Articoli su Giovanni Papini

1933


Alessandro Bonsanti
Solitudine di Papini
Pubblicato in: La Stampa, anno 67, num. 11, p. 3.
Data: 13 gennaio 1933




   La notizia che Papini stesse per dar fuori un altro di quei suoi articoli che si sforzano dì ridestare intorno a lui il calore a cui giungevano le Stroncature, era corsa, prima che su per i quotidiani i quali ne hanno anche offerta qualche primizia, per le bocche di chi fa mestiere di letterato. Diciamo subito che l'annuncio ci li aveva invogliati ad aguzzare la penna; « se tanto mi dà tanto » pensavamo, riandando dalla condanna del romanzo (Pègaso, gennaio 1928), all'ultimo sfogo del Frontespizio (settembre 1932), « questa è la volta buona che il nostro negatore di professione, farà sfoggio non solamente dell'antica violenza, della bella dote di dire il fatto suo a chiunque, ma anche uscirà da un discorso generico, porterà degli esempi, farà magari i nomi dei « nostri impettiti farfanicchi dell'erba d'oggi », ci offrirà finalmente materia a prenderci per i capelli ». Ebbene, la speranza è andata delusa, e le nostre penne aguzzate e appena intinte le minacciava la ruggine, quando un tono, un senso più segreto dell'articolo della Nuova Antologia (Lo scrittore come maestro - Gennaio 1933) rafforzandoci di bel nuovo su alcune idee che già ci ronzavano per il capo, le quali riguardano molto da vicino il nostro negatore, ci hanno invogliato a metterle lo stesso sulla carta.
   Dicevamo che l'articolo di per sè, considerando soltanto ciò che si legge nelle righe e non fra le righe, non meriterebbe la spesa. C'è uno che scende in piazza e nel bel mezzo, salito magari sur un gradino, vociando si mette à far gente. E che dice? Racconta che la terra gira. « Bel tipo », esclamano chi sì è soffermato, e svelto scantona per riguadagnare il breve tempo perduto. Quando l'energumeno cambia argomento. Adesso dice: batte il terremoto: sentite, sentite. Chi sta attorno fa la pelle d'oca, ma tutto fermo. «Bel tipo» esclamano allora i nuovi sopraggiunti, e se ne vanno anche loro tentennando la testa. Per la verità, qualche ingenuo c'è che rimane, e per questa volta noi stessi ci adattiamo a essere del mazzo, e cerca di spremere un po' di succo da quelle affermazioni perentorie, chiede: dimostratecelo, che batte il terremoto, noi non sentiamo nulla, ma non riesce a cavar altro da quella bocca se non il solito ritornello. Il bel tipo rimane in piazza a strillare finchè non gli giunga la fiocaggine; nessuno glielo può impedire, neanche le guardie perchè possiede la sua brava patente d'imbonitore. E così durerà fintanto che il pubblico, sapendo ormai quanto lo attende, non smetta di fargli cerchio intorno.
