Articoli su Giovanni Papini

1956


Giovanni Gullace
Giovanni Papini e il diavolo
Pubblicato in: Italica,, vol. 33, fasc. 3, pp. 193-204.
191-192-(193-194-195-196-197-198-199-200
201-202-203-204)205206-207-208-209-210
Data: settembre 1956



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   I primi contatti di Papini col diavolo risalgono a circa cinquant'anni fa, quando l'autore aveva ancora ventiquattro anni. Nel 1905, infatti, egli scrisse due racconti fantastici intitolati, rispettivamente, Il Demonio mi disse e Il Demonio tentato, che sono il frutto dei suoi primi commerci letterari con Satana. D'allora in poi la mente di Papini fu quasi costantemente occupata dal problema del diavolo. Tuttavia, prima della sua conversione al Cristianesimo, avvenuta nel 1921, l'interesse dell'autore per l'angelo fulminato era stato piuttosto letterario. La sua fede cristiana modificò profondamente le sue concezioni in materia, ma non a tal punto da fargli odiare la figura orrida del primo ribelle: la vecchia simpatia rimase intatta nell'animo di Papini. E, mosso da un profondo senso di carità, egli coltivò nel cuore il desiderio e la speranza che alla fine dei tempi la pietà infinita di Dio possa prevalere sulla Sua suprema giustizia e Satana sia infine restituito alla sua antica sede celeste. Queste vaghe speranze, accarezzate per lunghi anni, trovarono espressione, nel 1950, in un breve dramma in tre atti, Il Diavolo tentato, che venne più volte trasmesso dalle radio italiane. Ma le sue idee sul problema, maturate attraverso lunghe meditazioni e ricerche, dovevano prender forma nel suo libro, Il Diavolo, apparso a Firenze nel dicembre del 1953.
   La tesi di questo libro è carica di serie conseguenze per la dottrina ufficiale e rivela una insospettata dimensione dello scrittore cattolico — quella di un Papini apologista di Satana. Nondimeno, l'autore afferma ripetutamente che la sua opera non contiene alcuna apologia, essendo essa uno studio sereno e oggettivo inteso o mettere in luce la verità dei fatti circa il diavolo, e precisamente:
1) "le vere cause della rivolta contro Dio (che non sono quelle comunemente credute);"
2) "i veri rapporti tra Dio e il Diavolo (molto più cordiali di quel che s'immagina);"
3) "la possibilità del tentativo da parte degli uomini di far tornare Satana al suo primo stato liberando noi tutti dalla tentazione del male" (pp. 4-5). Assai differente è, però, l'impressione che il libro lascia nel lettore attento. Più che un cristiano, Papini appare nelle sue pagine


