Articoli su Giovanni Papini

1921


Alfredo Gargiulo
Ai piedi del confessore
Pubblicato in:: La Ronda, anno III, fasc. 6, pp. 32-49.
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Data: giugno 1921



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   Non sono tra quelli che leggeranno dal principio alla fine la Storia di Cristo del Papini: non intendo però scusarmene, giacchè quel che voglio dire non presuppone affatto l'obbligo della lettura ordinata e completa. Si tratta d'una prima constatazione: l'illeggibilità del libro. Concordi testimonianze, eccellenti nell'insieme per la varietà delle fonti, mi danno ragione. Il Papini stesso a quest'ora deve aver subodorato che le cose non procedono altrimenti.
   Sicchè ho letto quanto era necessario, anzi al di là del necessario, quasi fino al limite della resistenza. Non posso, d'altra parte, preoccuparmi delle rivelazioni che mi verrebbero dal contemplare l'insieme della costruzione. L'architettura del libro, di cui il Papini parla nell'introduzione, rifacendo non senza effetti parodistici lo stile degli Eroi (traduzione italiana) di Carlyle, non sta certo, dato che sia qualcosa, tra le architetture che interessano me e i lettori di questa nota. «Un libro col suo disegno la sua architettura, una vera casa coll'atrio e cogli architravi, coi suoi spartimenti e le sue volte — e anche con qualche apertura sui cieli e sulla campagna.» Si sente subito che codesta roba non ci riguarda.
   E l'autore non è tanto guarito della superbia da credere che il libro, per la sua lunghezza, non sarà letto da nessuno e s'illude, perfino, che possa esser letto con meno tedio di altri volumi più corti. Tanto riesce difficile salvarsi dalla boria, anche a quelli che vorrebbero guarirne gli altri!». Pare si faccia, ingenuamente,


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questione di lunghezza, così, in astratto. L'esame di solo qualche capitoletto, al lume di ovvie induzioni psicologiche, basterebbe invece a provare che il lettore di tutti i capitoletti, dal primo via via all'ultimo, meriterà un segno di distinzione, qualcosa come l'iscrizione in un libro d'oro. È un risultato notevole, per un'opera designata almeno a un successo di curiosità da particolari condizioni favorevoli al suo avvento, non esclusi gli svariati precedenti dello scrittore, e che ha affrontato ad ogni modo, in qualche mese, due edizioni di ventimila copie ciascuna. Non parliamo di questo bel risultato in confronto alle superiori ambizioni dello scrittore.
   S'intende che qui non ci metteremo a rappresentare la seccatura e l'oppressione sopportate dal lettore della Storia di Cristo. L'illeggibilità del libro dovrebbe risultare dall'insieme di quanto sarà detto qui in seguito. E frattanto quelli che hanno sfogliato il volume mi danno la mano: forse me la danno anche alcuni recensori che, severi in merito all'ispirazione dell'opera e al suo totale significato, hanno creduto di dover mostrare qualche indulgenza, come a compenso, per lo scrittore in quanto scrittore. Male! Non era punto il caso di prendere da capo in considerazione, genericamente, lo scrittore in quanto scrittore, e di insistere, in questa occasione davvero solenne, su certe doti del Papini maneggiatore della penna, che gli sono quasi per pacifico consenso riconosciute: anch'esse, d'altra parte, in sede più appropriata, dovranno essere sottoposte ad accurata revisione, perchè non seguitino ad aver corso, per inerzia, giudizi vecchi — ed è vecchiaia — di quindici anni e di tanto virtualmente superati. Non sarebbe stato opportuno insistere, neanche nell'ipotesi che il Papini avesse qui raggiunta quell'efficacia che in alcuni temi e disposizioni non gli è talvolta negata.
   Sta in fatto, invece, che non si conosceva finora un Papini meno concreto di così, enfatico e parolaio fino a tal segno. L'abuso della scrittura, dello scorrimento della penna sulla carta, caratteristico in lui, tocca qui l'esasperazione. E non è dato prevedere se mai, o quando, rileggendo, egli potrà avvertire il crescente fastidio e il peso dei suoi succedentisi capitoletti, la monotonia piatta del tono che accompagna la sua fatica dalla prima parola all'ultima, senza un'inflessione. Non sappiamo se si accorgerà mai dell'uniformità scialba cui è ridotta la materia alla costante altezza di quell'enfasi, sicchè non s'intende alla fine se si parla di ebrei e romani, discepoli e farisei, parabole e miracoli, e della stalla col bue e l'asino, e del Calvario, ovvero invece, sempre, di una medesima cosa. In verità, non si tratta di un