   Questa che ho fatto è una volgarizzazione del sugo dell'articolo, ma giudicate voi se sia scherzo oppure verità. Racconta Papini che lo scrittore deve essere « un maestro di dottrine vòlte al miglioramento degli spiriti, un suscitatore di quelle passioni più alte che sole possono contrastare e affievolire, se non spegnere, quelle altre passioni più comuni, che ci portano al basso », e di rincalzo la letteratura : « l'espressione di tutto l'uomo scrittore coi suoi sentimenti e coi suoi pensieri, una letteratura cioè che esprima e insegni qualcosa di giusto e di profondo », e di contrapposto che lo scrittore non deve essere « un solitario mosaicista e intagliatore di parole..., un divertitore più o meno fortunato degli oziosi e viziosi leggenti », e così la letteratura non si dovrà proporre « soltanto il gusto degli orecchi e lo sfrullamento delle fantasie». A questo punto tutti noi spettatori battiamo le mani, soltanto ci sussurriamo come ci saremmo ben guardati dal raccontare cose che tutti sanno, dall'accendere il lanternino col pieno sole di mezzogiorno. Dobbiamo riconoscere che Papini stesso se ne avvede, poiché dice: « Potrà sembrare a questo punto che io sfondi le porte aperte », però per subito dopo soggiungere: « Ma il mestiere di sfondare le porte che paiono aperte è un utilissimo mestiere; specie in tempi nei quali si tenta tutti i giorni di chiudere quelle che si immaginavano spalancate per sempre ». E a noi ci scappa la pazienza; insomma, queste porte, son chiuse o spalancate? Intanto, di questo passo il nostro articolista è arrivato a quanto più gli cuoce. E' l'Apocalisse ad usum Papini. « ...oggi se non sbaglio, ci son parecchi segni, anche nell'Italia nostra, di una nuova offensiva di questa letteratura di perditempi... », « Nulla che tocchi l'uomo profondo, nè l'uomo che crede e spera, né l'innamorato della donna o della patria, nè l'uomo che medita e soffre; l'uomo intero, insomma... » « Si scrivono e si leggono anche romanzi d'altro colore che il giallo... sono il più delle volte bige narrazioni di avventure comuni in forma al disotto del comune; o tentativi di rappresentare drammi introspettivi e quadri di costume colle pretenziose e leziose fioriture intellettuali di moda o eleganti rifaciture di temi disugati e dissossati; o esibizioni di sessualità afrodisiaca... Cioè: industria, vanità, sesso ». Questa letteratura esiste, è vero, ma è sempre esistita e sempre esisterà, fa parte dei bassi fondi della letteratura e non ci tocca, e non è quella che teme e di cui parla Papini, il quale vuol far confusione e a questa ultima, di cui ci onoriamo, attribuisce colpe non sue, con l'ausilio di tutte le lettere dell'alfabeto (per questo bel vedere rimando all'originale). La quale nostra letteratura, sorda ai catastrofici richiami, prosegue per la sua strada faticosa, seminata di ruzzoloni ma anche di qualche conquista non indegna. Il terremoto ha fatto cecca. « O allora, è battuto o non è battuto? ci dica almeno perchè avrebbe dovuto battere. Lei lo sente? e allora ci dica, ci dica... », chiedono gli astanti in semicerchio. Fuori dei nomi, degli esempi, diciamo noi. Ma Papini è deciso a parlare per tutti e per nessuno. Poiché quanto lo rende ansioso ha moventi assai più intimi, di cui forse lui medesimo non è completamente cosciente. E' quanto si legge fra le righe di questi suoi ultimi scritti. Il discorso a questo punto ci diventa doloroso.

