Articoli su Giovanni Papini

2008


Gennaro Cesaro
Giovanni Papini: lettere sparse
Pubblicato in: Nuova Antologia, anno 143, fasc. 2247, pp. 352-355.
(352-353-354-355)
Data: luglio - settembre 2008



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   Col passare del tempo (fugaces labuntur anni, lamentava alquanto amaramente il sommo Orazio) nuovi tasselli si vanno ad aggiungere al faraonico mosaico epistolare costruito e alimentato, con certosina tenacia e granitica perseveranza, dai più eminenti rappresentanti della cultura italiana del primo, rutilante Novecento.
   Nuovi e interessanti reperti, cioè, come quelli che ci accingiamo a riportare (con l’implicito beneplacito dei possessori delle missive), i quali rappresentano altrettanti frammenti conoscitivi e schegge esegetiche, utili per la biografia letteraria (un interminabile work in progress) inerente l’attività creativa di quegl’ingegni spiccatamente toscani (Papini, Soffici, Prezzolini, Cecchi, Bargellini, Palazzeschi, Lisi e qualche altro), la cui opera ebbe un irradiamento a 360 gradi quanto mai fertile e incisivo negli assetti programmatici e contenutistici degli eventi più ragguardevoli della vita culturale nazionale del XX secolo. La prima delle lettere inedite di Giovanni Papini che stiamo per proporre all’attenzione del lettore è indirizzata al compianto Giuseppe Ravegnani, nato a San Patrignano di Romagna nel 1895, inizialmente mediocre poeta d’ispirazione pascoliana, poi critico letterario del quotidiano «La Stampa» dal 1927 al 1931 e di altre testate, direttore dal 1940 e seguenti del «Corriere Padano» e, infine, titolare della rubrica di critica letteraria del settimanale «Epoca».
   Tra le sue raccolte di scritti vanno ricordati I contemporanei (1930) e i due volumi di Uomini visti (1955) usciti, quest’ultimi, nella benemerita «Biblioteca contemporanea», con sovraccoperta rigorosamente nera, dell’editore Arnoldo Mondadori.
   Il Ravegnani era stato altresì per alcuni anni direttore della Biblioteca Ariostea di Ravenna. L’epistola papiniana reca la data 16 aprile 1915, via Colletta, Firenze.


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Da essa apprendiamo un particolare non poco sorprendente, là dove il mittente fa sapere che «lo scriver lettere mi ripugna».
   Piuttosto difficile convincersene, in considerazione dell’ingente mole di messaggi da lui vergati durante l’intera sua vita.

   Caro Ravegnani,

   se lei vuol corrispondere con me, bisogna che si rassegni a qualche intervallo di silenzio.
   Lo scriver lettere mi ripugna e solo ogni tanto chiudo gli occhi e ne scrivo una ventina tutte insieme. E sono per forza, come questa, secche e brevi.
   Ma non posso fare a meno di confessarle che la sua lettera lunga mi ha fatto pensare a lei con più simpatia e quasi con affezione. Trasuda simpatia e c’è dentro un uomo, che realizzerà, spero, più di quel ch’egli stesso non s’aspetti.
   Nel suo Viaggio 1 non c’è ancora la possessione piena del lirismo fantastico, che vuol esser concreto, ma è la cosa migliore che abbia visto di lei e la pubblicherò in Lacerba, insieme, forse, a Pennellata.
   Ho molta fiducia nella sua gioventù e nella sua solitudine presente, che vuol dire indipendenza.
   Mi scriva e cercherò di rispondere più spesso che mi riuscirà.