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edificio, ma di un muro, piano, e tutto dello stesso insignificante colore.
   L'illusione del nostro autore su questo punto è stata fattore potentissimo dell'illusione totale che ha accompagnato la composizione del volume, ed è di quelle massicce. Bisogna riferirsi alle intenzioni dell'artista; e sapere che nelle dichiarazioni autocritiche il Papini lascia la forza della sua nuova fede come un sottinteso, cui non dà certo valore decisivo: allo scopo di edificare le animo, egli ebbe invece molta speranza di riuscire per virtù dell'arte, della letteratura. Ricorda che il libro del Renan (per lui di nessun pregio, sotto ogni altro aspetto; per me ad esempio, che ne serbai impressione poco favorevole, ora nostalgicamente quasi rivalutato) ebbe almeno il merito di essere scritto. Il farsi leggero volentieri, osserva, è pure un merito per un libro, specie se esso miri alla mozione degli affetti e voglia rifar la gente. Così il suo aspira ad essere un libro «scritto da un moderno che abbia un po' di rispetto e conoscenza dell'arte, e sappia fermare l'attenzione anche degli ostili». Dice che egli è, o vorrebbe essere, un artista; tuttavia non ha voluto fare opera di pura poesia, perchè gli stava più a cuore, almeno questa volta, la verità che la bellezza. E malgrado ciò, a momenti ha dovuto, ahimè, quasi dolersi «d'esser troppo artista, troppo letterato, troppo niellatore e mosaicista, e di non saper lasciare le cose nella loro potente nudità». «Ma se quelle sue virtù, — soggiunge con accento di unzione forse unico nel volume, — per scarse che siano, di scrittore affezionato all'arte sua, potranno persuadere un'anima sola di più, sarà più lieto di prima dei doni che ha ricevuto.» Il che significa, a farla breve, che lo scrittore ci vuol convertire con la bella scrittura, e che l'arte deve prenderci al punto di edificarci.
   Edificare chi? Noi figli del secolo più genuini, e ornati di tutte le distinzioni. «Un libro scritto da un laico per i laici che non sono, o sono appena per mostra, cristiani»; un libro dedicato «ai saputi, agli intellettuali, ai raffinati, a quelli che non entrano mai in chiesa ma entrano, qualche volta, dal libraio»; un libro destinato a edificare «i laici, gl'indifferenti, gli artisti, quelli assuefatti alla grandezza degli antichi e alla novità dei moderni», «quelli che oggi fanno l'opinione e contan nel mondo».
   Ora, sebbene da queste definizioni del pubblico desiderato dal Papini risolti una certa confusione, che sembrerebbe (e non è) perfin voluta; sebbene resti dubbio se si tratti degli autentici raffinati dell'intelligenza, della sensibilità e della cultura, degli


