Articoli su Giovanni Papini

1956


Don Giuseppe De Luca
Papini in porto
Pubblicato in: Nuova antologia, anno XCI, fasc. 1868, pp. 449-458.
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Data: agosto 1956



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Forse il porto che tu cercavi non è di questa terra, ma
questa terra non è che una breve parte della terra. Tu puoi
andare nell'altra. Che cosa costa il viaggio? Una semplice
cosa: la vita.                                                                         
(Il pilota cieco, Napoli 1907, pag.4)

   NON è facile, neanche è umano (tu me lo perdonerai, Baldini), quando a una persona si è voluto bene, molto bene, e questa persona muore, accomodarsi a tavolino, scrivere, scrivere di lui, scriverne per gente alla quale sentirne dir bene poco importa, importerebbe di più che se ne dicesse male, o più veramente non importa nulla di nulla, né il bene né il male. Prima d'essere quello scrittore che fu per tutti, Giovanni Papini per diversi è stato un amico, un amico superiore; e per qualcuno è stato l'amico degli amici, l'amico per antonomasia, è stato « lui », come egli intitolò il capitolo famoso su Prezzolini, nell'Uomo Finito.
   Dei nati alle lettere nel primo, nel secondo, nel terzo decennio del secolo, secolo « bello e orribile » a somiglianza del « mostro » carducciano, nessuno, io penso, non ha conosciuto Papini. « Di quelli che son giunti all'esistenza letteraria mentre finiva la celebre trinità della seconda metà dell'Ottocento », come è detto nell'Avvertenza ai Poeti d'oggi, pochi non hanno addirittura cominciato da lui o per lui, intorno a lui o contro di lui: lui, s'intende, e le sue riviste. Persino Panzini: vedi prefazione al Viaggio d'un Povero Letterato, e Panzini era nato nell'anno che nacque d'Annunzio. Persino quella specie di Prati dell'erudizione, che fu il Farinelli. Scrittori tanto più vecchi raggiunsero la notorietà, con una tal quale consacrazione, per merito della simpatia a loro dichiarata dai facinorosi di Firenze e dal loro capobanda. Tra i primi ad avvertire, e li recensì con acuto interesse, i racconti giovanili di Papini, soltanto estrosi e balzani a prima vista, in realtà nodi di amarezza dolorosa, grovigli di ambascia metafisica, sui quali si ritornerà di certo un giorno non lontano, caduto che sia il rumore effimero dei romanzi celebri; tra í primi a prestarvi attenzione, sembra incredibile, ma fu Pirandello. C'è di meglio. Il primo tempo fra Napoli e Firenze fu quasi un « allegro », suonato in chiave d'idillio, e durò oltre un paio d'anni. Quando poi scoppiò l'inimicizia irosa,


