Articoli su Giovanni Papini

1977


Vera Gaye
Giovanni Papini: a venti anni dalla morte *
Pubblicato in: Italica, vol. 54, fasc. 3, pp. 399-404
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Data: autunno 1977



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   Venti armi fa, 18 luglio 1956, moriva Giovanni Papini, lo scrittore fiorentino che, con la sua personalità multiforme e con la sua opera considerevole, ha dominato la vita letteraria e artistica dell'Italia nei primi cinquant'anni di questo secolo. Ha lasciato un gigantesco lavoro letterario: libri di critica, di confessione, di storia letteraria e artistica, pagine di poesia. Si deve a lui se all'inizio del secolo la nostra cultura si aprì ad orizzonti europei, e da provinciale e regionale si fece più aperta alle esperienze della letteratura e dell'arte di altri e più avanzati paesi, come la Francia e l'America.
   L'Italia deve molto a questo scrittore. Le origini di un nuovo spirito italiano vanno ricercate nei movimenti di idee bellicose, se non del tutto rivoluzionarie, di cui il Papini fu capo e ispiratore, e che hanno nome Leonardo, La Voce, Lacerba, La Vraie Italie. Fu lui, con pochi altri, il catalizzatore in Italia del movimento pragmatista che si oppose alla retorica e all'accademia di una certa tradizione aulica italiana. Scrittore autentico della grande tradizione toscana, abbracciò idee del modernismo, del misticismo, del futurismo, senza smarrire una sua personale misura di vita e di classicità. Il Papini ebbe sin “dai primi tempi una fede straordinaria nell'invocazione, nella suggestione: lo stesso regime della ‘stroncatura’ o della ‘testimonianza’ sta a confermare quella sua prima volontà di scuotere gli altri, di muovere le acque, di dar battaglia per divulgare la verità” (Carlo Bo, “L'altro Papini”, Il resto del Carlino, 6 agosto 1971).
   Tutto questo lavorio intellettuale può mai essere dimenticato? Giovanni Papini, scrittore di fama europea, desta ancor oggi interesse. Studiosi italiani e stranieri (Bo, Prezzolini,


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Cimmino, Mazzoleni, Swinnen-Gerard, Sessions, Horia, Isnenghi, e altri) gli dedicano articoli e saggi.
   Il libro di Janvier Lovreglio è uno studio interessante sullo scrittore fiorentino, e offre a me una felice occasione per ritornare al Papini e restituirgli una parte della mia antica ammirazione.
   Nato come tesi di laurea, discussa alla Sorbonne nel 1971, il lavoro del Lovreglio, professore di Lettere all'università di Caen, comprende tre volumi, nei quali l'autore intende presentare i tre aspetti del Papini; l'uomo; il pensatore; lo scrittore. È per ora venuto alle stampe il primo dei tre libri, che consiste in una “biographie intellectuelle, spirituelle et sentimentale” dell'uomo Papini, necessaria innanzi tutto per comprendere meglio la sua opera. Il Lovreglio così si esprime nell'Introduzione:

   En cette seconde moitié do XX° siècle, au moment où l'Europe et le monde se trouvent plongés dans une crise comme l'histoire n'en a point encore connu et qui n'est pas seulement d'ordre économique et politique, mais aussi crise morale, crise spirituelle, crise de la conscience humaine en somme, il m'a semblé que la voix d'un être tourmenté comme Papini représentait parfois cet “écho sonore” dont parle Victor Hugo à propos de la mission du poète.

   L'autore si è servito, nel suo lavoro di ricerca, di quelle opere del Papini in cui prevalgono i ricordi della sua infanzia e giovinezza (Un uomo finito, Poesia in prosa, Passato remoto, Diario); delle biografie del Palmieri, Viviani, Ridolfi; delle testimonianze di amici (come Allodoli, Abrami, Bargellini, Soffici, Prezzolini), di familiari, e delle sue impressioni personali, avendo il Lovreglio conosciuto personalmente il Papini negli anni che vanno dal 1949 al 1956. Il libro è diviso in tre capitoli, intitolati rispettivamente: “Les années de formation (1881-1907)”; “La maturité (1907-1921)”; “La célébrité (1921-1956)”, i quali, a loro volta, sono suddivisi in sezioni che trattano avvenimenti importanti della vita del Papini (“De la fondation du Leonardo,” “Lacerba et la période futuriste,” “La conversion religieuse,” “Position politique de Papini pendant la deuxième guerre mondiale,” tanto per citarne alcuni) inquadrati secondo una cernita tematica


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più che cronologica, a volte naturalmente necessaria nell'interno del capitolo per seguire l'evoluzione del pensiero dello scrittore. Il Lovreglio così spiega il metodo da lui seguito:

   Rechercher... dans chaque livre, chaque article, voire dans certains entretiens particuliers, les thèmes dominants qui ont occupé l'esprit de Papini. était, je crois, rechercher le fil d'Ariane pour sortir du labyrinthe que représentait pour moi la production papinienne, trop vaste, hélas!