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come l'avvocato di Satana, deciso a difendere il suo cliente ad ogni costo. L'opera sembra avere un triplice scopo:
1) presentare la pura verità dei fatti circa l'angelo ribelle e distruggere, nello stesso tempo, tutte le false interpretazioni in materia;
2) spiegare la necessità del diavolo in questo mondo e mettere in rilievo l'ingiustizia del nostro odio nei suoi riguardi;
3) concludere che il diavolo merita di essere salvato e che, da buoni cristiani, dovremmo metterci all'opera per la sua redenzione.
   La pubblicazione del libro, come era da aspettarsi, provocò un uragano di sentimenti contrastanti nei circoli cattolici. Nessuno osò mettere in dubbio la sincerità del cattolico Papini, ma la sua opera sembrò un attacco aperto a duemila anni d'insegnamento della Chiesa. Essa fu perciò immediatamente proibita a tutti i cattolici da parte delle autorità ecclesiastiche. Ma nonostante la proibizione decretata da Roma, il libro circolò, in un batter d'occhio, da un capo all'altro d'Italia. Il pubblico lo lesse col piacere con cui si mangia il frutto proibito, ed in meno di due mesi dodici edizioni dell'opera apparvero nelle librerie. Il successo fu vasto e rapido: forse più vasto di quello che l'autore aveva ottenuto con la sua ben nota Storia di Cristo. I comunisti si mostrarono giubilanti, vedendo nel libro un attacco diretto contro la Chiesa, tanto più che questo attacco veniva da un cattolico del calibro di Papini. Altri gruppi, invece, ricevettero Il Diavolo con una seria apprensione, dichiarando che esso minacciava ogni principio d'autorità e che poteva mettere in pericolo perfino le leggi. Mettendo da parte queste preoccupazioni di natura puramente temporale e l'immagine di un Papini comunista o anarchico, alcuni autentici cristiani accusarono il libro d'indebolire la dottrina cattolica, mentre altri ammisero che esso conteneva degli aspetti positivi che valeva la pena sviluppare e divulgare. Tutte queste divergenti opinioni resero difficile il compito degli organi della censura, i quali avrebbero voluto arrivare subito ad una decisione finale che soddisfacesse tutti. Papini, infatti, quasi completamente cieco e parzialmente paralizzato, attende ancora pazientemente il verdetto finale della Congregazione dell'Indice. Vi è forse una difficoltà a condannare la sua opera: l'idea di Papini non è nuova. Da Origene a questa parte la tesi della riconciliazione universale venne a varie riprese discussa ed ebbe fautori entusiastici tra molti


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teologi dei primi secoli. Mettere all'indice Papini significherebbe fare, indirettamente, il processo dei suoi predecessori, alcuni dei quali sono stati da secoli santificati. Qualunque sia il verdetto finale sul libro, Papini non sembra affatto incline a deflettere dall'atteggiamento assunto e a rinunciare così alla sua audace speranza di veder redento l'angelo ribelle. Infatti, nel suo ultimo libro, apparso nel dicembre 1954 col titolo di Concerto Fantastico, egli non esita ad includere i due menzionati racconti fantastici scritti nel 1905 ed in cui il Demonio è dipinto come un savio antico, malinconico ed indulgente, stanco ormai delle facili prede di questo mondo ed anelante di ritornare al cielo.
   Molti cattolici si domandano come mai Papini, che conosce così bene il pensiero cristiano e che ne è stato per oltre trent'anni un instancabile difensore, abbia lanciato questo attacco contro uno dei dogmi della Chiesa, quello dell'eternità delle pene infernali. La risposta di Papini è molto chiara: "Noi non pretendiamo," egli dice, "che questi sentimenti vengano accettati oggi dalla dottrina ufficiale della Chiesa docente e tanto metto pretendiamo di far le sue veci e le sue parti. Ma ciò che non è lecito insegnare come verità certa e sicura può e deve essere ammesso come cristiana e umana speranza" (pp. 350-351). I cristiani che seguono fedelmente la dottrina nel suo significato eterno non possono negare l'esistenza dell'Inferno, ma sarebbero più cristiani se desiderassero che l'Inferno fosse completamente spopolato: un Inferno vuoto e un Paradiso strapieno! ... E' impossibile, pensa Papini, concepire un Dio che sia il vero Padre e che torturi eternamente le Sue creature. Dio, quale fu presentato da Cristo, non può negare il Suo perdono neanche al più antico e al più nero peccatore. La pietà deve prevalere alla fine sulla giustizia, altrimenti dovremmo concludere che il Padre di Cristo non è un perfetto cristiano.
   Papini afferma ripetutamente che egli non intende esprimere una verità dogmatica, ma soltanto una speranza, una speranza molto legittima per un vero cristiano. Tutto il problema s'impernia, perciò, sul significato dei due termini: Verità, Speranza. Dal punto di vista teologico, Verità è una formulazione fissa che non ammette antinomie interne e che non è suscettibile di ulteriore sviluppo. Nell'ordine delle verità fisse, i dogmi, è impossibile far entrare la redenzione di Satana senza alterare il loro contenuto.


