Articoli su Giovanni Papini

1929


Carlo Linati
Con Papini sui Lungarni
Pubblicato in: La Stampa, anno 63, num. 307, p. 3.
Data: 26 dicembre 1929




   Ebbi la disgrazia tempo fa di conoscere un Papini, arrivato.
   Veramente mi sarebbe piaciuto meglio conoscerlo in quei tempi oscuri e procellosi quando combatteva la buona guerra, sferrando colpi maestri ai trisottini della Letteratura: quei tempi di Lacerba, quei tempi di Giubbe Rosse...
   Un mattino de' primi mesi del 1915, di passaggio da Milano, egli venne a trovarmi in un ufficio militare dov'ero addetto quale soldato. Era con lui De Robertis, che allora dirigeva assai baldanzosamente La Voce.
   Era la prima volta ch'io vedevo questo famigerato Papini; e non tanto mi colpì il trovarmelo davanti in carne ed ossa, quanto il dispetto di doverlo conoscere lì in quelle maleodoranti aule consacrate alla quisquilia militaresca, in quel luogo così lontano da ogni idea d'arte e di poesia, e dov'io ero stato messo a vergar pratiche di visite collegiali sopra un immenso registro.
   Parlammo di molte cose e mi sorprese subito l'affabilità e il tratto sereno di questo famoso divoratore di fame, un tono che avrei detto quasi paterno, e che contrastava assai con quel suo aspetto un poco selvaggio e scarruffato.
   L'apparizione di tanto personaggio per quei corridoi burocratici destò subito la curiosità de' miei colleghi d'ufficio. Sì che, per qualche momento, mi compiacqui di constatare qual genere di fama vi godesse Papini, e a Milano, poi, dove, più che altro, l'avevano in conto di attaccabrighe intellettuale e spassoso.
   « Quello è Papini? » mi chiese un giovinotto romano, impiegato bancario e che sapeva divertirci con certi suoi fiottìi e strombettamenti d'Uomo-Orchestra. « Acciderba, che tipaccio! ».
   « Già, tu sei tutto pane e cacio coi futuristi », mi disse un altro, un avvocato ch'e»a stato messo lì a scriverei attergati e a fare gli specchi dei degenti.
   Dovetti spiegargli che Papini non era futurista.
   « Per me fa lo stesso », concluse, « Voialtri letterati siete tutti pazzi a un modo ».
   Il più discreto fu un prete di Rho che s'era imboscato lì per via di raccomandazioni episcopali, il quale si meravigliò assai ch'io, scrittore castigato, me la facessi con quell'ateo, quel satanasso, quell'anticristo.
   Insomma, io mi dissi più tardi, ecco qua, cruda ed esatta, la stima che di Papini fa, a Milano, la cosidetta gente borghese: caposcarico, futurista e mangiapreti.
   E, per quel giorno, n'ebbi abbastanza.
   Lo rividi a Firenze, dopo l'armistizio. Ci ero capitato di ritorno da un viaggio a Napoli. Entrai da Vallecchi verso le sei di sera. Papini era là, seduto s'un divanello, in mezzo a un gruppetto di giovani scrittori fiorentini.
   Appena mi vide s'alzò e mi venne incontro.
   « Linati, la guerra t'ha fatto grigio! ».
   Ahimè, lo sapevo, ma era la prima volta che me lo sentivo dire. Al fronte eravamo diventati tutti un po' grigi, almeno nell'anima.
   Uscimmo fuori a passeggiare.
   Firenze sempre così bella, così squisita, anche dopo tanti anni di trambusti e di paure, sempre la Firenze de' miei begli anni di collegio pratese! Santa Maria del Fiore, il San Giovanni, Palazzo Vecchio, il Biancone, le logge dell'Orcagna... « E tutte queste belle cose, mi dicevo, questi miracoli di leggiadria e di fervore sono ancora lì, tutti in piedi! Pare impossibile». E mi strofinavo gli occhi per poterci credere.
   Ma con Papini non si ragionò di guerra, allora. Si parlò invece di riprendere il nostro lavoro di letterati. Egli aveva mille progetti: migliorare la Vraie Italie ch'egli dirigeva, fare un'altra Rivista letteraria dove darebbe ospitalità a più largo numero di scrittori che non nella Voce o nella Lacerba: poi un'Antologia di Poeti contemporanei, e poi collezioni, collezioni... Parlava calmo, camminandomi a fianco col suo passo lungo e cadenzato d'abissino: parlava con fiducia, come ai trattasse di riprendere un mestiere lasciato a mezzo un istante prima.
   Quel tono caldo e riposato della voce che faceva credere ancora nell'arte, nella poesia, nelle belle cose che avevamo tanto amato e credevamo distrutte per sempre! Tanto che io mi chiedevo s'era quello l'uomo che era passato, famelicamente attraverso tante culture ed esperienze e che aveva fatto tremare col suo barrito i pilastri e le volte della letteratura italiana. E m'aspettava d'ora in ora l'unghiata...
   Invece infilammo via Tornabuoni.
   Era di Marzo e le venditrici di ranuncoli e di violette stavano coi lor cavagni colmi di fiori sui sedili di Palazzo Strozzi. Donnay era pieno di gente. Si sentiva dappertutto, e lì più profondo che altrove, quel buon olezzo di Firenze che m'era rimasto nell'anima fino dai miei anni di collegio: quell'olezzo penetrante di tuberosa. Entrammo da Seeber a cercarvi un volume inglese.
