»: per questo motivo Papini dichiarò a ragione che la morte del suo periodico era dovuta al «troppo successo».


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   Nell’agosto del 1907, infatti, comparve un articolo intitolato La fine 92 nel quale Papini e Prezzolini illustravano le ragioni dell’interruzione delle pubblicazioni: la stanchezza sopraggiunta nel costante sforzo di non deludere le aspettative del pubblico e la perdita di fiducia nella capacità d’incidere sulla realtà e di risvegliare le anime dei lettori. In conclusione, i due giovani invitavano il pubblico a seguirli nella loro intenzione di fare «uno spietato esame di coscienza» 93, e nella volontà di ricominciare la loro vita intellettuale, ripensando con calma ai problemi e ai giudizi su cose e persone. Com’è noto, l’epilogo del «Leonardo» avrebbe dato il via, l’anno successivo, alla nascita de «La Voce» che, con la regolarità della sua cadenza settimanale, sarebbe riuscita a instaurare con i lettori un dialogo più costante e fecondo.
   Nella nota recensione ai primi numeri della rivista fiorentina, apparsa sulla «Critica» del 1903 94, Croce – come già accennato – individuava la matrice comune agli scrittori del «Leonardo» nell’idealismo, e specie in quel particolare idealismo improntato alle teorie di Bergson, da lui definito «uno dei più fini pensatori francesi contemporanei» 95; li caratterizzava come «scrittori vivaci e mordaci, anime scosse ed inebriate per virtù d’idee; non pedestri infilzatori di brani e di periodi altrui con frigidi comenti proprii, a scopo scolastico e professionale, quali di solito coloro che riempiono le riviste filosofiche» 96, e per questo dichiarava di provare «simpatia» 97 per il gruppo fiorentino, lodando esplicitamente molti degli articoli di “Gian Falco” (Papini), alcuni di “Giuliano il Sofista” (Prezzolini) e quelli di estetica di Borgese, l’unico a non adottare pseudonimi.
   Appunto in nome del «cordiale interessamento» 98 per l’attività di questi giovani pieni di «ingegno» 99, e di cultura, però, egli faceva loro un’osservazione che


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suonava come un monito: la raccomandazione di stare attenti a non perdere di vista i limiti dell’Idealismo e a non pensare che, in quanto superamento intellettuale di Empirismo e Naturalismo, esso potesse abolirli. L’Idealismo – precisava Croce – comprende la vita, non mira a «foggiare una vita diversa dalla reale» 100, il che sarebbe un’«aberrazione» 101.
   Nei suoi articoli, Gian Falco criticava (a dire di Croce giustamente) “formule di vita” come l’imperialismo 102, il dilettantismo dei contemplatori, il buddismo etc., dichiarando di aspirare a un imperialismo di «colorito puramente intellettuale», ma i leonardiani, a giudizio di Croce, rischiavano di assumere, nei confronti della vita, l’atteggiamento di chi «sa sottrarsi alle esigenze di essa» 103. Se essi dichiaravano di adottare come formula quella del «giuoco» 104, Croce accusava anche la loro rivista di essere un «giuoco» 105 (il che aveva sostenuto lo stesso Papini in un articolo del febbraio 1903) 106.
   Partendo dal presupposto che la filosofia debba «riuscire all’accordo con la vita» 107, Croce affermava che la «formula pratica del giuoco» 108 dei leonardiani non poteva essere stata da loro dedotta che «capricciosamente» 109 dalla concezione idealistica: invece di «spiegare la vita» 110, infatti, gli scrittori del «Leonardo», a suo dire «poco filosoficamente» 111 ed erroneamente, pretendevano di correggerla e di mutarla.
   «La vita quotidiana è cosa seria – tuonava Croce – dacché la fa l’uomo stesso con tutte le forze del suo spirito; e non c’è una vita esteriore (se non per modo di


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dire): ogni vita è, e dev’essere, interiore» 112: per questo motivo, dichiarava di non riuscire a comprendere il «disdegno» 113 con cui i leonardiani guardavano a tutte le questioni pratiche della vita quotidiana.
   Degli scrittori del «Leonardo» il filosofo non condivideva neanche l’«odio» 114 che professavano verso la logica: nella sua recensione, conveniva con loro sul fatto che la «logica delle scienze naturali» 115 fosse «unilaterale» 116 e che, pertanto, divenisse «falsa» 117, se voleva spacciarsi per «logica universale» 118; ciò non significava, però, che l’hegeliano «intelletto astratto» 119 non fosse una «formazione necessaria» 120 e, per questo motivo, Croce criticava Gian Falco per il suo atteggiamento irridente nei confronti della “dimostrazione” 121, che egli reputava, invece, un procedimento logico utile e necessario. Il medesimo criterio “economico” era alla base, ad esempio, dell’apprezzamento crociano per Marconi e per i benefici apportati dalla sua invenzione del telegrafo senza fili, per quanto egli concordasse con i leonardiani 122 sul fatto che le invenzioni tecniche fossero solo espedienti esteriori e pratici per rendere la vita più «rapida», ma non più «profonda» 123.
   Infine, Croce invitava i «colti ed acuti» 124 scrittori del «Leonardo» a guardarsi dal difetto della «genericità» 125, ovvero a perseguire la loro «convinzione interna» 126 nella validità della filosofia idealistica, ma senza abdicare alla «vita attiva» 127 e, dunque, senza trascurare gli studi, le ricerche, le discussioni, gli approfondimenti bibliografici. In sostanza, li accusava di dilettantismo e, indicando loro la «via


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feconda» 128 dello studio serio, chiudeva il proprio articolo raccomandando loro, ancora una volta, di abbandonare il concetto, a suo giudizio fuorviante e dannoso, della «vita come giuoco» 129.
   Il riferimento al “giuoco” richiamava soprattutto l’articolo di Papini intitolato Piccoli e grandi giuochi, uscito sul «Leonardo» l’8 febbraio 1903 130, nel quale egli lamentava il fatto che allora, per farsi comprendere dagli uomini, si dovesse necessariamente ricorrere a luoghi comuni e «divenir popolari» 131, il che rappresentava per Papini una «disavventura» 132: egli asseriva, invece, che nel proprio immediato futuro sarebbe stato in grado di liberarsi dall’«insulto della popolarità e dall’onta della chiarezza» 133 (come non pensare che quest’ultimo fosse un implicito riferimento alla limpidezza dello stile crociano?).
   Proseguiva, poi, rivelando una delle «ragioni più profonde della sua attività: il giuoco» 134. Da «vero masnadiero intellettuale» 135 quale si considerava, precisava subito di non voler definire cosa intendesse per “giuoco”, come avrebbe fatto un «filosofo galantuomo» 136, non avendo il gusto di «quelle piccole trappole logiche che si chiamano definizioni» 137 (punto sul quale Croce, come illustrato, avrebbe risposto nella propria recensione). Descriveva, comunque, in seguito il gioco come «qualcosa


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di libero e di spontaneo» 138, come «spontaneità e creazione» 139, «moto e prontezza» 140, come un quid che suscitava, a suo parere, l’«istintivo orrore degli uomini seri» 141, in quanto i più sono spaventati dall’attività libera e dal rischio e preferiscono assoggettarsi a regole e a regolamenti, avendo bisogno di «giogo e di guida» 142.
   Il giuoco inteso a suo modo esigeva per Papini «una doppia coscienza» 143, essendo il perfetto giuocatore insieme «spettatore e attore che agisce e si guarda agire» 144. Il «giuoco, per esser veramente tale, dev’essere disinteressato» 145 e non avere un’utilità pratica – notava Papini –, il che, a suo dire, è contrario alle convinzioni e alle preferenze degli uomini comuni, che non apprezzano se non ciò che dà loro un’immediata utilità materiale.
   Asseriva, poi, di aver fatto del «divino giuoco la ragione intima» 146 della propria vita:

ogni cosa mi serve, a nessuna servo, – e invece d’impormi un dovere o un’illusione io scelgo un piacere e un passatempo. Così mi libero dal tedio della serietà e dalla tristezza del disinganno. Non mettendo in niente la mia fede piena, di niente mi stupisco o mi attristo. Attraverso il mondo io non mi sento a niente legato, ma tutto cerco di trarre a me: della mia vita io faccio il mio capolavoro 147.

   Dichiarando di scegliere «i più bei giuochi, i passatempi superiori», come l’arte o la filosofia, e di passare liberamente dall’uno all’altro, precisava, però, di essere lontano dalle teorie del “dilettantismo”, per il quale la vita consiste nel cercar di provare tutte le sensazioni e di «contemplare in disparte tutte le azioni degli uomini e


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tutti gli aspetti delle cose» 148, il che, a suo giudizio, «abiura la personalità» 149. Suggellava, poi, tali considerazioni osservando: «questa borghese monotonia è cosa che mi affligge mediocremente da che io posso, in me stesso, provocare dei meravigliosi mutamenti, sol col cambiare i punti di vista e i piani di conoscenza» 150.

Il «Leonardo» stesso veniva alfine definito «un bel giuoco intellettuale, breve e piacevole come tutti i giuochi» (altro punto sul quale era intervenuto Croce) e si prevedeva, per il futuro dei giovani che lo animavano, che forse avrebbero indossato anch’essi, un giorno, il «grigio mantello della serietà» 151, ma che comunque avrebbero serbato sempre in sé «il gaio troll che anima la nostra giovinezza» 152 e il «riso profondo dell’eterno giuocatore» 153.
   La risposta di Papini alla summenzionata recensione crociana non tardò: in una lettera del 17 luglio 1903, piena di entusiasmo, egli ringraziava Croce, definito «uno de’ più profondi, geniali e liberi spiriti d’Italia» 154, per aver parlato, con «simpatia» 155 e «stima» 156, del «Leonardo» in una «Rivista che, in pochi mesi, s’è acquistata tanta bella fama d’indipendenza e di forza» 157.
   Se di «simpatia» aveva effettivamente parlato Croce stesso, sulla stima si potrebbe, in parte, discutere, dato che la recensione – come già illustrato – era stata a tratti anche molto severa. Comunque – non è ben chiaro se per tattica o accecato dall’entusiasmo per la pubblicità che la rivista aveva comunque ricevuto –, Papini sorvolò sulla pagina conclusiva dell’articolo crociano («Del principio idealistico, una volta che si è conquistato, bisogna, perdio!, fare qualcosa. E da lavorare c’è assai! […] Il filosofo deve avere la sua vita attiva, quella, beninteso, ch’è propria del filosofo. E perciò non può sdegnare ciò che gli altri uomini dicono, scrivono e


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stampano, né saltare sui gradi pedagogici che bisogna salire scalino per scalino, né lasciare intorno a sé le tenebre nella lieta persuasione che la filosofia idealistica possiede virtualmente la potenza di dissiparle. La filosofia dev’essere, sì, convinzione interna, ma dev’anche assumere forma di studio, di ricerca, di discussione, di bibliografia. Bisogna, insomma, guardarsi dal difetto, che direi, della genericità» 158, concentrandosi soprattutto sulle obiezioni mosse da Croce al concetto leonardiano di «giuoco», che – a dire di Papini – mirava non a correggere e a modificare la vita, ma a viverla, reputandola uno «strumento» 159 e non più un «fine» 160. Inoltre, egli ribatteva che la formula del «giuoco» poteva sembrare dedotta «capricciosamente» 161 (come aveva insinuato Croce) dalla concezione idealistica, se si faceva riferimento solo al punto di vista razionale, ma, dato che «nelle decisioni pratiche soprattutto il sentimento ha la prima parte» 162, Papini ribadiva la validità delle ragioni di una «logica sentimentale» 163.
   Come ha sottolineato bene Paolo Casini, infatti, negli appunti della prima giovinezza papiniana (e specie nelle pagine di diario del luglio 1900 164 è sempre presente – quasi fosse un’ossessione – il tema della «ricerca delle radici emotive delle funzioni razionali» 165. La preferenza accordata al sentimento rispetto alla ragione rispondeva, dunque, a una precisa scelta teorica di Papini, che intendeva riallacciarsi all’«insegnamento “funzionalistico”» 166 dei Principles of psychology di William James, autore da lui assai letto in quel periodo, assieme a “psicologi” come John Stuart Mill, Alexander Bain, Hippolyte Taine, Herbert Spencer, Alfred Fouillée,


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Wilhelm Wundt e altri, «che si erano dedicati all’emancipazione della psicologia dall’antica tutela della filosofia» 167.
   Dato che Croce non rispose neanche alla lettera del 17 luglio 168, una decina di giorni dopo Papini gli scrisse 169, col pretesto di volergli inviare l’estratto del proprio articolo del «Monist» di Chicago 170, forse temendo che la propria replica lo avesse di nuovo indispettito. Croce, letto immediatamente l’articolo, gli rispose il giorno successivo 171, lodando il pezzo anche se rimproverando bonariamente a Papini di essere stato troppo severo verso le attitudini filosofiche del popolo italiano e suggerendo che al riguardo, dopo la Grecia e la Germania, forse solo la Francia poteva contendere il terzo posto all’Italia. Aggiunse ancora, laconicamente (magari una risposta alla provocatoria lista di nomi di filosofi italiani del XIX secolo inviatagli da Papini nel settembre 1902?): «Qualche correzione si potrebbe fare alla bibliografia, ma non ne è il caso» 172. Rimandò, poi, le discussioni sulla recensione al «Leonardo» alla propria prossima visita a Firenze, nell’ottobre.
   Papini alimentò la piccola polemica, tacciando Croce di eccessiva «indulgenza» 173 nei confronti delle attitudini speculative degli italiani, che, a suo dire, venivano almeno dopo indiani e inglesi, e lo pregò di inviargli le correzioni alla bibliografia; manifestò, poi, nuovamente il desiderio di conoscere Croce di persona, cosa che accadde nell’autunno del 1903, dato che abbiamo traccia di un biglietto postale di Croce 174, appena giunto a Firenze il 30 settembre, che indicava a Papini gli orari in cui sarebbe stato più facile incontrarsi all’Hotel Bonciani, sua residenza abituale nella città toscana.
   Le comunicazioni ripresero all’inizio di novembre, quando i due corrispondenti adottarono il «Carissimo» per rivolgersi l’uno all’altro, vista la confidenza ormai


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instauratasi dopo l’incontro di persona: nel biglietto di risposta a Papini, Croce confermava, infatti, che gli era stata «carissima la conoscenza personale fatta di entrambi [Papini e Prezzolini]; uno dei migliori frutti dei pochi giorni passati a Firenze» 175, Uno scambio di libri e opuscoli vari viene registrato nelle missive successive, finché, il 14 novembre 1903 176, Papini non annuncia a Croce che nel numero appena uscito del redivivo «Leonardo» troverà la risposta alle proprie osservazioni del luglio.
   L’articolo, datato 10 novembre 1903, era indirizzato a Benedetto Croce come fosse una lettera. Dopo aver lodato la temerarietà del Croce fustigatore dei «famosi» 177 e lodatore degli «oscuri» 178, Papini, adoperando un’argomentazione che il suo avversario avrebbe riproposto, in seguito, nelle polemiche con i leonardiani, lo apostrofava: «Ella s’è un po’ troppo dimenticato che abbiamo poco più di vent’anni e che scriviamo dei paradossi» 179. E spiegava di ritenere che avere della vita una concezione diversa da quella comune ed essere consapevoli «delle ragioni e de’ fondamenti della comune» 180 rappresentava, a suo parere, «già un’altra vita» 181: «Non si tratta – precisava – di fare addirittura una vita completamente nuova, ma di cambiare più che si può quella che abbiamo. Si tratta, appunto, di comprendere la vita in un certo modo particolare, e questa comprensione, questa coscienza Ella sa bene ch’è sufficiente a trasformare quello che i tormentati Russi chiamano il “senso della vita”» 182. Riguardo alla teoria del giuoco, puntualizzava che non si trattava, sempre, di “fabbricarsi un’altra vita”, ma di «godere tutte insieme le vite reali, già esistenti: e le fo succedersi, e le fo servire, e tutto ciò è giuoco» 183.


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   Aggiungeva anche di non comprendere nemmeno perché Croce disprezzasse il «povero capriccio» 184 che, a suo parere, «è sentimento ed è libertà: due belle cose, a cui teniamo assai» 185 e che veniva, allora, ormai dispregiato solo dalla «vecchia morale, vedova inciprignita da che ha perduto il suo sposo prediletto, il Raziocinio» 186. E proseguiva: «Noi vogliamo fare, grazie a Dio, della filosofia viva e non della logica smorfiosa» 187, con una doppia implicita accusa.
   Dato che, a suo dire, il pensiero dei leonardiani era «l’espressione della nostra vita» 188, egli giustificava il loro disdegno per le cose pratiche come espressione di «uno dei nostri me 189, del me solitario, cogitabondo, mistico, il quale, in certe ore, ama sorridere di questi vani avvolgimenti di bestie in cerca di preda» 190; allo stesso modo, preannunciava che un altro loro “me”, quello che si «occupa anche d’azione» 191, avrebbe combattuto «quei socialisti, che sono, nella vita sociale, i più fortunati rappresentanti del materialismo volgare, filosofico ed economico» 192.
   Riguardo alla dimostrazione, egli chiariva, inoltre, di odiarla nel «significato» 193 comunemente attribuitole di riproduzione colle parole di «associazioni che noi facciamo seguendo le nostre abitudini mentali, i nostri interessi, i nostri sentimenti. Perciò – osservava – , in essa, non c’è niente di assoluto, niente di obiettivo, niente di universale, come di solito si crede. Una dimostrazione, insomma, è una confessione personale, non è un battesimo universale. Noi descriviamo noi stessi e non possiamo far niente di più» 194.
   Concludendo, rispondeva alle esortazioni e ai consigli espressi da Croce nell’epilogo della sua recensione: «Faremo degli studi, delle ricerche, delle


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discussioni e magari della bibliografia, ma sempre colla stessa coscienza di fare un bel giuoco, che potremo lasciare o mutare a nostro piacimento» 195.
   Il 25 novembre, Croce rispondeva complimentandosi con Papini perché la rivista era divenuta, a suo parere, «più viva, più efficace» 196 e preannunciando che avrebbe replicato in seguito riguardo all’unico punto di forte dissenso, connesso con un «grosso problema filosofico» che emergeva dalla risposta papiniana che lo riguardava: la sua replica, rimandata per mancanza di tempo 197, sarebbe stata, però – precisò l’8 dicembre –, determinata anche dal successivo «svolgimento delle loro idee» 198, da parte dei leonardiani. Oltre ai complimenti per gli articoli di Prezzolini, «riboccanti di acume e di spirito» 199, infine, egli non si precludeva il gusto di puntualizzare, nel post scriptum: «Masci è Filippo, e non Francesco. Ma, Filippo o Francesco, resta un pasticciere e un semiplagiario» 200.
   Il 28 novembre 201 Papini tornava a scrivere a Croce per chiedergli se avesse ricevuto «Il Regno» 202, neonata rivista (fondata il 29 novembre 1903) diretta da Enrico Corradini, per la quale egli aveva redatto un articolo polemico contro le teorie del politico e criminologo Enrico Ferri 203, tra i fondatori del Positivismo. Croce replicò complimentandosi con l’amico poiché, nonostante le proprie dichiarate «simpatie pel socialismo» 204, non apprezzava gli scritti del Ferri. Il 1° dicembre Papini tornava sull’argomento, dichiarando di immaginare che Croce non potesse essere molto d’accordo, in linea di principio, col «Regno» stesso, a causa della


