Articoli su Giovanni Papini

1976


Carlo Bo
Il Papini da ricordare
Pubblicato in: Corriere della Sera, anno 101, num. 159, p. 3
Data: 9 luglio 1976




   Di Papini non si parla e le rare volte che ci si trova obbligati a ricordarne l'opera e la figura, lo si fa con una fretta che mal nasconde la cattiva coscienza e — inutile aggiungere — per risolvere il problema con una condanna assoluta. Non credo che in occasione dei vent'anni della sua morte (8 luglio 1956) la regola non verrà rispettata. l suoi amici sono vecchi e non hanno possibilità di raggiungere il pubblico dei lettori nuovi, resta l'eccezione di Prezzolini che non perde nessun pretesto per ribadire la sua fedeltà all'amico di settant'anni fa, soprattutto per ripetere il suo debito verso chi gli è stato 'maestro'. Ma è un caso unico e di fedeltà alla amicizia e di onestà intellettuale, che a volerlo — poi — rapportare alla misura del nostro tempo ci riporta in una stagione del tutto irrecuperabile. Per conto nostro tali categorie non hanno più senso né valore dal momento che tutto viene sacrificato sull'altare dell'oggettività: quanto poi questa oggettività sia veramente libera e autentica resta da verificare.
   Ma torniamo a Papini, a Papini che era già in stato d'accusa da almeno trenta anni prima che cedesse alla malattia che, in tre anni, lo avrebbe ridotto a morto vivo e però gli avrebbe consentito di chiudere la sua esistenza in modo esemplare per il coraggio e la forza con cui aveva saputo affrontare una situazione drammatica. Anzi, a voler essere nel giusto, Papini era stato messo da una parte sin dal tempo della Vita di Cristo e quindi della sua conversione al cattolicesimo, dopo una giovinezza votata alla ribellione, perfino all'irrisione d'ogni moto religioso e alla bestemmia. Perse il consenso dei giovani e non acquistò la simpatia dei coetanei che furono portati abusivamente a leggere la sua conversione come una ennesima prova della sua instabilità; per i più maligni, del suo trasformismo. In effetti, le cose non stavano esattamente così come le suggeriva una critica unilaterale e prevenuta, ad eccezione di Gobetti. Papini restò infatti fedele alla sua scelta e non bastano la sua tarda adesione al fascismo nè un libro come Il Diavolo a farci dubitare della sua onestà e della sua fondamentale adesione spirituale.
   Diverso è il discorso da fare per lo scrittore e la sua storia. Non c'è dubbio che il Papini migliore è quello che chiude con la Vita di Cristo il tempo degli esperimenti e la sua attività di suscitatore di cultura. Dal 1922 al 1956 la sua bibliografia ha continuato ad arricchirsi ma si trattava di un altro tipo di lavoro letterario, con l'unica eccezione delle Schegge che negli ultimi anni dettava alla nipote Anna e mandava al «Corriere». C'è, dunque, un Papini istituzionalizzato, il 'secondo' Papini che in parte è in contraddizione con il predicatore d'avventure della giovinezza ma in parte è anche la risposta e la conferma di certe sue posizioni naturali. Il fondo è ed è rimasto unico nel corso delle due stagioni: un fondo fiorentino, il senso di vivere dentro una cultura privilegiata per tradizione, anche se al momento decaduta o estenuata dal piccolo giuoco degli scrittori di casa che ebbe modo di conoscere e frequentare da adolescente. Il resto, che è stato molto e di notevole importanza per la nostra letteratura e, in genere, per la cultura italiana fra il 1906 e il 1916, Papini l'ha usato come correttivo, solo questo. Non avrebbe, cioè, mai pensato di ribaltare davvero tutto, di rinunciare ai grandi del passato lontano, così come non avrebbe mai saputo vivere fuori di Firenze o in un posto dove l'aria di Firenze non gli potesse arrivare (lo stesso suo rifugio di Bulciano restava collegato dall'Arno).
   Lo stesso vale per il quadro delle sue radici culturali; la sua momentanea adesione al futurismo dice molte cose al riguardo e oggi ci appare per quello che era, una vampata di ribellione minuscola, se non un momento di malumore contro se stesso e contro gli altri. Ma questi sono episodi, hanno invece ben altro valore le costanti della sua lunga ricerca intellettuale. Alla base c'era quella famosa e sbandierata vocazione all'enciclopedia, l'idea del sapere tutto e subito per trasformarsi in una delle tante incarnazioni del Superuomo che Papini non abolì mai, tanto che anche negli anni della maturità tale disposizione gli sopravviveva dentro con il gusto delle catalogazioni e delle coincidenze, ma




Giovanni Papini in un disegno di R. Levi Naim (1935)