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artisti, dei critici, e della gente insomma press'a poco del mestiere del Papini, oppure di una cerchia assai più larga di gente, che potrebbe estendersi fino all'intellettualità di tipo mondano (cui non si fa nessun torto con tali distinzioni, perchè tutti a questo mondo abbiamo un compito); noi amiamo credere che lo scrittore abbia mirato alto, ed accogliere la prima ipotesi. Per lo meno dobbiamo ammettere che le preferenze della sua ambizione siano state dirette alla più autentica intellettualità. E allora il primo senso che si prova, è una specie d'interdizione: uno non sa da che parte rifarsi per conciliare l'idea che ha dei raffinati, degli artisti, dei critici, di «quelli assuefatti alla grandezza degli antichi e alla novità dei moderni», di tutta quest'ira di Dio, col proposito dell'autore della Storia di Cristo di operare conversioni a mezzo della bella letteratura e la mozione degli affetti. È il senso d'interdizione, in fondo, cui hanno ceduto, consci od inconsci, parecchi recensori, i quali di quel proposito non hanno tenuto conto affatto, o appena l'hanno notato sorvolando, e si sono trattenuti a parlar del libro come di una storia o lavoro letterario qualsiasi. Ho visto taluna esaltazione spudorata; ma ho anche visto, per fortuna, un residuo di pudore coprire quel delicato punto, poichè l'esaltatore non osava fino a dichiararsi convertito.
   È quella specie di giustizia non so se pietosa o spietata, ironica certo, che a colpire certi estremi assurdi in un uomo si serve a preferenza del silenzio degli uomini. E così la Storia di Cristo — è questa la grande linea del suo successo — ha avuto delle recensioni, come ne hanno in generale i libri, da quando sono in uso le recensioni; e il Papini ha incontrato giudizi favorevoli o sfavorevoli, di tono più o meno obiettivo, da punti di vista eruditi, storici e letterari. Di tutto il resto neanche un indizio; e dev'essere perciò proprio vero quel che ha osservato un recensore cattolico, che cioè la statistica dei cuori mutati e delle conversioni non si può fare.
   Non è difficile però completare il quadro del successo, in pochi tratti. Ragionevolmente si presume che il grosso del pubblico sarà costituito da una massa, cui l'autore giudicava del tutto inutile indirizzarsi: i già credenti. Non invano, difatti, a costoro il confessore, il predicatore raccomanda l'opera del bestemmiatore d'ingegno convertito; ed è da augurare, per il Papini, che leggano nella misura press'a poco in cui credono e praticano. Si sarebbe forse potuto prevedere qualche effetto del libro in seno alla società mondana più a meno eletta. Spiriti, la gente di mondo, che amano serbarsi leggeri, non li vediamo certo sottoporsi


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rassegnatamente alla mole di tutto il volume; per converso, riusciamo ad immaginarli trasportati da una rapida folata di questo particolare misticismo dopoguerresco. Ma le cronache, almeno finora, non registrano nulla di simile: — il libro è stato trovato, alla fine, troppo, brutto? — le segnalazioni, cui il mondo mondano è docilmente attento, non son riuscite abbastanza favorevoli? Ci sembra dunque di avere evitato il rischio di passar difilati nel campo di certa poco divertente psicologia collettiva.
   Si diffonde indubbiamente, e vorrei dire sta nell'aria, il giusto verdetto. Penso a un certo lettore, estraneo del tutto al mestiere e ai misteri dello scrivere, ma capace d'intendere e disposto a simpatizzare, non prevenuto dunque, ma nemmeno suscettibile di esaltazioni artificiali. Mi par di sentire questo medio e buon lettore scambiarsi coi lettori del suo tipo impressioni sulla Storia di Cristo che gioverebbe raccogliere. Modesto come naturalmente è, sottopone invece a chi presumo debba saperne più di lui taluna di quelle belle domande, davanti alle quali l'interrogato non ha se non da ammirare la spontaneità e giustezza della risposta inclusa. E credo perfino che un lettore simile confidasse proprio a me di quei suoi dubbi, che non erano dubbi.
   Escludeva ogni questione, se non m'inganno, circa l'ispirazione religiosa del libro e lo scopo di edificare le anime prefissosi dall'autore: sembrava che di ciò non gli importasse, o meglio, senza rendersene conto, giudicasse inutile occuparsi di cose tanto remote. Probabilmente, nè religioso nè irreligioso, egli non ammetteva, in genere, la possibilità di un'opera fornita di tali virtù da convertire oggi gli animi al cristianesimo ed anzi da riportarli alla Chiesa cattolica. Per conseguenza non si meravigliava, e ancor meno si lagnava di non trovar traccia, di amor divino. E di un po' di amor del prossimo neppure osava fare una richiesta diretta. La sua curiosità, riguardo allo spirito del libro, era questa sola, minima: — perchè vi si inveisce contro tutto e tutti con improperi e vituperi; e non vi si fa che questo? Mi mostrava, nel caso mi fossero sfuggiti, alcuni passi, che aveva superfluamente segnati col lapis, perchè, mi accorgevo, non gli erano usciti di mente. Ed io leggevo: «La sentenza pronunziata ed eseguita da Gesù contro gli onesti ladri aveva messo a rumore la bracata puttaneggiante città, dormigliona come una vacca troppo montata e troppo munta». E poi: «Il sangue chiesto dai Giudei non tarderà a ripiombare su di loro: ne saranno piene le strade di questa medesima città che ora, vomita Cristo fuori delle mura, come se fosso un grumo di marcia, e il fuoco non lascerà pietra su pietra della casa di Caiafa». E nella preghiera


