Articoli su Giovanni Papini

2011


Raoul Bruni
Papini. In margine a una ristampa
Pubblicato in: Paragone, Rivista mensile di arte figurativa e letteratura fondata da Roberto Longhi, anno LXII, terza serie, num. 96-97-98 (738-740-742) pp. 163-168
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Data: agosto - dicembre 2011



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   ‘Occorreva qualcosa per rimettermi in accordo con me stesso. Ieri sera l'ho scoperta: Papini. A me non importa se è sciovinista, o un meschino bigotto o un pedante di vista corta. Come fallito è una meraviglia...’. La singolare difesa di Giovanni Papini che avete appena letto non è stata pronunciata da un cattolico reazionario o da uno intellettuale destrorso, ma da uno degli autori più scandalosi del Novecento: Henry Miller, il quale inserì questa considerazione in Tropic of Cancer, il suo capolavoro romanzesco del 1934 (che ho citato nella storica traduzione di Luciano Bianciardi). Per l'esattezza, Miller si riferisce a Un uomo finito, il libro di Papini forse più importante e rappresentativo, di cui, subito dopo, riporta un brano assai ampio, a testimonianza di un'attenzione tutt'altro che casuale o episodica.
   Il romanziere americano non è, d'altronde, l'unico grande scrittore straniero ad aver letto con interesse Papini, un autore che, al contrario, in Italia, a partire dal secondo dopoguerra, è entrato nel novero dei nomi impronunciabili, degli scrittori da rimuovere da ogni canone serio e rispettabile della nostra letteratura. Tra i cultori stranieri di Papini non figurano soltanto autori dalla fedina ideologica sospetta, quali un Mircea Eliade (il quale affermò di aver letto tre volte tutte le opere dello scrittore fiorentino e scrisse la sua giovanile autobiografia romanzata Il romanzo dell'adolescente miope sul modello di Un uomo finito) o un Vintilă Horía (che a Papini consacrò un libro intero); ma anche scrittori di indiscussa autorevolezza, come Borges, che, riproponendo al distratto pubblico italiano una scelta di racconti fantastici papiniani, Lo specchio che fugge (edita nella gloriosa collana ‘La Biblioteca di Babele’ di Franco Maria Ricci nel 1974), espresse il fondato sospetto che Papini fosse stato ‘immeritatamente dimenticato’; né si dimentichi l'ammirazione che nutrivano per il giovane Papini í filosofi pragmatisti americani, e William James in specie. In generale, la


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lista internazionale dei lettori di Papini può rivelare davvero molte sorprese: si pensi che il grande psicanalista James Hillman, nel suo libro Le storie che curano (trad. it., Milano, Cortina, 1984), esordisce citando l'intervista immaginaria di Papini a Freud, tratta dallo straordinario volume, caro anche ad Umberto Eco, Gog, del 1931 (che qualcuno dovrebbe decidersi a ristampare).
   Dalla coraggiosa quanto isolata riproposta di Borges in poi, qualcosa sembrava essersi mosso anche in Italia: qualche ristampa, qualche convegno, qualche studio critico serio e documentato (penso ad esempio alla pregevole monografia papiniana di Mario Isnenghi, non certamente sospettabile di ‘papinismo’), la pubblicazione di vari carteggi, un Meridiano curato da un critico del calibro di Luigi Baldacci (purtroppo limitato soltanto alla prima fase dell'attività letteraria di Papini), infine, per arrivare rapidamente ai nostri giorni, un'utilissima bibliografia degli scritti papinani compilata da Andrea Aveto e Janvier Lovreglio, e prefata da Franco Contorbia (Edizioni di Storia e Letteratura 2006). Tuttavia, nonostante queste lodevoli iniziative critiche e editoriali, Papini rimane ancora un autore da non leggere, ed effettivamente non letto, al massimo nominato o citato, spesso, peraltro, a sproposito. Pesa ancora su di lui la maledizione di Antonio Gramsci che, in un celebre giudizio dei Quaderni del carcere, lo liquidò semplicisticamente come nipotino di Padre Bresciani. Beninteso, su Papini gravano responsabilità storiche effettive, come il violento interventismo nel periodo dello scoppio della prima guerra mondiale e l'adesione al regime fascista, tant'è che un'apologia dell'autore sarebbe impossibile, oltre che inutile. Ma sono sufficienti queste ragioni a condannare al rogo o all'oblio un'opera ricchissima, che conosce, certo, anche molte cadute di tono, ma che offre una rara serie di autentiche perle letterarie, dai giovanili racconti fantastici rivalutati da Borges alle luminose ‘schegge’ degli anni Cinquanta? Per non parlare dell'importanza di Papini come ‘imprenditore’ e promotore letterario, il quale, con le sue riviste — dal ‘Leonardo’ a ‘Lacerba’ — fornì un contributo essenziale allo svecchiamento e all'apertura europea della cultura italiana primo-novecentsca. A Papini si deve, inoltre, tra l'altro, un'impresa straordinaria come la vastissima e importantissima collana ‘La cultura dell'anima’ (163 titoli!), che, da qualche anno a questa parte, l'editore Carabba sta integralmente riproponendo in edizione anastatica. In questa collana apparvero le prime traduzioni italiane di autori come Bergson, Kierkegaard e Unamuno, nonché


