Articoli su Giovanni Papini

2007


Sara Gelli
Aldo Palazzeschi-Giovanni Papini, Carteggio. 1912-1933
a cura di Stefania Alessandra Bottini
Pubblicato in: Studi Italiani, fasc. 1, pp. 137-139
(137-138-139)
Data: gennaio - giugno 2007




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   Una recente pubblicazione ci restituisce la ventennale corrispondenza tra Aldo Palazzeschi e Giovanni Papini. Il carteggio, curato da una giovane studiosa dell’Università fiorentina, Stefania Alessandra Bottini, raccoglie sessantatre missive tra due esponenti del nostro Novecento letterario. Le ventidue lettere di Papini a Palazzeschi erano già state edite in appendice al carteggio Marinetti-Palazzeschi (a cura di Paolo Prestigiacomo, Milano, Mondadori, 1978), insieme a quelle di Paolo Buzzi, Carlo Carrà, Auro d’Alba, Corrado Govoni, Gian Pietro Lucini, Renzo Provinciali, Ardengo Soffici. Grazie al recupero delle quarantuno lettere di Palazzeschi, i cui autografi sono conservati nel Fondo Giovanni Papini presso la Fondazione Primo Conti di Fiesole, è stato ora ricomposto e reso fruibile il dialogo tra i due scrittori fiorentini.
   Nati nella stessa città a soli quattro anni di distanza, Papini e Palazzeschi sono due personalità molto diverse. Giovanni, attivissimo scrittore, saggista, ideologo, promotore dell’esperienza delle riviste fiorentine di primo Novecento, conosce Aldo nel 1912, ma il rapporto vive il suo momento più intenso, come testimonia anche la frequenza e il numero delle lettere, tra il 1913 e il 1914. In questi anni Palazzeschi matura la sua vocazione di poeta e narratore, il che comporta ulteriori tensioni e incomprensioni con i genitori da cui deve frequentemente separarsi per recuperare ossigeno e libertà. Tra le informazioni di maggior interesse che il carteggio offre ci sono infatti le dichiarazioni di Aldo sui «cari genitori», suscitate dall’omonimo articolo papiniano uscito su «Lacerba» il 15 maggio 1913: «Bravo! Finisco in questo momento “cari genitori” e puoi credere come ammiri senta e comprenda il tuo magnifico articolo, già, raramente una cosa tua rimane alla superficie della mia anima, che sempre tu ne cogli il centro, ne esplori spietatamente e vittoriosamente ogni angolo» (p. 28). Da Napoli, «lontano dai litigi e dalle sofferenze della casa di via Calimala, ma anche dal baccano di due giornate futuriste a Roma» (p. XIII), Palazzeschi racconta le impressioni del soggiorno partenopeo. La città, piena di vita rispetto all’inospitale Firenze in cui «tutto è letteratura», lo attrae e lo «interessa straordinariamente» (p. 10). A Napoli «la gente è buffissima»: Aldo si stupisce divertito che Croce sia del tutto sconosciuto, mentre «l’uomo universalmente noto e stimato è Scarfoglio, ma non per l’acutezza del suo ingegno di giornalista, ma bensì per la finezza di camorrista politico intellettuale» (p. 20). Nei mesi di «vita di strada» (p. 25), lontano dalla famiglia e dalla sua città, Palazzeschi è impegnato in un lavoro che ha per tema proprio il rapporto con i genitori, questione «di quelle che naturalmente ànno di più fatto palpitare il suo cuore... e il suo fegato!» (p. 28). Il romanzo in questione, rielaborato faticosamente l’anno successivo nel periodo estivo trascorso a Settignano, è La Piramide, che uscirà nel 1926, ma di cui il carteggio fornisce notizie fondamentali per la datazione compositiva e per il significato: «L’opera, rimasta per lungo tempo in un limbo creativo, svela le difficoltà che Palazzeschi incontra nello sviluppare e trasferire sulla pagina argomenti tanto intimi e sofferti. [...] Un filo rosso lega le vicende private, racchiuse nelle lettere, alle divagazioni tra il fantasioso e il paradossale che fanno da leitmotiv del lungo monologo con il quale il romanzo è costituito» (p. XXV).
   Ma l’amicizia di Palazzeschi e Papini è legata soprattutto all’esperienza di «Lacerba». Già alla fine del 1912 Papini aveva fatto da confidente e intermediario


