Articoli su Giovanni Papini

2021


Gianfranco Ravasi

Meditazione sull’Uomo-Dio

Pubblicato in: Il Sole 24 Ore, n. 29
Data: 31 gennaio 2021




La fascetta che accompagnava l’ultima edizione (esaurita) del 2007 presso Vallecchi recitava così: «Papa Ratzinger: un testo entusiasmante». L’opera in questione era la Storia di Cristo di Giovanni Papini, pubblicata con straordinario successo esattamente cento anni fa, nel 1921, presso lo stesso editore. L’eco così forte nasceva non solo dalla fama dell’autore, sempre sopra le righe, personaggio roboante, provocatore, polemista, scrittore che amava l’enfasi e la retorica, ma anche perché una decina d’anni prima egli aveva edito un libello (Le memorie d’Iddio del 1911) e, sulla rivista Lacerba, un articolo (Cristo peccatore del 1913) con un attacco violentemente ingiurioso proprio contro il Nazareno, tanto da meritarsi un processo per oltraggio alla religione di Stato (da cui fu, però, assolto).
   L’appello che allora rivolgeva ai suoi lettori non ammetteva repliche: «Uomini, diventate atei tutti! Fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio, Iddio vostro figlio ve ne prega con tutta l’anima sua!». Si può, perciò, comprendere la sorpresa quando Papini, con una delle sue svolte radicali, aveva imboccato la via della conversione testimoniandola con le quasi 500 pagine e i 96 capitoli di questa Storia di Cristo, confessando che in realtà «l’odio, talvolta, non è che amore imperfetto». Così, l’astio di prima si era trasformato in sdegno nel vedere «Cristo tradito e, più grave di ogni offesa, dimenticato… Donde l’impulso di ricordarlo e di difenderlo».
   Per avere un’idea dello stile papiniano con indignazione incorporata, basterebbe solo aprire una pagina e leggere: «Questa schiuma melmosa d’umanità sozza e ladra fiata dalla latrina del cuore il suo disprezzo per chi la salva, s’accanisce contro colui che perdona, avventa il suo vituperio su Cristo che spasima per lei». La sua non è una biografia di Gesù, bensì una sorta di meditazione proclamata e declamata sulla vita e sull’insegnamento dell’Uomo-Dio, un’espiazione urlata della blasfemia precedente, un affresco dai colori accesi della vicenda di colui che è «il sempre vivente». Infatti, «Cesare ha fatto, ai suoi tempi, più rumore di Gesù, e Platone insegnava più scienze di Cristo. Ancora se ne ragiona, del primo e del secondo, ma chi s’accalora per Cesare o Platone? Cristo, invece, è sempre vivo in noi. C’è ancora chi l’ama e chi l’odia… E l’accanirsi di tanti contro di lui dice che non è ancora morto».
   Da questo ritratto letterario dipinto a colpi di spatola facciamo ora emergere solo due lineamenti generali, anche se bisogna riconoscere che – se si inizia a leggere quel testo – nonostante la tonalità infiammata e lo stile paradossale (o forse proprio per questo), non si riesce a distaccarsene. Il primo tratto è nell’essenza stessa di Cristo: «Il più grande Rovesciatore è Gesù. Il supremo Paradossista, il Capovolgitore radicale e senza paura. La sua grandezza sta qui. La sua eterna novità e gioventù». Ed effettivamente è sufficiente scorrere il Discorso della montagna, anche solo nel suo avvio con le Beatitudini (Matteo 5,1-12), per comprendere questo ribaltamento radicale operato dal messaggio evangelico non solo nella scala dei valori codificati dalla società, ma anche nella religiosità dei «cacastecchi» di un’osservanza formalista («È stato detto agli antichi… ma io vi dico», ripete Cristo per sei volte in quel Discorso).
   Ora, il capovolgimento più sconvolgente Gesù lo ha operato nella sua concezione dell’amore. È questo il secondo elemento che estraiamo dal flusso incessante dei temi e delle parole di Papini che, tra l’altro, adotta tutte le potenzialità di un arcobaleno lessicale italiano immenso. Un amore che perdona, redime, si dona, avvolge anche il nemico e che non è solo predicato ma vissuto da Cristo, soprattutto nella sua passione e morte. Anche gli atti minori di quell’evento, che ha nella vetta del Calvario il suo apice parossistico, sono letti in questa chiave. Ad esempio, il tradimento di Giuda, con «quel bacio, che è il più orribile insozzamento di quella bocca che disse, nell’inferno della terra, le parole più paradisiache», ha come reazione da parte di Gesù solo il tenero appellativo di «amico». A Pietro, che pure lo ha tradito, Cristo col suo sguardo silenzioso gli sussurra: «Perdono chi mi fa morire e perdono anche te, e ti amo come ti ho amato sempre».