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dei pragmatisti americani, allora pressoché sconosciuti da noi. Insomma: qualsiasi percorso attraverso la cultura italiana del primo Novecento non può prescindere da Giovanni Papini.
   Ma come fare oggi — e penso ai comuni lettori, ancor prima che agli specialisti — a riscoprire Papini? Ovviamente, occorrerebbe prima di tutto leggerne opere; come procurarsele, però, se la maggior parte di esse, e non solo quelle minori, sono da tempo irreperibili nei normali circuiti librari? Paradossalmente (ma neanche tanto, viste le premesse), per trovare delle ristampe aggiornate delle opere maggiori di Papini si è costretti a varcare le Alpi. In Francia sono state infatti pubblicate negli ultimi anni, presso la casa editrice l'Âge d'homme del compianto Vladimir Dimitrijevic, nuove, accuratissime traduzioni, eseguite da Gérard Genot, di Un uomo finito, di Concerto fantastico (che raccoglie tutta la produzione narrativa di Papini) e di Storia di Cristo. Proprio al promotore di questa felice iniziativa editoriale d'oltralpe, l'italianista francese François Livi, si deve la riproposta presso l'editore romano Leonardo da Vinci di Un uomo finito (2011), il romanzo papiniano evocato da Henry Miller nella citazione iniziale, che torna quindi nelle nostre librerie dopo più dí quindici anni (l'ultima ristampa risaliva infatti al 1994). A rendere ancor più prezioso il volume contribuisce anche l'appendice di testi inediti in vario modo collegati a Un uomo finito, amorosamente allestita dalla nipote dello scrittore fiorentino, Anna Casini Paszkowski. L'appendice comprende, oltre a cinque capitoli inizialmente destinati al romanzo ma poi esclusi da Papini, un interessantissimo frammento del 1909, Son qualcuno!, in cui emerge quell'inquietudine psicologica e esistenziale che impronterà le pagine migliori di Un uomo finito.
   Pubblicato per la prima volta nel 1913, quando Papini aveva poco più di trent'anni, Un uomo finito può senz'altro considerarsi uno dei romanzi più esemplari del Novecento europeo: si tratta di un'autobiografia letteraria al tempo stesso intima, profondamente soggettiva, e paradigmatica, nella quale poté riconoscersi un'intera generazione: la storia di un'anima che rispecchia la storia di un'epoca. L'incipit è rimasto memorabile:

   Io non sono mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.
   Calde e bionde giornate di ebbrezza puerile; lunghe serenità dell'innocenza; sorprese della scoperta quotidiana del'universo: che sono mai? Non le conosco e non le rammento. L'ho sapute dai libri, dopo; le indovino, ora, nei ragazzi che vedo; l'ho sentite e provate la prima volta in me, passati i vent'anni,



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in qualche attimo felice di armistizio o di abbandono. Fanciullezza è amo¬re, è letizia, è spensieratezza ed io mi vedo nel passato, sempre, separato, triste, meditante.