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al Signore così si prega: «Ma tu hai perdonato tutto e sempre. Tu sai, tu che sei stato in mezzo a noi, qual'è il fondo della nostra natura sciagurata. Non siamo che rappezzi e bastardume, foglie instabili e passanti, carnefici di noi medesimi, aborti malvenuti che si sdraiano nel male a guisa d'un lattante rinvoltato nel suo piscio, d'un briaco stramazzato nel suo vomito, d'un accoltellato disteso nel suo sangue, d'un ulceroso giacente nel suo marciume». L'interlocutore mi assicurava, qualora non avessi letto abbastanza, che la roba di simil genere abbonda e sopraffà. E mi pare di avergli solo fatto notare, in risposta, con sua evidente soddisfazione, le forme negative cercate apposta per l'applicazione della malaparola e dell'ingiuria. Sicchè del profeta si deve dire che «non fa l'indovino negli antri e non butta dalla bocca bava e parole sui tripodi»; a definire l'amore della povertà in Gesù è necessario spiegare che esso non è «una regola ascetica o una veste orgogliosa dell'ostentazione», e coprire di vituperio la povertà di Timone d'Atene, di Cratete, dei Cinici, e dei Guerrieri di Platone; la felicità promessa al banchetto del Regno va così nettamente distinta: «Altro che le ricreazioni passeggere della vita terrestre, le sbornie che fanno vomitare, le mangiate che gonfiano il ventre, le giostre lussuriose che lasciano l'ossa tronche e l'anima avvilita!». Un vecchio bisbotico prete soleva farmi professione della sua stima; e mi diceva difatti, per darmi del galantuomo: — Non siete una canaglia!
   Ma mi apparivano addirittura formidabili le domande circa la forma letteraria del libro, da parte di quel lettore, il quale era tutt'altro che un critico. Perchè, in primo luogo, notavo che il disgusto delle parole grosse e delle parolacce nasceva in lui solo come disgusto estetico, sebbene non se ne accorgesse: si sentiva offeso da una inspiegabile e insopportabile stonatura. E poi voleva sapere la ragione delle maiuscole iniziali a caso, nei sostantivi, negli aggettivi e magari nei verbi; e perchè spesso in luogo di uno o due aggettivi ve ne fossero cinque o sei, e in luogo di un verbo, ad esempio, quattro. Domande semplici, dentro le quali non supponeva potesse concentrarsi la più profonda critica. Non riuscendo a dare un nome al moltiloquio dello scrittore, e a definirne i principali elementi, come, oltre i sinonimi, la serie di proposizioni addizionali e antitetiche, si affidava con sicurezza al caso: ad apertura di libro mi avrebbe dato un esempio di quel che voleva dire. Apriamo, e leggiamo in principio d'un capitolo: «Non si può stare sempre sulle Montagne. Appena saliti in vetta alla Montagna siamo destinati a discenderne. Condannati a discenderne. Necessariamente, inappellabilmente obbligati a