   Un aspetto interessante della ricerca del Lovreglio è la capacità di osmosi che lo ha messo in grado di assimilare un materiale ormai ben noto e familiare, trasformandolo in una trattazione viva, discorsiva, a volte pungente, a volte commossa. Senza diffondersi in particolari di carattere apologetico, l'autore ripercorre la vita privata del Papini con discrezione, con distacco di giudizio, lasciando qua e là trasparire i suoi punti di vista a volte polemici e antitetici a quelli di altri studiosi, e dando perciò validità più feconda al lavoro. Il profilo intellettuale e umano dello scrittore fiorentino, così tracciato, è quanto mai vivo, e il travaglio e i problemi del suo animo, sebbene tratteggiati più che sviluppati, non solo offrono la misura dell'uomo, ma ricreano l'angoscia di chi volle esprimere ciò che gli tumultuava dentro onde trovare la verità e la libertà.
   Il Lovreglio, riconoscendo i molteplici aspetti della personalità del Papini, si chiede: — Qual è il vero ritratto? — quello dell' “omo selvatico,” rude, crudele, presentato dai suoi nemici, o quello dell'uomo affabile, affettuoso, conosciuto dagli amici? Ed ecco la sua preziosa testimonianza:

   Au cours des relations que j'ai eues avec lui de 1949 à sa mort en 1956, j'ai pu constater que, s'il avait des sautes d'humeur, il était, dans l'ensemble, fort aimable, plein d'attentions délicates et témoignait de sentiments d'une amitié très fidèle.

   Il periodo dell'infanzia e dell'adolescenza del Papini è rivissuto dall'autore attraverso le confessioni del Papini stesso, i suoi propositi, le confidenze di coloro che l'hanno conosciuto, da cui si traggono i tratti fondamentali del carattere: timidezza e sensibilità che più tardi si nasconderanno sotto


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l'ironia e l'atteggiamento bellicoso. Nel complesso d'inferiorità fisica, “sono piccino, povero e brutto, ma ho un'anima anch'io e quest'anima getterà tali gridi che tutti dovrete voltarmi e sentirmi,” (Un uomo finito) si può trovare, secondo il Lovreglio, la spiegazione dell'egocentrismo e del suo spirito mordente e ardente. Si vantò di essere toscano e fiorentino e di essere nato “con la malattia della grandezza.” La più grande passione furono le letture “furiose e disordinate” che avrebbero favorito la sua precoce vocazione di scrittore. I suoi primi scritti rivelano il carattere fantastico, paradossale, ma con un senso morale e filosofico sempre presente che si rifletterà più tardi ne Il tragico quotidiano, Il pilota cieco, Parole e sangue, Gog.
   Come dal mondo dei libri egli poi passasse alle discussioni con gli amici e alla collaborazione e fondazione di riviste, è ben messo in evidenza dall'autore. Poiché vedeva il pensiero e gli ideali corrotti, la poesia e le lettere cadute, dopo il Carducci, nell'estetismo del D'Annunzio, il Papini iniziò un programma di svecchiamento e di risanamento: sorse così il Leonardo di Gian Falco e il suo desiderio di dare un volto nuovo al mondo. La rivista attrasse l'attenzione di Benedetto Croce e di filosofi stranieri, come il Bergson e William James, e il Papini diventò un ardente propagatore del pragmatismo. Spinto da curiosità di cose nuove, si apprestò alla conquista di tutte le filosofie, pessimismo, positivismo, monismo, idealismo, pragmatismo, e giunse alla formulazione di un pensiero suo proprio, essenziale agli effetti di una maggiore universalità della cultura italiana.
   Fu collaboratore attivissimo de La Voce, rivista letteraria fondata e diretta da Giuseppe Prezzolini, e i suoi articoli furono di carattere filosofico, letterario, politico e religioso. Nel 1913 fondò con Ardengo Soffici Lacerba, un'altra rivista d'avanguardia, che segnò la sua adesione al movimento futurista, sempre per un bisogno di novità, di rivolta verso il passato, sebbene il suo rispetto della tradizione sul piano dell'arte non venisse mai meno.
   Vissuto in un periodo critico per l'Italia e per il mondo, intraprese, per il suo temperamento di patriota, in Lacerba,