   Fin dall'inizio, quindi, Papini ritrae se stesso all'insegna di una precoce e malinconica maturità, che lo distingue definitivamente dai propri spensierati coetanei. Escluso dall'Eden dei giochi infantili, e, per di più, destinato a crescere lontano da ogni lusso, essendo la sua famiglia di modeste condizioni economiche, il narratore-protagonista cerca riscatto nel mondo di carta della letteratura e dell'erudizione: ‘Per me la realtà non era quella della scuola, della strada, della casa ma piuttosto quella dei libri — là dove mi sentivo viver di più’. L'adolescente Papini si immerge quindi, forsennatamente, nello studio e nella lettura, con un obiettivo tanto chiaro quanto irraggiungibile, ‘saper tutto’: ‘Cosa volevo imparare? Cosa volevo fare? Non lo sapevo. Né programmi né guide: nessuna idea precisa. Di qua o di là, est od ovest, in profondità, o in altezza. Soltanto sapere, saper tutto’. Carlo Betocchi, in alcune bellissime pagine di diario, recentemente edite (Diario fiorentino, a cura di M. Baldini, Bulzoni 2011), ha scritto a proposito di Papini: ‘Leggeva a dirotto come leggevano i poveri, quando so¬no chiamati a ciò: non per studiare, ma per sapere; e non per sapere, ma per ribellarsi al non sapere: per ribellarsi all'ingiustizia’.
   L'aspirazione faustiana a possedere la totalità del sapere, coltivata dal giovanissimo Papini, sottende il progetto di compilare un'enciclopedia; ma non un'enciclopedia qualsiasi, bensì la più ambiziosa enciclopedia mai concepita:

   Mi proposi dunque di fare un'enciclopedia che non solo contenesse la materia di tutte le enciclopedie di tutti i paesi e di tutte le lingue, ma le superasse e le sorpassasse; dove ci fosse tutto quel che in loro era disperso e sparpagliato e più ancora; e che non fosse solamente una ricopiatura e un rimpasticciamento di enciclopedie vecchie, ma un lavoro nuovo, fatto su dizionari, manuali e libri recenti e speciali, di tutte quante le scienze, storie e letterature.

   Ecco allora che il giovanissimo Papini divora quantità sterminate di volumi, dai classici greci alla Bibbia, dai testi letterari medievali, sia italiani e sia francesi, ai capolavori della letteratura spagnola, da cui si sente particolarmente attratto. In questa sete di sapere c'è un autentico slancio mistico, una sorta di religiosità della conoscenza: ‘Come il mistico si sprofonda nell'unico Dio e cerca scordarsi d'ogni particolare