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nel controverso rapporto tra Aldo e Prezzolini, il quale aveva rifiutato di pubblicare sulla «Voce» la novella Industria ela poesia I fiori. Riconoscente per il suo intervento a chiusura della vicenda, l’interesse di Palazzeschi per la collaborazione a «Lacerba» si tramuta «in volontà di stabilire una intesa più profonda con Papini, quasi che la tensione ideale di lavorare allo stesso progetto di svecchiamento del panorama letterario rendesse il gruppo redazionale parte essenziale della propria esistenza» (p. XVIII).
Da parte sua, Papini si dimostra impegnatissimo nella sua attività di scrittore, di direttore della rivista e di gestore dei rapporti con il gruppo futurista, improntando la corrispondenza a «una necessità soprattutto pratica» che fa prevalere nelle missive «la sintesi puntuale e asciutta degli avvenimenti» (p. XX). Mentre Papini si trova a Parigi e racconta la frenesia e l’entusiasmo che caratterizzano le sue giornate, Aldo è momentaneamente incaricato della direzione di «Lacerba» e mantiene non facili rapporti con i futuristi milanesi; partirà per la capitale francese il 15 marzo 1914 e qui maturerà la decisione di staccarsi definitivamente da Marinetti e dalla sua cerchia ideologica. L’amarezza per questa rottura affiora in rari e reticenti sfoghi nelle lettere a Papini, che comunque resta «l’ultimo legame di stima e di affetto che può legarlo alla vecchia baraonda futuristica», colui che può «incoraggiarlo a vivere al di sopra delle miserie» (pp. 56-57). Eppure, alle soglie della guerra, il carteggio si dirada e sottolinea il distacco di Palazzeschi dalla rivista fiorentina e da chi ne stava facendo uno strumento di propaganda a favore dell’interventismo. «Si giunge così rapidamente, fra i fogli del carteggio, agli anni del silenzio e della lontananza, risarciti dal simbolico reciproco perdono espresso nel 1920 e suggellato dall’invio a Papini di Due imperi... mancati» (p. XXXI). Significativa a questo proposito la lettera di Aldo che parla del libro come necessaria denuncia del male subìto e vuole recuperare con Giovanni un’unione più profonda sul piano umano: «Il libro è compiuto, chiuso e passato. Qualche cosa ci ha tenuti divisi qui dentro, purtroppo [...] ma esso apre tutte le vie alla più pura speranza una fede antica ma più grande, più forte, più buona ci riunirà sempre. [...] Se io sento ora nascere in me la forza di perdonare e dimenticare perché mi dovrebbe essere negata quella per meritare di essere perdonato?» (p. 78). Nella sua risposta Papini condanna ciò che esaltò e vede nell’amico una presenza più matura e più «cristiana»: «Noi siamo stati lontani ne’ primi tempi della guerra [...] ma dal ’16 a ora la mia ripugnanza e disillusione sono andate crescendo gigantescamente [...]. L’orrore ci ha insegnato quel che veramente siamo» (p. 79). «A chiudere il carteggio non sono, quindi, gli scontri letterari, i manifesti programmatici e i progetti editoriali. La scrittura epistolare lascia spazio, dal 1920 al 1933, alle testimonianze di amicizia e al ricordo costante e affettuoso» (p. XXIII), al desiderio di incontrarsi e passare del tempo insieme. Il solitario e schivo Palazzeschi nel 1929 partecipa al matrimonio della primogenita di Papini e l’occasione costituisce un momento di gioia e serenità che Aldo si augura di poter ripetere e in cui vede la tenacia di un «vero amore» che «anche attraverso tante peripezie» lo porta a stringersi all’amico «vicino ad un focolare ideale» (p. 91). A testimonianza di questo affetto, che ricorre per l’ultima volta in occasione della morte di Papini, Stefania Bottini riporta la lettera in cui Palazzeschi riafferma la vicinanza all’amico e alla vedova Giacinta, in nome dei «cari giovanili ricordi» che li legano (p. XXXV, n. 101).
   Prezioso per ricostruire e approfondire lo studio dell’opera e del carattere delle due figure, il carteggio è preceduto da una ricca e puntuale introduzione della curatrice che


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mette in luce gli snodi principali della corrispondenza approfondendo i temi e gli avvenimenti raccontati. Da segnalare anche, nelle annotazioni alle missive in cui mancano indicazioni di tempo e di luogo, l’attenta ricostruzione della datazione in base a riferimenti interni o ad altri elementi di carattere storico-biografico. Il volume è corredato infine da un’appendice che ripropone gli articoli papiniani su Palazzeschi, Accidenti alla serietà! e Lettres italiennes. Aldo Palazzeschi (apparsi rispettivamente in «Lacerba» il 15 agosto 1913 e sul «Mercure de France» il 1° aprile 1914) e tre pezzi lacerbiani usciti a firma di Palazzeschi, Papini e Soffici, contenenti definizioni e riflessioni su «Futurismo» e «Marinettismo». La lettura dell’introduzione e dell’appendice agevolano la comprensione del carteggio quale documento eloquente, anche attraverso i silenzi, di un rapporto umano e intellettuale, di una temperie culturale, di vicende artistiche e storiche cui assistiamo attraverso gli occhi di due protagonisti della nostra storia letteraria.


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