   Dopo tre anni di vita scalcinata, di tramenìi senza fine, che impressione mi fece l'interno di quella luminosa bottega di libraio dove stavano adunati in bell'ordine tutti i miei prediletti autori stranieri. Mi sovvenni di una frase di un poeta tedesco, il Tieck, mi pare: « Quello ch'è stato è stato ed è come se neanche fosse esistito ».
   « Magari! » pensai.
   Intanto Papini andava attorno per la bottega ficcando gli occhi per tutti gli scaffali, con un'aria un po' da padrone.
   « Ebbene, che vuoi tradurre? Swimburne ? Meredith ?... Scommetto che ti piacerebbe tradurre del Meredith. Scegli pure, che tanto qui paga Vallecchi ».
   « Meredith?... Ho un lieve sospetto, Papini, che non sia quel grande che ci voglion far credere. Mi pare un po' un dilettante, un retore della complicazione stilistica... Di quest'ultimi tempi i suoi romanzi son letti un poco meno e la critica si fa sempre più arcigna verso di lui... Sbaglierò, ma temo che la guerra vada liquidando pel mondo questi vecchi avanzi di decadenza. Ora l'umanità è assetata di parole schiette, brutali... Anche i nostri idoli di prima della guerra, Laforgue, Rimbaud, Claudel, ti ricordi?, mi sembrano fabbriche piene di crepe, dalle centine intarlate ».
   « Veramente è da un bel po' che ne dubito », riprese Papini. « Per me la salvezza della nostra letteratura sta nell'abbandonare questi francesi e riaccostarsi con freschezza di passione ad alcuni uomini veramente tipici e trionfanti della razza italiana: Dante, Foscolo, Leopardi, Manzoni: quelli che han sofferto la loro letteratura, che se la sono cavata dal sangue.
   Poco più tardi eravamo sul Lungarno.
   C'era bel sole. L'Arno scorreva in piena, lutulento e grave fra gli alti muraglioni, e Pratovecchio e, dietro, San Miniato ridevano tutti freschi e lustri di colori.
   Così andammo innanzi per quei bei marciapiedi inondati di sole, ragionando di scrittori nostrani, e della guerra e del gruppo della Voce ch'era ormai sciolto e disperso, con De Robertis in ritiro, Jahier alle ferrovie, Prezzolini buttato alla pratica, il povero Serra morto al fronte e Soffici ferito e... sposato.
   Discorsi un poco vani, se si vuole, ma pieni d'una patetica dolcezza di memorie, che quando io penso a ciò che di terribile e di vituperoso solevano scrivere di Papini i giovani libellisti d'allora, mi vien proprio da ridere rievocando il suo animo così semplice e cordiale, il suo tratto fraterno e tranquillo dove brillava il senso d'una bontà e di un'amicizia vera.
   Ma la terza immagine ch'io ho di Papini e lui là in un gigantesco salone dell'« Opera Cardinal Ferrari » a Milano, ritto in piedi dietro una cattedra che va leggendo una conferenza su « Cristo Romano » ad un uditorio sterminato ed attento, massime di donne che per ascoltarlo avevano fatto poco prima alle gomitate. Io sedetti alla sua destra, fra Giuliotti ed Angelini, e per un'ora buona la voce calma ed esigua dello scrittore, la sua maschia figura occhialuta e scapigliatissima furono sopra di noi, a malgrado tutto, serene ed amichevoli.
   Inaugurava con quella lettura non so che stagione culturale di quell'istituto e nella mattinata aveva avuto un gran da fare a stringer mani, a dar udienza a tutto un popolo di donnette, di preti e di frati che gli si accalcavano intorno come ad un Messia. Ma anche lì ammirai il bel garbo fiorentinesco con cui trattava e spediva alla lesta quella piccola gente. Garbo non scevro d'un'aura d'ironia scanzonata.
   Parlammo anche allora di letteratura e di collezioni, ma, certo, un po' più fiaccamente. I tempi eran mutati ed anche lui, Papini, lo era, certo. Tuttavia scendendo dopo poco a passeggiare e a ragionare insieme pel cortile dell'« Opera », mi parve lì per lì di ritrovare ancora il mio Papini antico: sentii che qualcosa in lui non era mutato, che la sua natura d'artista di poeta e di stroncatore era rimasta tale e quale, come l'avevo conosciuta ed amata attraverso i suoi libri. Me ne consolai. Questo, questo, io pensai, è il suo vero dono, la sua indomabile passione. E il resto? Il resto, non so... Ma io lo amo qui.
   Nonostante i suoi vari mutamenti, egli rimane per me una delle figure più tipiche e schiette della nostra letteratura. La sua amicizia è di quelle che non tradiscono: il suo cuore conosce le lunghe fedeltà verso quanti si travagliano per l'arte e ne portano dentro la passione crucciosa.
   State sicuri, dopo mesi, magari dopo anni di silenzio, vi arriverà sempre da Papini una lettera affettuosa, maschia ed opportuna che vi conforterà come un colpo di sole nell'uggia bassa e nel disperare del vostro travaglio d'artista.


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