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propria crescente sfiducia nella borghesia italiana, ma asseriva che «senza la certezza dei miracoli non si vive ed io cerco e desidero l’impossibile» 205.
   La decisione di Croce di rimandare la propria risposta sembrava venire incontro alla riflessione di Papini stesso che, il 9 dicembre, gli preannunciava l’uscita di un articolo nel quale egli avrebbe trovato la «deduzione del giuoco, nientemeno che da una critica generale dell’attività filosofica» 206 e, insieme, gli esponeva il proposito di «tentare un rivolgimento nella filosofia» 207.
   All’apprezzamento da lui espresso sulla conferenza tenuta da Croce sull’Arte di Gabriele D’Annunzio nel dicembre del 1903 (sulla quale Papini aveva letto un breve resoconto sui giornali romani e della quale chiedeva un’esposizione più dettagliata) 208 faceva seguito, il 21 dicembre, la lode, da parte di Croce, dell’articolo papiniano su Spencer, apparso sul «Regno» 209. Egli annunciava anche, al giovane amico, la propria intenzione di inviargli provocatoriamente il libro di Bolton e King sull’Italia d’oggi da lui appena fatto pubblicare da Laterza 210, che definiva «quanto di più socialisticamente borghese si possa immaginare!» 211, volume del cui invio Papini lo ringraziava il 30 dicembre. Il giorno successivo Croce precisava anche, con un certo orgoglio, che la traduzione del volume era stata opera di suo fratello Alfonso e definiva lo studio – con un aggettivo non casuale – «un libro serio» 212 e «inglese», aggiungendo: «Io non do molto valore alla filosofia degli inglesi; ma do valore grandissimo ai loro libri storici e politici. Hanno quel tatto, quel senso pratico che a noi, viventi di piccola ed angusta vita politica, manca; come manca, per altre ragioni, ai troppo loici francesi e ai troppo scolastici e schematici tedeschi».
   La corrispondenza relativa al mese di gennaio 1904 verte sui numeri del «Leonardo» e della «Critica» appena usciti: Papini tentò di strappare a Croce un


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giudizio sull’articolo intitolato Morte e Resurrezione della filosofia 213, uscito nel dicembre del 1903, che considerava «il più importante scritto che ho pubblicato, per quanto, per ora, non sia che un sommario» 214; Croce cercò evidentemente di esimersi dal commentarlo, glissando sulla risposta già il 19 gennaio 215 e ribadendo, il 31, di non avere più tempo, suo malgrado, per «conversare per lettera con gli amici» 216. Annunciava, però, di sperare di poter «rientrare nella filosofia» nel giro di qualche giorno e di permanervi per un paio di mesi. La risposta di Papini fu, allora, velatamente polemica: nonostante sapesse delle mille occupazioni di Croce, non nascose la propria delusione per la mancata replica, dichiarando di aver fatto affidamento (evidentemente erroneamente) sulla «prodigiosa attività» 217 del proprio corrispondente nell’attendere per certo un suo commento.
   L’articolo di Papini individuava tre caratteri della filosofia (universalità, razionalità e realtà), che sistematicamente ivi si riteneva di confutare analizzando i dati sentimentali, razionali ed espressivi della filosofia stessa: in primo luogo, rintracciando in ogni filosofo l’esistenza di una «prefilosofia, ch’è fatta di elementi vitali ed effettivi» 218 (ovvero di sentimenti e istinti che ne contraddicono la razionalità); poi, accusando la mente umana di immobilità e ristrettezza, i concetti generali di essere intuizioni impoverite, e quelli universali di essere inconcepibili perché impossibili da distinguere da altri in quanto aventi in se stessi «ogni carattere» 219; infine, giudicando la logica, al di là delle sue apparenze di assolutezza, come «relativa» e «contraddittoria» (e, dunque, decretando l’insufficienza dei «dati razionali» ad attingere all’universale, al razionale e al reale). Riguardo ai dati espressivi, ovvero alle parole e ai segni con cui si comunica (grazie ai quali la filosofia è linguaggio), Papini li accusava di essere imperfetti e ne traeva la


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conseguenza che «non si esprime tutto quel che si pensa e non si pensa tutto quel che si dice» 220.
   Da queste premesse egli deduceva che la filosofia fosse destinata a una «prossima morte» 221 e proponeva, come mezzi per salvarla, di farla sopravvivere come documento cosmico e psicologico, come «giuoco» 222 di «spiriti aristocratici» 223 e come «scudo teorico delle nostre azioni» 224; poi, di mutarne radicalmente «gli spiriti e i fini» 225, sorpassandola. La filosofia sarebbe dovuta diventare «la ricerca e la scoperta del particolare» 226 perché, a giudizio di Papini, «lo sviluppo intellettuale va dall’indefinito al definito, dal generale al particolare, dal confuso al distinto, dal fuso al dissociato» 227; e da teoria avrebbe dovuto trasformarsi in azione, per «salvare il mondo» 228 dalla sua naturale tendenza all’inerzia e all’annientamento di se stesso. Il pensatore, più che conoscere passivamente il mondo, avrebbe dovuto «trasformarlo, ed accrescerlo» 229 con la creazione di «altri mondi» 230 trascendentali per ciascun uomo. Rendendo «reali esternamente i nostri desideri» 231, creando la realtà, l’uomo sarebbe sfuggito agli inganni del razionalismo, tendendo a una «più intensa psichizzazione del mondo» 232.
   La filosofia futura, poi, avrebbe dovuto essere “personale”; pertanto, ognuno, tramite l’«Egologia» 233, avrebbe imparato a conoscere se stesso per crearsi una filosofia «adatta ai suoi bisogni, ai suoi interessi, ai suoi sentimenti» 234: di conseguenza, la storia della filosofia si sarebbe trasformata in quella dei filosofi.


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   Nella conclusione, ribadendo la propria volontà di «aprire una strada nuova» 235, Papini lucidamente coglieva anche la distanza della «morale individualista» 236, implicita nella propria idea di nuova filosofia, dalla morale dell’altruismo inteso come «amore, fusione, annientamento» 237. In questo periodo del «Leonardo» Gian Falco «procede risolutamente dalla contemplazione all’azione e a quest’obiettivo è finalizzata la liquidazione della filosofia a favore della vita; Giuliano coopera all’impresa, […] ma in vista della liberazione dagli ostacoli intellettualistici ed espressivi che ostacolano il libero corso della vita intima. La meta papiniana è la risoluzione di Dio nell’io 238: “Facciamo che agli uomini delle parole e agli uomini del fatto succeda colui che, simile a Dio, del verbo faccia cosa”» 239. L’azione, pertanto, diverrà «azione magica» nell’articolo Cosa vogliamo? (Risposta a Enrico Morselli) 240.
   Del medesimo tono (velatamente risentito) della sua precedente missiva pare anche l’attacco del biglietto che Papini inviò a Croce il 6 febbraio («Carissimo Croce, non so s’Ella è ancora rientrato nella filosofia» 241 ) per proporgli la conoscenza di James Sully, psicologo di passaggio a Napoli, che desiderava incontrarlo; non poteva immaginare – Papini – che proprio quel giorno Croce gli aveva spedito un biglietto di complimenti per la sua travagliata recensione al volume dell’Orestano 242, nel quale – forse anche per farsi perdonare delle eccessive puntualizzazioni dell’anno precedente relative al tono delle recensioni che dovevano apparire sulla «Critica» 243 – ne lodava


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proprio «genere ed intonazione» 244. Riguardo alla suddetta recensione, è interessante notare come fosse cambiato il tono di Papini, dopo la sua tardiva consegna: se prima era pronto a scusarsi mille volte, ad assicurare che avrebbe mantenuto fede all’impegno, a prendere tempo dichiarando di starvi lavorando, subito dopo aver consegnato il pezzo 245 assunse un atteggiamento diametralmente opposto, chiedendo con insistenza delle bozze, cosa pensasse l’autore del suo articolo, se potesse averne qualche estratto, se Orestano ne avesse ricevuta copia e dove si trovasse.
   Forse anche poiché non aveva potuto spedire la recensione all’autore, dato che ne ignorava l’indirizzo berlinese, Croce adottò dei toni più accomodanti nel citato biglietto del 6 febbraio 1904, chiedendo a Papini pure se avesse voglia di scriverne qualcun’altra per la sua rivista: invito che indubbiamente fece piacere al suo corrispondente, che replicava, dopo una ventina di giorni, accettando la proposta di buon grado e scusandosi per il ritardo della risposta, dovuto alle conferenze che aveva preso a tenere per il «Regno» in giro per l’Italia, e forse – ipotizziamo –, seppure non esplicitamente, anche per il tono risentito e vagamente canzonatorio («non so s’Ella è ancora rientrato nella filosofia» 246 ) della propria ultima cartolina.

Le obiezioni all’Estetica
   Degna di nota una lettera del 21 aprile 1904, nella quale Papini chiedeva delucidazioni a Croce riguardo ad alcuni punti poco chiari della sua risposta a un intervento appena uscito di Aliotta 247 sull’Estetica: in particolare, Papini si soffermava su due aspetti che non lo avevano persuaso del ragionamento crociano. In primo luogo, l’identità di fare e conoscere professata da Croce non era da lui condivisa perché – a suo parere – «il fare si distingue empiricamente dal conoscere in


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quanto è un’aggiunta non spontanea, non impreveduta, e quasi straniera a noi, ma volontaria e prodotta da noi» 248: egli, dunque, poneva l’accento sull’aspetto volontaristico dell’azione. Inoltre, dato che Croce accettava anche l’identificazione tra conoscere ed essere, a Papini sembrava non tornare il fatto che, secondo il suo interlocutore, «l’opera della prima, elementare, rudimentale conoscenza» consistesse nel «rifar la natura» e che, dunque, si potesse concepire qualcosa «avanti il fare e il conoscere», una sorta di «materia prima», un creare anteriore al conoscere. E concludeva: «L’intuizione mi sembra, non è la creazione ideale della realtà, ma è addirittura la realtà».
   Il 9 maggio 1904 Croce riconosceva la validità delle obiezioni di Papini, definendo «alquanto oscuro» 249 il proprio accenno al «conoscere = fare», ma spiegava che ne avrebbe disquisito più a lungo in una memoria che andava preparando: ovviamente quella sui Lineamenti di una Logica come scienza del concetto puro, che sarebbe uscita negli «Atti dell’Accademia Pontaniana» nel 1905.
   La cartolina successiva, quella della fine di giugno (da me congetturalmente datata al 28 giugno), contiene la famosa definizione di Prezzolini quale «artista della filosofia» che «manca all’Italia» 250: difficile non pensare che questo cenno apparentemente solo benevolo a Prezzolini non fosse da intendere anche come un’implicita contrapposizione all’amico Papini, considerato, oltre che un dilettante di filosofia (al pari di Prezzolini stesso), anche non altrettanto degno di esserne definito un “artista”.
   Il tono delle missive successive è, comunque, sempre cordiale; anzi Croce, in visita a Firenze nell’ottobre, chiedeva 251 di poter incontrare sia Papini sia Prezzolini. Qualcosa di spiacevole, però, accadde, in quell’autunno (e magari anche durante quell’incontro) perché la cartolina di Papini del 28 novembre aveva un tono molto diverso: vi si alludeva assai poco entusiasticamente alla «Critica», «la quale, a dire il


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vero, mi sembra meno “piena” del solito». E il razionalismo di Gentile veniva definito «terribile», laddove, in una cartolina 252 del 18 luglio, Papini aveva affermato che Gentile, nei suoi interventi sul periodico, faceva «buonissima figura di calmo e coraggioso demolitore». Infine, chiudeva la missiva un accenno alla Logica, attesa per «battagliare un poco».
   La corrispondenza fra Croce e Prezzolini viene in soccorso per comprendere i retroscena di questa improvvisa “chiusura” da parte di Papini: proprio il 27 novembre, infatti, Prezzolini scriveva a Croce 253, chiedendogli se si assumesse la responsabilità di quanto Gentile 254 aveva scritto sulla «Critica» in generale e, in particolare, riguardo al volume di William James dal titolo Le varie forme della coscienza religiosa. Studio sulla natura umana (Torino, Bocca, 1904), appena recensito dal filosofo 255.
   Ivi Gentile, pur riconoscendone la validità come psicologo e come scrittore, accusava James, come filosofo, di avere «paura della logica» 256, girando attorno ai problemi filosofici senza penetrarli 257. Nonostante apprezzasse alcune idee e alcuni passaggi del libro, ne criticava, ad esempio, l’identificazione dell’essenza della religiosità con una forma di emotività (ritenendo, al contrario, che questa «differenza emotiva» 258 dello «spirito religioso» potesse essere concepita solo fondandola in una differenza «teoretica» e «concettuale» 259 e giungeva alla conclusione che la logica debba essere concepita «come legge non solo del pensiero scientifico vero e proprio (che non è altro, poi, che la logica stessa), ma di ogni forma fenomenologica del sapere e quindi della realtà» 260. Egli era convinto che James commettesse un grave


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errore rinunciando alle definizioni, perché «non c’è concetto non definito» 261, e criticava la sua idea che ogni stato religioso comportasse «un’abdicazione dell’individuo alla propria personalità» 262, concludendo che la religione (in quanto «forma di felicità» 263, quale James la intendeva, non fosse altro che «il concetto ottimistico dell’unità od accordo del nostro essere individuale con lo spirito dell’universo» 264.
   Comunque, l’«offesa maggiore» 265 che James aveva fatto alla logica – asseriva, infine, Gentile – era l’indirizzo generale a cui il suo sistema filosofico aderiva, ovvero il «prammatismo» 266 perché, a suo giudizio, «il vero fondamento non è prammatico, ma teoretico» 267. E lo invitava a interessarsi all’hegelismo, che avrebbe forse potuto farlo riconciliare con la logica stessa e «introdurre un po’ di ossa e di vertebre nel molle tessuto delle sue arguzie e delle sue finezze psicologiche» 268.
   Croce rispondeva a Prezzolini tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1904, affermando di essere d’accordo col giudizio di Gentile: James si divertiva effettivamente, a suo dire, a «costruire argute slogicature» 269; il filosofo affermava, anzi, di non riuscire a comprendere come Prezzolini, così dotato di «rigore di logica» 270, potesse apprezzare le «eccentricità» 271 di James. Nella replica, Prezzolini accusò, allora, Gentile di aver fatto un «cattivo uso» 272 della logica e soprattutto di dimostrare «poca stima» nei confronti di alcuni filosofi


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(che poi non sono tali) di cui cita le opinioni non le persone: ma che, se non erro, siamo proprio noi del Leonardo. […] Le eccentricità del James ci son care; ma ci son care ancora più le nostre; e vedere picchiare un americano perché le sentissero degli italiani, non mi pareva via breve, quindi, via logica 273.

   Croce rispondeva, con molta pacatezza, a Prezzolini, il 14 dicembre, affermando di ritenere che non fosse strano il fatto che, criticando James, si finisse per criticare sia alcune idee che i leonardiani traevano da James stesso sia il loro «giudizio sul molto valore filosofico dello scrittore americano» 274. E proseguiva:

Forse che altre volte non abbiamo, nella Critica, discusso pubblicamente con gli scrittori del Leonardo, e una volta proprio con l’amico Prezzolini? E non lo faremo ancora in seguito, quando capiterà l’occasione? E non è bene che anche noi diciamo il nostro avviso sugli scrittori di cui ella e il Papini si occupano e sui quali hanno richiamato l’attenzione? […] Non è ciò che ci proponiamo, tanto noi quanto loro, di risvegliare in Italia lo spirito schietto della discussione filosofica tra persone intelligenti? Ella dice che il Gentile ha fatto un cattivo uso della logica. Può darsi, quantunque a me non sembri. Ma ella mostri dove siano gli errori dei ragionamenti del Gentile, e questi, se mai, potrà anche replicarle. […] Dissentiamo dagli scrittori del Leonardo in alcune vedute; ma sono molto più quelle nelle quali andiamo d’accordo; ed anche quelle loro pagine che non ci sembrano accettabili dal punto di vista filosofico, ci piacciono come manifestazioni artistiche di temperamenti 275.

   E in quest’ultima affermazione si annida, forse, la conferma che l’espressione «artista della filosofia», in precedenza evocata, vada letta nel senso di ‘filosofo dilettante dal temperamento artistico’. Nonostante ciò, Prezzolini si dimostrò subito lieto di ricomporre la frattura con Croce, pur insistendo nel dire di aver notato un «certo tono di superiorità e di lezioncina gratuita» 276, da parte di Gentile, quando parlava di «certi filosofi» che, a suo dire, erano proprio i leonardiani; ma Croce fugò i suoi dubbi nella missiva successiva, assicurandogli che Gentile non aveva inteso


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alludere, con quell’espressione, agli scrittori del «Leonardo» 277 né ad alcuno in particolare.
   In quel passaggio d’anno, dunque, dopo i chiarimenti tra Croce e Prezzolini, Papini dovette meditare a lungo, decidendo alfine di riconciliarsi anche lui con l’amico, dato che la sua prima lettera del 1905, quella del 7 febbraio, dopo una sequela di usuali scuse per il mancato invio di lettere (con il consueto Leitmotiv del Croce «lavoratore ormai celebre» che «scrive molto agli amici»), si soffermava ancora sulla «Critica», stavolta definita «piena e densa come sempre» 278 e analizzata in dettaglio relativamente agli articoli di Croce. Inoltre, a conferma del “ravvedimento” in atto, Papini dichiarava trionfalmente di aver «fatto divorzio dalla politica» (con richiamo implicito alle «relazioni morganatiche» 279 di Croce con la filosofia della lettera del 10 settembre 1902), essendosi dimesso dall’incarico di capo-redattore del «Regno» (notizia che – sapeva benissimo – avrebbe incontrato l’approvazione di Croce) e intendendo dedicarsi interamente alla speculazione filosofica e, in particolare, a un progetto di storia della filosofia di cui avevano discorso a Firenze.

Le nuove collezioni e la concorrenza editoriale
   Nella lettera del 7 febbraio 1905 è anche il primo accenno al progetto della collezione dei «Classici della filosofia moderna» 280, che Croce avrebbe inaugurato per Laterza l’anno successivo e del quale aveva messo a parte Prezzolini 281, pregandolo di estendere anche a Papini l’invito a collaborarvi 282.
   Il 4 febbraio egli scriveva, infatti, a Prezzolini:


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Vedrete che ci proponiamo di dare all’Italia in 25 o 30 volumi il fior fiore della filosofia moderna, da Bruno ad Hegel ed Herbart, pubblicando di ciascuno le opere capitali, integre, e tradotte in italiano (salvo quelle scritte in latino). L’edizione sarà assai decorosa, quantunque a buon mercato. […] Credo che a voi potrebbe piacere di tradurre il Berkeley o l’Hume. Ma sceglierete nell’elenco, tanto voi quanto il Papini. Basterebbe dare il lavoro nel corso del 1906 […] Speriamo che il pubblico ci segua. Ad ogni modo, la collezione mi sembra rispondere ad un bisogno ed essere stata ben calcolata anche col tener conto delle condizioni del mercato librario italiano 283.

   Nella stessa prima lettera del 1905, poi, Papini ringraziava Croce per l’offerta di collaborazione alla nuova intrapresa «a pro della cultura italiana» 284 e si proponeva come traduttore dei Principles e dei Dialogues between Hylas and Philonous di Berkeley, offerta accettata di buon grado dal suo interlocutore che, nella missiva successiva 285, teneva a precisare, vista la calda accoglienza ricevuta dal progetto della collezione da parte dei suoi due giovani amici, che l’idea gli era stata suggerita da Gentile. Egli approvava, inoltre – come previsto da Papini –, la sua decisione di abbandonare il «Regno» e di dedicarsi alla filosofia.
   L’inizio del 1905 segna, dunque, un momento di rinnovata vicinanza fra Croce e i leonardiani: lo testimonia anche l’interesse dimostrato da Croce proprio per la diffusione del «Leonardo», definito, nella cartolina del 14 febbraio, «una rivista fatta con tanta finezza letteraria ed artistica, e piena di tanti pensieri» 286, e la sua offerta di annunciarlo sulla copertina della «Critica» per favorirne la «divulgazione», per quanto il filosofo sapesse bene che «non sarà mai pel gran pubblico» 287. Evidente, in questo passaggio storico, la volontà di Croce di legare a sé maggiormente i leonardiani in funzione antipositivistica, coinvolgendoli anche nelle lotte contro Salvioli, Petrone e Ardigò 288.


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   In una lettera del 27 marzo 1905 289, dopo aver discorso delle traduzioni di Berkeley e di Locke, che propose di affidare al Vailati, Papini annunciò a Croce la nascita di una nuova collana di mistici, i «Poetae philosophi et philosophi minores» 290, progettata da Prezzolini, dal cattolico progressista Tommaso Gallarati Scotti e dallo storico dell’architettura Ugo Monneret de Villard, che sarebbe uscita per la Società Editrice Lombarda Antongini e de Mohr 291. Il 30 marzo 292 Croce rispondeva a Papini e il giorno successivo a Prezzolini 293, lodando molto l’iniziativa, per quanto tenesse a precisare che già Igino Petrone gli aveva manifestato tempo prima la medesima intenzione, pensando di coinvolgere il Sandron nell’intrapresa, e che:

Senza essere propriamente né un estetizzante né un mistico, anzi convinto come sono che la filosofia debba essere costruzione razionale, io credo sommamente utile al progresso odierno degli studii filosofici l’affiatamento e con lo spirito estetico e con la disposizione mistica, sembrandomi questo un modo assai efficace per liberarsi dalla superstizione pel metodo naturalistico che ha soffocato e, peggio ancora, falsato la filosofia nella seconda metà del secolo decimonono. Oltre dunque dell’importanza che una raccolta di mistici può avere dal punto di vista storico come conoscenza d’indirizzi mentali poco noti, io attribuisco ad essa nel momento odierno uno speciale valore, dirò così, pedagogico. So bene che la filosofia è la Tebe dalle cento porte, ma mi permetto di credere che ora sia più facile entrarvi per la porta, o pel détour, del misticismo e dell’esteticismo, che non per quella – che so io? – della fisiologia e zoologia comparata 294.

