Articoli su Giovanni Papini

1963


Antonio Prete
Croce e i fiorentini
Pubblicato in: Aevum, anno 37, fasc. 1-2, pp. 104-115
103-102-103(104-105-106-107-108-109-110
111-112-113-114-115)116-117-118-119-120
Data: gennaio - aprile 1963



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La storia del rapporto Croce-uomini del «Leonardo», de «La Voce», di «Lacerba», non è solo la storia d'un contrasto o d'una polemica, ma l'indicazione di due modi diversi di far cultura, il primo pacato e costruttivo, il secondo turbinoso e distruttivo.
   L'aria da «fin du siècle» era stata diradata dalle due riviste che avevan polarizzato, in modo diverso, le esigenze di superamento dell'estetismo, il «Leonardo» di Papini e la «Critica» di Croce 1. Il flusso della cultura europea, col «Leonardo», divenne più intenso e più controllato, certo non in estensione, ma in valore: Gianfalco e Giuliano il Sofista conservarono dell'estetismo l'atteggiamento di bohémiens assimilatori d'ogni novità e d'ogni esperienza. Il loro volontarismo che pur si riconosceva in un contesto di rigide ascendenze intellettuali (si pensi alla qualità della sete enciclopedica del Papini adolescente) scalzava la dignità del positivismo. Si stabiliva un nuovo modo di ricerca, più avventuroso e più rischioso; s'iniziava la stagione dell'invadenza pubblicistica che avrebbe abbattuto i vecchi miti per proporne di nuovi. Persisteva, tuttavia, nell'involucro del «Leonardo», quel decorativisrno dannunziano, ricondotto però dalla sfera esteriore e labile del gusto alla sfera interiore e pur sempre controllabile dell'avventura intellettuale.
   La presenza di Croce, dietro quell'avventura, era dialetticamente, e non solo polemicamente, operosa: sollecitava e divideva, accettava e rifiutava, sorvegliando con la dignità d'un sacerdote della cultura i movimenti intellettuali. In lui il superamento dell'estetismo e del positivismo era perseguito in tutt'altri modi, e con la coscienza d'una costruttività limpidissima, che nulla avrebbe potuto scalzare.
   A indicare il valore di questa diversità di metodo, che è diversità .


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di atteggiamento e di formazione, scegliamo un intervento pubblicistico di Croce che sia degli stessi anni di «Lacerba», cioè della più espressionistica delle riviste fiorentine, Cultura e vita morale, del 1913 2.
   È un lavoro di ordinata raccolta di articoli, alcuni già comparsi sulla Voce, che dà la misura della dignità d'una riflessione attorno a temi pubblicistici, spesso gli stessi temi che i fiorentini affrontavano con clamorosa baldanza e con aria tribunizia. Qui l'attenzione al reale, alla circostanza, non è dispersa dal bisogno di sovrapporre l'io impulsivo alla folla che s'ha da scuotere, ma è ripensata e poi riproposta più meditatamente.
   Troviamo la stessa abbondanza di esemplificazione ch'è in Papini, ma senza il gusto della boutade e dell'improvvisazione.
   Eppure non si sottolinea mai abbastanza quanto di Croce ci fosse nel movimento fiorentino, soprattutto come sviluppo, fino al limite, di temi estetici, riproposti gratuitamente. A documentare ciò basterebbe un elenco dei temi nuovi cui approdarono, sulle scie dell'Estetica, alcuni vociani, dal neo-idealismo a certo dogmatismo fino alla totalità letteraria e all'anarchia giustificata di «Lacerba». Proprio su «Lacerba», mentre sì gridavan formule d'arte ed elaborazioni di nuove estetiche dietro cui si sarebbero potute riconoscere certe pagine crociane falsate e rimescolate, si offrivano girandole di umoristiche interpretazioni dell'Estetica e del suo autore, elevato a simbolo della deprecabile serietà.
   I temi d'accusa erano il moralismo, il conservatorismo, la mancanza d'attenzione alla poesia contemporanea 3.
   Sembra sfuggire a tale linguaggio da strofette ingiuriose il PrezzoIini; ma il suo crocianesimo, di cui pur talvolta si tinge «La Voce», è sintomo della crisi dell'idealismo italiano nel passaggio da Croce a Gentile.
   Oltre ad esaminare le camuffate derivazioni crociane dei fiorentini e il gioco frizzante, occorre inserire questa polemica in quella più vasta tra Croce e i movimenti irrazionalisti del tempo 4.


