Articoli su Giovanni Papini

1927


Giuseppe Ravegnani
Papini
Pubblicato in: La Stampa, anno 61, num. 213, p. 3.
Data: 7 settembre 1927




   Per Enzo Palmieri, Papini fu il primo amore; un amore un po' romantico, ora riottoso e agro di asprezze, ora abbandonato e ottimista, ma sempre portato più a complicare i difettì dell'oggetto amato che a semplificarne, e quindi a chiarirne, i pregi e le qualità. Perciò, la critica di Palmieri, pur fattasi matura e autonoma, se non nasce del tutto da un affocato centro di passione, ha però tanto di calore esornativo da sembrare ancora soggettivo documento, personale purgazione, catarsi.
   ( È d'uopo notare come la critica giovane, quando non sia logomachia o maldicenza o coturnata lode, presenta accanto a un dommatismo di dubbia efficacia, ascensioni ideali e fermenti di vita, da cui talvolta nasce la verità, o per lo meno l'aspirazione alla verità. Traboccante di passione, ma pur ligia in taluni al metodo storico, tende, cotesta critica, a trascendere l'oggi immediato, donde un desiderio irrompente di portarsi col giudizio al di là delle pure estetiche, in sede morale. Si fa così, essa critica, già storia: storia parziale, aneddotica, magari personalistica, ma piena di passionali esperienze e di documentarii contributi, verso giustificazioni, o interpretazioni come vuole Palmieri, di uomini e ai scrittori, nelle cui spiritualità s'integra lo spirito stesso dei tempi. Critica, senza dubbio, sperimentale, contorta o ossessionata, dura a frangersi e sterposa, simile più a rampa dì montagna che a strada di pianura; ma quanto più aperta e spaziosa dell'altre, ridotte a vivere alla giornata, dietro la risonanza, spesso vuota, d'un nome, o dietro la vanità d'un libro!).
   Nel 1917, varando Palmieri una « scialuppa » delle Crociere barbare fusta da corsa, d'avventura e d'abbordaggio, guidata da giovani nell'acque torbide di quei tempi, in cui amavasi creare i miti e i màrtiri, già egli mostrava di considerare Papini come un proteiforme tiranno del nostro tempo, una specie di Duca Valentino della nostra letteratura contemporanea. « Il mio Papini è il nostro Papini; il nostro tempo fatto personalità umana, cerebrale, titanica, capace di sconvolgimenti culturali ed ideali e di riequilibramenti mentali insupposti. L'opera scritta di Giovanni Papini, in cui molte sfingi o pseudo-sfingi si scoprono, molti astrusi enigmi si sgretolano, molte misteriose piramidi si smussano, o sfaccettano, pare l'espressione fatale e necessaria, logica e crudele del tempo vitale di noi giovani ».
   Ora, a dieci anni di distanza, nonostante che chiari indizi mostrino come l'influenza del Papini, letterato e filosofo, sia stata pressoché negativa, la posizione critica del Palmieri non ha subito mutamenti. Egli si mette dinanzi all'arte e alla filosofia papiniane, come se queste formassero una positiva e ben definita unità storica, dentro il corso della tradizione letteraria. Ora, se è giusto ricercare, attraverso la biografia spirituale di Papini, il, dramma morale d'un'epoca — la quale, poi, dura sì e no dieci anni: dal Leonardo a Lacerba; — ci pare ingiusto, o per lo meno troppo egocentrico, il criterio di valutazione, con cui Palmieri esprime i rapporti tra l'arte e la storia, tra il vagabondaggio ideale, prettamente dannunziano, del Papini e la ricerca intima, antiverbale, antimodernista d'una giovane quanto imbarbarita generazione.