   Da notare come, nonostante l’adesione all’iniziativa, Croce esponga qui anche dei motivi di dissenso e ribadisca la propria sostanziale distanza sia dall’estetismo sia dal misticismo 295, tollerati solo in quanto modi più allettanti di altri per attrarre le


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menti dei lettori verso la speculazione e favorire il risveglio filosofico della nazione 296, ma definiti comunque détours (‘deviazioni’). Anche Gentile, in una conferenza tenuta a Napoli il 28 febbraio 1903 dal titolo La rinascita dell’idealismo, aveva distinto nettamente, nell’ambito della reazione al Positivismo e dell’insofferenza verso il Naturalismo, quello che aveva definito «il nostro idealismo» dal neokantismo e dal misticismo, dichiarando: «se riaffermiamo contro il naturalismo i diritti delle idealità lungamente conculcate, noi non insorgiamo in nome del misticismo, ma di quella ragione che è principio di ogni verità e di ogni diritto. Tra la nostra causa e quella dei denunziatori della disfatta della scienza è un abisso» 297.
   In risposta alla relazione tenuta da Papini al Congresso Internazionale di Filosofia di Ginevra 298 e inviatagli in lettura, anche Croce ribadiva tale posizione, affermando:

Io credo utilissimo il movimento contemporaneo degli intuizionisti e della critica della scienza. Ne resteranno, a mio parere, alcuni risultati definitivi. E, del resto, per quanto Ella mi collochi tra gli hegeliani, credo di aver lavorato anch’io nell’indirizzo che fa valere l’intuizione (teoria dell’arte, teoria della storia). Ma son convinto che ciò che si può, e si deve, distruggere, è il concetto astratto, ciò che appunto Hegel chiamava l’intelletto astratto; mentre tutta la ricerca degli intuizionisti, se non vuol restare acefala, deve completarsi con quel concetto concreto di cui Hegel ha parlato, se non pel primo, certo con singolare profondità (sebbene con parecchie conseguenze erronee). Si ricordi il detto di Hegel: che nessun concetto è stato tanto mal trattato dai logici quanto il concetto del concetto 299!


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   Croce decise di non partecipare neanche al V Congresso internazionale di Psicologia, organizzato dallo psicologo Sante De Sanctis, che si tenne a Roma tra il 26 e il 30 aprile del 1905 300; Papini gli chiese un anticipo sul lavoro di traduzione del Berkeley per poter pagare le spese del viaggio 301 nella capitale, pur sminuendo per ben due volte il proprio interesse per il Congresso (il 14 aprile 1905: «Io mi sono iscritto al cong.[resso] di Psic.[ologia] e desidero molto andarci, non per il cong.[resso] ma per Roma e per qualche persona che potrò vedere laggiù» 302; e il 10 maggio 1905: «mi scusi se non le ho scritto prima ma a R.[oma] ho avuto tante cose da fare (non al Congr.[esso] badi) che non ho mai trovato il tempo» 303), e anzi lodò molto l’articolo che apparve sul «Corriere della Sera» del 7 maggio 1905 a firma di Croce, intitolato Filosofi e naturalisti 304, nel quale il filosofo spiegava i motivi della propria mancata partecipazione al convegno, che definiva di «psicologia naturalistica» 305.

Il dibattito sulla Logica
   Il 2 giugno 1905 Papini comunicò a Croce di aver ricevuto i suoi Lineamenti di una logica come scienza del concetto puro e di averli fatti leggere ai matematici fra i leonardiani (soprattutto Vailati e Vacca), innescando una serie di discussioni molto accese. Annunciava anche una propria risposta sul «Leonardo», che avrebbe dato il via a una “battaglia” filosofica con l’autore: in particolare, affermava di provare scarsa simpatia per il «misterioso concetto puro». Croce rispose l’8 giugno, assicurando a Papini che avrebbe letto volentieri le sue obiezioni, ma che non avrebbe dato peso a quelle dei matematici, perché il libro era stato da lui scritto per i filosofi


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e in fatto di filosofia so quale mente e quale coltura abbiano i matematici, anche quelli che mi avete nominato e che sono egregie persone. Vi prego per altro di non discutere il libro in blocco, ma di cercare di scalzarne le singole parti, per es. la teoria dei giudizii individuali o storici, la teoria del concetto puro come necessario fondamento dello pseudoconcetto, dell’assurdità di una logicità verbale, etc. Quanto al concetto puro, non mi meraviglio che esso vi riesca, a primo aspetto, misterioso. Anche io ci son giunto solo dopo parecchi anni di studii e di riflessioni: son sicuro che, presto o tardi, mi darete ragione. Perdonate questa sicurezza e questa profezia ai miei prossimi quarant’anni 306!

   Da sottolineare, ovviamente, l’implicito rimprovero rivolto da Croce a Papini di non riuscire a comprendere il concetto puro per aver trascorso ancora troppo pochi anni a studiare e a meditare: dunque, la reiterata usuale accusa di essere un dilettante di filosofia. Il 12 giugno Papini rispondeva senza far cenno di essersi adombrato per la chiusa di Croce e, anzi, gli prometteva «critiche pensate», ammettendo: «sto leggendo con gran piacere e dispetto insieme la vostra Logica, la quale, per quanto possa dissentire in molte parti, è il più seducente libro di pensiero che abbia letto da gran tempo» 307. In termini ben diversi, invece, ne scriveva lo stesso giorno a Prezzolini («Cosa dici del Croce? A me questa Logica piace pochissimo» 308), che gli replicava il giorno successivo, esprimendo un giudizio perlopiù positivo sul saggio crociano («Il libro del Croce a me piace molto, come scrittura e certe parti come idee, non il concetto puro, ben inteso, che non so cosa sia» 309), giudizio da lui formulato sostanzialmente negli stessi termini a Croce medesimo: «Per lei la filosofia è pura intelligenza, per noi è attività. Per lei è un occhio, per noi un paio di gambe oltre l’occhio. […] Ciò che mi va poco giù, e credo a tutti gli altri, è il concetto puro. Ora che le ho detto tutto il male le dico anche il bene, che è moltissimo. Non le dirò che [è] il miglior libro moderno di filosofia in Italia – perché sarebbe poco» 310.
   Come ha notato Leonardo Lattarulo, Croce allora non si preoccupò del dissenso espresso dai leonardiani, essendo convinto di poterlo riassorbire nella


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propria filosofia 311; scriveva, infatti, a Prezzolini l’8 giugno: «Il punto di dissenso tra di noi mi era noto; ma ho qualche speranza che possa risolversi, proprio per mezzo di quella dottrina del concetto puro, che sembra così strana, e la cui verità rifulge quanto più vi si pensi intorno. Anche io, per anni, ho ripugnato a quell’indirizzo mentale; ma vi sono stato a poco a poco condotto dall’autocritica» Sul medesimo argomento, rivolgendosi a Calderoni, avrebbe scritto, nel 1906:
312.
Se il Calderoni si risolverà a studiare una volta la dottrina del concetto puro, proverà qualche stupore, simile a quello ora da lui provato nel leggere la Critica della ragion pratica. E specialmente non ripeterà che solo col metodo empirico, da lui professato, si può riuscire “filosofi” e non semplici apostoli e propagandisti della morale. Col metodo empirico non si è apostoli e non perciò si diventa filosofi: si rimane “empirici”, come dice, del resto, la parola medesima 313.

   Critiche piuttosto aspre alla Logica crociana vennero, però, soprattutto da Papini, in quell’articolo 314 che egli aveva annunciato a Croce nella cartolina del 21 luglio 1905 315, sebbene la Logica venisse ivi preliminarmente descritta come un libro di filosofia «svelto», «fresco», «piacevole» e «snello» 316, sotto le «ghirlande della grazia italiana» 317 Papini asseriva di sentire, però, «a quando a quando, il cattivo fiato tedesco» 318.
   Facendosi portavoce dei leonardiani, professava la loro «pochissima simpatia per l’hegelianismo e tutto ciò che gli rassomiglia» 319, sebbene precisasse che Croce poteva a ragione essere definito «il correttore del maestro» 320, avendolo criticato per


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varie questioni filosofiche, e ne deducesse che poteva essere, dunque, appellato «hegelianoide» 321. Le sue frasi, come quelle di Hegel, avevano, a giudizio di Papini, la particolarità di essere «composte di pochissime parole che vengono ripetute più di una volta mutandone l’ordine e quella di non avere nessun significato visibile o tangibile» 322 e la caratteristica di soggiacere a una «specie di ritmo – favorevole, fra parentesi, alla suggestione» 323. E il prodotto «genuino di questa maniera» 324 era appunto, a suo parere, il dibattuto concetto puro, contraddistinto, nella sintesi papiniana, dai caratteri dell’universalità e della formalità, e distinto dallo pseudoconcetto. I pragmatisti del «Leonardo», infatti, non riuscivano proprio a persuadersi della necessità della dottrina del concetto puro: «Il concetto assolutamente puro ed universale, la forma priva di qualsiasi contenuto, io non riesco a vedere a che cosa può corrispondere nella mia mente» 325.
   Come ha notato sempre Lattarulo, in questo articolo, comunque, Papini mosse a Croce anche delle obiezioni rilevanti riguardo a punti effettivamente non risolti del suo pensiero: ne sono un esempio le osservazioni sulla relazione tra arte e storia:

Accettando che il giudizio citato dal Croce “questo è un cane” è storia, perché include una rappresentazione e un concetto, allora dovremmo mettere non più la storia nell’arte ma l’arte nella storia, perché anche l’arte, e l’ammette anche il Croce per la poesia, è storia (53) e tutti sanno ch’essa pure è piena di parole che indicano concetti generali. Ma a codesto modo tutto l’edificio pericola, perché se l’arte è storia, cade la distinzione tra intuizioni e giudizi storici, e perciò tra Estetica e storiografia, e se il concetto ha parte nei giudizi storici significa che il concetto è un elemento dell’arte, il che non so fino a che punto possa essere accettato dal Croce 326.

   Così come quelle sul rapporto tra attività teoretica e attività pratica («Il Croce stima poco le conoscenze che servono a qualcosa – ma io non stimo affatto quelle che


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non significano nulla e non servono a nulla») 327, nella terza parte dell’intervento. Il problema della relazione tra poesia e storiografia, e quindi dell’autonomia della poesia, in particolare, rappresentava davvero allora un nodo poco risolto della filosofia crociana.
   Papini si soffermò forse troppo, però, all’inizio di quell’articolo, sulla contrapposizione tra i due «gruppi filosofici» di Napoli e di Firenze, che facevano rispettivamente capo alla «Critica» e al «Leonardo» (il che dovette irritare Croce, che continuava a ritenere i leonardiani dei giovani dilettanti di filosofia, seppur non privi d’ingegno), presentati come due scuole filosofiche rivali (quella «tedesco-napoletana» e quella «anglo-fiorentina») assimilabili solo nell’«ostilità contro quella ignobile contaminatio di cattivo spinosismo [sic] e di puerile naturalismo che fra noi ha preso il nome di scuola positiva, e nella vivacità della critica contro i capoccia dei nostri circoli accademici e universitari» 328:

La prima è francamente idealista e razionalista, ama le grandi sintesi a priori, impiega a preferenza le formule astratte che son proprie dell’idealismo tedesco, e si nutre sopratutto di universali. L’altra invece è prevalentemente empirista e pragmatista, ama le metafisiche ma solo in qualità di composizioni estetiche, ha pochissima simpatia per l’uso e l’abuso delle frasi vaghe e delle formule senza significato, e ricerca a preferenza il particolare e le questioni particolari 329.

   Tale insistenza offrì, forse, a Croce – come ha osservato Lattarulo 330 – un’opportunità di sviare in parte il discorso da alcune acute obiezioni cui magari allora non poteva ancora rispondere in modo adeguato. Pertanto, nella sua replica all’amico sul «Leonardo», datata 12 settembre 1905 (ma redatta prima del 13 agosto) 331, dopo aver illustrato e motivato la propria avversione per le scuole (affermando di ammettere, tutt’al più, una contrapposizione tra «quelli che la sanno e


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quelli che non la sanno» 332), gli fu agevole definirlo ironicamente «un cervello acuto, che scorge il punto giusto delle questioni, ma, non so poi perché, non si risolve a fermarcisi» 333).
   Egli rispose, però, su alcune critiche mossegli da Papini, quali quella della mancata dimostrazione del concetto puro e del suo coincidere con la «categoria», del rapporto tra la storia come intuizione e i giudizi universali («sostengo, per l’appunto, che uno storico non fa la storia se non giudicando. Se egli non giudicasse, non si distinguerebbe in nulla dal poeta» 334), della relazione tra teoria e pratica («se le previsioni vere servono all’azione, non possono per ciò stesso servire a costituir la verità» 335) e tra utile e vero: «altro è l’utilità del vero, altro è l’utile che si dà per vero. Il vero è tanto più vero (e quindi tanto più utile) quanto è più puro, nella sua costituzione, di ogni utilità» 336.
   Riguardo al rapporto tra concetto e forma verbale, si soffermò anche sulla propria «teoria del concetto come grado superiore e ulteriore rispetto all’intuizione, e quindi insieme distinto e unito ad essa» 337; sulla distinzione tra concetti universali e particolari; sulla possibilità che i concetti entrino nelle opere d’arte, perdendo la loro autonomia di concetti perché asserviti all’intuizione; sull’erronea affermazione di Papini riguardo all’incomprensibilità dell’universale e sulla falsità della conseguente deduzione che la distinzione «importi molteplicità di reali, pluralismo ed atomismo» 338. Infine, egli precisava anche, in risposta all’articolo di Giovanni Vacca In difesa della matematica (che seguiva quello di Papini nella rivista) 339, che, anziché offenderla, aveva cercato di «comprendere l’indole logica della matematica» 340, giungendo, poi, alla conclusione che, «non possedendo né verità storica né (poiché


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riposa su postulati arbitrarii) verità filosofica» 341, essa non sia scienza ma «strumento e costruzione pratica» 342.
   Papini ribatté nello stesso numero del «Leonardo» 343, definendo ironica la propria contrapposizione di scuole e individuando nella differenza di temperamento e di cultura il principale motivo di lontananza da Croce. In fatto di verità metafisiche, ribadiva di credere alla doppia e anche alla molteplice verità, non essendo disposto ad ammettere l’unica verità «altro che nel senso della previsione giusta» 344, e tacciava Croce di essere eccessivamente ottimista riguardo al sostanziale accordo con i suoi oppositori. Ribadiva, poi, la propria fede nella “differenza”, definita «ossigeno delle idee 345, negando che fossero empirici i concetti di simile e dissimile, come riteneva Croce. Quanto alla questione del compito dello storico, egli puntualizzava, infine, di aver inteso il giudicare come «valutazione in base a regole generali» 346, e non a sentimenti e passioni personali, il che non contraddiceva – come, invece, aveva sostenuto Croce nel proprio articolo – quanto da lui affermato nel 1903 347 riguardo al «soggettivismo sentimentale» di cui lo storico, a suo dire, non può fare mai a meno.
   Nella lettera del 24 dicembre 1905 348, Croce osservava che gli era parso che, nella sua risposta, Papini avesse «volto un po’ la cosa in celia. Ad ogni modo, badate – puntualizzava – che la mia consuetudine di trovarmi in parte d’accordo con gli avversarii e di voler essere d’accordo sul resto, non nasce da spirito di conciliatorismo. Se l’errore è contradizione, è naturale che io mi trovi d’accordo in parte coi miei avversarii, appunto perché essi, a mio parere, errano! Sono essi che non sono d’accordo con sé medesimi!» 349.


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   Nella stessa missiva Croce rispondeva in ritardo anche a una richiesta fattagli da Papini nella sua lettera del 7 dicembre 1905 350, in cui il giovane leonardiano gli aveva domandato la cortesia di indicargli i passi in cui Hegel e gli idealisti tedeschi si soffermavano sul Pragmatismo. Croce non mancava di ripetere ancora una volta, seppur indirettamente, che Hegel andasse letto dai leonardiani in modo più approfondito, serio e consapevole, e teneva a sottolineare di aver rintracciato, nelle argomentazioni dei matematici contro la Logica, dei punti di consonanza col proprio pensiero, anziché di divergenza:

Io vi manderò a suo tempo i fogli delle trad.[uzioni] di Hegel, e segnerò i luoghi nei quali è la critica dell’intelletto, cioè della scienza (empirica), come composta di arbitrii ecc. E sarà un’occasione per leggere davvero un grande scrittore al quale son sicuro che finirete per prender gusto, come ve l’ho preso io, che pure non sono hegeliano. Pensate che Hegel è stata la bestia nera di tutti i positivisti, neocritici, empiristi ecc., che ci hanno afflitto con la loro povertà di spirito. Dagli odiatori potete presumere la grandezza dell’odiato! Ho letto gli articoli del Vacca 351 e del Monneret 352. Il Monneret cita una serie di fatti che sono in pieno accordo con la mia teoria: giacché intuizione pura non vuol dire di necessità libera (priva) da concetti, ma: non subordinata a concetti; il che è diverso.

