Articoli su Giovanni Papini

1999


Renato Bertacchini
Riaperto il dossier Papini
Pubblicato in:: Studium, anno 95°, fasc. 5, pp. 743-753.
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Data: settembre - ottobre 1999



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Si torna a parlare di Giovanni Papini. Non solo, ma la figura dell'uomo «guida», dell'uomo «svegliatore», come egli stesso amava definirsi e confidarsi all'amico Prezzolini, risulta sempre meno un cartone di prova sul quale incrociare, con l'imbarazzo e la fretta magari della cattiva coscienza, prospettive di enfatiche adesioni o di radicali, aprioristici rifiuti. Non mancano residue, cocciute ostilità dure a morire. Eppure già nel 1981 gli Atti del Convegno di Firenze, Papini nel centenario della nascita 1, avanzavano controlli di lettura, ragionevoli messe a punto e tempestive segnalazioni per rendere la dovuta giustizia di Leonardo e Lacerba, all'autore discusso di Un uomo finito e della Storia di Cristo, al poeta dei postumi Le felicità dell'infelice e La seconda nascita.
   Dopo decenni di pesante, astioso silenzio dalla morte (8 luglio 1956), sembrava perlomeno che una più aperta, spassionata considerazione storica e atteggiamenti interpretativi meglio disponibili stessero prendendo in mano il dossier Papini. E che, sulle tracce dei benemeriti profili su Giovanni Papini dovuti a Gianni Grana 2, Vittorio Vettori 3, Mario Isnenghi 4, Ferdinando Castelli 5, Silvio Pasquazi 6, i nuovi studi riaprissero il «caso» Papini ai paragrafi dei giorni e delle opere, alle stagioni impetuose e contrastate dell'intellettuale leader, vero o presunto, del primo Novecento in Italia.

1. Ostilità e Consensi negli ultimi vent'anni

Una volta ricondotto ai nodi e alle verifiche di un resoconto non più statico, non più fossile, ma viceversa emergente, dinamico, pensavamo che pareri, sentenze, giudizi critici dovessero smetterla


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con le anacronistiche posizioni di prefissa antipatia e í verdetti di condanna senza appello. Purtroppo, se guardiamo agli ultimi vent'anni, la caccia a Papini, le critiche all'untore cattolico e tradizionalista non sembrano cessate. I giustizieri di turno si chiamano Finzi, Ferroni, Petronio.
   Disponibile ad ogni avventura mentale, ma in sostanza conservatore, «passatista» univoco e spregiudicato, Papini — a giudizio di Gilberto Finzi 7 - voleva essere

   «dopo lo scrittore, lo storico e l'erudito, ma resta solo un reazionario che strumentalizza abilmente la conversione, i credo politici (il fascismo, l'Accademia) e letterari (dall'idealismo al futurismo, dalla rivista "Lacerba" al distacco da Marinetti). La sua inventività si esalta nel parolaismo toscaneggiante, nell'ingiuria del malparlante, nel gorgo prepoetíco e linguaiolo di un gusto che è tutto sommato ancora quello del letterato tradizionale» 8.

   A modello clamorosamente velleitario viene ridotto Papini da Giulio Ferroni nella sua Storia della letteratura italiana 9; fastidioso, intramontabile emblema per molti intellettuali di casa nostra:

   «Incline a prendersi troppo sul serio, a sopravvalutare la propria incidenza nel dibattito culturale, a escogitare forme di provocazione sterile ed effimera, a praticare disinvolte conversioni: da questo punto di vista si può dire che ancor oggi Papini rappresenta una triste costante dell'anima intellettuale italiana» 10.

