Articoli su Giovanni Papini

1930


Filippo Meda
Giovanni Papini e il suo S. Agostino
Pubblicato in: Vita e Pensiero, anno XVI, vol. XXI, fasc. VIII - IX, pp. 561-566
(561-562-563-564-565-566)
Data: agosto - settembre 1930



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L'AVVENIMENTO LETTERARIO PIÙ importante che in Italia ha segnato la ricorrenza del decimo-quinto centenario della morte di S. Agostino è stato senza dubbio la pubblicazione del volume che gli ha dedicato Giovarmi Papini. Il nome dell'autore, così conosciuto in tutti i campi, e particolarmente e giustamente caro ai cattolici dopo la conversione che di lui ha fatto una delle più salienti testimonianze della intrinseca virtù conquistatrice della fede, ha non poco contribuito al successo dell'opera, e si capisce: ma con questo non si vuol certo dire che l'opera non fosse di per se meritevole di suscitare un vivo interesse: il nerbo dello stile dinamico (per usare una parola di moda) papiniano messo al servizio di un tema così poderoso e suggestivo non poteva mancare di produrre un volume che il pubblico avrebbe cercato e letto a preferenza d'ogni altro. E' vero che il Sant'Agostino del Papini non è una vita più o meno romanzata, nè uno studio critico sul grande vescovo africano, nè una esposizione del suo pensiero e della sua attività: è vero che il metodo di commento e di amplificazione episodica prevalentemente adottato dall'autore non poteva riuscire ad una sistematica trattazione della materia; è vero infine che l'arte vi prevale sulla storia, e che talvolta, forse troppe volte, la figura del Santo è tracciata a colori che sembrano anacronistici, e che la staccano eccessivamente dal suo fondo storico per proiettarla in una attualità soverchia; ma bisogna pur riconoscere che dato il temperamento psicologico e artistico del Papini, dato il suo modo di interpretare il fatto religioso secondo una esperienza tutta sua, e secondo criteri apologetici originali, anche se talora più soggettivi che oggettivi, dato tutto ciò, dico, il suo Sant'Agostino è riuscito un libro fuori del comune, il quale merita di essere giudicato non in rapporto all'ordinaria concezione agiografica, o al tradizionalismo ecclesiastico, o al romanticismo sentimentale che fu di moda fra gli scrittori cattolici modernizzanti della seconda metà del secolo scorso, ma in sè stesso, come una forma bene individuata di rivendicazione combattiva — combattiva fino alla reazione — della ortodossia nel pensiero e nella vita contemporanea.
   Giovanni Papini ha avuto quella che si dice una buona stampa: ogni giornale, ogni rivista, s'è fatto un dovere di dedicargli l'articolo, e non sono mancate le migliori firme: e sebbene qualche critico ardito abbia trovato modo di pagare il suo tributo con giudizi sfavorevoli e perfino aggressivi — ricordo il Tilgher 1 — e i più


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si siano sentiti in obbligo di accreditare la propria recensione con qualche riserva, chi in un senso chi nell'altro, è d'uopo constatare che ciò non ha nociuto al successo, ma l'ha invece accresciuto concorrendo a valorizzare la portata dell'avvenimento letterario e ad invogliare compratori e lettori: per qualche mese ogni persona discretamente colta si sarebbe trovata a disagio se avesse dovuto confessare di non avere letto il Sant'Agostino del Papini.


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   Ma io non ho qui il proposito di seguire la critica nei atei atteggiamenti; bensì soltanto di raccogliere l'eco delle impressioni che il volume ebbe a produrre in mezzo ai cattolici con talune sue accentuazioni, perfino audaci circa la realtà e la intensità delle colpe carnali che fecero così torbida la giovinezza del Santo, e in genere colla asprezza del linguaggio adoperato dal Papini ogni qualvolta gli è accaduto di accennare a quesito leitmotif che ritorna con troppa frequenza in più d'un capitolo: ci fu anche fra i nostri chi non se ne preoccupò e ritenne che non fosse il caso di soffermarcisi inscenando uno scandalo da pusilli, altri opinarono ben diversamente; il dott. Mellini, per esempio in questo nostro periodico 2 si schierò tra coloro che consideravano la lettura del volume come sconveniente per certo genere di persone e specialmente per i giovani; e padre Semeria, intervistato da un giornalista napoletano, non ha esitato a dire che il libro del Papini «ha rimesso sul tappeto l'antica e vexata quaestio del parlare onesto» e ad esprimere il suo aperto e radicale dissenso da una libertà di linguaggio letterario che può degenerare in licenza 3.
   Non credo di errare esprimendo l'opinione che il Papini nel caricare le tinte su questo aspetto della figura di Agostino ha obbedito da una parte all'impulso di sincerità che gli parve necessario storicamente e bello esteticamente; dall'altra ad una tesi che si trova profilata prima nelle parole con le quali si chiude la prefazione: «Non ho nascosta o velata nessuna delle colpe di Agostino giovane, a differenza di certi panegiristi di buona volontà ma di poco senno i quali si studiano di ridurre quasi a nulla la peccaminosità dei convertiti e dei santi, non pensando che proprio nell'essere riusciti a salire dal letamaio alle stelle consiste la loro gloria e si manifesta la potenza della Grazia: più profonda fu la bassura e tanto maggiore è la luce dell'altura»; poi nel capitolo L'Uragano della pubertà ove si legge: «Nè per queste vergogne giovanili viene a soffrirne, come gli schizzinosi temono, la sua santità, chè più sovrannaturale appare il prodigio della Grazia quanto più puzzolente era la fossa dalla quale lo trasse per trasfigurarlo nelle folgoranze celestiali».