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nel Giornale del mattino e Il popolo d'Italia, una energica campagna in favore dell'intervento italiano alla guerra che egli vedeva come una guerra di idee e di civiltà. La sua adesione al partito fascista è giustificata dal fatto che egli vedeva in esso un movimento di rinnovamento nazionale, capace di fortificare il paese e affermarne il prestigio nel mondo. Il Lovreglio si chiede come il Papini, spirito così libero e indipendente, potesse aderire ad un partito che condannava la libertà e l'individualismo. Il Papini, che aveva affermato nel 1914 “non appartengo, per necessità di cose, a nessun partito e mi valgo del mio disinteresse e della mia serenità per dir crudamente il fatto loro ai partiti che son di fronte” (La paga del sabato), cercò più tardi di giustificare la sua “liaison” con il fascismo, ammettendo di non aver partecipato ad alcuna attività pubblica né di aver ricevuto alcun beneficio dal regime (Diario).
   La sua concezione politica, scaturita da un forte senso di nazionalismo, sfociò in una concezione largamente umana: l'unione di tutti i popoli sotto la pace e la fraternità insegnate dal Vangelo. Scrisse la Storia di Cristo e le Lettere di Celestino VI con questa intenzione, di diffondere, cioè, l'ideale della fraternità di tutti gli uomini e l'unione di tutti i paesi.
   Durante gli anni della guerra lo vediamo ritornare alla religione, che segnò la conclusione del lungo tormento di un uomo che, partito dall'ateismo, era giunto infine alla conquista di Dio. Avendo una visione pessimistica della società a lui contemporanea, difese i principi religiosi e attaccò i nemici della Chiesa, satireggiando i costumi della nostra epoca (Gog). Credette di avere una missione di guida dell'umanità:

   Da chi ero chiamato? Non lo sapevo, non lo so. Non credevo in Dio eppur mi sentivo a momenti come Cristo che dovesse a tutti i costi accingersi a un'altra redenzione; non credevo alla Provvidenza eppur mi vedevo nel futuro come il messia e il salvatore delle genti (Un uomo f(nito).

   Dopo la conversione si chiuse nelle consolazioni della fede e nel vecchio conforto del lavoro, rinunciando alla cattedra di letteratura italiana di Bologna, resa famosa dal Carducci e dal Pascoli.


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   L'altra faccia dell'uomo Papini fu la poesia, “maîtresse des âmes,” e “servante de Dieu,” che gli fece cantare la natura primitiva, la felice e tranquilla vita familiare accanto alla moglie Giaciuta e alle figlie Gioconda e Viola, e le grandi figure che particolarmente l'attiravano: Dante, Michelangelo, Cristoforo Colombo, Leopardi, Beethoven.
   La presentazione degli ultimi anni della vita del Papini costituisce un invito preciso a un riesame quanto mai stimolante e commovente. L'autore descrive la lunga malattia, accettata con grande coraggio, e l'ammirevole forza d'animo nel voler lavorare fino all'ultimo istante della sua vita.

   C'était là un exemple, peut-être unique dans l'histoire des lettres, de la passion d'écrire; un exemple qui témoignait de la volonté d'un homme qui considérait son métier comme une mission et qui en était arrivé, vers la fin de sa vie, à assigner à la littérature la noble tâche de rendre l'humanité meilleure

   — così scrive il Lovreglio, e termina la storia di questo “aventurier de l'esprit” con le stesse parole del Papini:

   Io muoio dunque un poco per giorno... ma spero che Dio mi concederà la grazia, nonostante tutti i miei errori, di giungere all'ultima giornata con l'anima intiera (La spia del mondo).

   Si compì così una vita e una carriera, difficile per concorso di circostanze, di climi, di luoghi, di tempi. Chi vuol dunque leggere qualcosa di più, e di più sorprendente, deve cercare nel libro del Lovreglio non solo l'uomo affettivo, pieno di contraddizioni e di errori che il Papini stesso tante volte si rimproverò (“Io mi presento ai vostri occhi con tutti i miei dolori, le mie speranze e le mie fiacchezze,” Un uomo finito), ma l'uomo intero, i segreti dello scrittore, della sua pratica e quello che essa comportava. Deve saper scoprire dietro la maschera di terribilità di Gian Falco il sogno “assurdo e sublime” che ha dominato la sua vita e la sua opera: rendere gli uomini migliori e meno infelici.


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