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Ma mentre la Verità è attualità, la Speranza è invece potenzialità: essa si presenta come una tendenza dello spirito verso uno stato migliore. Nell'ordine della Speranza nulla appare in forma di rigida definizione, tutto è in movimento, ossia in un processo di drammatica attesa che lascia le porte aperte ai pietosi desideri dell'uomo ed alla, pia visione di un Inferno deserto e di un Paradiso traboccante. Papini, però, nell'esprimere questa speranza, arriva a delle conclusioni perentorie: "L'Eterno Amore," egli dice, "quando tutto sarà compiuto ed espiato, non potrà rinnegare se stesso neppure dinanzi al nero viso del primo Insorto e del più antico Dannato" (p. 350). E per sostenere la sua tesi, egli mette in opera tutte le risorse della sua mente acuta e tutta la sua abilità dialettica: attinge informazioni ad ogni genere di letteratura, riesuma teorie abbandonate o condannate dalla Chiesa, cita teologi e pensatori cristiani e, talvolta, forzando un po' il senso dei passi citati, arriva alle conclusioni adatte al caso. Quando i teologi e i pensatori cristiani non sono sufficienti, Papini ricorre ai poeti moderni, come se i versi dei poeti fossero dei testi ufficiali di teologia. Il suo libro è una piccola enciclopedia contenente le più svariate argomentazioni: argomentazioni ora acute, ora inconsistenti o contraddittori, talvolta d'una banalità sorprendente, ma tutte pervase dallo stesso spirito papiniano che è generalmente quello delle stroncature e della polemica con qualche breve momento di trasporto poetico. Nelle pagine di Papini, il lettore non vede più in Satana l'angelo maledetto, ma una nobile e sfortunata figura che ispira più pietà che odio. Qualche critico ha sostenuto che la tesi di Papini indica uno stato di fatto, cioè una più ampia aspirazione della coscienza cristiana moderna che si manifesta nella propensione, assai diffusa, nel nostro tempo, a vedere l'idea di conciliazione prevalere su quella della eterna antitesi. Ma la reazione prodotta dal libro nei circoli cattolici ufficiali sembra smentire decisamente tale affermazione.
   Papini comincia col dire che non si può essere buoni cristiani senza ammettere l'esistenza di continue relazioni col diavolo. Da ciò la necessità di conoscere la sua origine, la sua natura, le sue arti. Se il primo dovere d'un cristiano è quello di amare Dio, il secondo è quello di conoscere Satana. I Padri della Chiesa solevano discutere spesso intorno al diavolo; ma i loro timidi successori