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   Per dir subito di questa tesi è chiaro che — anche colla soppressione che nella seconda edizione riveduta e corretta l'autore ha fatto delle ultime tredici parole della prefazione, e delle ultime cinque dell'altro brano sopra riferito — essa, se non è intrinsecamente errata o falsa, è però tale da recare qualche perturbazione nelle nostre coscienze, perchè sembra mettere nel primo piano della santità il peccatore convertito a confronto di chi abbia condotta tutta una vita di integrità e di perfezione: stanno bene le parabole evangeliche del figliol prodigo e del buon pastore: ma esse non sono scritte per giustificare e tanto meno glorificare i traviamenti come normali nella economia della grazia, bensì per esaltare la misericordia divina. Ma tutto ciò si rileva per scrupolo di esattezza, non perchè, ripeto, vi sia veramente materia di censura.
   Ben diverso discorso si doveva fare e fu fatto sulle applicazioni che si incontravano in alcuni capitoli e specialmente in quello già ricordato. Certe pennellate forti, certe sottolineature, certe frasi scultorie, l'uso abbastanza frequente di parole che non siamo soliti ad incontrare nella prosa castigata, e che servono invece troppo bene ai novellieri senza scrupoli, per quanto rispondenti qui, senza possibilità di equivoco, unicamente ad un fine di maggiore efficacia narrativa e rappresentativa, urtavano quel senso di riguardosità e di misura che è sostanza del pensiero e della vita cristiana: senza arrivare al nec nominentur in vobis di San Paolo (che pure è sentenza di altissima saggezza), senza omettere il dato obbiettivo che è stato lo stesso Sant'Agostino ad accusarsi pubblicamente in faccia a tutto il mondo di colpe che i suoi biografi non possono quindi, nonchè ignorare o cancellare, neppur dissimulare, anzi riconoscendo che Sant'Agostino non si comprenderebbe se la sua figura non si proiettasse intera quale fu prima della conversione, senza infine pretendere che ci si riduca ad una pura e semplice versione dei libri Confessionum, è facile renderci conto che la lingua italiana offre tale gamma di vocaboli, per cui, magari con qualche sacrificio di evidenza e di colore, le cose più scabrose possono esprimersi senza venir meno alla verità, ma anche senza offendere la sensibilità delle anime gelose della loro purezza interiore.
   Non è questione dell'accreditare o meno la nota opinione di taluni storici che vollero negare la realtà delle colpe, confessate dal Santo in tal forma quasi per esercitazione di umiltà o per desiderio di suscitare più vivo l'odio verso il peccato; e neppure di dar ragione a quegli altri — lo scrivo volentieri, benchè io creda che questi altri siano nel vero — i quali pensano che, tenendo conto del temperamento e dello stile di Agostino quali appaiono in tutte le sue opere, un temperamento e uno stile non scevri di eccessività sebbene non artificiose anzi spontanee, si può ritenere che il racconto delle sue brutture morali debba abbassarsi di un tono per essere adeguato alla verità: no, Papini è nel suo pieno diritto di non consentire attenuazioni; ciò che gli fu rimproverato diremo meglio appuntato, era soltanto l'avere insistito sulle miserie giovanili di Agostino con un linguaggio inadatto al carattere del libro, anche quando si voglia consentire che si può scrivere dei santi e delle loro vicende con un indirizzo che non sia quello della agiografia medioevale o romantica, che era la edificazione.
   Questo difetto dell'opera sua Giovanni Papini non contestò tostochè ne