   Gli annunciava, inoltre, che avrebbe recensito il papiniano Crepuscolo dei filosofi 353, appena uscito a Milano, nel fascicolo della «Critica» di marzo. Nella suddetta recensione 354, Croce, dopo essersi provocatoriamente 355 chiesto se il libro fosse stato «fatto sul serio o per ischerzo» 356 (torna il motivo della “serietà” vs “gioco”), dichiarava di essersi deciso, infine, a prenderlo sul serio e affermava che, se lo scopo del lavoro consisteva nel dimostrare che la filosofia «non serve a nulla


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perché si propone un compito assurdo, qual è quello di cercar l’unità e pensar l’universale» 357, non era chiaro il motivo per cui Papini si fosse preso la briga di discorrerne così a lungo. Poi rispondeva egli stesso che, in realtà, Papini aveva studiato a lungo i filosofi di cui trattava perché «crede alla filosofia» 358 e che il suo scopo non era quello di negarne l’utilità ma, come accadeva a tutti i «negatori della filosofia» 359, di «esibirne una di loro conio o di loro simpatia» 360.
   Nella parte construens dell’articolo riconosceva a Papini di aver ragione su alcune osservazioni e su alcune definizioni che aveva proposto di vari filosofi, ma subito dopo lo accusava di vagheggiare un’«errata filosofia» 361, «un misto d’empirismo e d’estetismo, inadeguato alla piena comprensione dei pensatori ch’egli esamina» 362. Un punto decisivo del contrasto che opponeva Croce ai leonardiani era, infatti, proprio quello della mancanza di una chiara distinzione tra poesia e filosofia: «la disposizione romantica, tra poesia e filosofia, dei leonardiani è infatti per Croce nient’altro che torbida e inconcludente confusione» 363.
   Riguardo a Hegel, in particolare, dopo aver elencato «parecchie inesattezze ed esagerazioni» 364 nello schizzo biografico tratteggiato da Papini, ne difendeva la scrittura e lo stile, accusando Papini di parlarne male perché non ne aveva «mai letto direttamente» 365 le opere, che definiva «meraviglia di stile sobrio, vigoroso e preciso, lavoro di scrittore esperto che aveva fatto lunghe esercitazioni per prepararsi al suo mestiere» 366 (ciò che evidentemente – sembrava suggerire Croce – non era accaduto a Papini). Il paragone tra alcune pagine a dire di Papini aggrovigliate e confuse di Hegel e certi brani scritti da James, per sua stessa ammissione, sotto l’effetto dell’inalazione di nitrous–oxide-gas veniva adoperato da Croce come pretesto per colpire il filosofo pragmatista tanto amato dai leonardiani: «i saggi che il James dà di


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quelle sue pagine, somigliano tanto a quelle di Hegel quanto il balbettio di un idiota alle terzine di Dante» 367.
   A proposito del dualismo di essere e nulla, a dire di Papini «non molto intelligibile», Croce tirava, poi, in ballo le pertinenti spiegazioni di Kuno Fischer, accusando implicitamente l’amico di non averle mai lette, sebbene fossero databili a circa un cinquantennio prima; e anche di aver liquidato con troppa facilità la dialettica hegeliana dell’infinito e del finito. La conclusione di Croce era formulata sotto forma di augurio affinché Papini risolvesse «nella sua persona mentale l’antitesi ch’egli imputa alla filosofia, di essere cioè un connubio inconciliabile di arte e di scienza, di sentimenti e di concetti» 368, in modo da “ravvedersi” dopo uno studio serio, protratto per alcuni anni.
   Il 21 marzo 1906 Papini rispondeva all’amico, ringraziandolo per le lodi e soprattutto per le obiezioni al proprio libro, dalle quali dapprima dichiarava di aver «imparato di più» 369, ribadendo poi, invece, che, del resto, la sua voleva essere solo un’«autobiografia spirituale» 370 e che le critiche crociane non gli erano valse a chiarirsi le idee, avendolo lasciato nel buio in cui si trovava già prima. Croce gli rispondeva, il 22, di star scrivendo un saggio (ovviamente Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel: studio critico seguito da un saggio di bibliografia hegeliana 371) che avrebbe illustrato meglio alcuni punti del pensiero hegeliano e al quale, dunque, rimandava le spiegazioni; e concludeva ribadendo nuovamente che dal libro di Papini «Così com’è ora, l’intenzione autobiografica non risulta artisticamente. Quello che risulta è la diatriba contro la filosofia e i filosofi» 372.
   Del 21 agosto 1906 è, poi, un’importante lettera di Croce in cui si accusava il corrispondente di non essere in grado di divulgare proclami come quello appena pubblicato sul «Leonardo» nell’intervento Campagna per il forzato risveglio 373, dal


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momento che era egli stesso troppo disorientato; nell’articolo Papini palesava il proposito di «destare dei dormienti» 374 tra i giovani nati intorno al 1880, affinché cambiassero l’«aria morale» 375 del paese, provando «disgusto per l’inazione» 376 e «nausea delle cose ordinarie e dei fatti comuni» 377, e restituendo alfine all’Italia il suo «primato intellettuale» 378. Li invitava ad essere audaci e temerari, a puntare al «grandioso» 379 per fondare «la nuova civiltà italica; il secondo rinascimento degli spiriti» 380. Inoltre, li spronava ad abbandonare la «rettorica delle immagini» 381 e soprattutto quella «dei concetti» 382, con un’allusione indubbia anche a Croce («Ci sono di quelli che si divertono seriamente a combinare insieme delle frasi senza significato, ma ben congegnate e piene di parole grandi e grosse, col pretesto di risolvere problemi che non esistono. Contro codesta rettorica concettuale bisogna combattere come contro quell’altra e in questa guerra ci sarà di buon alleato il pragmatismo, così nemico di tutti i discorsi vuoti e dei problemi illusori. […] Scegliamo di essere semplici ed energici villani, invece che ipocriti e cascanti parolai») 383. In tale battaglia Papini affermava che fossero egualmente necessari sia la sincerità sia il coraggio, per discendere in se stessi, scoprire la propria anima e affrontare i problemi dell’io, prima di rivolgersi a considerare i destini del mondo.
   Nella suddetta lettera Croce, pertanto, aggiungeva:

il «Leonardo», rivista antipositivistica, è, senz’accorgersene, una rivista positivistica. Ed io non so comprendere come ciò sia accaduto, dopo le promesse del primo «Leonardo»: non so comprendere come, con la viva simpatia che voi avete nella letteratura, nell’arte e nella vita pel grandioso, pel complicato e pel terribile, in filosofia poi prediligiate la filosofia terra terra, i cervellini empiristici angloamericani, che rappresentano in filosofia ciò che in poesia Aurelio Bertola o Ludovico Savioli di fronte a Dante e a Sofocle.


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Voi mi direte che siete prammatista: ma io sono persuaso che il prammatismo non esiste; ossia (e qui do ragione al Calderoni) 384 che il vero prammatismo sia nient’altro che positivismo. Il resto sono frasi. Il positivismo sostanziale del «Leonardo» si mescola a una corrente romantica; e a me pare che ne esca un intruglio simile a quello che sarebbe un piatto di cetrioli condito con la crema di latte 385.

   In conseguenza di quest’accusa rivolta loro riguardo alla “confusione” d’indirizzo del «Leonardo», Croce invitava i leonardiani a porsi, sì, come guide per i giovani, purché, però, indicassero loro non «le vie facili del ragionamento a breve respiro, e della bizzarria e del paradosso. Spingeteli invece verso le vie difficili, per le quali si richiede non solo audacia ma pazienza. La vostra intrapresa avrà effetti più lenti e lontani, ma sicuri e solidi» 386.
   Nella risposta del 27 agosto 1906 387 Papini accusò Croce di aver esagerato nel vedere nel Pragmatismo solo Positivismo ed Empirismo, alla maniera nella quale lo intendeva Calderoni, invitandolo ad attendere il suo libro sull’argomento 388 per comprendere «tutto il lato eroico, grandioso, imperatorio del Prag.[matismo] come io lo comprendo» 389. E proseguiva: «Una delle caratteristiche di questa filosofia è anzi per me l’emancipazione dalla realtà – vale a dire il dispregio del fatto bruto per fabbricare le teorie e le ipotesi e il disprezzo per ciò ch’esiste e sembra fisso colla ricerca di tutti i modi, anche psichici, per cambiare la realtà. Vi pare che questo sia empirismo? Non sarà filosofia, se volete, si chiamerà con un altro nome ma non è neppure il positivismo colla sua ristrettezza, timidezza e amore del fatto» 390.
   A questa lettera replicava, dunque, Croce lungamente il 29 agosto, precisando in modo più puntuale la propria opinione riguardo al «Leonardo» stesso (si riporta per intero il passo, assai importante per la trattazione):


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Io vedo che nel «Leon.[ardo]» si agitano due correnti eterogenee: una positivistica, empiristica, astrattistica, intellettualistica, anglicizzante; l’altra, fantasiosa e romantica. Il Vailati, il Calderoni ecc. rappresentano la prima; e non ho bisogno di dirvi che io li pregio non solo come amici simpaticissimi, ma come persone colte e scrittori nitidi. Voi e il Prezzolini e qualche altro rappresentate la seconda. Ma queste due correnti sono inconciliabili. Io capisco che il romanticismo (e il prammatismo romanticamente inteso) possa essere insofferente della logicità; ma non capisco come possa poi accomodarsi alla peggiore logicità, alla più astratta, a quella dei matematici ed empiristi. Se Hegel ripugna ai fantasiosi, Stuart Mill dovrebbe ripugnare cento volte più. Se l’universale puro sembra vacuo, gli universali empirici o le generalità sono ciottoli indigeribili. Ora, ciò posto, nel «Leonardo» i due elementi eterogenei che ho descritto dovrebbero lottare tra loro. E invece stanno in armonia. Non solo; ma giacché i positivisti sono, in quella accolta, i più coerenti, in forza della loro coerenza finiscono con l’influire sui romantici. E voi avete dato parecchi segni di positivismo. Questa confusione è necessario dissipare: bisognerà che mostriate che siete amico dei Calderoni, dei Vailati, ecc., come con me, personalmente: ma nemico delle loro idee. Altrimenti si avrà diritto a classificare il Leonardo tra le riviste positivistiche. Il neo– o il –critico aggiunto alle vecchie parole si sa quanto valga. E anche nell’ultimo fascicolo, se mal non ricordo, si proclama il positivismo critico. Quanto al romanticismo filosofico io non l’ho mai creduto una forma soddisfacente; ma ho sempre creduto che possa giovare come forma di transizione.

   A scanso di equivoci, egli ribadiva nella chiusa, ancora una volta, la propria insofferenza per la vacuità delle teorie filosofiche di James, ritenuto non all’altezza del compito che i leonardiani parevano volergli assegnare, ovvero quello di risvegliare il pensiero in una nazione dalla tradizione filosofica ben più antica rispetto a quella rappresentata dallo psicologo pragmatista, che veniva alfine definito – assai poco cortesemente, a dire il vero – «un βάρβαρος, coi vizii dei barbari» 391.
   Papini non rispose; evidentemente la replica a questa ennesima stoccata al Pragmatismo e alla linea editoriale del «Leonardo» venne affidata direttamente all’articolo sulla «Critica» scritto da Prezzolini nel numero del periodico fiorentino dell’ottobre-dicembre 1906, che «rappresenta una vera e propria presa di distanze dei leonardiani dal filosofo» 392. La rivista di Croce venne ivi accusata di combattere i positivisti solo perché li giudicava «cattivi razionalisti» 393 e di rientrare, dunque, anch’essa all’interno dell’ambito del razionalismo stesso, conservando, del metodo storico e del Positivismo, «molte antipatie e ristrettezze proprie degli intellettualismi, come il disprezzo per le forme di critica fantastica, e per le tendenze religiose e


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mistiche, che ammettono altra conoscenza che non la sensibile e la intellettuale» 394. Riscontrando grande distanza tra Croce e i suoi collaboratori (compreso il Gentile) in termini di «vitalità» 395, Prezzolini individuava, quindi, il valore della rivista stessa nella personalità del suo direttore e rintracciava un punto in comune tra questi e i leonardiani nella «passionalità per le idee» 396 e soprattutto nella «franchezza […] con cui parla di pezzi grossi ed anche di amici personali» 397.

La traduzione del Berkeley e ancora nuove polemiche
   La cartolina 116 del carteggio tra Croce e Papini, quella del 16 settembre 1906, inaugura la lunga serie delle sollecitazioni che Croce inoltrò all’amico perché consegnasse la propria traduzione del Berkeley per i «Classici della filosofia moderna» di Laterza 398: sull’argomento si tornerà più avanti.
   Nella stessa cartolina del 16 settembre Croce chiedeva a Papini anche d’interessarsi di una questione che si sarebbe trascinata a lungo 399 e che riguardava un articolo di Fausto Nicolini offerto alla «Rassegna Nazionale» perché fosse pubblicato e, in realtà, mai edito dal periodico, ma solo nel 1907 in opuscolo dall’editore napoletano Giannini: la questione letteraria cui si allude riguarda una famosa polemica su Giannone scoppiata tra Gentile e Giovanni Bonacci. Nel 1903 quest’ultimo aveva pubblicato per Bemporad un volume intitolato Saggio sulla Istoria civile del Giannone, in cui questi veniva accusato di aver attinto a testi altrui nell’elaborazione della propria opera; Gentile aveva replicato nel 1904 sulla «Critica» 400, rivendicando l’originalità del pensiero di Giannone stesso. Seguirono due articoli sul «Giornale d’Italia»: uno di Nicolini (del 18 luglio 1904) e uno di


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Bonacci (del 31 agosto 1904), che vi negava l’anticurialismo di Giannone. A quest’ultimo rispose anche Croce, l’11 settembre, sempre sul quotidiano romano, con un intervento dal titolo Una lettera sulla critica giannoniana.
   Nel 1905 Gentile tornò ancora sull’argomento, recensendo la Vita di P. Giannone scritta da lui medesimo, appena edita da Nicolini per i tipi del Pierro 401 e, in seguito, la «Rassegna Nazionale» pubblicò un articolo di Carmine Di Pierro – amico di Bonacci – in cui si intendeva confutare la recensione di Gentile 402. Nicolini, dunque, ne scrisse ancora un altro, in difesa di Gentile stesso e a sostegno delle loro tesi, citando anche documenti e argomentazioni inedite, ed era allora alla ricerca di una sede dove pubblicarlo. In una lettera del 1° settembre 1906 indirizzata a Gentile 403, Croce gli suggeriva di provare a fare uscire l’articolo del Nicolini sulla stessa «Rassegna Nazionale», e per questo chiese a Papini di occuparsi della questione, facendo da mediatore tra Nicolini e il marchese Manfredo Da Passano, direttore del periodico conservatore. Questi, dopo una serie di rinvii, rispose a Croce solo alla fine del mese di novembre 1906, ponendo «condizioni inaccettabili» 404, a giudizio di Croce stesso, per la pubblicazione dell’articolo (ovvero la soppressione di tutte le note e la moderazione dei toni della polemica) e costringendolo, alla fine, a ritirare il manoscritto per farlo pubblicare altrove.
   Il 21 settembre Papini annunciava a Croce di aver ricevuto il suo volume dal titolo Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, dalla lettura del quale si dichiarava, due giorni dopo, in una lettera a Prezzolini, «impressionato» 405, ma non «convertito». Il 26 settembre lo definiva «bel libro» 406, chiedendo a Croce di inviargli una copia della traduzione dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio che egli stava allestendo per Laterza, perché la lettura del suo saggio lo aveva incuriosito e invogliato a leggere anche quella.


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   L’8 ottobre Papini annunciava al corrispondente che, nell’ambito del dibattito e delle polemiche suscitate dall’uscita del saggio crociano, anche lui e Prezzolini avevano deciso di esprimere le loro opinioni al riguardo sul «Leonardo». Aggiungeva che alcuni leonardiani (per la precisione, il gruppo matematico formato da Vailati e Vacca, in primo luogo) erano stati irritati dal «disprezzo delle scienze» 407 professato da Croce, mentre precisava di ritenere che si potesse dare un’«interpretazione pragmatistica» 408 di Hegel (al riguardo, si ricordi che il 7 dicembre 1905 egli aveva chiesto a Croce di indicargli i passi in cui Hegel e gli hegeliani discorrevano di Pragmatismo) e intendere la dialettica come «una forma enfatica per criticare le false e ingombranti distinzioni degli scolastici e, nello stesso tempo, come un descrivere semplicisticamente il procedimento del pensiero umano, considerato nella sua storia, qualcosa dello stesso genere della legge dei 3 stati di Comte» 409. Concludeva affermando di essere persuaso che Croce accettasse Hegel «in quanto pragmatista o il Pragmatismo in quanto hegeliano» 410; infine, cambiando argomento, gli chiedeva consiglio riguardo alla possibilità di pubblicare un libro di racconti (Il Pilota cieco) con l’editore Ricciardi.
   Il giorno seguente, replicando, Croce palesava a Papini la propria soddisfazione per le discussioni suscitate dall’uscita del proprio volume e affermava di non essere meravigliato dell’indignazione della sezione scientifica del «Leonardo», che egli definiva dei «positivisti, o neopositivisti» 411, ma di non poter accettare la «favola» 412 del suo disprezzo per le scienze naturali, avendone egli «difeso l’indipendenza» 413 in tutti i propri libri (e specie nell’ultimo e nella Logica) e avendo egli suggerito ai filosofi di non immischiarsene, non essendo quello il loro «mestiere» 414. Accusava, pertanto, i propri avversari di voler difendere non le scienze naturali, bensì la


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«metafisica positivistica» 415. Infine, pur ammettendo di riconoscere delle affinità tra Hegel e alcuni filosofi allora contemporanei (specie il Bergson), sosteneva che fosse molto difficile stabilire un rapporto tra Hegel e il Pragmatismo, essendo quest’ultimo «ancora un ammasso confuso e instabile di tendenze varie, anzi opposte» 416.
   Riguardo a Ricciardi, infine, instradato notoriamente all’attività editoriale da Croce stesso, egli lo definiva «un giovane eccellente per ogni rispetto» 417, ma, paragonandolo a Belacqua, metteva in guardia Papini dalla sua negligenza e dalla sua pigrizia e gli suggeriva di attendere, prima di decidere se affidargli una propria opera, se fosse capace di lanciare, dal punto di vista commerciale, i volumi di Salvatore Di Giacomo e di Angelo Conti che stava per pubblicare.
   Il 17 novembre Papini annunciava a Croce l’invio del numero del «Leonardo» contenente il proprio articolo e quello di Prezzolini sul saggio crociano su Hegel, nonché l’intervento già menzionato di Prezzolini sulla «Critica»; in Che senso possiamo dare a Hegel 418 Papini, pur indicando in Croce «uno degli ingegni più agili, più aperti, più acuti che abbia prodotto l’Italia negli ultimi anni» 419, rintracciava nel suo libro la «manifesta intenzione di […] essere la preparazione indispensabile per la lettura delle opere di Hegel di cui il Croce stesso va pubblicando le traduzioni» 420. I due grandi meriti di Hegel, secondo Croce, erano individuati da Papini nell’aver dimostrato l’esistenza di un metodo proprio della filosofia e di aver formulato la dialettica, come coincidenza dei contrari o identità degli opposti. Obiettando di non comprendere in cosa consistesse il concetto universale, Papini si soffermava sulla dialettica di essere e nulla, accusando entrambi i concetti di non avere significato, e dimostrando, a suo dire, che il concetto del divenire non era altro che «un elemento del concetto di essere» 421. Dichiarava, poi, di non comprendere come il concetto filosofico potesse essere concreto, completo e «adeguato al reale», come sosteneva


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Croce, concludendo, dopo la sua analisi, che esso fosse o «impensabile» 422 o «un concetto generale come gli altri» 423.
   Proseguendo, dopo aver asserito che l’hegelianismo non aveva «un contenuto logico e un significato intellettuale comprensibile» 424, si proponeva di reperirne almeno uno emotivo, estetico e morale, soffermandosi sulle «formule ipnotizzanti» 425 di Hegel e riconoscendogli, se non altro, il merito di aver introdotto «il senso del movimento, del cambiamento, dello sviluppo» 426 nella staticità della filosofia tradizionale. Ultimo punto dell’articolo il proposito di «dare un senso pragmatista alla dialettica di Hegel» 427, considerandola come «un tentativo di reazione logica, mascherata da metafisica, contro le false distinzioni della scolastica e in genere della filosofia tradizionale» 428 oppure come «una teoria del modo col quale si succedono le forme sociali e le teorie scientifiche» 429, ovvero del fatto che «ci vogliono due sbagli opposti per ottenere una verità» 430. Deduzione finale quella che Hegel fosse, in realtà, o un pragmatista o un positivista.
   L’articolo di Prezzolini, Le sorprese di Hegel 431, riconosceva, invece, la grandiosità della filosofia hegeliana e dava dello «schizzo michelangiolesco» 432 al libro di Croce, indicando appunto nella «grandiosità» stessa, nella «funzione liberatrice critica» (perché «toglie alla scienza l’ingombro della metafisica» 433) e nel misticismo i tre caratteri della filosofia di Hegel. La dialettica era da lui ivi considerata una «bella visione intellettuale» 434, ma egli accusava gli hegeliani di essere degli «astrattori» 435. Le ultime pagine dell’articolo prezzoliniano si


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concentravano, infine, sulla filosofia della Contingenza, dopo il cui esame giungeva perentoria la conclusione: «la Germania come terra classica dei filosofi è finita» 436.
   Non ricevendo risposta da Croce alla propria ultima missiva, Papini tornò a scrivergli dopo meno di una settimana con tono accorato, chiedendogli il motivo del suo silenzio e ipotizzando addirittura che si fosse offeso per il suo articolo, il che – affermava – non gli pareva possibile. Gli chiese, infine, di rassicurarlo entro il 28, data della sua partenza per Parigi. Prontamente Croce replicava il giorno successivo, scusandosi per la tardiva risposta e commentando che, tra i due, l’articolo di Prezzolini gli era parso entrare di «più nel cuore della questione» 437, mentre quello papiniano gli sembrava condotto su un «dilemma bizzarro: o Hegel è un visionario, o io, Papini, sono inintelligente» 438, dilemma del quale Croce dichiarava di non essere disposto ad accettare nessuno dei due «corni» 439. Egli liquidava la questione suggerendo una terza strada, ovvero osservando, come di consueto, che alla comprensione del pensiero hegeliano non si arrivasse che dopo molti anni di disciplina, fatica e pazienza. Poi passava velocemente ad altro e, nel finale della lettera, proponeva a Papini di concedere, per la pubblicazione, al libraio Perrella di Napoli, «un giovane molto intelligente» 440, il suo volume sul Pragmatismo in elaborazione. Anche Papini tagliava corto sulla questione, rispondendo sbrigativamente, il 26 novembre, di aver ricevuto la «buona lettera» 441 di Croce, a suo dire dimostrazione del fatto che il suo «ottimismo circa il mio futuro hegelianismo resista ai più rudi colpi» 442.
   Tornava, poi, a scrivergli da Parigi, il 5 dicembre, per coinvolgerlo nel nuovo progetto, da lui ideato assieme al conte Alessandro Casati, di una «biblioteca di piccole monografie sui grandi filosofi […] che potrebbe cooperare colla vostra


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collez.[ione] per la propaganda della filos.[ofia] in Italia» 443 e per chiedergli di allestire per loro un «volumetto» 444 su Vico; il 9 dicembre Croce rispondeva – forse in dubbio se di cooperazione o di concorrenza si trattasse, anche nei riguardi della collezione Laterza – avvertendo Papini («perché voi vi regoliate» 445) del fatto che anche l’editore palermitano Sandron stava allestendo proprio una collezione di monografie sui grandi filosofi e che «parecchi mesi addietro» 446) gli aveva chiesto consiglio sulle opere da includervi e sui traduttori da contattare, avendo affidato un volume su Vico a Lombardo Radice; per questo motivo Croce spiegava di non poter accettare l’offerta di collaborazione.
   La cartolina sembrava voler sottolineare anche il fatto che Papini, come nel caso del progetto della collezione dei mistici 447, era arrivato tardi ancora una volta.