   Evidentemente, il saggio 1. di Palmieri vuol essere una specie di storia della sua romantica giovinezza, riveduta e ripensata attraverso uno scrittore, di cui troppo s'è detto per non considerarlo tipico rappresentante d'un periodo di transizione e di decadenza. Cioè, Palmieri parla molto per sè; quasi s'illumina via via che scopre nel Papini il documento; trae dal libro testimonianze di cultura, intesa come attività di vita. Ma, trascinato sopra questo terreno dall'urgenza di creare il simbolo di un quarto di secolo dalla spiritualità d'un uomo, egli sopravaluta e potenzia, con passione troppo poco obbiettiva, i valori interiori dell'opera papiniana. Noi non crediamo che, tra il D'Annunzio e il Croce, tra la Laus vitae e l'Estetica, le cui influenze furono vigorose e profonde, si possa accordare al Papini altrettanta forza di dominazione. La Critica ebbe una decisa mèta ideale; il Leonardo fu la ribellione di chi aveva la libidine di tutte le passioni, senza possederne alcuna. Quando il Palmieri precisa che il Papini è « un uomo, che è rimasto intero come scrittore, uno scrittore che ha conservato intera la sua umanità, e che si è vissuto in una ventina di volumi, il cui contenuto è quanto di più significativo si possa ricercare, per capire non più un uomo, ma un'epoca, non più un ingegno, ma una generazione », dice una verità, se noi diamo alle parole un senso negativo. Cioè, se accordiamo a Papini una supremazia tutt'altro che formatrice, inquantochè egli avvalorava in sè stesso e nella sua arte i vizi e i difetti del suo tempo. Ma quando poi il critico aggiunge alla analisi storica quella estetica, sostenendo che Papini è scrittore che non s'è consunto però in questa autobiografia singolare ch'è la sua opera, al grado dello sviluppo attuale e che nemmeno si è sfaldato, disperso, disintegrato nel dramma molteplice e contraddittorio della sua età, della sua generazione », noi non sappiamo più seguirlo per una strada, che ha l'aria di essere un vicolo cieco, poichè l'ingegno di Papini s'è proprio sfaldato, disperso, disintegrato nel dramma contradditorio della sua generazione.
   L'ingegno di Papini è fatto d'istinto, di passione, di polemica; non ha scrupoli e non ha metodi; tende a superare la cultura con l'improvvisazione, la dottrina sistematica con l'intuizione, la filosofia con l'avventura. L'avversione al Croce è l'avversione alla disciplina; nulla più. Il Crepuscolo dei filosofi non rappresenta soltanto il dilettantismo di chi l'ha scritto, ma pur quello d'un'età, la cui crisi d'idee risaliva alle prime esaltazioni del superuomo; e che trovò nel Papini non un dominatore, ma un dominato. Così, tutta la prima opera di fantasia, sino all' Uomo finito, rappresenta gli spiccioli e gli scampoli d'un tardivo e sempre più logorato dannunzianesimo, romantizzati sino all'estremo limite, e diluiti attraverso le varie acque lustrali europee. Cioè, come pensatore e come artista, Papini è suddito, anche se ribelle e vociferante, delle due correnti, Croce e D'Annunzio, che più solcavano, dopo Carducci, i terreni dell'Italia letteraria, nutrendoli sino alla saturazione. Eludere, anche in modo intelligente e meditato come fa Palmieri, questa verità, vale vedere la figura di Papini in una luce, che non gli è propria, e donarle un risalto, che non le spetta.
   Guai, poi, a considerare le crisi dei varii Papini come gli elementi documentarii d'un travaglio morale, quindi ideale, dell'uomo; dare alle polemiche, verbali e decorative, un valore di esperienze indagatrici e creatrici; spiritualizzare il suo egotismo; distinguere la natura libresca e imparaticcia delle varie e talora contrastanti metafisiche, le quali contribuiscono a creare il suo nomadismo filosofico; tutte le crisi, pragmatistiche, pessimistiche, futuristiche, imperialistiche, mistiche, non presentano che un carattere naturale e una unica origine: la necessità, l'orgoglio, e la volontà dello scrittore di realizzarsi. Perciò, crisi di natura estetica, per uscire dalla corruzione d'un basso dannunzianesimo prima, da una toscanità impressionistica e sensoria poi.