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dei tempi moderni appena lo menzionano, per paura di scandalizzare gli spiriti liberi della nostra società. Il Medio Evo era, infatti, popolato di diavoli d'ogni genere, raffiguranti l'orribile mostruosità del principe del male. In origine egli era stato l'angelo più bello, dopo la ribellione era diventato il più pauroso dei mostri. I poeti, tuttavia, ebbero sempre una certa simpatia per la sorte terribile di Satana. Dante stesso, che è dominato dalla figura imponente d'un Satana gigantesco e orrido, non dimentica però la bellezza e nobiltà primitiva del ribelle. Il Lucifero dantesco non sogghigna, non impreca, ma piange con sei occhi; ed il pianto è segno di sensibilità e di nobiltà. Da Milton in poi, i poeti e gli artisti presentano un Satana afflitto, ma non privo di maestosa bellezza. I romantici, col loro spirito di rivolta e di distruzione, col loro satanismo, riabilitarono la primitiva figura di Satana il ribelle, ma presentarono allo stesso tempo un Satana condannato ad un'angoscia perenne. Nei trattati più moderni, il diavolo è presentato in forme umane; egli ha perso la cupa grandezza e la profonda tristezza che colpì poeti e artisti del passato ed è entrato nel dominio dell'uomo, assumendone forma e sembianza. Lo stesso Papini, nel racconto fantastico, Il Demonio mi disse, dà una curiosa descrizione del diavolo moderno: il diavolo, quale apparve all'autore, ha una figura che esce dall'ordinario; è alto e pallido; è ancora abbastanza giovane ma di una giovinezza che ha vissuto troppo; il suo volto bianchissimo e allungato non ha di particolare che una bocca sottile, chiusa e serrata, e una ruga profondissima che s'innalza perpendicolarmente tra le sopracciglia; porta un gran berretto di seta che nasconde completamente i capelli; veste di nero e decentemente; le sue mani sono sempre inguantate, ecc.. Questa trasformazione del diavolo da titanica figura a sembianze d'uomo, più che a ragioni di natura letteraria è dovuta al fatto che oggi tutti sentiamo la sua presenza tra noi. Il diavolo è diventato il nostro compagno di viaggio, uno di noi stessi. Dopo due guerre di odio, di distruzione e di atrocità, che testimoniano della sua presenza e della sua influenza, egli comincia ad essere considerato come uno dei protagonisti della storia.
   Tuttavia, egli non è ancora ben conosciuto. Ed è per questo che Papini ha deciso di istruirci circa il diavolo. Poichè Satana appartiene al mondo soprannaturale cristiano, lo strano progetto


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dell'autore è stato quello di dare ai cristiani la prima Somma Diabologica. ". . . Questo," egli dice, "è il primo libro sul Diavolo scritto da un cristiano, secondo il senso più profondo del cristianesimo" (p. 1). E più oltre egli aggiunge: "Fino ad oggi Satana fu odiato, insultato e maledetto oppure imitato, inneggiato e adorato. Questo libro, invece, si propone un fine tutto diverso e nuovo: quello di farlo comprendere, cristianamente, ai cristiani" (p. 17). E siccome comprendere è avviamento ad amare, Papini, che i paradossi non scoraggiscono mai, cerca di convincerci che amare Satana è un dovere cristiano, poichè, dopo tutto, l'angelo nero non è poi così nero come ce lo siamo raffigurato fin ora. Nel discutere le teorie e le opinioni varie circa le cause della ribellione di Lucifero, l'autore condivide le idee espresse da alcuni teologi secondo cui la rivolta dell'angelo è da attribuirsi non al peccato di superbia, ma a quello di gelosia, gelosia verso l'uomo che era stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. Il fatto che Lucifero, scacciato dal cielo, diresse subito i suoi attacchi contro i primi abitanti del Paradiso Terrestre sembra a Papini confermare la tesi della gelosia. In tal caso il peccato commesso da Satana non fu cosi grave come apparve in seguito. La gelosia è una specie di aberrazione mentale a cui va soggetta ogni creatura imperfetta. Assolvendo così Satana dalla grave accusa di superbia (pretesa di essere uguale a Dio), l'autore fa il primo passo verso la riabilitazione dell'angelo fulminato.
   La caduta di Satana fu un grande dolore per Dio. Nessuno ha mai forse pensato che Dio sia soggetto a delusioni e a dolore per la disobbedienza dei Suoi figli, ma Papini descrive con poetiche immagini il tormento del Padre costretto ad applicare i decreti terribili della Sua giustizia contro i trasgressori della Sua legge. "Se Dio è Amore," afferma Papini, "deve essere, necessariamente, anche dolore" (p. 81). E se tutto in Dio è infinito, anche il Suo dolore è infinito, come il Suo amore. Ed assumendo un tono patetico, l'autore ci dice che la vita di Dio, come quella dell'uomo, è tragedia. La creazione, sorta dalla Sua amorosa volontà di far partecipare altri esseri alla gioia della Sua perfezione, fu causa di perdizione. Egli desiderava innalzare le Sue creature al culmine dell'universo, e dovette assistere agli abbandoni, alle ribellioni, alla disobbedienza. Creò un angelo, il più perfetto di tutti, e