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strano, ma uomini della natura d'un Prezzolini prima, da ultimo d'un Pancrazi, giunsero a Croce partendo, oh inconcepibile storia, oh grave scandalo, oh matassa inestricabile per critici e per storici! a Croce giunsero partendo da Papini. Qui non si parla, naturalmente, dei professori, che sono un'altra cosa e vogliono un discorso a parte. Quelli dell'università, dopo una breve e infelice resistenza, passarono armi e bagagli all'antiscolastico Croce, mentre i maestri elementari, con Mussolini alla testa, tradivano bassamente De Amicis per Giovanni Gentile. Cosicché anche le due generazioni precedenti, per un certo spazio di tempo e in certo qual modo, con Papini s'incontrarono. Meglio, si scontrarono: ci fu un momento che per ricevere il battesimo di uomo colto, ma colto forte, bisognava far atto di detestare Papini.
   Parecchio gli debbono la nuova letteratura e i « lirici nuovi » del secolo che nasceva. Il primo saluto, la prima testimonianza a Ungaretti e alla poesia odierna si leggono per l'appunto in un articolo di Papini, sul Resto del Carlino del 4 gennaio 1917. Nessuna meraviglia che Ungaretti, inaugurando il suo Porto Sepolto, parlasse d'un vecchio lupo di mare; voleva dire, io credo, Papini, il Papini avventuroso dell'Avvertenza citata al Pilota Cieco (1907, Napoli e Ricciardi!) se non dell'Uomo Finito (1913). Coloro a cui Papini volle bene e che hanno voluto bene a Papini, non si contano; e quantunque di questi giorni, alla sua morte, per certi inalberamenti politici di lui, e poi per anfrattuosità gnostiche, sin quasi teosofiche, senza contare la sazietà e la stanchezza non solo d'ammirazione ma d'affetto che una sovranità lunga ingenera naturalmente, quasi tutti si schermiscano dal farne la confidenza, molti gli si tennero vicino, o in atto di ossequio, o, tanto più fieramente, in atto di dispregio e sdegno. Per una riprova, non occorrono argomentazioni prolisse, moleste: basta fare pazientemente il nome, come nelle litanie dei Santi, dei diversi scrittori uno dopo l'altro: c'entrano tutti o la maggior parte. Vorrei solo domandare chi non ha letto un suo libro, chi forse non gli ha scritto contro magari un articolo solo.
   Come si fa dunque a parlare di Papini così per aria e in astratto, ora che egli è morto, quando innanzi tutto è stato un amico, amico di molti ma quasi che fosse amico di ciascuno in segreto, mai un amico di tutto comodo, sempre un agitato e agitante, aspro, tempestoso? Non gli si poteva voler bene senza volergli insieme un male grandissimo, o almeno esserne tentati. L'amicizia con lui svegliava i sette spiriti dell'amore, e parve a noi, quando fummo giovani, l'inventore della giovinezza. Ci mise addosso le febbri più pericolose, che non sono quelle della carnalità subdola o sfacciata, quelle di carriere lucrose e stemmate,


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quelle di scuole superiori medie inferiori, quelle di sinecure fastose. C'inoculò il veleno della poesia a dispetto di ogni poetica, del pensiero a dispetto di ogni filosofia, della vita viva fuor delle professioni di vita, della politica fuor dei proclami d'azione e (finché durò) senza la tessera.
   Io sono, ripeterò con Orazio mio compaesano, uno dei tanti; a stretto rigore, non son nemmeno quel che si dice uno scrittore e posso scrivere come e quello che mi pare: at mi, sum paulo infirmior, unus multorum. Ebbene, innanzi alla terra che si è chiusa or ora sopra di lui, pago volentieri a Papini il mio tributo, gli rendo mestamente ma senza rossore la mia testimonianza, addolorato d'una cosa sola, che non mi vedo intorno di molta gente a far lo stesso. Debbo a lui alcune tra le ore più meridiane della mia giovinezza spirituale; debbo a lui se ho preso certi studi che non hanno da noi cattedre ne premi, collezioni né editori, sono anzi ignorati e dileggiati in Italia non meno di Leopardi nel suo « borgo selvaggio », quali altrettante storture mentali o, peggio, mene faziose. Debbo a Papini le più sane desolazioni, l'ardire più risoluto, la mia inviolata solitudine. Mi son citato, non per recarmi in esempio, tanto meno per vanteria; chi oggi si vuol far bello e vantarsi, racconta esattamente il contrario.
   Se è così, ed è così, come parlarne appena morto? forse, dopo e oltre l'amicizia, con lui c'è stata, se non proprio una spiegata inimicizia, una inesplicabile freddezza, e così a parlarne è anche peggio, perché se un'amicizia filata vuole del pudore, un'amicizia spezzata o aggrovigliata, quando viene giorno della morte, impone il silenzio. Il silenzio, caro Baldini (e Dio me la mandi buona, d'aver parlato).
* * *
   Il mostro, l'orco, il Papini brutto e cattivo, lo scrittore che osava scrivere in tutte lettere e senza un tremito della voce le pagine più blasfeme e scandalose, dalle Memorie di Dio al Cristo peccatore, dalle « belle patate » che si sarebbero cavate finalmente dai campi di battaglia alle provocazioni più svergognate e sacrileghe di Lacerba; quel Papini li c'è stato, c'è, e resterà in perpetuo: sul conto della sua coscienza e della sua bibliografia. Inutile fare e dire, non si può nemmeno tentarne una giustificazione purchessia: è il Papini deteriore, non plebeo, non disperato, ma unicamente e letteralmente insopportabile. Nei momenti buoni, egli in persona non esitò poi ad ammetterlo: parlando, si paragonava allora con mestizia a un Doni. Un Aretino mai, ma un Doni sì. Non furono soltanto errori quelli che egli lasciava o volle lasciare, convertendosi: erano peccati, non peccati retorici né platonici, peccati veri, quantunque di parole.