— tutto sommato — la sua era una posizione ingenua, nel senso che — così — cercava di sottrarsi alla miseria o soltanto alla meschinità di una Firenze che viveva della propria decadenza e dei propri ricordi.
   Naturalmente, questo stato d'incontentabilità e di insoddisfazione dette i frutti migliori al momento delle grandi riviste fiorentine, dal Leonardo alla Voce e a Lacerba: Papini mise a disposizione degli amici e dei giovani la sua inquietudine con le sue letture disordinate. Si potranno contestare i punti di partenza, le sue strutture ma non ci sembra possibile mettere in dubbio la bontà degli effetti e dei risultati. Anche se Papini non avesse fatto altro, il nostro debito sarebbe grande perché è stato un agitatore, un sommovitore di cultura, uno stimolatore, anzi un insinuatore. Quando Prezzolini mette l'accento sul 'maestro' penso che intenda proprio questo aspetto del suo grande amico.
   Ma naturalmente — almeno per noi — Papini non si esaurisce qui, resta lo scrittore a momenti felici il poeta e poi c'è la coda del polemista e del giornalista. Purtroppo anche su questo punto la critica deve ancora mettere le cose a posto e dire le poche cose indispensabili. Eppure non sono mancate sollecitazioni indirette, fra le ultime quella di Borges a proposito del Papini novelliere e narratore. Non s'è fatto nulla, ci si è limitati ad osservare che quello di Borges era un discorso curioso, nato a proposito di uno scrittore mediocre. La strada giusta, sottintesa nella proposta di Borges, toccava invece le grandi ragioni della letteratura europea della fine del secolo: si sarebbe dovuto, cioè, cercare di capire in che modo lo scrittore argentino faceva certi collegamenti, che cosa significasse per lui quel primo Papini, oggi completamente saltato e irriso in casa sua. Borges metteva — senza dirlo — l'accento sulle facoltà di mediazione culturale che in Papini c'erano e autentiche e robuste. Il suo gran leggere non gli aveva soltanto procurato la crisi dell'Uomo finito e, più tardi, la conversione al cattolicesimo, lo aveva aiutato a pesare il mondo criticamente e, alla fine, a trarre qualche conclusione.
   Si dirà, quali conclusioni? Per conto mio, mi limiterei a prendere come testimoni le Schegge, quei frammenti che sono frutto d'intelligenza poetica, di coscienza provata, di umile vicenda intellettuale. Tutto il contrario dell'immagine comune di Papini e su cui è troppo facile esercitare il disprezzo e l'ironia: è anche il contrario dell'immagine che lo stesso Papini ha cercato di far passare con le sue rodomontate e certi suoi atteggiamenti. Se leggiamo la sua storia a questa luce, si opera una trasformazione indolore verso il vero e, alla fine, si ha a che fare con un cuore ingenuo e — in fondo — molto indifeso, ben diverso dal contestatore di maniera che rappresenta la parte meno autentica della sua natura e che — naturalmente — ha generato degli imitatori e dei discepoli.
   Un altro dato da non tralasciare, ogni volta che si riprenda in mano il dossier Papini e, cioè, il grande successo che ha avuto in vita, la carriera di troppo fortunato protagonista che, per sua fortuna, si era definitivamente interrotta con la fine della seconda guerra. Negli ultimi anni — la nostra memoria ritorna sempre a quel tempo di silenzio e di dolore con stupore e ammirazione — Papini si è trovato a giuocare di nuovo da solo. Non c'era più il clima acceso delle riviste, non c'erano più il consenso e la riverenza ufficiali, c'era un uomo colpito a morte, immobile su una poltrona, cieco e muto. Eppure, quella sete di sapere e di conoscere non si era spenta, il male non l'aveva neppure sfiorato e gli bastava ascoltare, dettare, raccogliere la sua eredità che non era più fatta con le parole del Chisciotte ma era tornata umile, così come aveva avuto modo di conoscere nel piccolo mondo della piccola borghesia fiorentina di fine secolo, nutrita però dalla memoria delle sue ambizioni e delle sue esperienze. Il calcolo da fare non era complicato, era però doloroso e per farlo ci voleva un cuore saldo, una anima pura. Papini c'è riuscito. direi che questo è stato il suo momento più alto, quando, deposto lo scettro del re della cultura cattolica, si accorse che il meglio restava da dire e che per dirlo bisognava tornare nudi, allo stato di verità.
   In conclusione, le sentenza frettolosa su Papini aspetta di essere rimeditata: comunque, per quante limitazioni, riserve si vogliano segnare in margine della sua vicenda, ci sembra impossibile non tenere conto della sua ultima lettura del mondo, delle notazioni finali che hanno, inoltre, il valore di chiave. A saperla usare, alla fine, si scoprirà un Papini inedito e più vero e si comincerà a dubitare della bontà di certi sistemi critici che — per un curioso paradosso — sono stati imposti proprio da Papini. Bisogna sottrarre il Papini conosciuto dall'altro che aspetta di essere finalmente scoperto, accettato e sentito.


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