   Ma c'è di più, esiste tuttora chi sottolinea, chi fabbrica a bella posta un Papini spregevole, eterno guerrafondaio da infamare, da mettere al bando della civiltà e dell'umanità. È il caso di Giuseppe Petronio che, nel Racconto del Novecento letterario in Italia, 1840-1940 11, manipola un Papini «marínettiano» così violento e cinico da far ribrezzo. Lo coglie, lo demonizza seduta stante quando, da interventista, questi scrive su Lacerba nel 1914-'15: «Il sangue è il vino dei popoli forti; il sangue è l'olio di cui hanno bisogno le ruote di questa macchina enorme che vola dal passato al futuro».
   E non ha dubbi di qui in avanti Petronio a interrogarsi a senso unico drasticamente peggiorativo su verità e finzione per Papini:

   «Letteratura? Certo [...] tante figure retoriche fanno letterarie queste pagine. Ma Papini, allora, era un maître à penser, un guru, quelle sue


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   figure retoriche abbellivano concetti ferini aiutando a contrabbandare tesi che educavano all'odio e alla violenza» 12.

   Negli ultimi vent'anni rompono la tenace, logora traiettoria anti-Papini, Enzo Siciliano e Giorgio Bàrberi Squarotti. Antologista dei Racconti italiani del Novecento 13, Siciliano rivendica a Papini il merito schietto e primigenio di aver inaugurato «il giornalismo d'intervento, il giornalismo tout court» in Italia.
   E questo non solo come animatore di «tutte le riviste fiorentine d'avanguardia negli anni Dieci», ma perché del giornalismo novecentesco «mise a fuoco la tecnica e il linguaggio»; a leggerlo si avverte subito «una sapida mescolanza di facilità e di aspirazione alla ricerca: il brillio del luogo comune lucidato col sidol della spiritosaggine, persino di un filisteismo un po' sprezzante, insomma un uomo da mass media» 14.
   Percorse ad una ad una le stagioni aleatorie e meno creative del «letterato» e del «religioso» 15, G. Bàrberi Squarotti rivede ora il discorso nel paragrafo Giovanni Papini, in Storia della civiltà letteraria italiana 16, precisando la direzione e i testi fondamentali della ricerca papiniana: da Un uomo finito («l'intera giovinezza bruciata in quest'opera») a Gog (dai toni «minacciosamente apocalittici»); dalla Storia di Cristo («certamente una scelta che nasce dallo spirito d'avventura dello scrittore, ma è anche un approdo che non può essere soltanto provvisorio») alle Lettere agli uomini di papa Celestino VI: «voce ammonitrice, patetica, di minaccia, di protesta rivolta ai capi di governo come alla gente comune, all'indomani della guerra, nella prospettiva di un radicale rinnovamento morale e spirituale».
   Tende al «vero», al «totale» Papini dall'interno, proiettando, discutendo in diretta sull'uomo lo stesso vissuto della «persona» e dell'opera, l'odierna monografia di Carmine Di Biase, Giovanni Papini; sottotitolo, ma non in subordine, se mai in parallelo di testata decisamente esplicativo, L'anima intera 17.

2. Di Biase studia Papini in unitaria prospettiva d'anima

L'operazione di Dí Biase, mentre coagula, documenta, sviluppa tutto un personale lavoro di aggiornamento e di riflessione applicato da tempo al «problema» Papini 18, imposta oggi una sistematica


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monografia, largamente, intensamente citata dalla voce stessa del pensante e scrivente Papini. Alla base, nel Giovanni Papini, funziona la dorsale saggistica della non-frattura. Altrimenti detto, l'interrelazione a contrasto considera insieme la molteplice attività dello scrittore: il «laico» eversore da Leonardo a Un uomo finito; il «convertito» dalla Storia di Cristo al fautore del ritorno all'ordine; l'artefice delle Stroncature (testo acre, fustigatore, moralista) e del Diavolo (libro generoso nel suo genere); l'intimista, il lirico confessore che firma le Scheggie, benedicendo íl «mondo santo e bianco».
   Nell'Antiporta premessa all'attuale riesame monografico, Di Biase rivitalizza il principio della non-frattura; dichiara e pratica la necessità dì convergenze differenziate e unitarie per riprendere in chiave legittima un Papini «ingiustamente dimenticato» (Borges):