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quest'angelo cadde; creò, nel Paradiso Terrestre, un essere miracoloso, modellato dalle Sue mani ed animato dal Suo soffio, ed anche questo essere cadde. La creatura celeste si ribellò, la più perfetta creatura della terra disobbedì. In pagine suggestive e poetiche, Papini, forse senza volerlo, ci fa pensare che la grande opera di Dio fu il più completo e disastroso fallimento. E' certamente difficile comprendere come mai Dio, la perfezione assoluta, sia soggetto a fallimenti e a dolore; ma Papini, passando sopra tutte le contraddizioni, aggiunge ancora che Dio, col punire Satana, subì Egli Stesso una punizione altrettanto dura. Satana ebbe la più atroce condanna, quella di non potere amare, ed ora vive nelle tenebre dell'assenza e dell'odio. Dio ricevette una condanna non meno crudele, quella di amare senza essere riamato. Il castigo inflitto a Satana si ritorse dunque contro Dio. Se Dio amava Satana prima della ribellione, quando costui era felice tra i felici, Egli lo ama molto di più ora che è diventato una delle più sfortunate e più disperatamente infelici creature. Ma quello che è più strano ancora è il fatto che Dio non può redimere Satana senza la cooperazione d'un'altra creatura, e Satana non può operare da sé la propria salvezza è necessario l'aiuto di un altro essere, l'uomo, per esempio, che possa riaccendere nello spirito di Satana la fiamma dell'amore, con parole di carità e di perdono. Forse l'uomo, pensa Papini, venne creato perchè agisse quale intermediario. Una volta in terra, egli sarebbe stato avvicinato dal Tentatore per farne uno strumento del suo odio contro Dio; ma l'uomo potrebbe tentare il Tentatore col suo esempio di umiltà, di obbedienza, di innocenza. E qui ancora sembra che le previsioni di Dio non si siano per nulla avverate: Adamo, invece di diventare il salvatore di Satana, divenne il suo servo. La sua cacciata dal Paradiso Terrestre protrasse l'esilio di Satana nelle tenebre dell'abisso e prolungò il dolore di Dio.
   Benché le pagine di Papini siano piene di emozione poetica, la paradossalità delle sue argomentazioni è un po' sbalorditiva. Dalle sue parole si può concludere che Dio si trovi in così cattive acque da aver bisogno dell'aiuto dell'uomo, il quale diventa l'arbitro dell'universo, l'essere nelle cui mani sta il potere di salvare Satana e di liberare Dio da una penosa situazione! ... Ma Papini ha delle cose ancora più sorprendenti da direi.