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   Le riviste fiorentine sono per il filosofo uno «spettacolo da caleidoscopio», conseguenza dell'irrazionalismo. «In tutte esse, scrive, pure tra qualche tentativo di raffrenarla e di opporvisi o di temperarla... si vedeva chiara la conseguenza che è propria dell'irrazionalismo, cioè l'indebolito e fiaccato sentimento della distinzione tra verità e non verità nella cerchia teoretica, tra dovere e piacere, moralità ed utilità nelle cose pratiche, tra contemplazione e passione, poesia e convulsione, gusto artistico e libito voluttuaria nel campo estetico, tra spontaneità e indisciplina, originalità e stravaganza nella vita culturale» 5: un inventario esemplare della rigorosità distintiva del filosofo che non accetta l'avventura e il rischio per non uscir dal luminoso giardino della sua chiarezza mentale.
   Dietro ogni invocata distinzione qui si può scoprire l'errore che si condanna: la mania pubblicitaria dei futuristi, il misticismo di Boine, l'irruenza tra dignitosa e piazzaiola di Papini, la posa bohèmienne di Soffici. Ma sfuggiva all'esame di Croce il tono più vero del movimento fiorentino, ch'era una disperata volontà di rinnovamento e d'incidenza, scandita in tre momenti: il primo, col «Leonardo», giovanilmente irruente e velleitario, ma spalancato alla recezione d'ogni tema culturale; il secondo, con «La Voce», corale e problematico; il terzo, con «Lacerba», esplosivo e spregiudicato come certe scorribande notturne sulla serenità dei lungarni o come le vivaci schermaglie dialettiche al caffè delle Giubbe Rosse.
   E sfuggivano anche a Croce le attenzioni di Jahier a Claudel e di Soffici a Rimbaud, il vitalismo di Slataper e il moralismo di Salvemini impegnato in un'agitazione di temi di politica interna: codeste componenti eran certo distanti l'una dall'altra, ma non contraddittorie; ciascuno proveniva da esperienze diverse e non poteva superare il proprio cammino interiore in una facile attenzione al cammino degli altri. E dalla coralità di proposte s'isolavan già i due filoni letterari che sarebbero sfociati uno nello sperimentalismo di «Lacerba», l'altro, più serenamente, nella meditazione de «La Voce» derobertisiana.
   Croce non era attento a questo maturarsi d'un'operosità in direzione letteraria e al conseguente verificarsi d'una crisi che rifletteva, in nuce e in forma pubblicistica, quel che attorno, negli animi e nelle vicende politiche, avveniva in modo più disteso, meno appariscente e più attardato; ed era più precisamente crisi dell'espressionismo il fenomeno che Croce chiamava irrazionalismo.


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   Tuttavia egli era puntualissimo nell'avvertire certi esiti negativi della capigliatura fiorentina, fin dagli anni del «Leonardo», quando dietro l'irrequietezza spirituale dei giovani toscani, temeva l'approdo al gioco e agli ideali stravaganti, pur riconoscendo quel che di nuovo la loro irruzione apportava. «I redattori del «Leonardo», dice, sono anime scosse e inebriate per virtù di idee, scrittori vivaci e mordaci». E rileva il senso del gioco, dell'apparenza, della maschera: «dietro c'è Bergson». Ma aggiunge che «la filosofia dev'essere, sì, fede e gioia interiore, ma prendere insieme forma d'indagine, di ricerca, di discussione e farsi filologia» 6.
   Predice poi che «l'esagerazioni, le fantasticherie, le velleità, le pretese impossibili passeranno come gli anni»; e ammonisce a non indugiare sulle generiche professioni di fede, ricordando che la vita, «anche la vita quotidiana e ordinaria» non è, «gioco», ma «cosa seria» 7.
   Parlando poi d'un articolo sulla propria opera, apparso sul «Leonardo», traccia un sincero ritratto di se stesso, che potremmo apporre a sigla del suo dignitoso impegno intellettuale: «...gli scrittori del Leonardo reputano che bisogna proporsi grandi cose... Ma noi, per nostra parte non abbiamo mirato mai ad effetti come questi che tengono del prodigioso. Semplici lavoratori di vecchio tipo, vogliamo difendere e svolgere e correggere nella misura che le nostre forze ci consentono, l'idealismo speculativo; fecondare con esso i problemi storici; ricostruire, con quanta maggiore esattezza possibile, la storia della filosofia, della letteratura e della cultura della nuova Italia... tenerci sempre nettamente distinti da positivisti, spiritualisti e mistici 8 e via discorrendo... Non taumaturghi, ma operai, costretti a delimitare prosaicamente il nostro campo di lavoro, a procedere con concordia di intenti e di intonazione a sommergere la nostra individualità nell'opera comune, che solo ci sta a cuore» 9.
   È il superamento della maniera grande, non solo nell'arte, ma anche nell'atteggiamento morale: con questo dichiararsi «operai» muoiono tutti i borghesismi rinascimentali dell'intelligenza e tutte le torri d'avorio che i poeti s'eran costruite con orgoglio d'angeli caduti sulle rive della Senna e dell'Arno.