   «Un ritorno a Papini, visto nella globalità e interezza della sua opera, nella convinzione che il problema Papini non si risolve privilegiando l'uno o l'altro momento della complessa e antitetica personalità dello scrittore e dell'uomo: esaltandone o esecrandone, di volta in volta, il laico, il cattolico, il restauratore dell'ordine, il poeta dell'idillio o del dente di lupo, l'ideologo, il saggista, il polemista, l'operatore culturale, lo scrittore impegnato o riversato su se stesso» 19.

   Individuare, mettere a fuoco nei punti precisi e diversi del vissuto interiore e mentalmente attivo di Papini la fonte creatrice dí tante opere: proprio in questa focalizzazione senza ipostasi o apriorismi la dinamica della non-frattura e il canone profondo dell'anima intera adottati da Di Biase realizzano í loro migliori, indizianti vantaggi. I quali stanno nella fusione di chiarezza critica e passione argomentativa, perché se la passione priva di idee e di riscontri porta agli eccessi agiografici, le idee non sorrette dalla passione cadono nell'arido, inerte esercizio della constatazione pura e semplice.
   La monografia impostata da Di Biase consegna al lettore un pensiero papiniano in fase continua e irrisolta di «anima» e polemica; meno confessione da journal intime sotto maschere filosofiche e travestimenti concettuali; e più invece riflessione a corsi e ricorsi esistenziali difficili da indicizzare una volta per sempre.
Esponente di un periodo storico-culturale inquieto e complesso, Papini interviene, si costringe a dare risposte allarmate e non


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sempre organiche a temi di per sé gravi e determinati. Diciamo contrasto tra positivismo e idealismo, tra scientismo dottrinale e irrazionalismo mistico-magico; filosofie intuizioniste di Bergson e di James da un lato e dall'altro concezione del superuomo nietzschiano. Diciamo diffondersi dell'ideologia marxista, parallelo al logorarsi della tradizione liberale e al sorgere del nuovo stellone nazionalista; istanze spiritualistiche, ripresa degli interessi religiosi e tentato rinnovamento modernista. In questa trama dilagante di rapporti e questioni, l'«artista-eroe», il «violatore», lo Sturmer und Dranger toscano entra di slancio. Con moventi, abitudini e modalità che assumono accentuazioni conoscitive diverse a mano a mano che Papini passa da Leonardo a La Voce, a Lacerba; come registra persuasivamente Di Biase usando misure e valutazioni ad hoc, di meritorio equilibrio, non sbilanciate dall'entusiasmo di parte, né compromesse dal vizio della sufficienza approssimativa.
   Sull'asse critico del Leonardo, Di Biase dispone la varietà di sviluppo e i compositi atteggiamenti che contrassegnano le tre serie della rivista: «alla prima serie, personalistica e realistica (1903-'04) succede quella pragmatista (1904-'05), per finire in una sorta di occultismo misticheggiante prevociano (1906-'07)». Nell'intervento Lo scrittore come maestro, Papini difende il concetto di «una letteratura che dica qualcosa, una letteratura, crepi ogni rispetto estetico, insegnatíva e pedagogica» 20. Nel richiamare su La Voce la cultura italiana ad aperture europee, Papini «ne difende sostanzialmente l'eredità nazionale», rilanciando la «maschilità della prosa italiana schietta di Carducci» 21. Il censimento redatto da Di Biase procede densamente stratificato, fertile di nuovi, particolari riscontri sul futurismo fiorentino e papipiano che nel laboratorio di Lacerba esprime un'avanguardia «altra» rispetto a quella rnarinettiana, nella fattispecie le direzioni dell'uomo e dello scrittore «lo inclinavano a intendersi coi futuristi, ma alla sua maniera e con atteggiamenti da precursore» 22.