   La convinzione è costante: il «dolce fratello quotidiano» Gesù ci è assolutamente necessario perché l’intelligenza da sola non ci salva, il progresso tecnico non significa automaticamente civiltà e umanità, un vago teismo ignora il fuoco dell’evangelo. «Tutti hanno bisogno di te, anche quelli che non lo sanno, e quelli che non lo sanno assai più di quelli che lo sanno… Quanto è grande, immisurabilmente grande il bisogno che c’è di lui». Quello di Papini, però, non è un Gesù alonato solo di luce divina, egli è capace di impugnare la frusta contro i mercanti del Tempio, è «l’Uomo che nasconde Iddio nella sua scorza di carne, il Dio che ha ravvolto la sua divinità nel fango di Adamo»: «Tu ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore», torchiando i cuori di coloro che lo seguono.
   Al di là dell’impulso temerario del carattere dello scrittore fiorentino, capace di invincibile odio e di indomato amore, si deve sottolineare che la sua conversione non avvenne su una via folgorante di Damasco. Fu, infatti, elaborata attraverso una robusta riflessione che durò dal 1919 al 1921, dopo la tragedia della guerra che egli aveva invocata e celebrata. Entrarono in scena i più disparati eventi, come la prima comunione delle figlie, la fede serena della moglie, i dialoghi col credente fervoroso Domenico Giuliotti, e soprattutto un percorso ramificato di letture: da Agostino a Pascal, da Ignazio di Loyola a Francesco di Sales, dai mistici spagnoli e tedeschi fino all’Imitazione di Cristo e, naturalmente, ai Vangeli. La conversione non fu, però, per lui l’approdo a un porto sicuro ove, col suo temperamento, non avrebbe mai attraccato la nave della sua vita. Fu, invece, un rilancio in alto mare, alla scoperta insonne di altre isole e terre ignote, una scalata lungo pareti scoscese alla ricerca di orizzonti più vasti, come attesta la successiva sua produzione che proseguì fino alla sua morte avvenuta nel 1956 a 75 anni.
   Un’osservazione a margine. Abbiamo affermato che quella di Papini non è una biografia di Cristo. Non lo sono ovviamente neppure la Vita di Gesù elaborata da Hegel nel 1795 (edita solo nel 1907), né quella di Ernest Renan (1863), curiosa miscela di razionalismo e mistica, di filologia e fantasia poetica, e neppure quella appassionata di François de Mauriac (1935), né lo è stato il Volete andarvene anche voi? di Luigi Santucci (1969) e neppure all’antipodo negativo Il vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago (1991). Tutte queste e tante altre opere, a partire dalla Vita Jesu Christi di Ludolfo di Sassonia (1474), riedita ben 88 volte, fino a quella di un noto biblista come Giuseppe Ricciotti nel 1941, non riescono a rispettare i canoni della biografia storica in senso stretto, a causa della particolare qualità delle indispensabili e quasi uniche fonti evangeliche che uniscono inscindibilmente storia e fede.
   È, quindi, possibile comporre un testo teologico di cristologia, così come approntare un vaglio critico di molti dati sul Gesù storico presenti nei Vangeli (si veda, ad esempio, la colossale ricerca dell’americano John Meier, Un ebreo marginale, finora in cinque grossi tomi tradotti dalla Queriniana). Meno facile è la strada per chi vorrebbe proporre una compiuta biografia di Gesù Cristo in senso tradizionale. A loro si è tentati, perciò, di indicare questa confessione di uno dei maestri dell’esegesi cattolica del secolo scorso, il domenicano francese Marie-Joseph Lagrange: «Ho rinunciato a proporre al pubblico una vita di Gesù nel senso comune dell’espressione per lasciare parlare di più i Vangeli, da soli insufficienti come documenti storici per redigere una storia di Gesù Cristo… I Vangeli sono la sola vita di Gesù Cristo possibile a scriversi, purché si riesca a ben comprenderli»


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