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   L'intervento crociano ha dunque sempre il valore d'una lezione e d'un richiamo nella crisi d'anteguerra, quando le avventure individuali e il volontarismo anarchico ambivano a tradursi dal livello letterario in costume di vita 10.
   Renato Serra è forse il solo, tra i vociani non contaminati da riformismi, che si ponga dinanzi a Croce con una disponibilità a capirlo e ad ammirarlo, senza tuttavia rifiutar la ventata di rinnovamento che da Firenze investiva anche lui. Il suo atteggiamento nei confronti di Croce è documentato, oltre che dall'epistolario, da alcuni articoli. apparsi sulla prima e sulla seconda «Voce», esemplari d'una dignità di ricerca e di una vivacità d'attenzioni che non scadevan mai a clamore piazzaiolo o a mania pubblicitaria. Egli, è vero, all'invadenza pubblicistica dei fiorentini opponeva una meditazione sofferta di temi culturali e una ricerca di presenze dignitosamente operose. Tuttavia si disponeva tra il momento riflessivo e organizzato di Croce e la bohème invadente dei fiorentini. Già nel 1910 egli si chiedeva, su «La Voce» se suo maestro, e maestro della sua generazione, potesse essere Croce o Carducci 11. A Croce, diceva, avrebbe potuto aprirsi con sincerità, «poichè la sua intelligenza non rifiuta nulla»: «Io mi potrei scoprire a lui in tutta la mia profonda diversità morale». E l'accoglienza del napoletano, pensava, così «netta e precisa e così fluida» lo avrebbe subito avvolto. Nel Carducci sentiva il leone, ma anche l'innamorato della poesia, il credente nell'arte. E di questo egli aveva bisogno, di questo avevan bisogno i fiorentini, i quali purtroppo andavan consumando questa passione per l'arte in un vuoto sperimentalismo e in una paradossale ricerca di totalità letteraria.
   E Serra tra Croce e Carducci sceglie a maestro il secondo, perché per costui la poesia è un «tesoro, un non so che di divino»: e ad essa Carducci muove non come storico o come critico, ma come «uomo d'Ente». Su questa linea che fa presentire l'esito d'una soluzione della critica in lettura e in scoperta, Serra colloca il Carducci, liberandolo da ogni schematismo critico e da ogni maschera classicista.
   Tuttavia la silenziosa operosità del romagnolo era accostabile, per capacità d'incidenza e per serietà d'impegno, a quel sentirsi semplici «operai» che Croce esigeva contro la demiurgica centralità dei fiorentini. Croce tuttavia era cosciente d'esercitare un magistero


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e di costruir qualcosa nel clamore delle attenzioni che sollecitava. Ma Serra annotava: «Noi facciamo dei libri. Anzi non ne facciamo nemmeno; ci contentiamo di leggere e di fare qualche segno sui margini. Ma questo basta, e la compagnia dei nostri padri e fratelli. Nessuno fra quanti ho dintorno mi è stato guida ad essa e aiuto e conforto degno come il Carducci». Poiché, aggiungeva, Carducci «spesso non sa criticare; ma sa leggere sempre».
   Tuttavia Serra nel gruppo era il più attento e pronto a rifiutar tutte le maschere caricaturali che la stravaganza stroncatrice dei fiorentini sovrapponeva alla serietà di Croce. Era il solo ad accettarne integralmente la persona, anche se ne sottolineava gli errori. E «qualche difetto, scriveva, non toglie nulla alla sua persona reale, così come il sorriso troppo soddisfatto della bocca non ci nasconde la serietà e la tristezza sostanziale dell'animo» 12.
   Il rapporto singolare tra Serra e Croce offriva certo occasione per un confronto tra i due che fosse esemplare e indicativo di due metodi diversi. E i primi a tentare tale confronto erano gli stessi amici di Serra. I quali naturalmente caricavano i colori del ritratto doppio, negando a Croce ogni influenza su Serra e sottolineando, col ricorso alle consuete formule da stroncatura esteriore le carenze umane del critico napoletano 13.
   I rapporti tra Croce e i Vociani hanno un momento di vivace intensità nella polemica con Boine, il quale ricerca delle «istituzioni stilistiche che siano in grado di rendere il senso e l'esperienza di quell'unità spirituale, di quelle complesse e fuse compresenze, di quella compenetrazione vasta che è l'anima dell'uomo» 14: Croce accusa Boine d'un misticismo che assorbe e annulla le distinzioni 15.
   Con Soffici e Papini la polemica si svolgerà non su moduli di teoria dell'arte, ma in un contesto più vasto di atteggiamento e di metodo, non solo nelle riviste, ma anche fuori e dopo 16.