La seconda recensione al «Leonardo» (1907)
   La risposta di Croce relativa alle critiche mosse da Prezzolini alla direzione della «Critica» non si fece attendere: nella seconda recensione al «Leonardo», alla convinzione dei leonardiani «che bisogni proporsi grandi cose» 448, cioè effetti che secondo Croce tenevano del «meraviglioso» 449, egli opponeva una «morale della sobria operosità» 450, ovvero quella dei «semplici lavoratori» 451 della «Critica», che miravano a

difendere e svolgere e correggere, secondo le nostre forze, l’idealismo speculativo, applicarlo ai problemi storici; scrivere, con quanto maggior esattezza ci sia possibile, la storia della letteratura e della filosofia e


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della coltura italiana contemporanee; pubblicare buone edizioni dei classici della filosofia, onde, chi voglia, possa più agevolmente studiarli; elaborare trattazioni delle varie scienze filosofiche, che si giovino di tutte le ricerche finora fatte e spingano più innanzi le soluzioni dei problemi; distinguerci nettamente dai positivisti, dagli spiritualisti e dai mistici […]. Non taumaturghi, ma operai; e, come operai, costretti a delimitare prosaicamente il nostro compito, a procedere con concordia d’intenti e d’intonazione, a sommergere le nostre individualità nell’opera comune, che sola c’interessa 452.

   Accusava, inoltre, nuovamente i leonardiani di voler confutare Hegel senza averlo studiato per almeno quattro o cinque anni di seguito, o addirittura senza averlo letto del tutto. E aggiungeva sarcasticamente che essi erano, forse, troppo giovani per comprendere che il mondo non è «un prodotto mal riuscito che si possa rifar da capo» 453 o una «pasta molle, che ognuno possa foggiare a suo capriccio» 454. Egli si contrapponeva a loro in quanto “non più giovane”, ma ribadiva di non essere nemmeno ancora «vecchio» 455, non accettando, dunque, che essi avessero provato a tracciare la storia di una rivista – la sua – il cui ciclo non era ancora compiuto: a maggior ragione dato che – concludeva – «alla storia professano di non credere, o la considerano come un tessuto di capricci, di passioni e d’immaginazioni» 456.
   Quella rappresentata dal «Leonardo» veniva, dunque, in questo articolo, considerata alla stregua di una «tipica tendenza giovanile» 457; e per questo, in realtà, «spostando interamente sul terreno psicologico e generazionale le ragioni della polemica, Croce definisce i rispettivi ruoli nelle loro differenze, ma anche in una prospettiva di possibile riconciliazione: il contrasto è infatti destinato a risolversi appunto in quanto è essenzialmente conflitto tra giovinezza e maturità» 458.
   I suoi interlocutori, però, non apprezzarono il punto di vista crociano che, ovviamente, a loro parere era riduttivo. Prezzolini, dopo aver in privato rivendicato con orgoglio l’originalità e il valore del «Leonardo» («Mi permetto però d’osservare che lei da giovane non ha mai pensato a fare qualcosa di simile al Leonardo. La


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Critica non è stata preceduta che dalla Napoli Nobilissima» 459, più che di differenza d’età, parlò, dunque, di «differenza di temperamento» 460; e anche Papini non dissimulò la propria delusione riguardo alla recensione crociana: «invece di una risposta ho trovato una diagnosi e mi sembra che abbiate cangiato una questione filosofica in una questione cronologica» 461. E aggiunse provocatoriamente: «non credete, carissimo Croce, che invecchiando si perda la fede nella malleabilità del mondo non perché il mondo non sia davvero malleabile ma perché ci sentiamo meno forza addosso e perché ci contentiamo di meno?» 462. Ad ogni modo, nella chiusa, dopo aver lodato i volumi su Hegel e Bruno appena usciti per i tipi di Laterza nella collezione filosofica («Classici della filosofia moderna»), dichiarava anche di sforzarsi «ancora, tante volte, di capire Hegel» 463. E concludeva: «Vedete che non sono incurabile. In ogni modo vogliatemi bene» 464.
   Croce gli rispose dopo più di una settimana 465, a causa di un’influenza, e liquidò la questione «Leonardo» in modo piuttosto sbrigativo, alludendo alla lunga corrispondenza che aveva avuto con Prezzolini al riguardo 466. Anche a quest’atto forse d’involontaria scortesia Papini rispose pubblicando, sul numero successivo del «Leonardo», una nuova coda alla questione, intitolata Schermaglie. A Benedetto Croce 467, nella quale si diceva meravigliato del fatto che, anziché una risposta alle sue «obiezioni filosofiche» 468, il filosofo avesse replicato, nella «Critica», con «descrizioni sul tipo naturalistico, […] indicazioni di pali di confine e […] questioni di età» 469: risposta della quale il suo avversario si disse «contento, perché chiude la polemichetta: io non ho ragione di replicare» 470.


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   La menzionata corrispondenza con Prezzolini chiarifica in modo più approfondito le reali ragioni del dissenso espresso da Croce: all’inizio egli chiarì che per amicizia («da lei e dal Papini, preferirei dissentire simpatizzando») 471 avrebbe anche evitato di replicare all’articolo prezzoliniano sulla «Critica», ma che era stato costretto a farlo soprattutto per difendere i propri collaboratori, specie il Gentile. L’8 febbraio, poi, spiegava nel dettaglio le proprie ragioni:

Ella sa che io ho una fede fortissima nella ricerca del vero, che costituisce per me la serietà della vita. E questa ricerca importa metodo, disciplina, continuità storica, ecc. […] Ma il Leonardo sostituisce alla fede nella verità la manifestazione del temperamento individuale, e quindi non sa che farsi del metodo, e delle altre cose dette di sopra. Questo atteggiamento, a mio parere, è artistico e non filosofico. O meglio, non è filosofico, ma non è neppure veramente artistico: è qualche cosa di mezzo tra arte e filosofia. Se fosse pura arte, l’accetterei come tale. Ma essendo un miscuglio di arte e filosofia sono costretto a combatterlo, come già più volte ho fatto, e farò ancora in seguito. […] il loro atteggiamento misto […] mi pare filosoficamente infecondo e dannoso alla vita spirituale italiana 472.

   Nella conclusione alla lettera, egli scriveva anche che, notando nelle pagine dei leonardiani «tanti elementi di sana vita mentale» 473, non riusciva, comunque, ad abbandonare la speranza che il loro “atteggiamento misto” si sarebbe risolto o nella filosofia o, più realisticamente, nell’arte pura.
   Le idee espresse da Croce nella lettera a Prezzolini trovarono formulazione più ampia e organica nel noto “articolo di fondo” dal titolo Di un carattere della più recente letteratura italiana, apparso prima sul «Giornale d’Italia» il 17 maggio 1907 e poi integralmente sulla «Critica» dello stesso anno 474, che trattava della «condizione di spirito» 475 del periodo a lui contemporaneo 476. In esso Croce teneva a distinguere nettamente l’Idealismo da Misticismo, Estetismo e tendenze occultistiche e


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spiritistiche, precisando: «la rinascita dell’idealismo è, e dev’essere, la restaurazione dei valori dello spirito, e in prima linea, del valore del Pensiero» 477. Com’è noto, il periodo seguito, intorno al 1885-1890, all’epoca carducciana (ovvero quella di Carducci, dei veristi, di positivisti e neocritici, dell’«eruditismo» 478) e nel quale, a suo giudizio, spirava «vento d’insincerità» 479 (nel senso di «poca chiarezza intima» 480), venne identificato da Croce co la «triade onomastica» 481 di D’Annunzio, Fogazzaro e Pascoli e, dunque, con le figure dell’esteta, del mistico e dell’imperialista, «tutti operai della medesima grande industria: la grande industria del vuoto» 482 intrisa della «nuova retorica» 483 dell’«ineffabile» 484.
   La condizione spirituale della vita culturale e morale europea veniva ricondotta da Croce a «due grandi colpe» 485: dal punto di vista filosofico, la reintroduzione dell’«Inconoscibile» 486 e del mistero in funzione antipositivistica; dal punto di vista politico, la negazione del socialismo, ovvero dell’«entrata della classe operaia nell’agone politico» 487, rifiuto dal quale traevano origine, a suo parere, gli «ineffabili ideali della forza per la forza, dell’imperialismo, dell’aristocraticismo» 488. Da quel «doppio peccato, intellettuale e morale» 489, si generava, a suo dire, «quella Egoarchia, quell’Egocentricità, quella Megalomania, che è tanta parte della vita contemporanea» 490 e dalla quale non si poteva guarire che guardandosi dentro, in quella «continua correzione di noi stessi in cui consiste l’onestà della vita» 491.
   I leonardiani, anche se non menzionati apertamente, non potevano non sentirsi coinvolti da tale critica e investiti dal suddetto vento d’insincerità e dalla «moderna


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malattia dell’istrionismo» 492 secondo Croce dominanti, tanto più dato che questi riconduceva anche il Pragmatismo alla disposizione d’animo da lui descritta e lo leggeva come una forma di «nietzschianismo passato attraverso il dannunzianesimo» 493. La reazione, infatti, non si fece attendere ma, nel complesso, fu un moto di adesione alle tesi crociane. Già il 22 maggio 494 Prezzolini aveva espresso un proprio parere favorevole sulla prima nota apparsa sul «Corriere della sera» cinque giorni prima; il 24 maggio, Papini si univa all’amico, rivelando a Croce che il suo articolo gli aveva fatto «grande impressione» 495, poiché si trovava in una disposizione d’animo atta a comprenderlo e a «sentirlo» 496 profondamente, e che «l’insincerità che voi scoprite in noi io pure la sento e tento di rimettermi dinanzi a me stesso, ingenuamente e severamente, per giudicarmi come un altro potrebbe giudicarmi» 497. Gli rivelava, pertanto, di sentirsi meno lontano da lui, rispetto a qualche mese prima.
   Anche Prezzolini tornava ad esprimersi sull’argomento il 27 maggio 498, confermando quanto già anticipato dall’amico e sodale:

Quel suo articolo è capitato in un momento eccellente per esser capito da noi, e le cose che lei ci dice in molte pagine, ce le eravamo dette, talora anche in modo più aspro, fra noi. Io ho sentito e sento il bisogno di rifarmi, perché capisco che tutto, e conoscenze e teorie e conoscenza di me stesso anche son sbagliate per quel difetto che lei ha saputo trovar così bene: di sincerità verso se stessi. Tanto che tutto quel che faccio ora, è alla stracca e di malavoglia, perché non desidero altro che trovarmi con me, e ripulirmi, e avere per ciò del tempo 499.

   Croce rispondeva a Papini il 27 maggio 500 e a Prezzolini il 2 giugno 1907 501,


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specificando, nella seconda lettera, di aver scritto il proprio articolo mosso da una «seria preoccupazione» 502: dato che li riteneva «qualcosa di più e di meglio che dei giovani in formazione» 503, ammetteva che gli fosse «assai cara la […] piccola vittoria su certe tendenze del vostro spirito di cui abbiamo più volte discusso insieme a viva voce» 504. Lo stesso giorno ringraziava Papini per il suo opuscolo sul monismo 505 che, come «riduzione di tutti i concetti empirici a un unico concetto empirico» 506 era effettivamente anche a suo giudizio un assurdo, come sosteneva il suo corrispondente.
   Il mese di giugno 1907 trascorse senza comunicazioni tra i due, tant’è che Croce ne chiese la ragione al giovane amico il giorno 27 507; come sia Papini 508 sia Prezzolini 509 evitarono di commentare la memoria crociana sulla Riduzione della filosofia del diritto alla filosofia dell’economia 510, così Croce non si espresse che fugacemente sul papiniano Pilota cieco 511, con un’osservazione, a dire il vero, non molto lusinghiera («Forse sarebbe stato meglio scegliere tra questi scritti i migliori e aggiungerli in una 2a ed.[izione] del Tragico» 512), sebbene l’amico gli avesse palesato di essere «in un periodo in cui ammiro sempre più la vostra fede e la vostra operosità» 513.
   In quell’arco di tempo maturò la decisione, da parte di Papini e Prezzolini, di porre fine all’esperienza del «Leonardo», la cui conclusione fu sancita nel noto articolo intitolato La fine, dell’agosto 1907, nel quale veniva rivelato ai lettori un bisogno, dei due direttori, di serio ripensamento, di riflessione su se stessi e di


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approfondimento, che di certo risentiva anche delle sollecitazioni, in questo senso, provenienti da Croce stesso e che sarebbe, poi, sfociato nella fondazione di una nuova rivista, «La Voce», che si sarebbe distinta da quella crociana «non tanto per l’orientamento teorico quanto per la funzione da svolgere nell’ambito di un progetto comune» 514.
   A partire dall’estate 1907 Papini trascorse un periodo di “segregazione” in campagna e non riuscì neanche a incontrare Croce, di passaggio a Firenze alla fine di settembre 515: questi dedusse, con tono di affettuosa comprensione, che la mancata visita dell’amico fosse stata causata da una sua certa condizione di spirito, che gli faceva cercare la solitudine, confortato, poi, nella propria interpretazione, dallo stesso Papini, che il 6 ottobre gli confessava:

La mia simpatia per voi, per la vostra lealtà, franchezza e laboriosità, non è diminuita ma piuttosto cresciuta. Soltanto ho bisogno di raccoglimento e di decidere finalmente ciò che di meglio io possa fare nel mondo dopo il vagabondaggio della prima giovinezza. Credo, in questo momento, di esser nato piuttosto per l’arte […]. D’altra parte la filosofia – e concepita più seriamente che non dai pragmatisti – mi attrae di nuovo e non so se questo ormai vecchio dissidio del mio spirito potrà finire. In ogni modo, o artista o filosofo, sarò vostro “justiciable” e vostro amico 516.

   Come sempre nei casi in cui un amico era in difficoltà, Croce rispose con tono affettuosamente partecipe, seppur sollecitando la consegna del manoscritto del Berkeley da parte di Papini, e accettando eventualmente l’offerta di Prezzolini di rivederlo lui stesso, nel caso in cui Papini non si fosse sentito in grado di lavorarvi. Alla fine del mese, dopo qualche indugio, Papini gli promise, comunque, che avrebbe portato a termine il lavoro da solo, ottenendone in cambio, da Croce, un’altra cartolina affettuosa di approvazione 517 e, quattro giorni dopo, dei complimenti per la traduzione («ne sono rimasto soddisfattissimo» 518) da lui approntata. Di certo, emerge


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da queste missive la sincera contentezza di Croce nel constatare che l’amico aveva preso finalmente una decisione “operativa”, uscendo dal proprio stato di prostrazione spirituale e di inattività, e soprattutto che era deciso a tener fede alla parola data, non interrompendo il lavoro prima di averlo concluso 519.
   Oltre alla richiesta di alcuni volumi che gli erano necessari per stendere la propria introduzione al Berkeley, nella lettera del 17 novembre 520 Papini chiedeva anche notizie a Croce della sua Filosofia della pratica, affermando di attendere «con impazienza» 521 il completamento del suo sistema filosofico, perché aveva in animo di scrivere un libro interamente dedicato al pensiero dell’amico; la risposta di Croce del 1° dicembre permette di stabilire, dunque, che a quell’altezza temporale la quarta parte del sistema crociano era ormai «quasi tutta preparata» 522. Contemporaneamente 523, Papini prese anche a interessarsi dell’opera di Georges Sorel, dopo aver letto un articolo a lui dedicato da Croce e suscitando l’approvazione di quest’ultimo, convinto che Sorel fosse un «acutissimo e serissimo pensatore» 524. La vicinanza tra i due, dunque, era in quel periodo molto stretta.
   Valse, forse, a turbarla, l’anno successivo, l’irritazione crescente di Croce per i continui rinvii di Papini nella consegna della sua traduzione al Berkeley; il 10 marzo questi gli scriveva addirittura di averlo tralasciato per darsi «completamente» 525 alla stesura di una «specie di romanzo o poema di grandi intenzioni che ha per motivo fondamentale il “giudizio universale” reso attuale ed umano» 526 (che sarebbe stato, poi, pubblicato postumo da Vallecchi, nel 1957), progetto di cui gli aveva parlato in una lettera del 6 ottobre precedente. Non a caso – ci sembra – Papini dovette inviare altre due cartoline 527 per avere risposta da Croce che, il 1° aprile, chiedeva scusa se


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«insolitamente, ho trascurato di accusarvi ricezione del ms.» 528 del Berkeley a lui inviato dal corrispondente, forse a sottolineare, per contrasto, come fosse invece abituale, da parte di Papini, non rispettare la parola data.
   Di nuovo la cosa si ripeté allorché Papini scrisse, il 7 giugno, una lunga lettera in cui, come richiesto più volte da Croce nelle missive precedenti, gli dava notizie di sé, parlandogli del paralizzante proseguire della propria «battaglia interna tra l’arte e il pensiero» 529 delle letture di «molti scrittori vecchi italiani» 530, del proprio continuare a lavorare sul suddetto libro sugli uomini, la cui struttura si era, però, diversamente definita come «raccolta di prediche morali» 531; infine, commentando l’ultima «Critica» da lui ricevuta e accusando il programma crociano di contenere «insieme a molte cose giuste, affermazioni troppo sempliciste» 532. A tal proposito, Papini si dilungava su una serie di osservazioni sulla concezione crociana della religione («È possibile, ad esempio, che voi non vediate nella religione altro che una “brutta copia” della filosofia?» 533) e, infine, riprendendo – assai poco felicemente – la chiusa della precedente cartolina di Croce (che lo sollecitava a inviare il resto del manoscritto del Berkeley, dato che la tipografia Giannini, disponendo di molto carattere, avrebbe composto la prima parte «con sollecitudine» 534), concludeva:

A proposito di fretta: sta bene che il pragmatismo sia superficiale e, in certe parti, equivoco ma non vi pare che ve ne volete sbrigare troppo alla lesta? Il pragmatismo rappresenta un momento utile nella storia del pensiero: la reazione contro il verbalismo dei metafisici pappagalli e contro l’atarassia morale dei positivisti. È già qualcosa per non meritare il vostro disprezzo 535.