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   Qualcosa fermentava in lui, come un lievito invincibile. E ahimé, si ha da dire che anche in codesto egli è stato un anticipatore istintivo, un « pilota cieco ». La prassi ora seguita largamente in varie plaghe della vita pubblica, non differisce gran che, fa molto di peggio e porta più oltre. Coltivar l'idea di ammazzar la propria madre, lo si sente oggi proporre, e seriamente, quale una liberazione interiore. Spezzare un crocifisso sputandovi sopra, c'è chi lo insegna come un atto di energia. Nuovi esercizi scolastici, insomma, nuovo catechismo. Nella vita contemporanea, frulla sobbolle imperversa un laido fermento d'informe diabolicità, rimasto ieri, sino a tutto Papini compreso, mera e pretta « chitarronata », ma che silenziosamente intacca e corrode zone profonde, complessi vitali. Tessuti tra i più preziosi e delicati dell'anima e della civiltà sembrano perduti. Cosicché e anche per questo lato, chissà che non ci sia da fare i conti con Papini, diversamente da come oggi si fanno da chi razzola tra le sue pagine peggiori.
   Papini leggeva assai più di quanto non citasse; le più sostanziose letture le assimilava talmente, da non farne parola né lasciarne traccia per iscritto. Chi ebbe con lui una qualche intimità, ricorda benissimo come, fuor della poesia e degli stati d'animo veementi o dolci che passavano in dominio totale e segreto della sua penna, per ciò che riguardava la cosiddetta cultura il Papini parlatore valeva mille volte di più che il Papini scrittore. Era sempre lui il primo ad aver sul tavolo i libri più nuovi e promettenti; conversando aggrediva, così per una giostra da ridere, per una schermaglia d'intelligenza: insegnava, imparava, non nel senso materiale di una cattedra solitaria e posta più in alto, di molti banchi allineati più in basso, ma nel senso antico e ogni giorno nuovo del dialogo socratico tra amici. Stava a sentire, interloquiva di rado, smoveva, sommoveva, parlava confidandosi e provocando. Qualche volta, ha forse tenuto salotto anche lui; ma ahimé, allora rassomigliava alle sue pagine meno felici e meno rare. Era, quando era lui, uno degli uomini più segreti, chiusi e restii, a marcio dispetto delle tante irruzioni, delle spedizioni punitive, dei ruggiti, delle impennature.
   Un esempio. Tutti ricordiamo certo articolo ingeneroso degli ultimi anni, su Gide. Ma Papini, che era stato tra i primi a disertare il Mercure de France per la Nouvelle Revue Française, a Rémy de Gourmont e alle sue vantazioni tra illuministiche e positivistiche oppose con fermezza le stesse critiche — critiche di anima, critiche di stile — che gli opponeva negli stessi anni Gide. Papini le opporrà poi al Carducci. Egli fu tra i primi lettori e amici di Gide, ne tradusse persino un libro. Stette ben presto per l'inquieto cristianesimo di lui, contro l'ambiguo nazionalismo byroniano e femineo, di Barrès. Su un