3. Storia di un uomo e storia del Cristo

A metà dell'esistenza, Papini nel marzo 1921 pubblica la Storia di Cristo, in chiave autobiografica più che biografica. Siamo infatti alla vicenda di un uomo che «dopo tanto scavallare, maneggiare e vaneggiare torna vicino a Cristo». Secondo le ipotesi di Jung (che


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del resto confermano quelle tradizionali), il «mezzo del cammin di nostra vita» è un momento cruciale nella storia terrena di un essere umano. Ed è in un momento simile che il multivago Ulisse/Papini, pragmatista, interventista, idealista, futurista, sente più cocente la nostalgia, il richiamo della patria d'origine e si avvicina a Itaca/Cristo. Accolgono peraltro il libro resistenze e fraintendimenti. Non si accetta, si stenta ad accettare Papini nella «verticale della fede».
   Mentre Un uomo finito 23 viene accolto nel segno di quello «slancio verso il tutto» che guida il combattivo, onnivoro enciclopedismo papiniano, alla Storia di Cristo 24, come frutto della conversione dell'autore delle Stroncature 25 e delle Polemiche religiose (1908-1914) 26, si dà meno credito. Anzi la conversione, dopo una giovinezza «laica» votata al sarcasmo, alla bestemmia di ogni moto religioso (scandalosamente provocatorio l'articolo Gesù peccatore su Lacerba, 1913), è letta abusivamente come «ennesima prova della sua instabilità; per i più maligni, del suo trasformismo» 27. Eppure anche la tarda adesione al regime fascista, o meglio al clerico-fascismo, non dovrebbe farci dubitare dell'onestà religiosa dell'uomo. Papini resta comunque nella «verticale della fede», secondo il corretto, spassionato giudizio di Luigi Baldacci 28: «L'idea della fede in Papini è esistita sempre e il Papini ateo non ha mai accettato la morte di Dio».
   Considerata da un legittimo profilo conoscitivo, la conversione di Papini non indica semplicemente il salto dalla precarietà arrabbiata del «laico», dell'«ateo» alla certezza cristiana; non rivela solo iI transito dall'inquieto diabolismo (sia pure dialettico, per ragioni di contrasto, per «la missione mefistofelica del negare») all'emozionante, limpido Vangelo. Chiude piuttosto la tormentata parabola dell'elaborazione culturale papiniana: positivismo-idealismo, pragmatismo-misticismo. Anche per questo la conversione appare oggi sempre meno un diaframma oppositívo, discriminante nella vita e nell'opera di Papini; come già avvertiva Di Biase nell'ottimo saggio Giovanni Papini 29, quando parlava di conversione affrontata e vissuta «con sofferta volontà di fede e di adesione all'assoluto, antica ineliminabile tensione della sua vita di uomo e di artista». Un volontarismo etico dunque, confermato da Di Biase, che iscrive la Storia di Cristo nel capitolo secondo dell'odierna monografia, significativamente intitolato Il testimone, e consegna l'opera non al ripiego pietoso, autocommiserante del naufrago


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esistenziale, ma alla virtù energica e rara di chi scopre la vita con lo sguardo e l'anima del Cristo.
   Ogni età deve riscrivere il suo Vangelo. L'idea di fondo che ispirerà Il quinto Evangelio di Mario Pomilio nel 1975, Papini lo prefigura, lo invera

   «con la propria testimonianza di vita; con questo animo egli ha inteso scrivere "un libro vivo", che renda "più vivo Cristo, il sempre vivente, con amorosa vivezza, agli occhi dei vivi"; in tal senso ha voluto sfuggire "ai gineprai dell'alta critica erudita", evitando insieme di "indugiarsi troppo nei misteri della teologia". Presto tradotto in svariate lingue, la Storia di Cristo non denunzia né una "conversione" nel senso comune del termine (Papini da sempre ebbe un' anima — vocabolo a lui caro — religiosa), né un approdo, ma una sofferta conquista umana e stilistica, come tutta l'arte migliore di Papini, con i suoi pregi e difetti».