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   Quanti dei motivi di fondo evidenti in questi scontri, cui ci tenevano più i fiorentini che Croce, siano originali e quanti siano dì derivazione crociana, appare chiaro se si osserva solo la discussione nell'ambito estetico; del resto Croce stesso accuserà i frammentisti della Voce derobertisiana di rifugiarsi sotto le capaci ali della sua teoria della liricità dell'arte 17. Croce tuttavia chiedeva un'estetica, De Robertis una critica 18.
   In questa ricerca sul confine, sulle compenetrazioni, sulle derivazioni e sulle eredità tra Croce e i fiorentini dovrebbe svolgersi un'indagine sulla dialettica culturale d'anteguerra, per sottolineare il valore della dignitosa lezione crociana e la necessità storica della agitata scapigliatura fiorentina, il cui irrazionalismo, ha, si, scambiato le istanze interiori con le maschere e il paradosso, ma ha anche sollecitato ad un'attenzione più vivace e più giovanile alla vita dello spirito. E, a voler giudicare più dai risultati negli animi, che dai risultati negli scritti, dovremmo affermare che Croce e i fiorentini sono stati complementari per la formazione della letteratura del primo dopoguerra, impegnata nella ricerca d'un impressionismo interiore e d'un'esperienza d'arte più dignitosa e più pura.
   Un fatto che, per la vastità della problematica che drammaticamente sollecitava, chiarisce definitivamente la diversità strutturale delle esperienze di Croce e dei fiorentini, é l'atteggiamento dinanzi alla prima guerra. I fiorentini, a parte certi esiti del problemismo vociano volti in direzione salveminiana e maturatisi in una autonomia di partecipazione, s'aggruppano, con varie sfumature e polemiche, attorno a «Lacerba», divenuta politica, la quale consuma


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la dichiarata totalità letteraria nella campagna interventistica, cioè nell'assunzione d'una missione pubblicistica con agganci politici. E potrebbe sembrar strano a chi non avesse presente la parabola e la crisi della rivista, il fatto che proprio attorno a «Lacerba», cioè attorno alla rivista più espressionistica e più dichiaratamente «letteraria», s'adunasse il politicismo arrabbiato ed esteriore d'una propaganda interventista.
   Il passaggio, tuttavia, nel cammino degli Stürmer fiorentini, dall'esigenza di libertà artistica, da perseguire fuori dal riformismo vociano, all'impegno di violenta propaganda politica non è strano. I motivi son da ricercare nella potenziale coincidenza di temi e di contenuti tra nazionalismo, futurismo e lacerbismo (con quest'ultimo termine indichiamo il tono paradossale ed espressionistico della rivista). Se era stata facile l'alleanza e poi addirittura l'identificazione di «Lacerba» col futurismo, è altrettanto facile la sovrapposizione al nazionalismo, tanto più che Papini e Soffici han dietro un'esperienza di nazionalismo a fianco di Corradini, che poi il momento futurista ha tinto di violenza e di retorica spavalderia. Il fondo ideologico comune, allora, tra queste forze, è facilmente identificabile, purché si ricordino gli atteggiamenti e il tono di certi articoli papiniani: innanzitutto esaltazione del coraggio coincidente con la violenza, strumenti necessari per l'affermazione degli «ideali»; esaltazione del sangue, della razza, della guerra, come strumento di progresso, ma anche come momento purificativo e quasi sadicamente voluttuario; infine coscienza d'una élite, guida, testimone e custode dei valori civili. E Croce rifiutava proprio questa mitologia che, derivata un po' da D'Annunzio, un po' da Nietzsche, un po' da Carlyle, era a stento mascherata da una sperimentazione letteraria che si dichiarava libera e pura. D'altronde è facile scadere dal totalitarismo in letteratura al totalitarismo pubblicitariamente politico: solo la coscienza d'una totalità umana, sempre avvertita, può salvare da certi estremismi perseguiti con l'atrofizzazione d'una parte di se.
   E Croce stava a guardare questo cammino dei fiorentini ch'egli aveva presentito. L'attivismo rifiutato da Croce prendeva ora forma; l'irrazionalismo si traduceva già in velleità di pressione politica 19.


