Articoli su Giovanni Papini

1958


Francesco Casnati
Tutto Papini, troppo Papini
Pubblicato in: Vita e Pensiero, rassegna italiana di cultura, anno XLI, fasc. 5, pp. 353-354.
(353-354)
Data: maggio 1958



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   L'editore Mondadori ha dato inizio alla pubblicazione dell'Opera omnia di Giovanni Papini, secondo una traccia che lo scrittore stesso aveva prima di morire dettato. Che la fedeltà a questa traccia sia per essere rigorosa non saprei dire, se interpreto bene il programma che l'editore annuncia, perché non mi pare possibile che Papini consentisse alla ristampa delle blasfeme Memorie d'Iddio dopo averle rinnegate e rigettate dal numero dei suoi libri. Staremo in ogni modo a vedere. Ora dell'Opera omnia à uscito in degnissima veste il primo volume intitolato Poesia e fantasia, che, raccoglie «la produzione, — così dice un'avvertenza, — di carattere preminentemente artistico e creativo tanto in versi che in prosa»: poesie, cioè, e racconti, capricci, divertimenti, ritratti. Delle varianti, delle aggiunte, degli inediti, della diversa distribuzione della materia in confronto alle edizioni precedenti, informa minutamente l'avvertenza, ma quella ridda di titoli, di riferimenti bibliografici, di raggruppamenti, di allineamenti, di soppressioni, di appendici, farà la delizia dei soli filologi e di quei critici che vanno in deliquio nello scoprire in uno scartafaccio una variante e ignorano assolutamente se il loro scrittore credesse in Dio e quale idea e sentimento avesse della vita e della realtà creata. I lettori semplici, tra i quali mi metto anch'io, cercheranno nell'Opera omnia soltanto il Papini vivo.
   Al Papini vivo ha guardato anche Piero Bargellini, il discepolo più degno, al quale è toccato giustamente l'onore di scrivere la prefazione alla monumentale raccolta degli scritti del maestro. Bargellini ha assolto il suo compito con la nobiltà d'animo, l'intelligente e amorosa comprensione, l'acume critico, il cordiale umorismo, la tersa scrittura, che son le doti di ogni suo lavoro: le doti che ne fanno uno dei maggiori scrittori contemporanei nonostante il livore di silenzio in cui lo isolano gli aridi ossi di seppia della critica accademica, estetistica, laicistica, fumistica, arcanistica.
   Bargellini fa la storia della vita e la storia dell'anima dello scrittore Papini, premesse d'ogni vera critica che non sia vaniloquio, fumo, lavorio di tarme e di roditori istruiti, giuochi di prestigio di meticci intellettuali, sgobbate di buoi da tiro delle case editrici e dei giornali. Anche per Bargellini il principio fondamentale di ricerca, di orientamento, di studio, di comprensione per chi voglia conoscere l'opera di Papini, è l'aspirazione, — rimasta sempre costante in ogni tempo della vita dello scrittore e in ogni punto della sua opera, — di «agire sul mondo e sugli uomini», e agire sempre «in senso innalzante». Per Papini, la cosa più utile e necessaria dell'uomo era l'anima, perciò la sua apparizione, anzi l'irruzione nel campo della letteratura fu come un savonaroliano bruciamento delle vanità. Egli non intendeva vivere per un ramicello d'alloro o un'ora di piacere. Era in lui l'anelito d'un risanamento, d'un mutamento di vita, di climi, di sistemi, di anime. Questo anelito acquistò tutto il suo senso dopo la conversione. «Egli assegnò alla riconquistata fede il compito urgentissimo della certezza: una certezza da imporre anche agli altri, in maniera assoluta, drastica e addirittura violenta». Aveva concepito


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sempre la letteratura come un ideale; volle essere, da credente, lo «scrittore come maestro».
   Tutto Papini è qui. Se non si vuole tenerne conto, non si capisce nulla di lui, si travisa il senso della sua violenza, della sua temerità, di quella tremenda impazienza, che lo apparenta, secondo me, al profetismo vociferante, accusante, esortante, implorante di Bloy, di Hello, di Giuliotti, di Claudel, di Bernanos. «La poesia non tornerà, — egli diceva, se l'anima spodestata non riacquista il suo posto, che è il primo». Il programma spirituale s'identificava con la sua poetica, col suo principio estetico. Tutto qui. I separatisti non lo potevano capire, né ancora lo capiscono. Spezzata l'unità del reale, avulsa l'arte dalla personalità, l'arte è degenerata e la critica è diventata un fumoso fraseggio o uno spoglio di scartafacci. Molto può urtare nell'opera del Papini, e molto lasciar perplessi. Ma oltre la lettera, che perirà come tutte le altre, rimane esemplare nell'immensa produzione di lui lo spirito che informa tante splendide pagine, le più alte, le più nobili, le più elevanti che la storia letteraria del Novecento possa vantare.
   Però, — e qui il mio discorso sicuramente dispiacerà, — coloro che hanno o si sono assunto il compito di pubblicare o ripubblicare le opere del Papini non devono esagerare. Troppo Papini in questi ultimi anni: con una continuità da togliere il fiato, e che finisce con l'essere sospetta. Non si rende un buon servizio a lui con questa fretta di rovesciar cassetti, di pubblicar tutto, il buono e il men buono, il finito e l'abbozzato, e annunciare dell'altro ancora: diari, epistole, ricordi, frammenti, e aggiungervi frange di rievocazioni, di memorie, di notazioni personali per opera di familiari, segretari, amici: il tutto in certi volumoni che il critico si vede capitar sul tavolo l'uno dietro l'altro fino a fargli scappar la voglia di guardarci dentro. Dal 1953 a oggi: Il Diavolo, Concerto fantastico, Strane storie, La spia del mondo, La loggia dei busti, La felicità dell'infelice, Giudizio universale (sull'ordinamento del quale si sono dette troppe cose che hanno l'aria di una frettolosa giustificazione), Il muro dei gelsomini, il primo massiccio volume dell'Opera omnia, i libri pur pregevolissimi del Ridolfi e del Franchini, quello della figlia Viola, gli inediti sul Corriere, le schegge non ancora raccolte in volume, e altro ancora si annuncia. Ma si finisce coll'annoiar la gente e, ripeto, si rende un cattivo servizio a lui. Già troppi silenzi e reticenze e mezze frasi si avvertono nella critica; c'è il pericolo che si dia l'impressione di uno sfruttamento dell'uomo, della sua nobilissima morte, del «materiale» da lui lasciato. Si «papineggia» troppo, insomma, nel senso deteriore del termine, e non vorrei che saltasse su qualcuno, stufo o irritato o invidioso, a ripetere le villanie del Gargiulo stampate nella Ronda dopo l'uscita della Storia di Cristo. Le intemperanze, fin che le commetteva Papini, avevano almeno l'impronta di una altissima genialità anche se mettevano certi critici fuori di sé; ma da congiunti, editori, amici nessuno le sopporterebbe a lungo. E' l'ora di cominciare a scegliere nell'immensa opera quel che merita di restare; non di buttar sul mercato a furia quanto vien sottomano di quella diluviale penna.


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