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saggio di Gide nel 1911 rilesse Dostoievski. Di contro a ispanismi e grecismi nostrani predilesse Unamuno, professore di greco e dilaniato cristiano. Non scomodiamo, per un dovuto riguardo, Dostoievski, Nietzsche, e altri suoi santi maggiori; non diciamo nulla di Rimbaud e Veuillot, Carlyle e Bloy.
   Il suo stesso cristianesimo e cristianesimo cattolico porta la data non di questa guerra, bensì di quell'altra: e vent'anni, nella vita di un uomo, costituiscono un anticipo d'una certa entità. Papini inoltre tornò nella Chiesa, non portatovi da fazioni sociali o rivalse politiche; tornò solo, nel pieno carnevale delle patrie fanfaronate e delle vischiose sofistiche, quando per parlare di Chiesa e restare intelligenti bisognava poco poco essere modernisti. Non ve lo aiutava neppure la sua magra filosofia; filosofia fatta non coi cavoli riscaldati dello hegelianismo di destra, tanto caro quanto un nuovo e più vero platonismo ai preti meridionali che rinnoveranno poi la Scolastica in Europa, oppure di sinistra, caro non meno agli ex-preti meridionali; ma fatta per intero di erbucce aromatiche tra inglesi e americane, tra fantastiche e psicologiche, tra scettiche e fideistiche, che piacquero molto, invece, ai preti modernisti.
   A tornare nella Chiesa, egli non dispose del conforto dei grandi studi: non conosceva, per dirne una, la ripresa cattolica delle discipline bibliche, la filologia gloriosa degli studi patristici, la paleografia rinnovata e rinnovante del Traube, gli studi di storia della liturgia e poesia e filosofia e scienza medievale. In proposito, disponeva di poco più che il vecchio bagaglio nostrano: volterianismo borghese, monismo idealistico o materialistico, semplicismo socialistico. Quando lui tornò, alle finestre italiane si esponevano e sventolavano tuttora i venerandi stracci e luoghi comuni di cinquant'anni fa: il medioevo che è oscuro, l'umanesimo che rifà lume, il pensiero che è moderno, la riforma che è la storia, la scienza o il liberalismo che son le nuove fedi religiose, il Risorgimento, la lupa vaticana, eccetera eccetera. Ciò non ostante egli presentì, al suo solito ciecamente, presentì che, più su e più in là, nel cuore stesso dell'uomo, senza dire nel creato universo, c'è anche qualche altra cosa oltre il povero nostro respiro o una nostra fantasia fuggitiva, oltre un nostro moto di cuore o di pensiero. Uscì, insomma, anche in questo, dal cammino battuto. A rischio di smarrirsi e morire nella solitudine e di inedia, ma ne uscì; e se dietro di sé non trasse molti, nella pigra Italia, scosse tutti, e questo non gli si perdona. Non gli si perdona nemmeno ora che è morto. In Francia, in Inghilterra, in Germania, nella stessa Spagna, il fermento cristiano è in atto; non si capisce perché proprio da noi debba prevalere dove il clericalismo dove l'anticlericalismo.


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   Gli elementi stessi più crudi e meno digeriti presuppongono, dunque, anche loro, in Papini quel che dicevamo, un « pilota cieco »; pilota che non scerne limpidamente e tuttavia si dirige con sicurezza al porto: lo stesso « porto sepolto », che cantò Ungaretti nella sua prima poesia.