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sensibile, io mi tuffavo e perdevo in quel mare di sapienza che nel punto stesso di pienarmi mi dava nuovo appetito e nuova arsione’. Beninteso, l'inquietudine metafisica di Un uomo finito è ben lontana dalla solida fede della Storia di Cristo, il fortunatissimo romanzo del 1921 che sancirà la conversione di Papini al cattolicesimo; più che da Cristo, questo Papini è tentato, goethianamente, dal demonio: ammira l'Inno a Satana di Carducci e sente ‘più amore per l'angelo ribelle che per il maestoso Vecchio che sta nei cieli’ (anche il Papini convertito peraltro gli avrebbe dedicato un intero libro, Il diavolo, uscito nel 1953).
   Il Papini di Un uomo finito non crede in Dio, o meglio vuole diventare egli stesso Dio, abbandonandosi ad un titanico sogno di totalità che non tollera nessuna limitazione. Un sogno fatalmente destinato allo scacco, una volta accertato che, come insegnava Leopardi (gli echi leopardiani in Un uomo finito, stranamente trascurati dalla critica, sono frequentissimi): Tutto è Nulla. Dal tutto al nulla è, per l'appunto, il titolo di uno dei più intensi capitoli del libro, in cui assistiamo al definitivo naufragio delle illusioni di grandezza dell'autore. In questo fallimento risiede forse la chiave più efficace per comprendere non solo la poetica letteraria, ma la stessa parabola esistenziale di Papini, come ammette lucidamente lui stesso, con allusione scoperta all'Infinito di Leopardi: ‘tutta la mia vita, anche dopo, è stata così — un eterno slancio verso il tutto, verso l'universo, per dopo ricascare nel nulla o dietro la siepe di un orto; un succedersi di ambizioni enormi e di rinunzie e disfatte continue’. Si pensi a due opere di Papini rimaste fatalmente incompiute, quali il Rapporto sugli uomini e il Giudizio universale, che miravano a delineare — da una prospettiva, rispettivamente, laica e cristiana — un catalogo universale delle vicende e dei caratteri umani.
   In Un uomo finito, al contrario che nel Giudizio e nel Rapporto, la finitezza e l'incompiutezza sono ammesse fin da principio come condizioni intrinseche della psicologa umana, così come della scrittura. Che si organizza in capitoli tesi e frammentari, sostenuti da una struttura propriamente musicale: il romanzo ricalca l'andamento di una sinfonia in sei movimenti (andante, appassionato, tempestoso, solenne, lentissimo, allegretto). La ricerca della musicalità, d'altronde, non è ravvisabile soltanto nella struttura complessiva del romanzo, ma anche, più in generale, nel ritmo sintattico dei singoli capitoli che potrebbero leggersi anche isolatamente quali autonome faville di prosa lirica


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(si ricordi che a Papini si devono vari volumi di prose liriche, tra cui il memorabile Cento pagine di poesie, del 1915, composto negli anni immediatamente a ridosso di Un uomo finito). Basti citare la bellissima evocazione del paesaggio toscano — l'Heimat di Papini:

   La campagna che sento io, la campagna mia, è quella di Toscana, quella dove ho imparato a respirare e a pensare; campagna nuda, povera, grigia, triste, chiusa, senza lussi, senza sfoggi di tinte, senza odori e festoni pagani, ma così intima, così familiare, così adatta alla sensibilità delicata, al pensiero dei solitari. Campagna un po' monacale e francescana, un po' aspra, un po' nera, ove senti lo scheletro di sasso sotto la buccia erbosa, e i grandi monti bruni e spopolati si rizzano a un tratto quasi a minaccia delle valli placide e fruttifere. Campagna sentimentale della mia fanciullezza; campagna eccitante e morale della mia gioventù, campagna toscana magra ed asciutta, fatta di pietra serena e di pietra forte, di fiori onesti e popolani, di cipressi risoluti, di quercioli e di pruni senza moine...

   In questa sua Toscana brulla e selvatica Papini trova una sorta di argine biologico contro la frammentazione intellettuale della propria identità prospettata nel romanzo. L'immagine paesaggistica delle origini non è, d'altronde, l'unica irruzione della fisiologia nelle pagine di Un uomo finito che, al contrario di ciò che potrebbe apparire, non può essere ridotto ad un'avventura puramente mentale. Mi riferisco alla sconcertante autoprofezia nella quale Papini intravede la sua fine (in questo caso, in senso non figurato): ‘diventerò cieco di certo, lo sento. Già lo spazio s'è rotto per sempre, in qualche punto piccole macchie scure ballano e girano dinanzi a me e non c'è lente che le faccia sparire. Quando si allargheranno e si congiungeranno insieme calerà per me sul magnifico mondo del sole e del colore il sipario nero e definitivo della cecità — e sarà finita ogni cosa’. Effettivamente, nel corso degli ultimi, dolorosi anni della sua vita, Papini perderà progressivamente — insieme con l'udito, la parola e la mobilità — la vista; ciò che invece non lo avrebbe mai abbandonato è la vocazione creativa, come testimoniano le ultime, folgoranti ‘schegge’, dettate alla nipote Anna Casini Paszkowski per il ‘Corriere della Sera’, nelle quali ritroviamo immutata la straordinaria inventiva letteraria degli scritti giovanili.


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