   Non sappiamo quanti abbiano considerato come la fede cattolica gli abbia offerta una pace più lirica (Pane e Vino) che di pensiero (oh, Dizionario non mai troppo vilipeso!): una gioia puramente di parole, formale, nel cerchio della letteratura, e non in quello della filosofia. Quello che fu il Papini di James, è oggi il Papini di Cristo. Il cambiamento si palesa esterno, non interno; estetico, non umano. Il Papini agro, razzente, paradossale, esaltato, barocco, impulsivo, velenoso delle Stroncature è rimasto tale e quale, nonostante tutti i Vangeli. Ecco perchè egli preferisce S. Bernardo a S. Francesco, il medievalismo al modernismo, il Cristo della spada e dello scudiscio a quello del perdono e dell'umiltà; e a difesa della sua virulenta salvaticheria porta in palma di mano il terribile Liber Gomorrhianus di S. Pier Damiani. Palmieri vede giusto, quindi, quando chiama la letteratura « il tallone d'Achille dell'Omo Salvatico ». Ma, allora, perchè non considerare Papini sempre e semplicemente come un letterato? Il fatto stesso di stimarlo com'uno « dei pochi contemporanei che hanno contribuito a quella che fu detta cultura dell'anima », quando sappiamo, invece, quanto spesso Papini sia superficiale e disordinato, e come la sua cultura sia, in senso scientifico, abborracciata e priva di qualsivoglia regola, impone una credulità guardinga nelle conclusioni del suo biografo. Il quale ci ha dato un Papini, che non è certamente il nostro, e questo poco importerebbe, ma lo ha esaltato proprio in quelle virtù rappresentative, di cui noi siamo alquanto scettici, quando si voglia considerarle fattive e vitali.
   Papini non si solleva artisticamente sul suo tempo in modo d'esserne un rappresentante legittimo; ma del suo tempo ha tutti i difetti e tutte le intemperanze; tanto che il suo valore, nell'età che fu sua, è quanto mai fallace, e creato dalle circostanze. Studiarlo imparzialmente sotto cotesto aspetto, vale immiserirlo oltre modo come artista; poiché la veste del rappresentante gli è data dai difetti e non dai pregi, dall'aspirazione al nuovo e non dalla concretazione di questo nuovo in realtà artistica, dal tumultuante annaspare verso l'assoluto e non dal ritrovamento d'una pace, che nelle rime trova la beatitudine di sè stessa.
   Ma l'aver noi contrapposto un nostro Papini, tutto letterato e schiavo d'una crisi estetica, di cui egli soffrì tutte le vergogne, al Papini essenzialmente meditativo e interiorizzato del Palmieri, non significa sfiducia da parte nostra nell'ingegno ottimo del Palmieri, o nelle qualità d'un metodo critico, interpretativo e moralizzante, il quale può essere più che buono per altri scrittori e per altri temperamenti, ma che per Papini ci pare troppo preoccupato di concedere valori storici a cose, di cui è maggiore il fascino puramente estetico. Tanto più poi, allorchè si consideri come altre parti, e non certo meno importanti, del saggio del Palmieri risultino persuasive e felici. I capitoli, per esempio sulla Grandezza e decadenza della poesia pura e sulla Poesia liberatrice sono fondamentali per l'interpretazione estetica dell'opera lirica papiniana. Altri punti, come il passo sulla toscanità, o quello che considera L'uomo Carducci come un immaginary portrait, ci costringono a stimare il Palmieri com'uno dei critici giovani più serii e più avveduti. Ma già lo studio sul D'Annunzio, stampato dai Treves nel 1920, e più ancora il libro sul Carducci, pubblicato ultimamente dal Le Monnier, determinavano in cotesto psicologista qualità tutt'altro che empiriche e pericolose. Soltanto, contro. la sua Etica, sta l'Estetica crociana.


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