   Probabilmente il tono da “lezioncina” di questa chiusa e soprattutto il


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rovesciamento – sull’onda del motivo della fretta – di una sollecitazione opportuna, dopo numerosissimi rinvii, in un’accusa di superficialità e leggerezza di giudizio dovettero irritare non poco Croce, che, al solito, rispose solo dopo altre due missive di Papini 536, puntualizzando di non aver ancora ricevuto il pacco, da lui inviato, con traduzione e bozze corrette, e precisando anche che, proseguendo nell’opera già iniziata, di certo, come il suo corrispondente gli aveva chiesto, avrebbe rivisto tutta la sua traduzione e operato le opportune correzioni. Tornava, poi, a scrivergli, il 25 e il 26 giugno 537, con tono meno paziente, non avendo ancora ricevuto corrette le bozze che erano state mandate a Papini da due settimane; il 1° luglio 538 questi rispondeva, annunciando di avere intenzione di aggiungere delle modifiche sulle bozze impaginate, che avrebbe restituito in un paio di giorni; e scriveva, poi, nuovamente il 2 luglio, rimandando indietro corrette tutte le bozze in suo possesso, dopo un’ulteriore sollecitazione di Croce tramite telegramma («Caro Croce, ho avuto il v.[ostro] teleg.[ramma]» 539), di cui non è, però, rimasta copia.
   «Spero che ora sarete contento. Aspetto altre bozze» 540, chiudeva – forse stremato – Papini; al quale Croce, rassicurato, replicava, non senza una punta di ironia: «Grazie di tutto. Scusate la mia insistenza. Ma temevo che vi foste messo a fare qualche lavoro più geniale, lasciando dormire quelle bozze» 541. Tornava, dunque, velatamente la contrapposizione tra l’affidabilità e l’umiltà degli “operai” della «Critica» e l’inaffidabilità degli “artisti” del «Leonardo». Come dimenticare, del resto, che nel programma stesso della propria rivista 542 Croce aveva indicato nel 1903, tra i propri avversari, in primo luogo le «molte persone geniali che, infischiandosi della storia delle idee e dei fatti, si mettono a risolvere audacemente ardue questioni sulle quali l’uomo s’è travagliato per secoli, sicure di afferrarle con


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un colpo sbrigativo della loro asserita genialità» 543, oltre che naturalisti, eruditi, pseudonaturalisti e pseudoeruditi, «correnti mistico-reazionarie o gesuitico-volteriane» 544 e artisti che producessero «arte povera e fiacca» 545, giustificandola esibendo «modernistiche ricette e formule» 546?
   «La prefazione va bene» 547, concedeva, alfine, Croce nella suddetta cartolina.
   Una coda del travagliato lavoro conclusivo prima della pubblicazione del volume Laterza si ebbe ancora nell’agosto del 1908 548; nell’ottobre di nuovo Papini scriveva delle bozze a Croce, inviandogli anche molti auguri per la sua salute 549. Il 17 questi rispondeva che l’usuale soggiorno in Abruzzo gli aveva giovato e che si era completamente ristabilito della propria «depressione nervosa» 550, annunciando anche al corrispondente di aver completato egli stesso il lavoro di revisione («altre due volte» 551) delle ultime bozze del volume su Berkeley, che era stato, dunque, finalmente stampato.

Il dissenso sulla religione
   Gli ultimi due mesi del 1908 furono occupati, dai due corrispondenti, a dissertare sul tema della religione, già accennato in precedenza 552 e rimasto in sospeso: Papini sosteneva, in una lettera del 26 novembre 553, di essere dispiaciuto «d’esser sempre in disaccordo con voi, che tanto stimo e per tante ragioni» (e colpisce quel «sempre», date le professioni di vicinanza e consonanza spirituale dell’anno precedente), ma di continuare a ritenere, diversamente anche da Prezzolini, che per parlare di religione si dovesse far riferimento a quelle positive, senza


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necessariamente doverne presupporre un concetto. Gli annunciava, inoltre, di star lavorando a una scelta di frammenti di Galileo, che sarebbe stata edita in «una collezioncina filosofica che si comincerà a pubblicare presto e che io dirigo» 554: l’allusione molto poco chiara e forse volutamente imprecisa faceva riferimento all’inizio della collaborazione fra Papini e l’editore abruzzese Rocco Carabba, per il quale egli aveva preso a dirigere la collana intitolata «Cultura dell’anima» 555, che sarebbe divenuta nota in poco tempo (si ricordi che la Casa editrice Carabba era nata nel 1878 ed era stata portata alla ribalta dal successo della raccolta dannunziana Primo vere nel 1879, ma la sua produzione era rimasta sostanzialmente confinata all’ambito regionale fino all’incontro con Papini e al lancio della suddetta collezione, che sarebbe rimasta attiva fino al 1938).
   Proprio del 1908 era stato un importante articolo di Croce, intitolato Il risveglio filosofico e la cultura italiana 556, in cui egli aveva affermato che, se tra Filosofia e discipline naturali e matematiche sussisteva un rapporto di «eterogeneità» 557 data dalla differenza di metodi, tra Filosofia e Religione 558 ne intercorreva, invece, uno d’«identità» 559, perché «vogliono dare entrambe una concezione della vita, un’interpretazione del reale, nella quale la mente e l’animo si riposino» 560. In realtà, però, egli considerava la Religione una «filosofia imperfetta» 561, in quanto «sistema di pensieri nel quale sono inclusi elementi, non dedotti dal pensiero, ma


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arbitrariamente posti dalla volontà e dal sentimento» 562, un sistema misto di «sofia e di poesia (mitologia)» 563 che, però, negli uomini, esseri pensanti, è destinato a risolversi nella filosofia, facendo sì che la «fede si elabori in intellezione, che la immaginazione ceda il luogo al concetto» 564. Pertanto, la Filosofia veniva a reggersi sulla storia della Filosofia stessa, in quanto storia dei problemi che lo spirito umano dall’alba dei tempi si è proposto e delle soluzioni temporanee che via via ne ha dato; a suo dire, era bene, pertanto, confrontarsi con i «grandi spiriti filosofici che si sono succeduti nella storia» 565; perché la «filosofia non è filologia; ma la filosofia non può attuarsi storicamente senza la filologia» 566. E, secondo Croce, sempre tramite la Storia la Filosofia si congiungeva con la Pratica, cioè coi «problemi che la vita ci presenta e che noi dobbiamo, con la nostra azione, risolvere» 567.
   L’idea di un risveglio filosofico era, dunque, per lui strettamente congiunta a quella della connessione di Filosofia e Storia, che garantisce quel «perpetuo trapasso dall’universale all’individuale, dall’idea al fatto e dal fatto all’idea, che è la vita stessa della conoscenza, eternamente rinnovatesi ed eternamente crescente su sé stessa» 568. Nella sua concezione di una rinnovata “cultura dell’uomo intero”, pertanto, l’errore non consisteva nella specializzazione in sé, ma nell’essere privi di un «orientamento o, come si dice, di una fede» 569.
   L’articolo terminava con una “tirata” contro Tolleranza e Temperanza, la prima intesa come scetticismo e indifferenza, ovvero come il «lasciar dire senza contraddire ciò che si crede inesatto o falso; il colmar di lodi l’avversario, perché, in fondo, anche egli lavora, come sa e può; il vietarsi qualsiasi giudizio reciso, o avanzarne appena timidamente qualche spigolo, per subito ritirarlo» 570; la seconda, riferita all’attività del pensiero, non intesa come l’«evitar l’unilateralità tenendo conto di tutti gli aspetti


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delle cose, e nel far ragione, in questo modo, anche agli avversari per quegli aspetti che essi hanno additato, esagerandoli nelle loro affermazioni erronee» 571, ma come «accomodantismo» 572, «aggregato estrinseco di affermazioni ripugnanti, transazione dettata da paura innanzi all’opinione della gente volgare o dal desiderio di non svegliare opposizioni vivaci o dalla negghienza che fa rifuggire dai partiti mentali che costano sforzi troppo grandi» 573.
   Sulla nota apparsa il 20 maggio 1908 574, che riassumeva l’intervento crociano del «Giornale d’Italia», Papini si era così espresso, discorrendone con Prezzolini: «l’articolo di Croce […] non fa altro che universalizzare i suoi gusti, e le sue inclinazioni ed occupazioni. Il che fanno tutti ma confessandolo mentre lui non vuol riconoscerlo. Con questo non voglio dire che non abbia ragione in gran parte ma non a quel modo che intende lui» 575. In un articolo sul «Rinnovamento», intitolato La Religione sta da sé 576, Papini aveva poi risposto a Croce, nell’ottobre, tenendo conto anche di alcuni suggerimenti bibliografici propostigli da Prezzolini in una missiva del 9 luglio 577; interessante notare al riguardo ciò che ne scrisse Croce a Prezzolini, il 31 ottobre:

egli mi presenta come antiquario, restauratore, ecc. ecc. Ciò è spiritoso, ma non è esatto. Certo, nel modo di considerare la religione io accetto la soluzione di Hegel. […] Ma la mia Estetica non è hegeliana, la mia economia non trova riscontro in Hegel, la mia dottrina della Storia è diversa da quella di Hegel […]. Col metodo di interpretazione del Papini non resta da dire altro se non che io sono hegeliano perché mio zio Spaventa era hegeliano. […] Ma lasciamo lo scherzo. Questa etichetta di hegeliano, che mi si vuole incollare, è un suggerimento della pigrizia 578.

   Nella propria replica, lo stesso Prezzolini, seppur con tono bonario, sembrava


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condividere la medesima scarsa fiducia di Croce nelle attitudini filosofiche dell’amico: «Io conosco Papini e so che se scrive così avventatamente qualche volta, lo fa per certe sue ubbie e bisogni sentimentali […]. E siccome gli sono amico e ho fiducia nel suo ingegno, spero che cambierà, o lascerà le questioni filosofiche» 579. Entrambi dovevano aver mutato opinione sulle reali attitudini dell’amico comune, però, se solo nell’aprile dello stesso anno Prezzolini, in uno scambio di lettere molto dirette tra i due, in occasione di un momento di crisi attraversato da Papini, aveva scritto al sodale:

Ti dico questo anche per eccitarti risolutamente a fare. Lasciamo quelli che ti fissano il compito: c’è Croce che vede la tua via negli studi filosofici, e c’è Catapano che ti metterebbe innanzi come artista e poeta. Ma l’importante è di togliersi dalla sterilità dei programmi e delle velleità; cercare anche il poco, ma quel poco che c’è dentro di noi vero e sincero. Il grande è stato sempre fatto da chi non si proponeva di farlo tale: si è fatto da sé. Per questo, caro Papini, certe compagnie come quelle di Soffici ti sono deleterie. Guardatene più che puoi, è la via dell’impotenza piena di desideri e insoddisfatta 580.

   A firma di Prezzolini stesso (ma sollecitato da Casati) 581 uscì, nel novembre del 1908, anche un altro articolo su «Il Rinnovamento», intitolato Ancora di «religione e filosofia» 582, che Croce giudicò «tutto esattissimo» 583 nella propria corrispondenza con l’autore, al quale dichiarava anche di aver pensato di non replicare a Papini, avendo già intravisto, per proprio conto, quanto l’amico gli aveva confidato per lettera sulle «disposizioni di spirito del Papini» 584 stesso. Del resto, molto onestamente Prezzolini aveva chiaramente espresso al proprio sodale, già nel maggio, l’opinione che aveva dell’intervento crociano sul risveglio filosofico: «L’art. della Critica, è inutile che te lo dica, è accettato da me completamente, salvo brevi punti particolari filosofici (la storia, la critica ecc.)» 585.


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   «Non vorrei che immaginaste che io sia dolente di voi. Mi duole, sì, che voi non indoviniate il punto vero delle questioni filosofiche; ma per voi; e, cioè, pel desiderio vivo, che ho sempre avuto, di non vedere smarrire un uomo d’ingegno per lande sterili» 586: tale fu, dunque, la risposta privata di Croce a Papini, il 28 novembre 1908. Egli proseguiva, con un’allusione non troppo velata anche al proprio interlocutore:

Che ci sia gente che non ammette l’universale, ossia non ammette la filosofia, pur seguitando per suo conto a parlare di filosofia 587, è cosa assai ovvia; e non se ne può ricavare nessuna deduzione. C’è gente, che non ha orecchio musicale, ma non per questo la musica non esiste. E chi non ha orecchio musicale, farà bene a non parlare di musica, e a non pretendere di negarne l’esistenza 588.

   E ancora più duro appare il giudizio implicitamente espresso qui da Croce sul dilettantismo di Papini come filosofo, se si considera che sul manoscritto della missiva, al posto di «parlare di filosofia», era stato originariamente vergato il verbo «filosofare», poi sostituito con un’espressione che ne limita evidentemente il valore. Inoltre, nel prosieguo della lettera Papini veniva ancora una volta 589 paragonato a Prezzolini e ne usciva sconfitto, nella propria capacità di comprendere la filosofia.
   Croce lo invitava a riflettere sulla questione e su «concetti difficili» 590 come quello dell’universale e quello della sintesi a priori, “bacchettandolo” alfine, seppur scusandosi contemporaneamente dell’osservazione che aveva «del rimprovero» 591: «Ma crisi mentali, come questa che io vi auguro, si compiono nel silenzio e nell’angoscia; e voi avete troppa smania di dissertare sulle riviste» 592.


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   Estendendo la propria disapprovazione anche ai cattolici e ai neocattolici, aggiungeva, poi, di trovarli ridicoli, quando parlavano di religione: «Sono molto più religioso di essi – asseriva –; e appunto perciò cerco Dio con la più alta facoltà che è in me, col pensiero; e non già – come fanno essi – coi nervi» 593.
   La questione della religione fu, senza dubbio, uno dei nodi più importanti dell’insoddisfazione di alcuni giovani intellettuali verso la lezione crociana: molti di essi, infatti, non accettarono proprio la riduzione della religione a filosofia imperfetta e il rifiuto di Croce di attribuirle una «collocazione autonoma e irriducibile fra le attività spirituali» 594, come testimonia anche il programma della «Voce», allegato alla missiva che Prezzolini, che era allora il neo-vociano più vicino alle posizioni crociane, inviò a Croce il 7 luglio 1908 595:

Ognuno di noi resta qui dentro quello che egli è fuori, né ha bisogno di mascherarsi per potere stare in compagnia, giacché nel fondo siamo tutti d’accordo. Come, per accennare un punto importantissimo di dissenso fra alcuni di noi, nella questione se la religione sia attività autonoma o piuttosto preparatrice soltanto di problemi che la filosofia risolve in modo adeguato 596.

   Nonostante fosse cosciente dei disaccordi tra i collaboratori della neonata rivista sull’adesione ad alcune sue idee, Croce accolse benevolmente la nascita del periodico nella breve recensione che ne fece sulla «Critica» del 1909, che si concentrava soprattutto sulla rubrica ivi inaugurata di analisi e discussione degli articoli di giornale, che allora suscitò numerose polemiche nell’ambiente giornalistico stesso: «Questo giornale, al quale collaborano molti nostri amici, rappresenta, per così dire, il passaggio dalla filosofia alla vita [“rivista d’idealismo militante” si sarebbe definita, infatti, nel titolo «La Voce», a partire dal numero del 7 novembre 1912] esaminando fatti e istituti, in quanto incarnano, o dovrebbero incarnare, un


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pensiero» 597. In quel periodo i rapporti tra Croce e Prezzolini s’intensificarono 598, mentre quelli tra Papini e il suo sodale si deteriorarono lievemente: «eco di Croce!» lo apostrofava Papini, seppur scherzosamente, in una lettera del 12 marzo 1908 599. E il 18 maggio, riferendosi alla «Voce», in un’epistola lunghissima e molto severa nei riguardi del suo direttore, così scriveva:

Da quel che m’hai scritto di Croce e da qualche frase del programma mi pare che se crociano non sei poco ne manca. […] tu sul principio del tuo progetto accenni che la rivista dovrebbe esprimere anche i moti religiosi. Ma con quanta sincerità adopri questa parola, poiché tu accetti la veduta di Hegel e di Croce che la religione non è altro che cognizione imperfetta e si risolve nel pensiero filosofico? Forse hai cambiato idea o piuttosto hai messo lì quella parola come esca editoriale per tutti quei misticizzanti di cui non vuoi le idee ma desideri i cinque franchi dell’abbonamento? 600

   La menzionata lettera scritta da Croce il 28 novembre 1908 si chiudeva con una provocazione su un altro tema assai caro a Papini: «Non vi accorgete che i mistici-empiristi italiani sono mistici con mentalità da commessi viaggiatori601.
   Quella volta fu Papini a non rispondere.

La concorrenza editoriale
   Trascorse quasi un anno, intervallo del quale non sono rimaste conservate lettere dei due corrispondenti. Il dialogo riprese a novembre del 1909, sul tema assai scottante delle due collezioni di scrittori italiani appena inaugurate dai due amici.
   Com’è noto, nel settembre Croce aveva annunziato, sul «Corriere della Sera», la nascita degli «Scrittori d’Italia» Laterza 602, collana da lui fondata e diretta dal


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professor Achille Pellizzari; poco dopo Papini ideava, per l’editore Carabba, una nuova collezione intitolata «Scrittori nostri», che veniva inquadrata da Bellonci, sempre sul «Corriere», come concorrente di quella laterziana.
   Il 17 novembre, chiedendo delucidazioni al riguardo a Papini, Croce concedeva: «eviteremo al possibile le concorrenze» 603, ma anticipava il sorgere di probabili complicazioni e prevedeva almeno alcune sovrapposizioni: «la collezione del Laterza mira ad essere collezione completa, e perciò dovrà in seguito ristampare anche i testi inclusi nella vostra» 604.
   Invece di rassicurare l’amico al riguardo, Papini rispose il 30 novembre 605 glissando sull’argomento e, anzi, chiedendo in prestito a Croce una rivista che gli era utile per allestire l’introduzione al volume di poesie di Campanella che stava preparando sempre per Carabba (e che uscì nel 1913). Non avendo ricevuto né il periodico in prestito né una riga di risposta, egli tornò a scrivere il 7 dicembre 606, palesando una certa meraviglia per il silenzio di Croce, notoriamente «diligente epistolografo e generoso soccorritore degli studiosi» 607 e, anzi, chiedendogli, «se non avete nulla con me» 608, di inviargli anche l’edizione Leoni delle poesie filosofiche di Campanella 609 stesso.

   La risposta giunse il giorno dopo: dichiarandosi «occupatissimo» 610, Croce così giustificava il ritardo nell’invio della rivista richiestagli da Papini. Dopo altri suggerimenti bibliografici su Campanella, alludeva anche ai primi volumetti apparsi per Carabba nella collana fondata in precedenza da Papini, la «Cultura dell’anima», soffermandosi in particolare su quello sugli Scritti filosofici inediti di Sarpi che, nonostante giudicasse «importante» 611, riteneva anche in parte manchevole, dal punto di vista filologico, nell’attenzione alla cura del testo (giudizio che venne espresso


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anche da Gentile nella discussa recensione che egli approntò per la «Critica» nel 1910) 612.
   Dopo aver ribadito che Papini riceveva ancora gratuitamente ogni numero della «Critica» in «segno d’amicizia» 613, Croce affrontava, però, di petto la questione più volte rimandata, senza mezzi termini:

La concorrenza che fate coi vostri Scrittori ai nostri Scrittori d’Italia (faticosa impresa e piena di rischi di ogni sorta, e che perciò non dovrebbe avere concorrenti) mi dispiace, senza dubbio. E mi dispiace anche perché i rapporti nostri di amicizia non possono mutare la realtà oggettiva delle cose. Un po’ di colpa l’ha avuta il Carabba, con quel curioso segreto da cospiratore provinciale. Un po’ anche voi, perché tutta la vostra preparazione e indirizzo di cultura e di spirito non vi portava a quella impresa. Se almeno aveste disegnata una serie speciale: poniamo, i viaggiatori o che so io, sarebbe stato possibile coordinare le due pubblicazioni. Ma voi stampate poeti, novellieri, storici, ecc.; e quale coordinamento è possibile? Io sono nella condizione psicologica di dovere augurare la morte della vostra collezione; e questo non è piacevole per me, quantunque voi possiate riderne per l’effetto benefico che, come sapete, è congiunto a simili augurii 614.

   Il 17 dicembre 1909 615 Papini replicava dettagliatamente:

Quanto agli Scrittori italiani non si può parlare fra noi di vera concorrenza. Le due imprese sono (malgrado le parole di Carabba) assolutamente diverse. Mi stupisco che il Pellizzari, al quale spiegai tutto, non ve l’abbia ancor detto. Voi volete fare un corpus completo o quasi della letterat.[ura] ital.[iana] – io mi contento di turare i buchi delle collezioni economiche esistenti rimettendo in circolazione opere di second’ordine che non si trovano o costan troppo. Voi farete volumi grossi di 400 o 500 pp. – e io volumetti di 150 o 160 pp. Voi pubblicherete spesso “opere complete” di autori ed io mai (eccetto il caso in cui si tratti di pochissima roba: ad es. Lorenzino de’ Medici). Nella mia collez.[ione] spesseggeranno le scelte mentre nella vostra saranno l’eccezione. Voi volete dare edizioni definitive, critiche, senza note – e io edizioni buone ma non critiche, senza apparato filologico ma con qualche nota o commento quando lo crederò necessario. Insomma la vostra è una grande impresa scientifica che occuperà una quarantina d’anni e destinata alle biblioteche e ai danarosi – la mia è un’impresa modesta ma pratica di divulgazione intelligente ad uso di quelli che non vogliono aspettar troppo e che non possono spender molto. Possono esser più differenti di così? Non c’è bisogno, dunque, che voi auguriate la morte alla mia. Credo anzi che questa, richiamando l’attenzione e la curiosità su certi scrittori interessanti gioverà a far vendere di più alcuni volumi della vostra. Alla quale auguro invece di cuore ogni fortuna per l’onore d’Italia e degli studi 616.


