Articoli su Giovanni Papini

1929


Sac. Giovanni Casati

Un nuovo libro di Giovanni Papini

Pubblicato su:: Rivista di letture, anno XXVII, fasc. 4, pp. 14-15
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Data: gennaio 1929



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   Nella nuova raccolta di saggi Gli operai della vigna 1 Giovanni Papini ha raccolto conferenze, prefazioni e saggi, editi o inediti, di questi suoi ultimi anni d vita letterarìa.
   Interessa conoscere la lettera di accompagnamento. C'è una confessione personale riguardo all'autore di 24 Cervelli, Stroncature e Testimonianze. «Non ch'io fossi prima — scrive il Papini — come suona la leggenda, uno sbranatore a cottimo, ma insomma la zampa del lupo mostrava ogni tanto gli unghioni — non spinta, si badi, dall'odio, ma da una nativa e radicata insofferenza per la mediocrità e la falsità, e anche oggi, dove occorresse, sarei pronto a ricominciare; biasimare ii peccato e rispettare il peccatore è lo stesso, diceva Swift, che condannare le carte e perdonare al baro».
   Però in questo nuovo libro, dice egli stesso, c'è meno zagaglia e più aureola. «Prose d'affetto, attesta, e, se non mi inganno anche d'illuminazione chè amore, come si dice, è il miglior modo di comprendere».
   Discorre pertanto solamente di santi, di uomini che cercarono la santità e di artisti. E confessa «che al mondo, secondo me, non vi sono di veramente ammirabili e sopportabili che i Santi e gli Artisti. Gl'imitatori d'Iddio e gl'imitatori delle opere di Dío. Soltanto loro hanno a che fare coll'Eterno e perciò si sollevano sulla lombricaia dei guadagnanti e dei malgodenti».
   I Santi sono ì veri figli di Dìo, non di nome appena, come siamo tutti, ma di opere; gli artisti, secondo l'espressione di Dante, seguono l'arte che a Dio è nipote, come figlia primogenita della natura. Parenti prossimi quindi di Dio anch'essi, in un senso molto pratico.
   Non sono, assicura ìl Papini, «scritti di circostanza o di commissione ma quasi tutti nati da un bisogno del cuore o dell'intelletto e stesi con quella onesta volontà di libero apostolo che ormai guida il mio lavoro».
   Il primo di questi saggi s'intitola a Cristo romano ed è il discorso tenuto a Firenze e riletto poi a Milano, nel dicembre del 1923.
   La romanità di Cristo o del Cristianesimo non è certo una scoperta d'oggi, come malamente pretenderebbe alcuno. La bella


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conferenza del Papini ha tutto sapore storico. Egli vorrebbe anzi nella stessa storia romana ricostruire l'aspettitiva di Cristo. Poichè si chiede: «Se nell'economia del disegno divino Roma era necessaria quanto Gerusalemme, e anzi, dopo la venuta, Roma doveva prendere il passo su Gerusalemme, è mai possibile che Dio non abbia voluto avvertire in qualche modo i Romani come aveva avvertito gli Ebrei?»
   Il Papini accetta la sfida storica lanciata dal Renan, il quale affermò che la ricerca storica segnava la fine delle religioni e specialmente di quella cristiana. E seguendo il metodo dei filosofi della storia, cristiani, rileva dai fatti e dagli scritti degli storici, dei letterati latini e degli storiografi quel filo della Provvidenza che, spesso inconsapevoli gli uomini, prepara le grandi vie dell'Umanità, cioè del Cristianesimo: vie che son tutte diramazioni, già lo cantava Dante: Di quella Roma onde Cristo è romano.
   Lo studio del Papini può apparire, qua e là, singolare; ma egli certo ha ben rilevato un pensiero sano e robusto e lo ha svolto con erudizione e sano criterio.
   Seguono alcune prefazioni delle quali già diede ragione la Rivista dì Letture esaminando le singole opere: quella alla traduzione dei Vangeli, ai Fioretti, alle rime di Jacopone da Todi, e, belle e ricordate, quelle al Manzoni, sia ai brani scelti dei Promessi Sposi (edizione Treves) che alla Morale Cattolica (ediz. Athena). Questi saggi manzoniani costituiscono anzi la parte centrale del volume, ed è bene.
   Lo studio del Manzoni, uomo e scrittore, è dei più acuti e del più intesi. Ci sono rilievi nuovi sui Promessì Sposi, i personaggi del romanzo, i raffronti psicologici che ancor una volta dimostrano qual miniera inesauribile, di deduzioni e di pratici rilievi sia il romanzo cristiano dello scrittore lombardo.
   Sono quattordici saggi, e vale la pena di menzionarli, oltre i già citati: S. Ignazio di Loyola, Giuseppe de Maistre, Pio XI, Domenico Giuliotti, Francesco Petrarca, Michelangelo Buonarroti, Giovanni Fattori, Oscar Ghiglia, Romano Romanelli.
   Spigolando qua e là: di S. Ignazio di Loyola il Papini è un ammiratore fervente. Il suo spirito combattivo, fattivo, libero entro la cerchia fissata dell'ubbidienza suprema, per la quale anzi intende usare le sue libere energie, si specchia con simpatia nella singolare e grande figura del Loyola. Lo chiama l'artista dello spirito. In un Medio Evo che tutto si dava alla forma rappresentativa, alle figure murali delle chiese, per poter pregare ed elevarsi: il Santo «ricondusse, e riconduce, i cristiani alla familiarità visiva, uditiva, quasi tattile e spirante di Cristo figlio del Dio vivo; il suo metodo sopprime l'illusione dei secoli e fa di tutti ì cristiani obbedienti i contemporanei di Pilato e di S. Giovanni».
   Riguardo a Pio XI, ripubblica una conferenza, già stampata a parte sulle tre paci o riconciliazioni, volute dal Papa nella celebrazione dell'Anno Santo. Al Giuiiotti dedica pagine di vera, sentita amicizia.
   Del Petrarca e del Buonarroti studia alcuni aspetti realistici della loro vita che permeano la loro arte, come il contrasto tra il mistico e il sensuale ch'è perenne nel Petrarca, il contrasto tra la sublime idealità del genio, che sorpassa l'Universo, che è ìn Buonarroti quando crea, e la sua vita usuale, non scevra di umane debolezze.
   Fattori, Ghiglia sono pittori moderni, Romanelli uno scultore, tutti toscani, dell'opera e dello spirito dei quali il Papini fa una meritata e appassionata commemorazione.
   Vari argomenti, come si vede, vari di tempo, di luogo, per personaggi disparatissimi. Pure quell'ispirazione unica, papiniana e della nuova sua ora, la s'intravede e la si segue benissimo, leggendo i diversi saggi qui raccolti insieme.


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