Articoli su Giovanni Papini

1940


Giaime Pintor
in: Lettura contemporanea,
rec. Giovanni Papini, Italia mia
Pubblicato in: Leonardo, anno 11, fasc. 2-3, pp. 70-71
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Data: febbraio - marzo 1940



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   Il volgere degli entusiasmi di Papini dalla mania devastatrice dei primi anni a questa sua fierezza di maestro delle esperienze spirituali, braccio della Chiesa e capo delle lettere, doveva convincerlo a prendere un'ultima figura, a divenire col tempo scrittore celebrativo. Così due tradizioni della nostra società letteraria, e non le migliori, si chiudono in lui: quella dell'autore d'invettive, pronto a percuotere, e quella del dignitario celebrante secondo un linguaggio comune i fasti riconosciuti. Questo occorreva dire subito per riportare alla sua giusta misura l'ultimo Papini, distinguerlo da quei Machiavelli e Foscolo e Carducci a cui egli si richiama in una esteriore dignità di gesti e da cui lo separano tuttavia altro vigore e fermezza d'animo.
   «Italia mia», ha scritto Papini, è un libro di passione. E di queste parole vorremmo tener conto come del più sicuro merito. Perché è l'unico punto che abbiamo in comune con Papini, il punto su cui potremmo incontrarci se il suo discorso agisse su di noi oltre il segno di una breve esaltazione verbale. Ma anche Papini sa che una passione affidata a parole sorde e logore non brucia, rimane appena un impegno. E questa è la vera conclusione della lettura; quel linguaggio disperato e violento è ancora lontano, non nostro.
   Tuttavia si potrebbe accogliere senza rammarico la parte più propriamente oratoria dell'opera. Quegli «Appunti per un inno all'Italia» che sono scritti con molta enfasi e certo servirebbero a un inno non bello. Ma, quando non si voglia prenderli per poesia e neanche por appunti di poesia, potranno valere come notevoli brani celebrativi. Così la «Lettera a uno straniero» e i «Lineamenti spirituali d'Italia», pagine di un respiro polemico acceso, utili come segni di un gusto, documenti di un entusiasmo.
   Dove Papini è inaccettabile è nel suo impegno critico. Quando afferma di fare storia o addirittura filosofia della storia. Quando traccia le grandi linee di un evento secondo criteri stranissimi e si fa obbiezioni scolastiche a cui risponde da sé. Certo egli è sicuro ormai delle sue verità e della freddezza e della miseria degli studi tradizionali.


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Ma, nonostante questo disprezzo, la storia e la filosofia non accennano a tornare a Plutarco. Restano discipline a cui si porta forse tanta passione quanta Papini ne chiede ora a gran voce, ma una passione assai più chiara e severa, e insieme l'obbligo di un estremo rigore intellettuale. Così è ancora difficile sollevarsi oltre i limiti di un fermo lavoro di studi a «volo d'aquila». (La simbologia di quest'opera ha una ricchezza ritrovabile appena in certe insegne del cinema: aquile e guercie, campane, fiamme). Soprattutto quando questo volo si sostiene a notizie e riferimenti di una meravigliosa ingenuità. Del resto la storiografia di Papini, come i versi di alcuni suoi amici, ci confermano sempre più a un nostro antico sospetto. Che l'animo liceale sia una forma insopprimibile nella vita dello spirito e che dove intemperanze giovanili lo hanno oscurato per una ansietà di precoci rivoluzioni, quest'animo ritorni più tardi, spoglio di ogni sereno albore, viziato dalla vecchiaia.
   Dispiace scrivere con tanta sicurezza, quasi con oltracotanza. Dispiace dover parlare così di un uomo di cui altre volte si riconobbe la voce calda o vicina; non sentire più, noi giovani, l'empito della sua frase, la sua persuasione, questa, sua clamorosa Italia («l'Italia non è già la matrona da teatro, dice a un certo punto, né la balia....» e poi cedendo a una peggiore allegoria: «È quella giovane e eretta che guarda dalle sue montagne....». E la nostra è più dura e sofferta e non si piega alle immagini). Ma forse non è questa nemmeno la sua Italia. Per noi la Patria di Papini resta quella che egli credette di riconoscere nei lineamenti spirituali di qualche alta figura di maestro e di amico, di cui ritrovò il volto terreno lungo i muri e le strade della sua estiva Toscana.


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