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   Croce, ringraziando il 25 dicembre 617 per le spiegazioni finalmente ottenute e dichiarandosi «più tranquillo» 618, volle addossare la colpa dei fraintendimenti all’annunzio del Carabba e alle illazioni di Bellonci 619, che parlavano d’«identità» 620 fra le due collezioni, nonché alla nota apparsa sul «Giornale storico della letteratura italiana» che definiva «un molesto fuor d’opera» 621 la collezione «non dissimile, sebbene più modesta» 622 della laterziana, annunciata da Carabba.
   «Spero che ora non mi vedrete più sotto l’antipatico aspetto di “concorrente”. Per carità!», rispondeva sollevato Papini, il 29 dicembre 623, suggerendo, poi, a Croce di convincere Laterza ad accettare l’offerta di Carlo Puini di pubblicare un volume su civiltà, religione e filosofia di cinesi e giapponesi. Croce accettava il consiglio di buon grado e s’informava sulla salute di Prezzolini: dopo questa cartolina del 2 gennaio 1910, la corrispondenza si interrompe del tutto fino a una lettera del 30 dicembre 1911, ovvero di quasi due anni successiva, nella quale il discorso riprende proprio dal medesimo volume di Puini, solo allora suggerito a Laterza, come testimoniato dal carteggio tra Croce e l’editore 624.

Vico, Boine e le ultime polemiche
   La lettera del 30 dicembre 1911, in realtà, partiva dal volume di Puini, ma era stata originata da ben altra questione: la lettura, da parte di Croce, dell’articolo di Papini su La novità di Vico, comparso nel settembre 1911 su «L’Anima», la rivista del nuovo spiritualismo laico appena progettata da Papini stesso assieme ad Amendola. L’intervento di Papini era apparso a Croce come «uno scherzo di cattivo genere» 625, perché gli era sembrato che il giovane amico lo avesse trattato come «una


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persona di mala fede, che voglia darla a bere alla gente» 626. La conclusione era sempre la stessa:

Caro Papini, io vi conosco ormai da molti anni e vi ho sempre voluto bene. Ma mi duole che non vi risolviate a smettere certe abitudini di letteratura à surprise, che non giovano alla serietà della cultura e del pensiero italiano. Abbastanza si è scherzato e giovineggiato: ora bisogna che ognuno faccia quel tanto di bene che le proprie reali attitudini gli consentono. Demolire Vico? Ma voi stesso sentite, in fondo alla vostra coscienza, che è un proposito vano. Perché perdere tempo in questi giuochi di prestigio? A benefizio della platea? Non abbiatevi a male di questa sfuriata, e prendetela come un augurio di capodanno 627.

   Nella replica del 3 gennaio 1912 Papini si diceva molto sorpreso delle accuse di Croce, spiegando di non aver mai sostenuto, nella propria recensione, che egli volesse «imbrogliar la gente» 628 e di aver reagito non contro Vico ma contro l’«eccessiva lode di novità» 629 che Croce ne faceva nel proprio libro sull’argomento (La filosofia di G.B. Vico), apparso nel 1911. La conclusione di Papini era franca e piuttosto dura: «non avete il diritto di parlare di “scherzi” o di “giuochi di prestigio”. Per quanto, in fatto di giochi di prestigio, l’esempio venga spesso dall’alto: dai filosofi» 630.
   Il 9 gennaio Croce rispose ancora, annunciando una propria recensione in cui avrebbe replicato per esteso alle argomentazioni dell’articolo papiniano ed esprimendo nuovamente un parere perlopiù negativo sul lavoro di Papini, tacciato, come di consueto, di non andare mai a fondo alle questioni:

Certamente, il vostro studio sulle fonti del Vico poteva riuscire un lavoro importante. Ma alla prima trouvaille vi siete fermato, e avete aggiunto riscontri di fantasia, e avete avuto fretta di concludere. La filologia vichiana è ancora ai suoi inizi; e io auguro che voi vi collaboriate. Ma non al modo di cui avete dato saggio nel vostro articolo, che è un bel principio, cascato subito a terra 631.


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   La recensione a La novità di Vico apparve sulla «Critica» nel 1912 632: nonostante il dichiarato apprezzamento iniziale per alcuni contributi di Papini alla ricerca dei “debiti” vichiani (come quelli con Sarpi e Torricelli), Croce vi esprimeva la propria meraviglia, commentando molto duramente di non aspettarsi «da un ancien élève del romanticismo e del bergsonianismo una ricerca di fonti, animata (debbo pur dirlo) dalla più meschina cavillosità e dalla più rozza inintelligenza di eruditello fontaniere che io abbia mai incontrato nelle più idiote tesi di laurea delle università italiane di trent’anni fa» 633.
   Il filosofo decise di non passare sopra neanche a un ulteriore problema che si presentò nell’aprile dello stesso anno: com’è noto, Giovanni Boine 634 aveva pubblicato, nel febbraio, su «La Voce» due articoli che proponevano un’idea di Estetica del contenuto intesa come «poetica della complessità» 635.
   Il primo, un saggio-racconto dal titolo Un ignoto, apparso l’8 febbraio ma datato 15 gennaio 1912, raccontava di un incontro avuto da Boine con un ignoto pensatore poi morto in un incidente, le cui opinioni riguardo all’arte e alla critica si dimostravano polemiche nei confronti dell’Estetica di Croce («Parlava di opera grande, non di opera bella, ed insisteva su questo un po’ sconcertante accostamento di opera d’arte e di intensità di vita […] m’intorbida il mio sicuro sistema dell’arte mondo a sé, dell’arte ben definito ed a sé stante grado dello spirito» 636), essendo egli alla ricerca di un’arte «che fosse filosofia e viceversa» 637. Il secondo, intitolato L’Estetica dell’ignoto e comparso il 29 febbraio 1912, era polemico nei confronti della teoria dell’indifferenza del contenuto nell’opera d’arte e Boine, pur rendendosi conto che l’Estetica del suo ignoto era esposta, a volte, in maniera un po’ confusa, dichiarava, alla fine, di preferire talora «un discorso un po’ oscuro in cui intravedo


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della polpa in fondo, della fosforescenza vitale, ad un discorso troppo chiaro di insufficienti formule» 638. Ai due articoli Croce intese subito rispondere.
   Alla fine di marzo, a causa della polemica in atto, Prezzolini si dimise dalla direzione della rivista e Croce ne fu assai contrariato, non volendo trattare con Papini le condizioni della pubblicazione del proprio articolo di replica: egli pretendeva che la propria risposta non fosse seguita, sullo stesso numero della rivista, dall’ulteriore replica di Boine, come, invece, era consuetudine della «Voce» 639. Tramite telegramma 640 insistette presso Papini affinché lo accontentasse in quello che reputava un proprio diritto, ottenendo, infine, dal neodirettore che le proprie ragioni fossero ascoltate (il che provocò la temporanea rottura dei rapporti tra Papini e Boine, fino al 1915): il noto articolo crociano Amori con le nuvole uscì, infatti, nel numero del 4 aprile 1912, mentre gli Amori con l’onestà di Boine, che ribadivano l’insoddisfazione del critico per il distinzionismo crociano, affermando che il giudizio estetico dovesse valutare non solo la loro bellezza, ma anche se le opere d’arte potessero durare nella storia degli uomini, vennero ritardati al numero del giorno 11.
   Com’è noto, il durissimo intervento di Croce, più che a rispondere sui singoli punti di dissenso, mirò soprattutto, al solito, a criticare l’atteggiamento di alcuni giovani intellettuali primonovecenteschi, che «si trastullano con questi balocchi, e insieme stimano che non siano balocchi, ma cose gravi e quasi tragiche; carezzano la loro immaturità mentale e credono di avere scorto il volto della Dea, invisibile ai profani» 641.
   Il 4 aprile stesso Papini gli scriveva precisando di aver accolto la sua richiesta per evitare di iniziare il proprio «direttorato» 642 con uno sgarbo a Croce e invitandolo a continuare a collaborare alla «Voce» come in precedenza. Ribadiva, infine, la propria ammirazione per l’ingegno e la capacità di lavoro dell’amico e ritornava sulla


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questione di Vico, professando la buona fede del proprio articolo e ammettendo di aver ripensato ad alcuni punti della questione, tenendo conto della replica crociana. Il giorno successivo, pur ringraziandolo, Croce ribadì di essersi ostinato sulla questione perché convinto di essere nel giusto e concluse la propria lettera inviando a Papini «i migliori augurii» 643 per la direzione della «Voce», con un tono che faceva intendere chiaramente che aveva già deciso di non collaborarvi più. Infine, gli diede qualche consiglio (di certo non richiesto) per l’indirizzo della nuova rivista:

L’esperimento di un giornale settimanale che sia mezzo politico o si occupi di questioni morali, mi pare non troppo felicemente riuscito. Cercate di far gravitare il giornale verso la letteratura e la filosofia, pubblicando articoli serii di queste materie. Gli articoli d’indole pratica prenderanno il secondo posto; o si limiteranno a qualche noterella, quando proprio è opportuna. Almeno, così farei io 644.

   L’aggettivo-chiave, come sempre, è quel «serii»; e l’indirizzo caldeggiato risulta diametralmente opposto a quello stabilito dai vociani: letteratura e filosofia versus politica e morale, articoli di natura teorica versus interventi «d’indole pratica» 645.
   In una lettera Casati del 12 aprile Croce tornava, infatti, sulla questione precisando:

Nessun disprezzo verso il Boine, del quale stimai molto gli articoli scritti nel «Rinnovamento» e anche qualcuno dei primi pubblicati nella «Voce». Ma in me sorse un vivo sentimento tra di dispiacere e di responsabilità per certe tendenze morbose che si vanno facendo strada nei giovani, e che favoriscono tutte le vanità, in questa Italia nella quale c’è tanto da lavorare. […] la nuova generazione è neurastenica, ed aspetta l’impossibile, e io adempio il mio ufficio che è di richiamarla sul terreno della storia e della pratica. Anche la «Voce» mi ha seccato: speravo che con gli anni migliorasse e si facesse sempre più seria, e diventa invece sempre più ragazzesca. Preferisco di restare chez moi, nella mia rivista, nella quale si rispecchia il mio essere 646.


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   Nel 1913 si registra solo una cartolina di Croce, del 9 febbraio 647, in cui egli chiede a Papini l’invio del numero 2 di «Lacerba» e del volume papiniano 24 cervelli, per la propria collezione (del 18 febbraio una cartolina postale nella quale Croce accusa ricezione e chiede a Prezzolini di ringraziare Papini, del quale dichiara d’ignorare l’indirizzo, proprio per questo libro) 648. Del resto, il 1913 è, appunto, l’anno della nascita di «Lacerba» 649 (in seguito, il Croce «un po’ collezionista e bibliofilo» 650 domanderà anche a Prezzolini di procurargli i numeri 2 e 4 della rivista, introvabile a Napoli, rinnovando, poi, l’invito 651 anche per il numero 3) e del famigerato Discorsaccio di Papini.
   «Lacerba» nacque dalla crisi interna al gruppo dei vociani: Papini e Soffici, in particolare, si contrapposero all’impostazione antiletteraria che Prezzolini aveva dato alla «Voce» negli ultimi anni del proprio direttorato e, per questo, diedero vita alla nuova rivista, che uscì dal 1° gennaio del 1913 al 22 maggio del 1915, indirizzandosi, in un primo momento, verso il Futurismo, ma poi allineandosi sempre più con l’interventismo dei nazionalisti, fino alla rottura con Marinetti e il suo gruppo.
   A partire dal 1905, infatti, aumenta la frequenza delle lettere che Papini scambiava con Ardengo Soffici 652: a lui possono essere ricondotte la scelta papiniana della poesia, dopo la liquidazione della filosofia col Crepuscolo dei filosofi, nella «forma congeniale delle favole e dei colloqui del Tragico quotidiano» 653, e quella di trascorrere un periodo di tempo a Parigi, alla fine del 1906, che esacerbò le sue


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insofferenze e radicalizzò la sua «aspettativa di una palingenesi individuale» 654: da ciò il proposito di farsi editore, subito abbandonato per l’ostilità dichiarata di Prezzolini 655, e la già menzionata soppressione del «Leonardo», nell’agosto del 1907.
   Alla fine del 1907, infatti, nel

ricorso concomitante di eccesso penitenziale e di megalomania progettuale, e dunque di disponibilità ideologica, è il terreno di coltura dello sperimentalismo, del nichilismo e dell’atteggiamento eversivo del Papini dietro l’angolo: del sodalizio con Soffici ‘lirico’ e toscano, dell’opzione poetica […] e dell’avventura lacerbiana corsa in quella direzione ‘negativa’ 656.

Il Discorsaccio e la rottura
   Nel periodo in cui si era accostato ai seguaci di Marinetti 657, la sera del 21 febbraio 1913, Papini pronunciò al Teatro Costanzi, fra gli «schiamazzi» 658 del pubblico, il sopra menzionato Discorso di Roma, pubblicato su «Lacerba» il 1° marzo 1913 e poi stampato in foglio volante a cura del Movimento Futurista con il titolo Contro Roma e contro Benedetto Croce. In esso Papini, dopo aver denigrato la capitale come «luogo del borghesismo» 659, si soffermava a lungo sulla funzione di Croce nella cultura italiana, accusandolo con violenza.
   Il Discorso allude, fra le righe, a numerosi problemi e argomenti discussi, negli anni, da Papini e Croce, nella loro corrispondenza epistolare: avendolo analizzato, passaggio per passaggio, in un saggio uscito nel 2015 sui «Quaderni del


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Novecento» 660, mi permetto di rinviare a quel testo per non ripetere concetti già espressi altrove e mi limito a sottolineare soltanto che Croce vi veniva definito «padreterno milionario» e «insigne maestro di color che non sanno»; che Papini lo accusava di aver «castrato Hegel levandogli la possibilità di far del male ma anche quella di fecondare», di consigliare letture per la terza classe elementare 661 e di avere un’«influenza nefasta» sui giovani, di essere completamente privo di «sensibilità artistica», di avere come unico scopo quello del «dominio intellettuale» 662 mediante un’opera di «scaltra volgarizzazione», di aver creato un sistema filosofico «che si potrebbe definire il vuoto fasciato di formule», di «odiare il genio pur professandosi adoratore dei grandi uomini morti», di «soffocare ogni individualità, spengere ogni volontà di nuovo, reprimere ogni tentativo d’uscire dalle grandi rotaie della storia», di propugnare una filosofia che non era altro che «la quintessenza stilizzata e idealizzata del perfetto borghesismo civile e spirituale» 663 e che era intesa come «dovere civico, del dovere sociale ed umano, dell’uomo che deve vivere per gli uomini e inabissarsi nell’indefinito invece di vivere per sé e di creare sé stesso»; di mirare, infine, a «sostituire la religione, cioè a prendere nella società umana quella funzione correttrice e aguzzinesca che fin qui è stata propria delle chiese».
   Nel Commento del 15 maggio 1913 al proprio «discorsaccio», egli teneva, inoltre, a precisare 664:


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La mia lunga amicizia con Prezzolini (autore di un’apologia di Croce) e la mia collaborazione alla “Voce” hanno fatto credere ch’io sia o per lo meno sia stato, in altri tempi, un crociano. Nient’affatto. […] ho cominciato a battagliare col Filosofo dieci anni fa, cioè nel 1903 665 […] Non avevo adoprato contro l’illustre senatore parole così grosse e severe come quelle del discorso perché mi ratteneva ancora il rispetto per la sua attività di apostolo operoso e diligente della cultura ma questo rispetto s’è affievolito in me negli ultimi anni dinanzi alle sue arie di pedagogista livellatore e spegnitore […] 666

   L’amicizia più che decennale col filosofo sembrava, dunque, essere stata del tutto dimenticata.
   Il Carteggio tra Croce e Prezzolini registra la reazione sofferta e quasi incredula di Croce al riguardo, datata 20 marzo:

Che cosa è accaduto nei cervelli del Papini e del Soffici? E quale ostacolo pongo io alle pitture dell’uno e alle avventure spirituali dell’altro? Qui, a Napoli, la diffusione del Discorso di Roma è stata curata con speciale accanimento; e, sere addietro, scendendo io per la solita passeggiata, ne trovai una copia spiegata innanzi al mio portiere, che prorompeva in male parole napoletane, per allontanare le male parole italiane stampate dal Papini! Durai fatica a calmare il bravo portiere ed ex-carabiniere. ˗ Ho gran paura che la pittura del Soffici debba essere, come la letteratura del Papini, una cosa che non esiste: altrimenti, non perderebbero tempo a sbraitare contro me, che vivo in una sfera lontanissima dalla loro e non interferente con la loro 667.

   Interessante la risposta, acuta ma anche troppo conciliante, di Prezzolini:

Quanto a Soffici e Papini, la loro attitudine mi sembra ben naturale. Essi vedono in lei quella regola, quell’ordine, quella disciplina che essi credono esiziale allo spirito; la reputano causa del non esservi arte moderna in Italia; l’accusano di aver reso possibile in Italia il criticismo sterile di Cecchi, Borgese ecc.; sono opposti a lei per temperamento, per aspirazioni, per tutto! Hanno un’attitudine nietzschiana e nel Discorso di Roma sono frequenti i ravvicinamenti con l’Ecce Homo. Che vuol di più perché nasca un contrasto? Del resto Lacerba è un giornale divertente, Soffici è un temperamento d’artista e Papini è uno scrittore. Limitatissimi come cultura, privi di senso critico, hanno altre qualità non spregevoli in un momento letterario


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così basso. La pittura di Soffici è la migliore che si faccia ora in Italia e l’Uomo Finito, in tutta la sua prima parte, è superiore a quasi tutta la nostra produzione letteraria. Se poi in filosofia sono nulli, in critica semplicemente spiritosi, che conta? Le ingiustizie di Nietzsche erano, proporzione fatta, eguali alle loro. Bisogna capirli e rinunziare, come ho rinunziato io, a convertirli 668.

   La replica secca di Croce arriva a non riconoscere a Papini nemmeno più una vena artistica, elogiando apparentemente Soffici proprio per affossare maggiormente, per contrasto, il proprio ex-amico:

Ciò che mi dite di Papini e di Soffici non mi persuade. In primo luogo, credo che sia da artista impotente prendersela con chi fa mestiere diverso dal loro, e non ha mai depresso l’arte, anzi l’ha celebrata, difendendone la perpetuità. In secondo luogo, se nel Soffici c’è alcunché di monellesco che mi diverte, nelle frasi del Papini sento invece odio e livore, che mostrano animo fosco. In terzo luogo, vi dichiaro che non ho letto l’Uomo finito; ma conosco tutte le cose precedenti del Papini e non vi ho trovato linfa artistica. Sono chiacchiere, gonfiature, vanità, ciarlatanerie; velleità di far da genio a buon mercato e per l’ammirazione dei gonzi. E qui il mio «buon senso» non m’inganna. Quanto alle pitture del Soffici, il Gargiulo, che ho sempre stimato per la sua sottile conoscenza delle arti figurative, mi diceva l’altro giorno che è il zero dei zeri tra i futuristi. Il che conferma il mio sospetto circa la sua impotenza d’artista. Ma auguro che non sia così, perché il Soffici mi è simpatico, e la sua vena di scrittore mi piace, perché c’è della schiettezza e dell’originalità. Quanto agli ingegni che io ho vòlto alla critica, diciamolo tra di noi, ma non vi pare che sia un gran merito mio di avere risparmiato all’Italia liriche e drammi del Borgese, poemetti e novelle del Cecchi, e altrettanti frutti da me soffocati in germe? 669

   Indicativa di una parziale distanza, infine, l’ennesima replica di Prezzolini:

Caro Croce, le sue ragioni sono eccellenti per noi, ma evidentemente non per Papini e per Soffici. Si tratta di un contrasto di caratteri e di spiriti, dal quale occorre piluccare e spigolare quel che dà di buono. Molte cose buone nascono da ingiustizie, e il caso di Nietzsche e in parte di Oriani (fatte le proporzioni) è sempre da tenere a mente per Papini e per Soffici. Non vorrei però che lei così sereno nei giudizi, negasse loro quel che evidentemente posseggono. Papini ha un impeto lirico naturale e sincero; è spesso uno scrittore. Quanto all’arte di Soffici è difficile che il Gargiulo, che non è mai stato a Parigi e che quindi non ha nessuna competenza d’arte moderna, possa giudicarne rettamente. Altri: Cecchi, Longhi ecc. la pensano assai diversamente. E poi Soffici ha a Roma cose da poco, il resto essendo a Berlino 670.