   Indicando i due libri, Un uomo finito e la Storia di Cristo, l'uno come la «storia» di Papini, l'altro la «storia» dí Cristo, Di Biase li riallaccia e insieme li distingue. Riporta socraticamente la doppia, testimoniale «storia» a convergere nella verità della cosa che si chiama Cristo, fede, Vangelo, «sentimento della vicenda stessa d'un Vangelo che sí fa storia dell'uomo, mentre narra la storia del Cristo» 30.

4. La poesia, le scheggio e gli aforismi

   Ancora sguardi interrogativi nel flusso della scrittura papiniana rivelano luoghi attardati o viceversa zone di frontiera. Prosatore reazionario o lirico idillico? Intellettuale «titanico» deluso o poeta evangelico? Autore fedele alla tradizione, nonostante le irruenti bravate linguistiche, o non piuttosto toscano espressionista degno erede dei settentrionali Dossi e Faldella? Magniloquente statico e bislacco lungo pagine inguaribilmente retoriche o all'opposto aforista di freschi umori e pungenti ironie? Vediamo qualche possibile risposta sulla traccia dell'attuale Giovanni Papini: monografia che Di Biase sviluppa secondo linee di esegesi organicamente consecutive, specie ai capitoli III (La poetica), V (La poesia), VI (La giustificazione), dove nuove carte in tavola e provvedute verifiche rimettono in discussione molti dati ripetitivi e generici.


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Accademico d'Italia e apologista di Italia mia 31, vertice negli anni «frontespiziani» dell'adesione al regime di Mussolini e alle guerre d'Etiopia e di Spagna (guerra di religione quest'ultima «tra il Cattolicesimo Romano e l'Ateismo Russo»), Papini risulta contemporaneamente, necessariamente inviso ai giovani scrittori antiautarchici ed europeisti di Solaria, a Vittorini, a Pavese, a Pratolini. Confinato nell'immagine negativa dell'esponente clerico-fascista, sorprendono se mai a suo carico in positivo i precedenti del neofita dell'avanguardia futurista. La recente ristampa delle Stroncature (1916) 32 mette in luce, accanto all'ispirazione libellistica eccessivamente, clamorosamente esibita, le componenti ben più importanti avanguardistiche, appunto, e futuriste dell'opera. Osteggiato dallo «scarico di coscienza» dei solarianí, Papini appare ugualmente tagliato fuori dalle culture emergenti del secondo dopoguerra, dal neorealismo (e connesso impegno marxiano) e dall'aperta, sperimentale neoavanguardia.
   Inesistente o di scarso rilievo al confronto, risulta l'imputazione rivolta a Papini di appartenere ad una cultura di destra, autoritaria e nazionalista. Nel 1972 circola in Italia il profilo Giovanni Papini 33 di Vintila Horia, fuoruscita romeno, che interpreta a tesi e valorizza nell'opera papiníana soprattutto la dimensione ideologicamente conservatrice del «rivoluzionario cristiano», Siamo al tentativo invalso di recuperare un retroterra culturale, consule Papini, all'odierna destra nazionale. Ma, con buona pace di Piero Meldiní 34, non persuade il fatto che leggere Papini oggi significherebbe compiere «un lungo viaggio attraverso il pensiero reazionario del Novecento».
   Quella che vale invece e sta crescendo in termini rivendicativi e garantisti è l'immagine di un Papini lirico, elegiaco, intimista malgré lui. Abbiamo il volto dell'altro Papini cristianamente ed esistenzialmente gaudioso, dotato di una sua interiore generosità espressa e salvata nel vivere semplice degli affetti 35. Ultimo e vero, questo Papini, illuminato dall'eroico, silenzioso martire, quando vecchio e cieco, immobile su una poltrona, detta le Scheggie 36. Certo l'immagine singolare e imprevista del felice/infelice a frammenti e barlumi, lascia percepire zone autentiche, nuovamente, inventivamente umane: «L'amore della vita, il bisogno della poesia, il lungo, disperato inseguimento di Dio». Ma poi, a ben riflettere, questa stessa figura dell'altro Papini, del Papini lirico, del felice/infelice si regge sulla bilancia di un precario, obbligato discrimine —