* * *
   Intanto, come nell'uomo Papini abitava il candido amico, così nel diluvio de' suoi scritti bisognerà pure ammettere sceverare isolare una vena nitida, preziosa, quieta, incantevole. Chi ne fa un torrentaccio d'acqua piovana che si gonfia a seconda delle letture, oppure un fiume lutulento, carico di terriccio e bestie morte, sempre sporco, sbaglia. Pagine e pagine cordiali, in Papini, smentiscono e sbugiardano appieno il figurino melodrammatico del toscano ammazzasette e spara-fucile, del toscano amaro a ogni costo, sempre con la grinta del grassatore. Farò sorridere, ma per me certe paci così fonde da Dante al Carducci, certi abbandoni dal Petrarca al Soffici, ricompariscono in Papini come in pochi altri scrittori del suo paese e del nostro tempo. Luoghi e ore, incontri e ragionamenti, risse chiassose tra amici e solitarie malinconie, sono tra i momenti più sciolti e felici della sua anima, fan parte della sua prosa migliore, migliore che non nelle alzate furiose d'ingegno, quasi sempre fredde, opache, gratuite, senza ragione e senza gusto.
   In età matura, tra i quaranta e i cinquant'anni, anche con la penna in mano, fu un uomo di cuore: discorsivo, faceto, familiare; d'una bonarietà birbona, costantemente alta, soprattutto alta. Anche solo a vederselo entrare in stanza, nessuno l'avrebbe preso per un esemplare della fauna domestica e nazionale. Mai un'allusione oscena, una mossa disonorante, un sospetto acido, un colpo mancino. Le sue felicità più cantate di poesia gli vennero sopra i suoi di casa, sulla sua casa di calce e mattoni, sulla sua campagna, sulla sua città. Restano pagine sul Manzoni e sul Petrarca d'una indimenticabile andatura; e quando gli veniva, la sua era ancora una poesia di sormo e di incantamento. Innumerevoli gli articoli su amici, su libri amati, su poeti; articoli mai stanchi, animati come da un bel vento, di una agressività impetuosa. O qui complexus et gaudia quanta fuerunt, direbbe anche qui l'affezionato Orazio. Il tono della familiarità burlona, ma profonda, sincera, non fu tra i minori incanti di Papini scrittore. Le sue corrispondenze, io sospetto, ci riveleranno un giorno pagine di fuoco, fuoco di focolare, non fuochi artificiali.
   Le misure dell'amico e dell'uomo alla mano non ci dànno né ci possono dare la misura di tutto Papini: ne scapperebbe fuori, al più, un toscano dell'Ottocento un italiano dell'Italia disunita tuttora


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e cucita di tante provincie; non ne verrebbe fuori quello scrittore e scrittore italiano che egli è stato, e perché no? scrittore europeo e universale. Come nell'inquietudine religiosa così nel fermento spirituale (spirituale, non soltanto letterario) del nostro tempo, egli ha contato per qualche cosa. I rancori stessi di chi oggi si reca sulla sua tomba, al solo fine di vomitare ingiurie, lo dimostrano e non dimostrano altro.
   La poesia attuale è un'altra. Due generazioni, se non tre, si sono susseguite. Ma a parte la « poesia in prosa », la « poesia in versi » di lui ebbe subito sul nascere un accento nuovissimo, singolare. Dico anche soltanto Opera prima, passerella gettata sull'abisso che spazia tra l'ultimo d'Annunzio e il primo Ungaretti; non dico delle altre poesie indimenticabili, indimenticabili per noi almeno di quel tempo che ancora di tanto in tanto ce le rimormoriamo, e così per la fantasia ci ritorna la nostra giovinezza oscura e sfortunata. Si può ignorare pacificamente l'alluvione degli scritti papiniani, migliaia e migliaia di pagine; tuttavia a nessuno verrebbe in mente di negare a lui uno dei primi posti tra gli scrittori italiani, dopo la triade celeberrima. Poeta egli è stato, poeta autentico. Poeta e prosatore.
   C'è infatti una prosa italiana, la quale, quando una volta o l'altra ci decideremo a prescindere dalla retorica degli antiretorici, conosce una bella storia, non meno ricca e più varia di quella della poesia. Orbene, la prosa di Papini è nuova, se la si confronta in Toscana con quella immediatamente precedente d'un Carducci e d'un Renato Fucini (lasciamo stare, per amor di Dio, Isidoro del Lungo e Augusto Conti, oppure Yorik o Yambo), che sapeva o di accademia o di contado, o d'estrosità giordaniana e guerrazziana o di bozzetto rusticale e romantico. Dopo il solitario e cieco marchese, ultimo dei toscani (diciamo così) storici, il grandissimo Gino Capponi, c'era stato quel miracolo del Collodi: toscano che seppe scrivere senza risentire né di crusca né di riboboli, e creare scrivendo un personaggio oggi familiare a tutto il mondo quanto don Chisciotte e Gulliver, meno legnoso di Candido e di Faust. Ma la nuova prosa toscana, non cattedratica né piazzaiola, non vezzosa né plebea, fuor delle novelline e fuor delle graziosaggini alla Ferdinando Martini, vivissima, robusta, inonda di grazie e scevra di eleganze, snodata di bravure e incastri, sfrondata di reminiscenze sapienti e d'echi solenni; la nuova prosa toscana chiamata a discorrere, senza le prosopopee e le altitudini della sovrana smessa, senza le bassezze e le sudicerie della serva arrivata, di quelle cose che sono le più serie e le più quotidiane (e queste cose non sono né la storia né la letteratura né la storia della letteratura né la letteratura della storia, né le altre così dette « materie », ben dette così,