Suo G. Papini


   Il destinatario delle due seguenti lettere è don Giuseppe De Simone, alias don Pinuzzo da Bonea, singolare figura di sacerdote, parroco, monsignore, poeta, agiografo, filantropo, nato nel comune di Vico Equense, provincia di Napoli, il 5 aprile 1907 e ivi spentosi il 30 ottobre 1975.
   Pubblicista, collaboratore di alcuni giornali, tra cui l’«Osservatore Romano», ebbe frequenti rapporti epistolari con affermati scrittori e poeti del tempo: oltre a Papini, Giuseppe Prezzolini, Marino Moretti, Diego Valeri, Piero Bargellini, Giovanni Gaeta, alias E. A. Mario, autore della popolare Leggenda del Piave, David Maria Turoldo e altri.
   La prima missiva, piuttosto breve, anzi telegrafica, è datata via G. B. Vico 3, Firenze, 12 marzo 1932:

   Reverendo Signore,

   la ringrazio molto di quello che ha scritto su Angelo Conti e sul mio saggio 2 nel quale, purtroppo, non ho potuto dire tutto quello che avevo nell’animo.
   Preghi per me e continui la sua preziosa benedizione.

Suo aff.mo Giovanni Papini



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   Nella seconda, col medesimo indirizzo e datata 11 aprile 1935, non è che il discorso si vada allargando, anche perché essa tocca assai da vicino gli affetti più intimi dello scrittore.

   Reverendo e caro Signore,

   mi perdoni se con tanto ritardo la ringrazio dell’ottimo articolo e delle parole che l’accompagnavano.
   Avvenimenti lieti e tristi di famiglia 3 e una lunga influenza mi hanno impedito di manifestarle prima la mia sincera gratitudine.
   Le mando un’immagine del mio viso malfamato insieme coi cristiani auguri di Pasqua.

Suo
Giovanni Papini

   Che cosa ci facesse – un po’ come il proverbiale cavolo a merenda – tra gli scarmigliati pensieri del fiero scrittore toscano il nome di Colette è motivo di comprensibile perplessità, in considerazione del fatto che all’epoca la romanziera francese era assurta a una certa frettolosa notorietà in virtù della dirompente trasgressività della sua attività narrativa, giudicata alquanto oltraggiosa per la morale corrente.
   Nata in Francia il 28 gennaio 1873 e ivi deceduta il 3 agosto 1954, il meglio della sua fortuna letteraria resta affidato alla sulfurea trilogia di Claudine (1900-1903) composta in collaborazione col marito Henry Gauthier-Villais.
   Ancor più stupefacente risulta il fatto che l’autore di un’impareggiabile vita di Michelangelo avesse in animo di farle visita, come si è indotti a supporre, leggendo l’epistola che segue, spedita a un’ignota dama di non si sa dove.


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(L’accenno a una visita da parte dello scrittore alla misteriosa destinataria del messaggio lascia, però, trasparire una qualche conoscenza non occasionale della donna).
   Un approccio con Colette – a quanto è dato saperne – non ci fu mai.
   La laconica lettera reca la data di via Guerrazzi 10, 21 settembre 1951:

   Gentile Signora,

   tornando a Firenze, alcuni giorni fa, ho trovato «Le Fanal Fleu» 4 di Colette, con l’affettuosa dedica 5.
   La ringrazio di cuore dell’amichevole pensiero e sarò lieto di ringraziarla in persona, quando verrò a trovarla.
   La prego di farmi avere l’indirizzo della grande e cara Colette, alla quale voglio scrivere.

Mi creda cordialmente
Suo Giovanni Papini

   Questa lettera costituisce uno degli ultimi documenti olografi dello scrittore toscano, colpito l’anno successivo da una dolorosa paralisi agli arti superiori (soprattutto la mano destra), che gli precluderà ogni manifestazione grafica.
   In data 7 ottobre 1952, infatti, annotava nel suo Diario uscito postumo:

   Mi rattrista il pensiero che non potrò più scrivere, che non potrò neanche terminare le opere già cominciate, o prossime alla fine. Il pensiero è ancor vivo (o mi sembra), ma la mano non è più docile ed io son riluttante a destare. Il dolore di non poter scrivere si aggiunge all’umiliazione di non poter camminare (op. cit., Vallecchi, Firenze, 1962, p. 700).

   Fu il principio della fine.


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