***
   Seguiteremo a parlare in metafora, dato che in metafora abbiamo incominciato. C'è un uomo che ha passato la sua vita a coltivarsi un campicello di bell'aspetto, ci ha messo frutta, ed ora, al declinare degli anni maturi, sta seduto sotto la pergola e riguarda le piante cariche di pomi lustri. Ha lavorato anche per sè, dicerto, ma anche perchè i vicini o chi passa, gli potessero invidiare quella sua messe saporosa. Vorrebbe che qualcuno si soffermasse, che di là dal muro di confine un volto si affacciasse, e un coro salisse a lui, di lodi e di richieste; fingendo un pisolino sentirebbe la gioia di monellacci pronti alla rapina. Ma nulla di tutto ciò accade: i vicini non si curano di lui, nè dei suoi frutti, e i monelli che passano, non appetiscono le polpe a portata di mano. Dicono o pensano: tutt'apparenza, e si rivolgono altrove. L'uomo che ha lavorato tutta la vita, grida all'ingiustizia, vede nero, pericoli, trabocchetti a ogni pie sospinto. E quando può, si scaglia contro il lavoro che sorge senza tener conto delle sue fatiche, ignorandole persino. Gli sale attorno un gelo, e la vecchiaia gli è landa desolata.
   E' proprio così; i giovani non guardano a Papini, non trovano niente da imparare da lui e i giovanissimi, forse, neppure lo capiscono, neppure capiscono cioè l'umanità che volere o no si annida nella sua scontentezza e nelle sue negazioni. Poiché i giovani, semmai, non vogliono scrittori maestri, vogliono opere maestre, e l'opera di Papini è troppo arida, tiene troppo dell'improvvisazione, anche della moda, lui, che strilla contro le mode presunte d'oggidì, per durare come alimento e non come documento. E' un'opera prevalentemente polemica, ma di una polemica che si esercita a volta a volta contro i singoli, che si spezzetta nelle contese mediocri, contro idee che ebbero corta vita, che è ripicco e gioia di battaglia più che desiderio di verità, sia pure di una verità soggettiva, non si eleva ad insegnamenti per tutti, a una morale (Papini si avvedrà che adoperiamo parole di cui egli fa largo uso) ; ed anche nelle opere di fantasia, questa polemica, non fusa o addirittura volutamente scoperta, finisce coll'agghiacciare un primitivo impulso di vena toscana che, nei limiti di una poesia popolaresca e di un bozzettismo sorvegliato, dette dei risultati, a suo tempo. Con i giovani, Papini sentì il bisogno di cominciare a fare i conti assai per tempo, aveva trentacinque anni, fin da quando uscirono le Stroncature. Nel capitolo intitolato appunto I giovani, si possono leggere queste parole: « Questa mia sfuriata non va presa come un segno di vecchiezza e di geloso disamore. Nessuno mi fa paura fuor che me stesso. Sono pronto a fare i conti con tutti. Non sono ancor tanto vecchio da credere che questi geni in crescenza mi possan mettere nella cassa e nella terra ». Anche allora i giovanissimi erano « parassiti molesti e vanesi nella lettera e nello spirito ». Che par di leggere, ove si aggiunga un maggior vigore e una maggiore efficacia nelle pagine antiche, quanto gli è avvenuto di ripetere quindici armi dopo. Ma allora poteva ancor chiamarli « questi pipistrelli svolazzanti intorno alle mie finestre »; oggi nonché pipistrelli, neanche i mosconi battono ai suoi vetri, disperatamente spalancati. E' questo il dramma di Papini; è quanto, unito all'antico vizio esibizionistico, lo fa gridare contro i meno di cinquant'anni. I quali i giovani, e intendo per giovani i giovani di spirito, e per essere più precisi quelli che così si usa chiamare, e l'uso è pacifico, su per le riviste e i fogli letterari, lavorano con serietà, Papini se ne persuada, e se guardano al « novellone » e al romanzo, è perchè sono persuasi di potervi coltivare dei frutti onesti, e non condividono per niente le sue teorie riguardo a questo genere « inferiore ».
   E a questo proposito, si è mai chiesto, Papini, se una ragione vi fosse, diversa e più alta dalla sua negazione nuda e cruda « il romanzo... non è fatto per noi », per cui questo genere fertile e potente « nelle tre nazioni europee che vi signoreggiano », ha dato per ora frutti più grami in Italia? Si è mai chiesto cioè se questa ragione potesse magari nascondersi nella nostra ritardatissima unità nazionale? Se fosse anche una ragione politica? Il romanzo è opera così vasta, comprende tutte quante le possibilità, tutta quanta la tastiera letteraria, ed egli stesso lo ha del resto riconosciuto analizzando in questo senso I promessi sposi, « eloquenza... satira... storia », che per arrivarci non è sufficiente una educazione estetica, intellettualistica, bensì occorre soprattutto un'educazione civile, e ben digerita. Perchè vuole atteggiarsi a feroce disfattista? Tanto più che non è detto che i giovani debbano essere tutti « aquile che volino più degli aeroplani », nè che da ogni lavoro debba saltar fuori un risultato che resterà. Vi saranno sempre delle scorie, dei sacrificati; ma il lavoro ha diritto al rispetto per se stesso, e non soltanto perchè è più o meno utile. E' anche per questo che noi, volgendo lo sguardo a quella ventina di volumi che recano sulla costola il solito nome, proviamo, perchè non dirlo, un soffio d'amore verso l'uomo Papini .


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