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analogo a quello di un Papini prima e dopo la conversione — che sopravvaluta le confidenze memoriali, le aperture impressionistiche dei paesaggi, la vita dei sentimenti, insomma, rispetto alle sovrastrutture «teppistiche» e ai clamori dell'anarchismo verbale. Avvengono qui comunque le opere migliori di Papini: Cento pagine di poesia 37, Pane e vino 38 e, soprattutto, La felicità dell'infelice 39. In quest'ultimo, estremo libro, Papini — a giudizio di Elio Gioanola 40 — rende con drammatica efficacia

   «la sua condizione di moribondo lucidissimo, condannato da una malattia terribile alla perdita di tutti i sensi e di tutti i movimenti, ma non del pensiero; qui di fronte alle domande finali, ormai fuori non solo dalle polemiche ma anche dalle più semplici possibilità esistenziali, la sua condizione cristiana ha modo di diventare davvero lievito di speranza e di amore e di sollevare la confessione da ogni pericolo di retorica».

   Al proposito, la rilettura critica dell'intera opera papiniana nel segno della convergenza unitaria e della non-frattura tra «genio e contraggenio» induce Di Biase al rigoroso, attento fissaggio della «poetica» di Papini; una poetica che rinnova la letteratura «come testimonianza morale, con una sua forma di stile a punta» 41. Nelle tensioni e ragioni di una simile poetica assunta e seguita tenacemente (intermittenze comprese) «quale nuova forma di apostolato», gli elementi poetici, dal primissimo Diario 1900 all'ultima Scheggia del 26 giugno 1956, non hanno bisogno di prevaricare a spese dei libri di successo. Per leggere e apprezzare la voce intima della poesia papiniana, dal Tragico quotidiano alle ultime Scheggie delle Felicità dell'infelice, non è affatto necessario disattendere la Storia di Cristo e il Dante vivo. La poesia degli affetti domestici, «í ricordi, la natura, i mesi dell'anno, le ricorrenze, i personaggi della letteratura e dell'arte, la solitudine, la preghiera, i ripiegamenti e i pensieri di sé» nella raccolta Pane e vino non autorizzano a passare sotto silenzio Sant' Agostino 42. Esemplare, congeniale «storia di un'anima» per tappe di vita sinceramente partecipate, il racconto biografico/autobiografico del Santo presenta una singolare «immedesimazione» dei «convertiti» Agostino e Papini alla luce di chiare, spontanee, reciproche consonanze.
   Nell'esame specifico della pagina papiniana, Di Biase valica confini delle invalse censure, dei paraventi polemici (stile perversante


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e farneticante, turbinoso e togato insieme). E nel capitolo terzo, La poetica, sottolinea «il gusto aforistico antico» in Papini 43, a cominciare da certe «taglienti scheggie» di Lacerba e del Sacco dell'Orco 44, per giungere ai liberi scheggiati frammenti delle Felicità dell'infelice. Citiamo Fumo e speranza dal Sacco dell'Orco:

   «Non è senza significato che due grossi redditi dello Stato siano dati dal tabacco e dal lotto, cioè dal fumo e dalla speranza: ambedue narcotici dello spirito di natura voluttuoso e quasi immateriale».

Nell'aforisma il taglio secco dell'affermazione fa pensare. Interessa e convince, risolto com'è in civile, sottile ironia.


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