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   Dopo la caduta di Satana, le relazioni tra Dio e il ribelle non sono state così cattive come si pensa. Per quanto nella Bibbia il nome di Satana significhi "nemico," Dio, che è amore infinito, non poteva considerare il Suo ex-angelo come un nemico. Forse noi abbiamo esagerato l'inimicizia tra il diavolo e le gerarchie celesti. E Papini, infatti, interpretando a suo modo passi da varie fonti, erede di poter dimostrare che tra Dio e Satana, Cristo e Satana, i Santi e Satana sono sempre esistite delle relazioni piuttosto cordiali, mai turbate dal benchè minimo segno di animosità. Secondo l'autore, dopo la caduta, Satana non sembra neppure aver completamente perduto la sua angelica natura. Come avrebbe egli potuto, si domanda Papini con sorprendente ingenuità, volare così velocemente a Gerusalemme e deporre Gesù sul Tempio (Luca, IV, 9-11) senza le ali d'arcangelo? Come si vede, l'autore si serve di tutti gli argomenti possibili, anche dei più puerili, per rafforzare la sua tesi e dimostrare che, in fin dei conti, Satana è un galantuomo e che la sua colpa principale è quella di aver avuto poca fortuna.
   Ma i temi del libro non sono limitati a quello delle cause della caduta di Satana e a quello dei rapporti tra l'angelo ribelle e Dio. Papini si abbandona spesso a delle digressioni su problemi non sempre direttamente connessi alla sua tesi ma che, secondo lui, potrebbero contribuire a rendere più simpatica la figura di Satana e quindi degna della nostra pietà. Prima di arrivare al tema cruciale, quello della redenzione del diavolo, l'autore ci parla degli amici di Satana, dei rapporti di costui con la letteratura, con la musica e con l'arte, dei costumi del diavolo, del diavolo e dei suoi rapporti con gli uomini, e, per fare il minestrone completo, anche dei diavoli stranieri come quello egiziano, quello indiano, quello persiano, quello mussulmano, ecc.. E qui, sempre in vena di stroncature, Papini indica la Francia come la terra promessa del satanismo, la Francia del Marchese de Sede, di Baudelaire, di Gide e di molti altri, dove neanche gli scrittori cristiani si sono salvati dalla tentazione di satanismo, Bernanos divenne famoso col suo romanzo Sous le soldi de Satan, e Mauriac, il grande casista del peccato, acquistò notorietà con le sue famiglie e personaggi diabolici. Questa bizzarra idea di Papini sembra curiosamente confermata dal giornale Combat che, nel febbraio 1955, faceva rilevare


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che il diavolo ha conquistato oggi un posto importante nella vita francese, nei libri, nelle opere teatrali, nei films, ecc.. Secondo il giornale, Parigi è invaso da odore di zolfo; tuttavia, Satana non brucia più nessuno oggi: egli ritorna sotto forma di centinaia di diavoli facentesi la concorrenza tra loro.
   Ma la cosa che più colpisce nel libro di Papini è la maniera in cui l'autore spiega la necessità del diavolo. Satana è necessario per la realizzazione dei disegni di Dio. Infatti, pensa l'autore, senza commercio col diavolo la vita sarebbe impossibile. Senza un po' di orgoglio, non esisterebbero nè poeti, nè artisti, nè filosofi, nè scienziati, nè eroi; e l'orgoglio è considerato il peccato per eccellenza. Senza un po' di concupiscenza carnale, l'apparizione delle anime nel mondo sarebbe interrotta. Senza un po' d'ira, sotto forma di nobile sdegno, la giustizia non sarebbe affatto amministrata. Molti dei peccati contribuiscono dunque alla conservazione della specie umana. Inoltre, la tentazione di Satana è la pietra di paragone d'ogni autentico cristiano, poichè Dio preferisce coloro che sanno combattere e vincere agli indifferenti e agli ignavi. Cosicchè l'attività di Satana contribuisce alla salvezza delle anime. Senza vittoria sul male non vi sarebbe merito. Si potrebbe quindi concludere che il diavolo sia il collaboratore di Dio sulla terra. Il Lucifero dantesco che maciulla le teste di Giuda, Bruto e Cassio, i più esecrabili traditori, è da considerarsi uno strumento della giustizia divina; nella tragedia cristiana, il Tentatore appare come un personaggio necessario. Satana è il nemico, ma senza nemico non ci sarebbe nè battaglia, nè vittoria, nè gloria. "Il Diavolo," afferma Papini, "è odio ma perfino il suo odio —ed è uno dei più drammatici paradossi del Cristianesimo— è necessario al trionfo dell'Amore" (p. 326). Satana diventa così un elemento necessario all'ordine universale, un essere destinato a compiere una penosa missione.
   E qui Papini arriva alla sua conclusione, dopo un'abile presentazione del triste caso di Satana. Egli dice di esprimere semplicemente delle speranze che, pur non essendo confermate da prove dogmatiche, gli sembrano in perfetta armonia con la concezione di Dio definito come assoluto Amore. Alla domanda se Satana sarà salvato o meno, la risposta della Chiesa è sempre stata un No assoluto. Gesù disse: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno


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che è preparato per il diavolo e per i suoi angeli" (Matteo, XXV, 41). Ma Papini, da acuto dialettico, contesta l'eternità dell'Inferno affermando che la parola "eterno," che nel testo greco significa "sempre," non indica affatto un concetto assoluto e metafisico dell'eternità, ma ha semplicemente un significato temporale, cioè "continuo fino alla fine del tempo" —fino a quando nuovi cieli e nuovi mondi appariranno. La punizione di Satana durerà, quindi, fino alla fine del tempo— il tempo concesso a questo mondo, oltre il quale il male non esisterà più. Tutto ciò che è eterno nel senso assoluto, pensa Papini, non ha nè principio, nè fine: l'impero del male ha avuto, invece, un principio. E qui ancora un paradosso: se le anime, che hanno un principio, cadono sotto la stessa legge, sembra inutile parlare di vita eterna. Inoltre, se Satana può essere salvato, perchè Dio soffre tanto per la caduta del Suo angelo? Ma Papini non si sofferma sulle contraddizioni convinto che il fuoco dell'Inferno brucerà soltanto finchè esisterà la realtà presente, egli ricorre all'autorità di Origene. Il grande esegeta alessandrino, ispirandosi alla dottrina stoica dei cicli cosmici, concepisce una serie infinita di mondi prima e dopo il mondo attuale, e afferma che alla fine del tempo ci sarà il ritorno di tutti gli esseri in seno alla perfezione divina da cui sono usciti. Al principio del tempo vi fu l'effusione creatrice — Dio che si espande negli altri esseri; alla fine ci sarà la riassunzione redentrice— tutte le anime ritorneranno a Dio. La storia dell'universo è così divisa in due parti; la discesa di Cristo sulla terra segna il punto medio degli eventi cosmici, ed il principio del grande ritorno. Lo scopo della redenzione è, secondo Origene, la restaurazione universale. Sulla base di queste affermazioni, il grande catechista fu indotto a credere nella redenzione di Satana: alla fine dei tempi il male sarà distrutto e tutti i demoni ritorneranno ad essere angeli, come furono al principio (De Principiis, I, 6). Per quanto negli scritti di Origene i passi in contraddizione con queste affermazioni non manchino, l'idea origenista venne accettata da molti teologi come San Gregorio da Nissa, San Gerolamo, ed altri. L'ultima eco di questa pia speranza si trova in uno scrittore ecclesiastico della fine del IV secolo, Ambrosiaster, il quale ripete che alla fine dei tempi tutte le creature saranno salvate, i demoni compresi. Non è quindi la prima volta che la Chiesa sente questo grido di pietà;