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con acconcissima e sconcissima parola; e non son neppure le alchimie liriche e critiche; sono bensì il pane e il vino, l'amore e la morte, la notte e il giorno, la natura e la grazia) la nuova prosa toscana c'è, ed è di Papini. Soffici, Pea, Palazzeschi, Cecchi, chi dice di no? Dio ce li ha dati e Dio ce li conservi; ma Papini c'entra anche lui per qualche cosa, non soltanto, via, come un imbonitore alla fiera. Vero è che la poesia quintessenziata, non meno che la prosa d'arte, la « pura » prosa (pura dicono, in realtà marcia) delle generazioni seguenti, cadute in un nuovo d'annunzianesimo e nell'ennesima arcadia, e ora per ultimo in un nuovo realismo e naturalismo, tengono Papini in poco o nessun calcolo, e la sua prosa stimano quanto una giubba smessa o un panno vecchio. Eppure, innegabilmente sotto la sua mano, la sua soltanto, qualche volta ci balenò il sospetto, quasi il terrore, che il « volgare » toscano potesse riscintíllare da capo un'altra volta, come fa una pietra focaia percossa quando fa le faville, e riaccendere un fuoco antico. Abbiamo qualche volta trattenuto il respiro, nella perplessità felice che riaccadesse l'antico miracolo, e non poteva accadere che a lui. I miracoli peraltro non accadono nei tempi di morta fede; e ogni capacità di ammirazione è bruciata tra noi, miseramente ma non immeritamente, perché le peggiori disgrazie le dobbiamo tutte ai feticci che ci creammo. Il culto della grandezza è tramontato risolutamente, quando ci siamo accorti che per eroi ci si davano i più sinistri (sinistri e destri) figuri della terra, tipi tra il postribolo e il patibolo.
   Nessun dubbio, l'accento che fece la novità e la fama della prosa di Papini al suo primo squillare restò poi per sempre appena un accento, una mossa, un piglio e un... cipiglio. Il numero inverosimile di libri scritti in seguito, con un getto non intermesso da tubo sfasciato, per una parte cospicua è roba stonata e caduca. La professione dello scrittore nella società contemporanea ha finito per somigliare, in Italia come altrove, alle altre professioni: arricchisce chi la professa con avvedutezza, lo arricchisce di celebrità, di autorevolezza, di agi, di soldi. Non certo lo arricchisce di verità, di grazia, di poesia. Il poeta, il savio e il dotto rimangono di regola gentarella modesta. Non soltanto i professori di scuola divengono una categoria, al pari di tutte le professioni, lo scrittore diviene anche lui un produttore. Questo nocque a Giovanni Papini come nuoce a tutti, in molti sensi e in molte maniere. Gli dette, per esempio, l'aria dell'« arrivato », del compiaciuto, che non era l'aria sua. Egli guadagnava a stare all'opposizione, come Croce; quando diceva di no, si lasciava ascoltare con più interesse di quando diceva di sì. Se come non fu della prima infornata dell'Accademia, così non fosse stato delle seguenti, rimaneva un eroe nazionale, e