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fu avvertito; cosicchè egli stesso nella seconda edizione ha dato mano a temperare ed a smorzare, per quel tanto che potevasi senza alterare la struttura del testo. Nel capitolo L'uragano della pubertà indipendentemente dalla soppressione di due intere pagine — di cui più innanzi — si notano parecchi ritocchi significativi: è scomparsa a pag. 44 una delle parole che più avevano urtato, l'erotismo, sostituita con carnalità; a pag. 45 invece di turbine carnale si legge oggi turbine sensuale: un'altra parola che aveva molto scandalizzato a pag. 47, anzi l'intero riferimento ad un episodio balneare, è stata lodevolmente eliminata; ed a pag. 48 furono radiate l'ossessione della carnalità e la bramosia degli amplessi. Sagge falcidie vennero praticate anche nel capitolo Il promesso sposo: a pag. 141 è cancellato uno sconveniente pleonasmo e proposito della vita coniugale, ed un altro dello stesso genere a pag. 142: meglio ancora la radiazione di tre righe a pag. 146 relative all'appetito erotico di Agostino. Infine a pag. 183 nel capitolo L'ordine del fanciullo l'autore ha volentieri sacrificato i colori vivaci con i quali aveva messo a raffronto l'autore sacro con quello profano.
   Ma la amputazione maggiore è quella, come ho accennato, delle due pagine nelle quali il Papini aveva creduto di dover rivelare ai suoi lettori che Agostino da giovane non aveva cercato ed amato soltanto delle donne: «Non si trattava soltanto, purtroppo, di amori normali: i testi parlan chiaro senza che sia necessario sollecitarli...: qui si allude con parole oneste ma senza equivoci a una degradazione dell'amicizia, cioè a una amicizia degenerata in lussuria e congiunta colla lussuria; e quando Agostino parla di amici intende sempre di uomini».
   Questa pessimistica interpretazione si fondava su due passi delle Confessioni; uno nel primo capitolo del libro II, l'altro nel primo capitolo del libro III: i due passi sono conservati ancora fra le note della seconda edizione, ma le deduzioni che se ne traevano nel testo della edizione prima con una crudezza veramente eccessiva non ci sono più: del che c'è da rallegrarci sia in omaggio al parlare onesto rivendicato a buon diritto da padre Semeria, sia perchè quel che nei due passi agostiniani il Papini aveva creduto di leggere, può esservi, ma può non esservi: del resto la base filologica su cui il Papini poggiava per accreditare la sua visione di turpitudini contro natura era la non possibilità di riferire la parola amicizia altro che ad uomini; ma essa è stata dimostrata erronea da uno studioso particolarmente competente, cioè da Onorato Tesemi 4 che è tra l'altro uno dei più autorevoli conoscitori delle opere del Santo, oltrechè un esperto di filologia e di letteratura greca e latina.


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   Per mio conto io avrei desiderato che Giovanni Papini avesse tolto nella seconda edizione il brano seguente a pag. 344 — che invece vi si legge ancora — «L'autore del liber de sancta virginitate che ha difeso sempre la continenza è lo stesso che ammette la necessità della prostituzione: aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinibus».
   Non occorre essere psicologi o pedagogisti esperti per dubitare che queste parole lette da giovani e non giovani possono aver prodotto una strana e sgradevole



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impressione; e forse taluno può aver detto tra sè: se dunque anche Sant'Agostino ammette la necessità della prostituzione...! e lascio la deduzione pratica.
   Ma non soltanto di questo dato di pericolosità soggettiva io alimentavo il mio desiderio di soppressione; ma anche di un dato oggettivo: in quantochè io non credo si possa affermare che il vescovo d'Ippona — teologo e moralista e non ministro di polizia o di sanità pubblica — ammettesse la necessità di quel malanno, ammissione che ha in sè un certo qual sapore di giustificazione non già per avventura politica, ma pur anco morale.
   Quel brano, come il Papini stesso avvertiva nelle note, si legge nel De ordine al capo IV del libro II. Ora a parte che il De ordine fu scritto prima del battesimo, durante il soggiorno di Cassiciaco 5, quel brano bisogna leggerlo nel complesso del ragionamento: Agostino sta dialogizzando sul solito problema del male e del brutto che, per disegno divino a noi occulto, viene a far rilucere sempre meglio, in via di contrasto, il bene e il bello: e reca due esempi. Il carnefice, quid tetrius, quid illo animo troculentius atque dirius? Ma uno stato deve pur punire i malvagi, e si serve di un altro malvagio per farlo. La meretrice e il lenone: quid sordidius, quid inanius decoris et turpitudinis plenius, meretricibus, lenonibus caeterisque hoc genus pestibus dici potest? Parole che ci fan ricordare il verso dantesco: ruffan, baratti e simile lordura: ma, prosegue il dialettico, sopprimi il meretricio, e avrai tolto uno sfogo delle libidini: sic igitur hoc genus hominum per suos mores impurissimum vita, per ordinis leges conditione vilissimum.
   Con tutta la riverenza dovuta a Sant'Agostino, non sarei del parere che questo suo argomento in subiecta materia noi si sia proprio obbligati ad accettarlo: ma ciò non importa; quel che importa si è che non sembrami se ne possa tuttavia far tesoro come di un insegnamento meritevole di essere registrato, per far sapere al mondo che il santo vescovo di Ippona ha ammessa anche lui la necessità della prostituzioue.
   Ad ogni modo non sarebbe forse stato inopportuno oltre il passo del De ordine ricordare che nel De Civitate Dei (libro XIV, capo XVIII) ove ad Agostino accade di parlare del meretricio, usur scortorum, lo giudica così: quam terrena civitas licitam turpitudinem facit. E basta su questo punto scabroso.