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e la voce di Papini non sarà forse l'ultima. Dopo Ambrosiaster, solo i poeti ripresero il tema della riconciliazione universale, immaginando un Satana salvato. E tra i poeti, Papini menziona l'olandese Joost van den Vondel per il suo dramma Lucifero (1654), De Vigny per un Satan sauvé (appunti pubblicati postumi), Giuseppe Montanelli per il suo poema La Tentazione (1856), Victor Hugo per la Fin de Satan (1886), e qualche altro meno importante. Papini, come un critico ha rilevato, ha dimenticato di includere nella lista il poeta Mario Rapisardi, nel cui Lucifero (1877) Satana non solo ritorna in cielo ma uccide perfino il Creatore.
   Quale è la conclusione di Papini? Fin dalle prime pagine del libro egli ci invita, con voce commossa, ad avere pietà del diavolo. "Il cristiano," egli dice, "non può e non deve amare in Satana la ribellione, il male e il peccato, ma può e deve amare in lui la creatura più orribilmente infelice di tutto il creato. . . . Forse soltanto il nostro amore può aiutarlo a salvarsi, a ritornare quale in principio fu, il più perfetto degli spiriti celesti" (p. 15). E assumendo un tono cosmico l'autore ci descrive la tragedia che ebbe inizio al principio del tempo e che non è ancora giunta alla fine: una tragedia che ha tre teatri: l'Empireo, la Terra, l'Abisso; tre protagonisti: Dio, Satana, l'Uomo; ed è, come tutte le tragedie, in cinque atti:
1) Satana si ribella al Creatore;
2) Satana è sconfitto e precipitato nell'Abisso;
3) Satana, per vendicarsi, seduce l'uomo e ne diventa padrone;
4) Cristo strappa l'uomo a Satana;
5) Satana tenta la rivincita per mezzo dell'Anticristo.
Sarà questo il suo ultimo disperato tentativo, ma sarà vinto per sempre. Sarà Satana, dunque, incatenato ancora per sempre nel suo Abisso o sarà vinto dall'onnipotenza dell'Amore che lo ricondurrà al suo seggio celeste ponendo così fine al regno del male? Siamo ora verso la fine del quarto atto della tragedia. Come finirà il quinto? In catarsi o in catastrofe? Secondo Papini, nessuno sulla terra ne sa niente. "I trattati di teologia," egli dice, "seguiteranno a dire di no alla dottrina della riconciliazione totale e finale ma il cuore —qui a ses raìsons que la raison ne connait pas— seguiterà a bramare e ad aspettare il sì" (p. 351). E l'autore termina il suo libro, scaturito tutto dal sentimento (non dalla ragione, perchè il suo ragionamento manca di coerenza e di rigore logico), col suo breve


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dramma in tre atti, Il Diavolo tentato, che suona come un patetico appello alla pietà e all'amore verso lo sventurato Satana. Lo zelo religioso ha condotto Papini al di là del concetto di carità cristiana, e le sue idee sono cariche di serie conseguenze. La morale cristiana è basata sull'idea della salvazione o della dannazione eterne. Se le pene non saranno più eterne, cosa ne sarà della morale? Inoltre, se le idee di Papini sono lontane dall'ortodossia, il suo metodo è addirittura pericoloso, dal punto di vista cattolico. I concetti più familiari sono discussi e messi in dubbio in una maniera molto simile a quella dei filosofi del settecento, Bayle, Voltaire, ecc. Per dimostrare che la sua speranza circa la salvezza di Satana non può essere esclusa malgrado il No della Chiesa, Papini intavola delle discussioni tendenti a discreditare la dottrina ufficiale al riguardo. Egli è specialmente colpevole del tentativo di dimostrare, in molti casi, che nelle Scritture e in altri testi religiosi vi si incontrano innumerevoli contraddizioni, e che quindi la dottrina ufficiale concernente il fato di Satana riposa su basi assai poco solide. Il libro è agli occhi dei cattolici un'opera sospetta non tanto perchè essa esprime la speranza di riconciliazione universale (che, essendo una semplice aspirazione ad andare oltre il comune concetto di carità cristiana, potrebbe essere tollerata se non accettata ufficialmente), ma per l'insistenza dell'autore nel sostenere che, dopo tutto, Satana non è il solo responsabile della propria situazione e che nell'ordine dell'universo egli è un personaggio necessario. Alcuni critici hanno concesso, tuttavia, ehe il libro presenta degli aspetti positivi. In un'epoca che si dà così poco pensiero circa il destino spirituale dell'uomo, così penetrata di materialismo, Papini richiama l'attenzione del mondo su una delle più terrificanti verità davanti a cui gli uomini passano non beatifica indifferenza: le fiamme dell'Inferno. Ma se ciò è vero, è anche vero che il poco ortodosso trattamento della materia e le affermazioni dell'autore possono condurre a delle conclusioni deleterie. Si poteva essere in errore al tempo di Origene, quando la dottrina era in formazione, ma dopo duemila anni di pensiero cristiano, sembra completamente assurdo ritornare su vecchi errori, abbellendoli con poetiche immagini.


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