Articoli su Giovanni Papini

1930


Armando Carlini
Giovanni Papini, Sant'Agostino
Pubblicato in: Leonardo. Rassegna mensile della coltura italiana, anno VI, num. 1, pp. 45-46
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Data: gennaio 1930



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«Non è questa una vita, come oggi dicono, romanzata, cioè con frangiatura di fantasie; sia pur verosimili. Ho voluto raccontare la vita esteriore ed interiore del grande africano con semplicità proba, avvertendo dove i fatti son certi e dove soltanto probabili. Non è, s'intende, una semplice parafrasi delle Confessioni, che del resto arrivano soltanto al trentatreesimo anno, e neppure un'esposizione completa del suo pensiero, ché soltanto per dare un'idea della sua filosofia o della sua teologia o della sua mistica ci vorrebbero volumi più grossi di questo» (p. 9).
   Proposito modesto, dunque, al quale il Papini si è attenuto fedelmente; ma esso, riempito di tutta l'anima sua, è stato sufficiente a far vivere questa storia di un'anima col calore di una fede e con la penetrazione di un'intelligenza che soltanto al Papini, o a pochi altri, poteva riuscire di armonizzare così bellamente. Non è, questo, un libro di edificazione, sebbene non sia neppure un lavoro propriamente scientifico. Non solo la filosofia e la teologia, qui, hanno scarso rilievo; ma anche la storia del tempo è impiegata meramente, a grandi tratti, solo in prospettiva, per accrescere il senso e la proporzione della grandezza del Santo. Il quale è, non ostante la venerazione profondamente religiosa di cui lo circonda lo scrittore, umanizzato sino al punto di discuterne e giudicarne i vari episodi della vita un per uno. Quando Agostino licenzia la donna con la quale conviveva da tanti anni, e dalla quale aveva pur avuto un figlio, le pagine del Papini fremono come in cospetto di una mala azione: il modo dell'azione, per lo meno, par crudele. E non mancano tiratine d'orecchio ai preti: «a tanti vescovi dei nostri tempi», distillatori di pastorali e pastori soltanto nei giorni di grande festa (p. 116); e persino ai «pontefici», che su l'opera e i fini del cattolicismo hanno ancora qualcosa da imparare da Sant'Agostino (p. 244). Ma l'ortodossia è salva, ché per il Papini, come per i più intransigenti cattolici de' nostri giorni, vige il principio «che nessuna parte o attività della vita umana deve sfuggire al magistero della chiesa: essa è la suprema regolatrice degli atti, dei pensieri e persino dei sentimenti. La sua prassi non è altro che la pedagogia sovrumana del genere umano» (p. 246: anche l'espressione letteraria di quest'ultimo pensiero mi par infelice).
   Non so se sia ortodossa a diciotto carati l'affermazione della funzione vitale dell'eresia: «una chiesa senza eretici è una chiesa ossificata, ridotta a pura istituzione devozionale e giuridica» (p.289): mi sa, un poco, di dialettica hegeliana. Ma è verissimo, in ogni modo, che «il nemico più terribile della religione non è l'eresia, ma l'indifferenza, lo scetticismo»: anche se, in ciò per lo meno, la religione debba far lega con la filosofia.
   Descrivere la trama del libro, l'ordine dei trenta capitoli, nei quali il Papini condensa con titoli suggestivi e incisivi la vita del Santo, non è il caso. Né è il caso di far elogi dell'arte singolare dello scrittore, della forma rapida e nitida, del pregio insomma di un libro che si fa leggere, non ostante la severità dell'argomento, con diletto e con utilità, sì, anche religiosa: ché il mondo laico moderno è tanto povero di religiosità che forse questa è la via migliore per fargliene riacquistare il gusto, a piccole dosi insieme a molta cultura estetica e intellettuale.
   E neppure val la pena indugiarsi a rilevare che questo è un Sant'Agostino molto papiniano. S'intende, e s'intende tanto più per una mentalità così personalmente definita come quella del Papini, il quale non può non cercare, in ogni problema, il proprio problema, in ogni storia la propria storia. Onde anche in questo libro comincia col raccontarci di certe reminiscenze infantili ch'egli eleva a segni della sua predestinazione a scrivere un'opera su Sant'Agostino, col quale, salve le distanze, s'indugia a paragonarsi («anche lui letterato e amatore delle parole, ma insieme cercatore inquieto di filosofie e di verità, ecc.»; aggiunge il buon cristiano: «gli somigliavo, si capisce, nel peggio», ma.... «ma insomma gli somigliavo», p. 8).
   E altrove polemizza contro coloro che, non possedendo «neppure il più rudimentario organo mistico, ritengono che le conversioni religiose, e specie quelle dei grandi intellettuali, son dovute a stanchezza» (p. 135); e più in là ribatte un'obbiezione, che ha anch'essa un sapore molto personale, dei «molti inconvertibili (che) immaginano che nel convertito debba nascere, dall'oggi al domani, quel ch'essi chiamano l'uomo nuovo, e quando non lo ritrovano con tutta quell'assoluta novità che la loro incompetenza esige e domanda, negano senz'altro la verità o la sostanzialità della conversione» (pag. 300). E seguita adducendo l'esempio di Agostino, per dimostrare che la conversione


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riforma, ma non annienta il vecchio uomo, ecc. Se non che, certe cose troppo evidentemente personali, è più buon gusto, crediamo, anche dal punto di vista cristiano, lasciare che altri, se vuole, le pensi, che non esibirle come già pensate da noi.


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