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oggi si sarebbe detto che era morto un maestro. Ma Papini in queste cose fu sempre un dabbenuomo, e con tutte le sue terribilità faceva ridere; gli mancava l'astuzia più elementare.
   Gli è mancata, siamo giusti, anche qualche altra cosa, una attenzione maggiore a idee, situazioni, uomini che la imponevano. Con una disinvoltura tutt'altro che ingenua, studiatissima anzi e cauta, avanzava asserti e trinciava giudizi che egli sapeva benissimo non controllati ma controllabili. Fosse desiderio di sbalordire la gente e chiamarsela intorno, o anche solo passione di forzatore di fiera e saltimbanco paesano, di rado egli in un suo libro non si abbandonava a virtuosismi vanitosi, alcuni dei quali facevano rizzare i capelli sul capo, facevano rabbrividire, non di terrore ma di compassione: invocava e otteneva il clamore, ma un uomo come lui doveva farne di meno.
   Il poeta, il prosatore, l'uomo di cuore e di coraggio, venivano a soffrire in lui dal ragazzaccio temerario, che adopra le parolacce per sbalordire. Gli toccò per questo la peggiore delle umiliazioni, di far parte delle compagnie meno onorate. L'ufficiale italiano, che doveva nell'altra guerra morire per l'Italia sulle « mal vietate » Alpi, portava con sé, nella cassetta, tre libri: Mimi Bluette, Come ti erudisco il pupo, Stroncature. In altri termini, la violenza della protesta, l'impeto della negazione, l'insofferenza di cavarsela con le solite cavatine (la prosa, in stile delle nuove caserme e delle nuove vie cittadine, ed ecco la nuova lingua d'Italia; la prosa dannunziana tutta a fondi rilucenti di bicchieri, ed ecco la prosa eroica; il positivismo, ed ecco la scienza; quattro volumi, ed ecco la filosofia dello spirito; e così via discorrendo) troppo spesso degenerarono in scoppi disonorevoli di acredine, in girandole di malumore, che in lui facevano pena come in Carducci e anche di più, perché in lui non ebbero mai nessuna scusa: lui non massone, non professore, non incline al vino, sempre padrone di sé, sempre libero. E gli chiusero l'adito verso le generazioni che succedevano, quasi tutte, ora lo vediamo, restate a lui ostilissime. Invecchiò col viso rivolto indietro alla giovinezza sua, non col viso proteso innanzi, alla giovinezza dei giovani nuovi. Lasciò persino, così facendo, che potesse nascere e persistere a lungo e in molti il dubbio sopra la sua sincerità di fondo, quasi che egli non abbia mai creduto in nulla e in nessuno, non abbia mai amato nulla e nessuno.
   Non senza scontarlo amaramente, ci si fa con la poesia una posizione mondana; più beati rimangono sempre i poveri, i fanciulli. Gabriele d'Annunzio, che non fu mai bambino, da vecchio si circondò di quelle mura puerili, di quegli aggeggi un po' macabri di Gardone.


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Giovanni Papini da vecchio indulse in vaniloqui non meno ingombranti, quantunque non espressi in muratura ; e tali che addolorarono molti e molto; tanto più, quanto più la sua capacità della bella e cara pagina, egli l'aveva serbata intatta sino alla morte, indenne anche e persino dalla orribile, lunghissima agonia corporea.
   Il giorno della morte, dicono tutti che è il giorno della lode; a sentire quel che in questi frangenti si scrive di Papini, non sembra; e tornano in mente certe confessioni, oh non retoriche, dell'Uomo Finito: « non li amavo (gli uomini), e mi odiavano »; « non conoscevo nessuno, e odiavo tutti ». Le citazioni si potrebbero, purtroppo, moltiplicare all'infinito: in Giovanni Papini, a dispetto della celebrità, dell'agio, della conversione, dei sempre nuovi libri, il forte grumo originario, cieco ma divinatorio, non venne mai meno; durò e durerà in lui come il grezzo in certe figure lasciate lì da Michelangelo e non tirate a pulimento. Anche sull'ultimo, il vero Papini io sento che restò prigione, inespresso; nonostante le centomila parole, egli non si disse tutto.


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