Articoli su Giovanni Papini

2015


Carlo Ossola
Dante vivo di Giovanni Papini 1
Pubblicato in: Lettere Italiane, vol. 67, fasc. 1, pp. 210-212.
(210-211-212)
Data: 2015



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«La Divina Commedia è solo in apparenza, in quanto veicolo verbale di trasmissione, un libro come gli altri libri. In realtà - almeno nell'intenzione del creatore - è un atto, uno strumento di azione, un'opera nel senso originario della parola, cioè un tentativo di cambiare e trasformare la materia: in questo caso l'umana materia. [...] L'arte, qui, non vuol essere illuminante e tanto meno divertevole, ma addirittura metamorfosante. [...] La Commedia, insomma, vorrebbe essere il libro-strumento, il libro-martello, il libro-frusta, il libro-ala, il libro-medicina. [...] Dante non è soltanto uno scrittore, un filosofo, un moralista - ma un demiurgo [...]. Ha inteso di offrire un supplemento alla stessa Bibbia, dare un seguito all'Apocalisse» 2.
   Nei 750 anni dalla nascita di Dante, il saggio di Papini va letto come lo lesse Jorge Luis Borges, includendo l'autore nella propria Biblioteca personal: «EI olvido bien puede ser una forma profunda de la memoria» 3 e ricordando Dante vivo (che probabilmente lesse nella versione apparsa a Buenos Aires nel 1942) 4 quale libro scritto - come anche la Storia di Cristo - «para ser obras maestras». Se a questa si aggiunge l'immediata traduzione francese 5 e


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inglese 6 e la recensione che subito seguì in «Speculum» 7, possiamo concludere che l'opera di Papini è certamente quella, di matrice italiana, che ha meglio fatto conoscere Dante nel mondo intero nella prima metà del Novecento. Non si tratta soltanto del vigore della prosa («An extremely interesting portrait of Dante done in magnificently vigorous and pure Tuscan») 8, ma soprattutto di una lettura "a parte intera", esente dalle ipoteche critiche di De Sanctis e di Croce, capace di assumere — come farà negli stessi anni Mandel'štam — la "fabbrica dell'eterno" come compito totale di poesia e di vita: «uno dei più temerari e felici tentativi di rinnovare la notturna visione di Giacobbe. La Commedia, benché opera umana, è una scala fra l'aiuola dei feroci e l'orto dei fiori di fiamma» 9.
   E quando si leggano i mirabili Nueve ensayos dantescos, il Dante vivo di Papini è ancora riferimento essenziale 10, non meno che nella prima delle Sette notti ove alcune delle definizioni più vibranti («Deve accettare il male del mondo e allo stesso tempo deve adorare questo Dio che gli è inintelligibile», «la Commedia è fatta di vette», etc.) 11. sembrano discendere direttamente da Papini.
   La seconda metà del XX secolo ha rinnovato gli studi danteschi: per l'edizione critica "secondo l'antica vulgata" di Giorgio Petrocchi, per i numerosi commenti (su tutti quelli di Anna Maria Chiavacci Leonardi e Robert Hollander), per l'affinarsi dell'esegesi sul versante soprattutto dell'allegoria (Auerbach e Singleton). L'edizione dei commentatori antichi e moderni, affermatasi con il «Dartmouth Dante Project», ha reso più semplice quella che definirei l'“esegesi locale" del testo; ma mancano (a parte appunto le letture dei "creatori": Pound, Eliot, Mandel'štam, Borges) quelle opere che sappiano consegnare Dante e la Commedia come "faro" del XXI secolo.
   Occorre partire dalla «Terra prava» (Papini, cap. XXVI) e dalla «waste Land» di Eliot, dai frutti irredimibili —i «bozzacchioni» di Par., XXVII 126 — del peccato; occorre pensare Dante qual fu, esule inappagato, amaro e assetato, della sua Firenze: «Anche nel momento stesso in cui le [scil.: a Firenze] predice danni e sciagure un'ombra di mestizia tempera la sua ferocia: "così foss'ei,


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da che pur esser dee! / ché più mi graverà, com' più m'attempo" [Inf, XXVI, 11-12]. In una medesima accoratezza il poeta ravvolge la sua vita che fugge e la sua città che dovrà soffrire e farlo ancor soffrire: tutt'uno con Firenze, anche nella maledizione!». A forza di rinvii allegorici, si è quasi dimenticata questa vistosa sequela: quasi tutti i fiorentini citati nella Commedia sono dannati all'Inferno, pochissimi (e familiari) quelli accolti in Paradiso. In questa storia d'esilio prendono rilievo i capitoli più crudi della vicenda biografica e poematica: Il gran pellegrino (cap. XVII), Scontentezza del presente (cap. XXV), I lamenti del povero (cap. XXXI).
   Rispetto ai "viaggi a Beatrice" che lo precedettero (Remy de Gourmont e più tardi anche Gilson) o lo seguirono (Singleton), Papini incontra la sua esegesi sul finale discendere, nel poema, alla condizione, evangelica e agostiniana, dell'infans, del nisi efficiamini sicut parvuli: orfano di madre in cerca della Madre, con cui termina il poema (cap. VIII: L'orfano; cap. XXIX: Dante e i pargoli): «All'ultimo, finalmente, Beatrice echeggia il pensiero di Cristo: "Fede ed innocenza son reperte / solo ne' parvoletti..." (Par., XXVII, 127 -128]. Era tempo!» (Ivi, cap. XXIX, explicit).
   Non tutto del libro, fortemente chiaroscurato, è ugualmente accettabile alla prova del vaglio filologico e storico: ma nell'insieme il Dante vivo di Papini resta uno di quei monumenta che non si possono rimuovere; Dante non è per la punta a secco, è pece e vele come il suo «arzanà de' Viniziani». E per leggerlo occorre intingere nel nero-fumo e in albe di alabastro: «e vidila mirabilmente oscura» (Inf, XXI, 6), «e per la viva luce trasparea / la lucente sustanza tanto chiara» (Par., XXIII, 31-32). Si ristampi dunque il Dante vivo!


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