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   Com’è noto, nella Storia d’Europa nel secolo decimonono Croce inquadrava il Futurismo nella corrente d’irrazionalismo diffusasi nei primi quindici anni del Novecento e vi accennava come a uno dei contrassegni dell’epoca dell’attivismo con parole che sembrano replicare anche a certi precedenti attacchi di Papini:

se alla libertà si toglie la sua anima morale, se la si distacca dal passato e dalla sua veneranda tradizione, se alla continua creazione che essa richiede si toglie il valore oggettivo di tale creazione, se alle lotte che essa accetta e alle guerre altresì e al sacrificio e all’eroismo si tolgono la purezza del fine, se alla disciplina interna alla quale essa si sottomette spontanea si sostituisce quella dell’esterna guida e del comando, non rimane se non il fare per il fare, il distruggere per il distruggere, l’innovare per l’innovare, la lotta per la lotta e la guerra e le stragi e il dare e ricevere morte come cose da ricercare e volere per sé stesse, e l’ubbidire anche, ma l’ubbidire che si usa nelle guerre; e ne vien fuori l’“attivismo” 671.

   Si deve, però, anche precisare che alcuni futuristi riconobbero la matrice del loro movimento proprio nella componente «anarchica» dell’Estetica crociana: ad esempio, Soffici, in un articolo dal titolo Croce e il futurismo (1954), affermava che quest’ultimo era un movimento di ribellione scaturito proprio dalla sua «Estetica idealistica, romantica e in un certo senso anarchica» 672.
   Da ricordare, nel 1913, è anche la polemica suscitata dalla pubblicazione dell’edizione delle Poesie di Campanella curata da Papini per Carabba, che, in una lettera a Gentile, Croce aveva definito «un orrore» 673: ne fece, infatti, una feroce stroncatura 674, accusando il curatore di scarsa cura filologica, di aver trascurato la punteggiatura, di non aver neanche ben inteso il senso dei versi riprodotti, di non aver corredato il testo di sufficienti note e anche di non aver citato, fra le ristampe, l’edizione Leoni delle poesie, nonostante gliel’avesse domandata in prestito proprio a


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tal fine 675: «Il P. fa da un pezzo gran baccano in giornali, libri e conferenze, atteggiandosi a genio poetico, a rivoluzionario filosofico e ad apostolo di nuova vita. Ma, se è facile improvvisarsi grand’uomo, è impossibile improvvisarsi critico e filologo» 676, concludeva sprezzantemente.
   Nel successivo articolo dal titolo I miei conti con Croce 677, Papini si giustificava dicendo di aver seguito, nelle proprie scelte, un criterio di «popolarità editoriale»; seguì la fredda replica crociana 678, che ribadiva che la nuova edizione peggiorava il testo delle Poesie già allestito in quelle precedenti. Inoltre, Croce ritornava sulla questione delle fonti vichiane, denunciando il persistere, nel volume papiniano 24 cervelli 679 (che conteneva anche l’articolo di Papini edito in precedenza) 680, di alcuni errori su Vico che erano stati da lui precedentemente confutati nella propria recensione e nella successiva memoria su Le fonti della gnoseologia vichiana (1912) 681.
   L’ultimo contatto diretto fra i due è una missiva datata 27 marzo 1914: letto l’articolo papiniano Deux Philosophes, apparso il 15 marzo su «Les Soirées de Paris», Croce rassicurava Papini di non avervi trovato nulla che potesse dispiacergli (tale timore era stato espresso dall’autore nel pezzo stesso). Solo riguardo alla sua congettura che Croce fosse originario dell’Egitto, precisava essere la propria famiglia di Montenerodomo da generazioni. Due biglietti da visita, che sono stati da me a suo tempo collocati alla fine del carteggio, sono in realtà di difficile datazione, ma quasi certamente anteriori a questa cartolina, che, dunque, può essere considerata l’ultima traccia dell’amicizia faticosa, ma a tratti profonda, che legò i due intellettuali per più di dieci anni.


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   Com’è stato notato, Papini attraversa con la propria parabola intellettuale mezzo secolo di storia italiana: Nietzsche, il cattolicesimo, Bergson, il Pragmatismo, il Futurismo e poi il Fascismo 682; Baldacci, in particolare, ha sottolineato l’importanza dei primi anni di quella che Luti ha definito la «milizia intellettuale papiniana» 683; e ha affermato che, nello studio della cultura del primo Novecento e della storia delle avanguardie italiane, non si può prescindere dall’approfondimento della figura di Papini 684. Nei suoi anni giovanili, infatti, egli fu uno dei protagonisti di maggior rilievo della crisi che allora attraversava la cultura nazionale e l’animatore di un gruppo di intellettuali assai attivi: «Certo Croce era alle spalle; ma non va dimenticato che furono proprio loro (Papini, Prezzolini, Soffici, Serra, Boine, Slataper, Jahier) a introdurre nell’arte e nella letteratura italiana il nuovo spirito della cultura internazionale da Nietzsche a Bergson, da Boutroux a James, da Whitman a Romain Rolland» 685.
   Nella sua lunga parabola intellettuale, comunque, Luti individua nel primo quindicennio del secolo «forse il momento più intenso e fecondo della storia di Papini» 686: si tratta proprio del periodo nel quale fu più stretto il rapporto con Croce, che, come si è tentato di argomentare in queste pagine, ne ispirò molte scelte e contribuì a indirizzarne in parte gli studi, ricevendone forse, in cambio, alcuni utili spunti di riflessione su nodi problematici del proprio sistema filosofico.


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Croce e Papini dopo il 1914: qualche cenno
   Riservandomi di approfondire in altra sede il prosieguo del rapporto fra Croce e Papini, da allora in poi sempre indiretto e “mediato”, concludo con qualche rapido cenno a qualche evento degli anni successivi che ancora li vede protagonisti.
   In primo luogo, per comprendere il definitivo e irreparabile allontanamento tra Croce e Papini, seguito al deterioramento dei loro rapporti, e inquadrarlo anche nell’ambito dello scontro tra interventisti e non, nel periodo precedente all’entrata in guerra dell’Italia, può essere utile leggere una missiva indirizzata da Croce a Gentile il 14 dicembre 1914:

Vidi il Prezzolini a Roma, dove fa il corrispondente del Popolo d’Italia. E per l’occasione egli, il Papini e altri della compagnia sono divenuti socialisti rivoluzionari! Che cervelli! – Ho piacere che il Salvemini non scriva su quel giornale, fatto probabilmente con danaro francese. Io ho raccolto informazioni e giudizii tali che mi hanno persuaso che l’eccitare l’Italia alla guerra è un vero delitto contro la nostra patria. Noi rischiamo di perdere tutto il lavoro penosissimo compiuto per alcuni decennii; e, forse, comprometteremo l’opera dei nostri uomini del risorgimento. – Ma gli allegri giovinotti vogliono la guerra come i bambini un giocattolo del quale si sono imbizziti. Dio ci assista! 687

   Da queste poche righe emerge tutta la preoccupazione di Croce per la pericolosa piega che il dibattito tra interventisti e non stava prendendo: Croce si dichiara apertamente non interventista, in quanto ritiene che la partecipazione alla Prima guerra mondiale possa vanificare sotto vari aspetti, da quello politico a quello culturale, tutto il lento e faticoso processo di unificazione italiana costato la vita a tanti giovani, in epoca risorgimentale. Come spesso aveva asserito in precedenza, dialogando con Papini, ritiene gli interventisti (tra i quali Papini stesso) dei veri e propri “criminali” nei riguardi della patria e condanna l’infantile leggerezza con la quale, prede di passioni irrazionali e ambizioni sfrenate, stanno conducendo la neonata nazione a una sicura sconfitta, in una guerra che li attrae come fosse un divertente giocattolo (torna il tema del “gioco”, più volte evocato) e della quale, in


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maniera assai miope, non prevedono le drammatiche conseguenze. Del resto, non più lusinghiero è il giudizio espresso da Croce, sempre a Gentile, nei riguardi del periodico «La vraie Italie» nel 1919: «Hai visto il secondo fasc., che ti riguarda, della sciocchissima rivista che fa il solito Papini, in francese? È proprio un documento di vanità imbecille» 688.
   La rivista, sulla cui testata compariva l’indicazione Organe de liaison intellectuelle entre l’Italie et les autres Pays, era nata a Firenze (in via Ricasoli, 8) nel 1919 e veniva stampata da Vallecchi. Secondo il progetto iniziale, la sua frequenza doveva essere mensile, mentre fu pubblicata solo dal febbraio del 1919 al maggio del 1920, con un’interruzione tra novembre 1919 e aprile 1920. L’intento del direttore, Papini appunto, era quello di rivolgersi, in una lingua di forte capacità di penetrazione quale il francese, a un pubblico internazionale, per far conoscere “la vera immagine” dell’Italia nella sua dimensione politica, sociale, economica e culturale. Nell’articolo iniziale, Déclarations, si precisava, infatti, che «La Vraie Italie» era un giornale indipendente, che non riceveva contributi da governi o partiti. Gli articoli di argomento politico, filosofico ed economico e le panoramiche dell’attività editoriale nazionale avrebbero rappresentato, nell’intenzione dei fondatori, una sorta di Guida Intellettuale Italiana. Gli articoli non firmati, presenti soprattutto nel primo periodo di vita del periodico, sono da attribuire a Papini e ad Ardengo Soffici (a quest’ultimo soprattutto quelli di difesa della tradizione culturale italiana); tra gli altri collaboratori, si ricordano Pareto, Savinio, Allodoli, Franci, Pitollet, Guiton. Sergio Zoppi ha sostenuto che la rivista fu «uno degli indicatori di una stagione culturale dai contorni ancora non del tutto definiti, e di un gruppo di intellettuali ai quali spesso si attribuiscono più responsabilità di quante effettivamente ebbero sulle svolte che la storia impose alla società degli anni Venti» 689.
   Dal Carteggio fra Croce e Prezzolini emerge, in seguito, l’avvicinamento di Papini a Borgese, durante gli anni Trenta: quel Borgese, invece, disprezzato da Croce


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e Prezzolini, che, in una lettera del 7 maggio 1932 da New York, lo definisce «vanaglorioso e avido di pubblicità, sempre brillante e poco solido» 690.
   Degli anni Quaranta, invece, alcune missive intercorse fra Croce e don Giuseppe De Luca, nelle quali si cita Papini: annunciata nella lettera del 3 gennaio 1941 691, viene nominata nuovamente, il 17 agosto 1941, un’antologia 692, curata da De Luca e Papini, «della prosa religiosa (cattolica) italiana» 693 inviata «come atto di amicizia devota» 694 a Croce. Quest’ultimo, in risposta, non si lascia sfuggire l’occasione per commentare duramente:

Mio caro De Luca,

Ho ricevuto da Torino l’Antologia, e peccherei di sincerità e di affetto verso di Lei se non le dicessi che quel volume mi ha rattristato. Lasciamo stare l’idea, che mi sembra poco felice, di un’antologia della prosa degli scrittori cattolici (per intanto, in essa sono pagine di miscredenti, di massoni e perfino di eretici!); ma come ha fatto a unirsi a un uomo senza coscienza, senza pudore, ignorante e sfacciato, come il Papini? Come non ha sentito, Lei che crede sinceramente, che colui non crede a niente, e tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per fare chiasso, attirare verso di sé l’attenzione, darla a bere ai gonzi, e arrivare? Quella prefazione, in cui riconosco erudizioni che non sono del Papini, e spropositi e falsità che sono ben suoi – vedere al principio le allusioni contro gli estetici circa la prosa, dopo che io ho dato per la prima volta una teoria filosofica della letteratura, e per tanto della prosa d’arte –, quella prefazione ha cose gravissime, come la pagina contro il Manzoni. Con quella pagina c’è da far passare la voglia a un galantuomo di esser cattolico! Ma spezzo il discorso perché, rattristato io, non voglio affliggere Lei. C’è già troppa afflizione nel mondo odierno. Cerchi, per carità, di far da solo da ora in poi; di non avvalorare le non buone cose altrui e di non addossarsene la responsabilità. E, lasciando il punto della religione, la quale mi pare contaminata con l’avvicinamento e affratellamento con un Papini, basterebbe la sola cultura a farle sentire la sconvenienza di quella unione. Ella è uomo dotto, scrittore fine; colui è rimasto un maestrucolo elementare, che non sa niente di preciso, e uno scrittore di grossolani effetti 695.

   La vera ragione dell’invio di quella antologia ci viene, forse, svelata da una missiva indirizzata da De Luca a Romana Guarnieri, il 27 agosto, spedita assieme a una copia della lettera di Croce appena ricevuta:


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Il primo allegato è la lettera che tanto aspettavo: tremenda per Papini, severa con me ma tanto affettuosa che trasecolavo di gioia, e un po’ la leggevo e un po’ pregavo. […] Temevo tanto. Eppoi, ho capito che la mia speranza di riconciliare quei due, non è fondata e non ha avvenire: è troppo forte la rivolta di C. per P., mentre quest’ultimo farebbe di tutto per una pace 696.

   Dunque, pare che almeno a quell’altezza cronologica Papini si fosse pentito dell’atteggiamento tenuto in passato nei riguardi di Croce, ma quest’ultimo, il 20 dicembre dello stesso anno, lo appellava «buffone Papini» 697, in un’altra lettera indirizzata a don De Luca.
   Appare piuttosto evidente che la delusione per il brusco (sebbene, forse, prevedibile) voltafaccia dell’ex-amico doveva ancora essere cocente, per Croce; interessante sarebbe, invece, indagare meglio sulle ragioni profonde della mutata disposizione d’animo di Papini. Si tratta, comunque, di una questione che varrà la pena di approfondire in altra sede.

P.S.
Una lettura attenta del carteggio intercorso fra Croce e Papini permette di fare anche qualche osservazione sulle caratteristiche della scrittura dei due corrispondenti. Papini usa spesso elidere (ad es., «ch’io» o «d’importante», nella missiva 1), anche se gli articoli o le preposizioni articolate non sono seguiti da parola che cominci per vocale (ad es., «de’» o «m’hanno», nella missiva 1). Caratteristico del suo modus scribendi anche l’uso arcaico di declinare il participio a seconda del genere e del numero del complemento oggetto che da esso dipende (ad es., «ha mandati»; cfr. la missiva 26). Si nota, in generale, nelle sue prime lettere un’accuratezza nella calligrafia e una quasi totale mancanza di cancellature che fanno pensare, ovviamente, a una ricopiatura in bella di missive precedentemente elaborate in brutta; in seguito, col passare degli anni e l’accrescersi del grado di confidenza con Croce e della sicurezza di Papini stesso, aumentano i ripensamenti e le cancellature, indizio di stesure direttamente in bella. Per quanto riguarda il tono delle missive, per Papini vale, anche nel caso di questo carteggio, quanto acutamente osservato dai suoi curatori su quello tra lo stesso e Prezzolini: la «perentorietà delle affermazioni e la risolutezza degli atteggiamenti, che nascono in rivista già adulti, il tono, spesso apodittico e imperativo, conseguono non a scelte dell’ultima ora o a tattiche autopromozionali impostate sull’épater (non solo a queste), ma al lungo aspro confronto rimasto finora confinato negli archivi dell’amicizia» (S. Gentili, G. Manghetti, Introduzione a G. Papini-G. Prezzolini, Carteggio, I, pp. V-XLVI, cit. alle pp. XXIX-XXX). Come da me a suo tempo illustrato anche nella Nota al testo del Carteggio 1902-1914 (cfr. Carteggio 1902-1914 cit., pp. LXVIII-LXXII), a volte entrambi i corrispondenti adoperano, dopo un punto fermo o un punto interrogativo, un trattino basso, presumibilmente per segnalare un cambiamento di argomento (specie nelle cartoline postali, per ragioni di economia di spazi): esso è stato tradotto graficamente, nell’edizione del 2012, con un a capo. Laddove il trattino basso non fosse, nei manoscritti, preceduto da alcun segno interpuntivo forte, si è scelto di tradurlo semplicemente con un punto fermo, proseguendo sulla stessa riga. Fra i tratti caratteristici della scrittura di Croce, da ricordare la preferenza per la forma «pel», anziché “per il” (cfr. lettera 2 etc.) o l’uso transitivo del verbo avvertire («e ciò ho avvertito nel programma»: cfr. lettera 11 del 20 febbraio 1903). Indicativo della maggiore confidenza che s’instaura, a un tratto, fra i due corrispondenti il passaggio dal “Lei” al “Voi”, che tuttora, in area partenopea, indica un rapporto di maggiore vicinanza e intimità: esso si registra nella cartolina del 14 febbraio 1905, che corrisponde effettivamente a un momento in cui Croce, lieto dell’interruzione, da parte di Papini, della collaborazione al «Regno», si sente nuovamente in sintonia con i leonardiani e spera di coinvolgerli come alleati nella propria battaglia contro il Positivismo. Proprio la cartolina 63 (del 14 febbraio 1905) segna, in effetti, una sorta di “ripartenza”, di nuovo inizio nel rapporto con Papini. Croce usa adoperare molto la virgola prima di introdurre una proposizione relativa, anche in casi in cui non se ne avvertirebbe la necessità (ad es., «Voi vi meravigliate di una proposizione del Prezzolini, che a me sembra innegabile»; cfr. lettera 183 del 28 novembre 1908). Spesso egli adopera la virgola anche per delimitare le relative limitative (ad es., «C’è gente, che non ha orecchio musicale, ma non per questo la musica non esiste»; cfr. lettera 183 cit.). Tipico del suo modo di scrivere è un uso enfatico della punteggiatura: ad esempio, egli adopera la virgola anche tra soggetto e predicato, laddove voglia richiamare l’attenzione sul soggetto della frase o, naturalmente, in aggiunta a una congiunzione coordinante (ad es., «E chi non ha orecchio musicale, farà bene a non parlare di musica, e a non pretendere di negarne l’esistenza»; cfr. lettera 183 cit.). Non inusuale in Croce la reiterazione dei due punti in un unico periodo, nel caso debba fornire una chiarificazione su una precedente spiegazione; nella lettera dell’8 giugno 1905, ad esempio, scrive a Papini: «Sarò ben lieto di leggere le obiezioni che vi proponete di esporre nel Leonardo: dico le vostre, giacché a quelle dei matematici non posso dare troppa importanza: il libro si rivolge ai filosofi e non ai matematici, e in fatto di filosofia so quale mente e quale coltura abbracci i matematici, anche quelli che mi avete nominato e che sono egregie persone». Si riscontrano anche casi in cui egli adopera i due punti prima di un pronome relativo, sempre per introdurre una spiegazione o una descrizione («Ho letto i suoi articoli sui socialisti: che hanno molte argute osservazioni»: cfr. lettera 14 del 28 marzo 1903). Tipico del suo modo di pensare e di scrivere è pure l’uso (che egli notoriamente adotta anche nella stampa dei propri libri, ad esempio tramite particolari spaziature) di enfatizzare graficamente le parole, le frasi o i punti sui quali vuole attrarre l’attenzione del destinatario, in genere tramite sottolineatura – singola, o anche doppia – delle parole-chiave del proprio scritto. Ciò risponde a una doppia esigenza: quella di chiarificare ulteriormente a se medesimo concetti e ordine gerarchico delle idee che viene fissando su carta, e quella di essere certo che il lettore colga al meglio il significato delle sue parole e ne ritenga a mente il “succo” tramite alcuni termini-cardine. Ad esempio, nella lettera del 28 novembre 1908, egli intende rimarcare la differenza che c’è tra il concetto di religione e la sua concretizzazione nelle varie religioni «storicamente date»: per questo motivo, adopera il singolare per la prima e il plurale per riferirsi alle seconde, e sottolinea entrambe le parole per rendere ancor più manifesta questa opposizione («Il concetto di religione è nel nostro spirito, e non si può ricavarlo dalle religioni storicamente date»).


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Bibliografia minima di riferimento

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