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   Il quale, per verità, non fu dal Papini toccato che per rinforzare una sua prospettazione particolare che è nell'ultimo capitolo, intitolato La grandezza d'Agostino; capitolo molto ammirato anche da chi si è manifestato scarsamente entusiasta degli altri, capitolo in cui l'autore ha fatto le prove migliori della sua eleganza agile e robusta di pensiero insieme e di stile con una serie di osservazioni, alcune profonde, altre brillanti, altre leggermente paradossali almeno nella loro formulazione. L'antinomia veduta e segnalata dal Papini tra lo scrittore del trattato De sancta virginitate e il disserente del



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De ordine, è messa in fila con altre per dimostrare che Sant'Agostino «unico forse anche tra i cattolici, ha realizzato in sè la fusione di elementi che sembran contrarii, ma che sono ugualmente richiesti per giungere alla adeguazione perfetta dell'esperienza col mondo, del pensiero coll'universo, del singolo colla umanità, dell'uomo, per quanto gli è concesso, con Dio» riuscendo così a non essere uno di quegli spinti unilaterali che sono soggetti all'errore o alla sterilità: parole per sè di non facile concretazione, ma che il Papini, ha appunto concretato esemplificando: «Inveisce contro la ricchezza e la proprietà come un anarchico, e poi consiglia ai cristiani di obbedire a tutti i governi anche pessimi: cerca la illuminazione interna nel moto dell'anima verso Dio, ma insiste tanto sulla podestà e necessità della Chiesa che arriva a dire di credere all'Evangelo perchè l'ordina la Chiesa, e non alla Chiesa perchè testimoniata dall'Evangelo: è un pessimista che vede nel genere umano una massa damnationis o massa perditionis, ma è talmente ottimista che proclama la felicità, fino all'ultimo, come il vero fine dell'uomo, e lo dichiara raggiungibile in quanto identifica la beatitudine con Dio: insiste sulla necessità della ragione per arrivare a comprendere i dogmi della fede, ma nello stesso tempo riconosce che la fede sola aiuta a comprendere: (qui segue il brano del meretricio): quel medesimo che ha illustrato sottilmente la libertà dell'uomo, ha poi scandalizzato i più colle sue teorie della predestinazione e della grazia: disputa e argomenta come un avvocato, e si solleva all'estasi come un mistico: intercede per i nemici e chiede la condanna degli eretici: in lui astrazione e lirica, logica e carità si avvicendano senza contraddirsi ma integrandosi... Questo prodigio è avvenuto in Agostino: in lui gli opposti, sia pure spinti all'estremo, non si distruggono, ma generano e costruiscono».
   Era certo difficile risolvere o superare meglio di così il problema dei contrasti che per l'ingegno iperdialettico di Agostino e per la esuberanza del suo temperamento, qualche volta accade di trovarci innanzi non nella sua opera ma nelle sue opere: è però lecito dubitare che la costruzione del Papiri qui possa accettarsi senza molte riserve; forse è più esatto il riconoscere che alcune contraddizioni non sono che formali e verbali; altre corrispondono ad una evoluzione del suo pensiero o alla diversità delle circostanze in cui gli è accaduto di esprimerlo; altre sono il frutto di sottigliezze in cui il teologo di Ippona non ha dimenticato di essere stato il retore di Cartagine, di Roma, di Milano; altre infine son quel che sono, cioè contraddizioni puramente e semplicemente, e quindi difetti, non meriti.
   Ciò vuol essere inteso non come censura al Papini, e tanto meno a Sant'Agostino; ma come il punto di vista obbiettivo dell'umile sottoscritto, che, attesa la picciolezza della sua mente, nelle dottrine come nei fatti, nei santi come nei peccatori, crede sì alla possibilità del contatto fra gli opposti spinti all'estremo; ma non alla loro fecondità.


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