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   Dall'agosto del '14 «Lacerba» muta colore e corpo della testata e si dichiara solamente politica. E assume un volto che nessuno avrebbe sospettato alcuni mesi addietro, quando le sue pagine erano ispide di giochi tipografici, di paroliberismi, dì ideogrammi; ora l'espressionismo della tecnica verbalistica s'è rifugiato nella retorica delle accuse, dei pamphlets, degli appelli.
   Chi invece si porrà dinanzi alla guerra umanisticamente (si veda l'atteggiamento di Serra, di Slataper, di Jahier) può anche accettarla e volerla, ma in un impegno più profondo e misurando sempre la propria persona con gli avvenimenti, non imponendosi su di essi nè facendosi da essi inghiottire.
   Ma questo non era ancora lo stile di Papini, di Soffici e degli altri fiorentini interventisti. Per essi la guerra era necessaria come la pioggia a settembre per l'arsura dei campi.
   C'era nel loro gridare quasi un presentimento che solo nel frastuono e nel dolore avrebbero recuperato quella loro umanità, la cui nostalgia era già avvampata con l'approdo alla poesia. Perciò non crediamo che il loro pur condannabile bisogno di guerra, contro cui Croce s'accaniva, nascesse dal desiderio di mascherare con un urlo il fallimento delle loro esperienze 20: nasceva solo dall'urgenza di vedersi quasi riscattati da quell'impegno, da un bisogno di sentirsi ancora utili e vivi, da una necessità di bruciar con la guerra la vacuità di tanti esercizi letterari e di tante evasioni dello spirito. E nel fondo dell'anima c'era come il presentimento che solo la guerra avrebbe spazzato via gli strascichi dei loro intellettualismi, facendo il vuoto pauroso e restituendo la capacità di ascoltare la propria voce e di avvertir la tremenda serietà dell'esistenza.
   Dicevamo che gran parte della battaglia interventistica dei fiorentini s'appuntò contro la neutralità e i neutrali: e Croce tornò ad essere bersaglio tra i più colpiti 21.
   Su «Italia nostra» la rivista neutrale che si pubblicò dal 6


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dicembre del '14 al 6 giugno del '15, Croce andava esponendo i motivi della sua neutralità. Accusava i fiorentini di «improvvisare politica e guerra» e di voler «decidere delle sorti della comune patria»; così come in passato avevano improvvisato «nuove filosofie» e «nuove formule di poesie, di pittura e di musica» 22.
   Dal carteggio Vossler-Croce e dagli scritti poi raccolti in Pagine sulla guerra si può rilevare con esattezza l'atteggiamento di Croce nei confronti di quel nazionalismo che diveniva «attivismo» e percorreva «la parabola già presagita dal Grillparzer nella formula: "l'umanità, attraverso la nazionalità, sì riconverte in bestialità"» 23.
   All'acceso nazionalismo di «Lacerba» egli oppone un nazionalismo sano, quasi un irrigidimento patriottistico: «Noi non siamo nè per le Potenze centrali, nè per quelle della Triplice Intesa; non siamo, anzi, a priori, nè per la pace, nè per la guerra. Siamo per il nostro paese... Solo il suo interesse vogliamo che si faccia» 24. Ma poi, preoccupato per l'avvenire culturale dell'Europa, che forse con la guerra avrebbe subito un ristagno, vuole che al di là dell'interesse della patria, si sappiano salvaguardare altri doveri più alti: «Sopra il dovere verso la patria, scrive, c'è il dovere verso la Verità, il quale comprende in sè e giustifica l'altro» 25.
   È molto vicina, la sua posizione, a quella di Romain Rolland, il quale, al di sopra dell'inutilità della guerra, vuol creare una specie di società di uomini liberi e colti che sappiano custodire i valori manomessi dal pubblicismo interventistico.
   In «Lacerba», invece, accanto al grido e all'accusa, si tentava una dimostrazione razionale della necessità dell'intervento: si fidava sulla capacità di sollecitare e incidere riproducendo giornalisticamente l'atmosfera confusa e violenta dell'indecisione parlamentare; ma proprio di questo si stupiva Croce: «Ma quel che soprattutto mi stupisce è il tentativo d'indurre il popolo alla guerra a forza di raziocini e di sollecitazioni. La guerra è come l'amore e lo sdegno: qualcosa che mille raziocini ed incitamenti non producono,


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ma che, a un tratto, non si sa come, si produce da sé, pel solo fatto che è ed agisce» 26.
   C'è, in questa accettazione della guerra come necessità da non provocare, ma da subire, una parte dell'atteggiamento di Serra. Costui accetta la guerra quasi misticamente, come bisogno di purificazione e con l'incertezza, al fondo, se la purificazione non debba divenir consumazione. Il suo vitalismo, molto vicino all'incipiente attualismo gentiliano che Croce accusava di misticismo, si tinge di un senso di rassegnazione pacata e quasi di attesa fiduciosa (ma tanto diversa da quella dei lacerbiani) dell'evento bellico, che senza altro avrebbe restituito un'umanità nuova oppure avrebbe consumato ogni esteriore intellettualismo. Serra aveva sofferto «la falsità d'un'esperienza tutta vissuta nell'ambito fittizio della retorica» 27. E la guerra gli si presentava come l'unica possibilità di trovare un rapporto umano, una sofferenza comune con gli altri.
   Anche Slataper e Jahier conservano dinanzi alla guerra la lucida coscienza d'un fatto da accettare con passione, ma senza la boria patriottarda e il furore declamatorio di «Lacerba».
   Ad un esame che altri definirebbe metaforico o spiritualista, il diverso atteggiamento di Croce e dei fiorentini dinanzi alla guerra pare giustificato, più che da motivi di coerenza intellettuale, da una necessità interiore. E cioè, se per Croce la guerra non era necessaria perché avrebbe scalfito la limpidità del proprio mondo morale e avrebbe calpestato alcuni valori, per i fiorentini essa era d'una necessità da accettare e, per alcuni, magari da provocare, per il presentimento che solo attraverso una violenza esteriore essi avrebbero potuto recuperare la poesia e l'umanità. Certo non si può giudicare un fatto di così grandi proporzioni su un metro così rimpicciolito; ma questo tuttavia illumina il cammino e gli approdi dei toscani, la cui cultura gratuita e le cui velleità demiurgiche solo dalla guerra potevano essere inghiottite.
   Ma diversa era la cultura di Croce: e se egli era il momento teoretico e il lago limpido, i fiorentini erano il momento attivo e torbido d'una stessa problematica culturale: il primo costruiva nel silenzio, gli altri abbattevano nel clamore; delle due operazioni non sempre la più serena era la più fruttuosa. Il grido dei fiorentini


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era spesso come il richiamo che si fa, quando si è soli in montagna, per sentire la propria presenza. Ma dopo il grido, riascoltando il peso del silenzio, gli Stürmer fiorentini han sentito la presenza di una loro umanità, desolata e immensa com'un deserto, su cui bisognava tracciar sentieri e seppellire tutte le fedi vuote.
   E questo lo avvertirono al fronte. Lì, tra il canto della mitragliatrice e le notti scandite dolorosamente nelle trincee, si consuma la baldanza dei sofismi e appare il vuoto dell'intellettualismo; crollano, nel fragore della guerra, tutte le torri d'avorio costruite in nome dell'assolutezza dell'arte e dell'egoistica centralità dell'artista. Si lacerano tutte le maschere sullo scenario allestito dalla morte: e non c'è l'applauso del pubblico nè l'odor di piombo che conservava sulla pagina le bizzarrie, i paradossi, le polemiche e le stroncature.
   Nel silenzio s'avverte la fragilità delle esperienze esteriori. E si scopre, dietro la giovinezza che si sfalda, un volto nuovo, una umanità dilatata all'accettazione e all'auscultazione di se stessi.
   Alcuni consumano nel sacrificio la loro tormentata ricerca; altri proseguono il cammino. Finalmente più veri: e riavvicinati nello spirito alla limpidità di Croce.


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