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discenderne. Ogni salita è un impegno della discesa. Una promessa di tornare al basso. Un compromesso di riabbassamento. L'ascensione è pagata con la discesa: scontata, espiata, compensata colla discesa. La tristezza del discendere è il prezzo pattuito della gioia del salire. La voluttà della salita è un anticipato risarcimento per la malinconia della discesa». Bene! Oltre tutto, qui si ha occasione di gustare la delicata opportunità di certi pezzi di bravura. Ma mi era troppo difficile dare un'idea, a quell'ingenuo, della bravura pennaiuola, e mostrargli quanto felicemente nel brano essa si accoppia ad una necessità intima di pensiero, che appena supera il tipo componimento di liceo. Le mie analisi, del resto, poco o nulla avrebbero aggiunto alla fermezza di un'impressione per sè stessa incrollabile.
   Di fronte a tale stato di fatto, penso che al Papini resta la facoltà, per suprema consolazione, di riferirsi alla sorte dei profeti in tutti i tempi. Ovvero, giacchè le cose vanno a rovescio con gli intellettuali veri e propri; e vanno anche male con le persone di buon senso e fornite d'un po' d'alfabeto, — il mio tipico uomo, — bisognerà che egli faccia appello infine alle anime addirittura allo stato semplice. Ai semplici, è vero, nel libro non è risparmiato il disprezzo, e talvolta anzi con un accento che ne rivela l'origine genuina: l'orgoglio ottuso dell'uomo che si sente d'ingegno e istrutto, quella specie di cafonismo da parvenu dell'intelligenza, presente almeno in funzione di tono in ogni scritto del Papini. L'uomo superiormente dotato ha a base della sua larga umanità l'intuito dell'anima semplice: quella semplicità gli si converte, nelle crisi proprie della superiorità, in termine sacro e nostalgico. E alla semplicità nientemeno degli Apostoli, portentosa ancora pel mondo pensante fino a prova contraria, il Papini dedica, senza intenzione di far del grottesco, un discorso sulle magagne dei discepoli in genere, il quale ricorda all'evidenza quelli che si tenevano in Italia anni sono, allorchè la questione più grossa della cultura si aggirava intorno ai superatori crociani. Ma tutto questo non importerebbe; e se vogliamo mantenere il contatto con la realtà delle cose, noi non siamo autorizzati ad escludere che domani l'autore della Storia di Cristo prepari difese del suo lavoro con atteggiamenti, punti di vista, piani di conoscenza del tutto nuovi. Ora, è più che mai in grado di offrire simili spettacoli. Alla falsità totale della Storia di Cristo non si perviene se non quando in codesta ginnastica si sia impegnata sul serio la vita.


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   Alcuni critici specialisti di storia religiosa hanno voluto discutere con impegno la posizione del Papini di fronte all'erudizione, alla storia e alla filosofia. Ed hanno così, di certo, contribuito in qualche modo all'illustrazione dell'opera. Noto tuttavia nella gravità con la quale essi hanno assolto il compito, qualcosa d'improprio, che mi suona ingenuo; sopratutto se trovo, come trovo, che si son limitati alla critica di loro particolare competenza, e magari, pel resto, hanno reso omaggio al Papini scrittore. Le considerazioni, in apparenza esteriori, da me fatte sul pubblico e il successo, nel tema che ci occupa hanno un'importanza sostanziale: portano al nodo della questione. Non dico precisamente le mie, ma in generale le considerazioni di quel tipo, fatte da chiunque, in qualsiasi forma, dovrebbero di loro natura riuscir dense di critica. Non se ne prescinde, ad ogni modo, senza correre rischio di cader ne1 generico, e di applicare alla singolarissima Storia di Cristo osservazioni che varrebbero egualmente per un altro qualunque libro di storia cristiana condotto senza riguardo all'erudizione, alla storia e alla filosofia. Tralasciarle significa autorizzare il sospetto che non sia stato inteso l'assurdo, tutto l'assurdo, nel rapporto tra lo spirito del libro e lo spirito del tempo. E da ciò quel senso di ingenuità, un po' libresca; anche se uno pensi che il dotto recensore abbia subìto l'inibizione di cui dinanzi dicevamo. Forse per questa ragione mi sembrava a momenti toccar più fondo, ad esempio, lo scherzo sornione di un Ojetti che la lea1e serietà di un Salvatorelli.
   Quest'ultimo meglio degli altri ha visto che bisognava ridurre in sintesi le capitali obiezioni di carattere erudito, storico, filosofico, e porle tutte come reazioni inevitabili di quello spirito che si può chiamare del nostro tempo, modernità, o altrimenti, ma non si sopprime, com'egli dice, a parole. «Inutili sono — se ne persuada il Papini — le denegazioni irose, gli ostentati disprezzi, i giudizi di sommaria condanna. L'uomo moderno che possegga una propria vita spirituale ed una coltura autonoma, non può ignorare i problemi della ricerca critica, della ricostruzione storica, dell'interpretazione filosofica intorno a Gesù, senza violentare la propria coscienza, senza peccare contro lo Spirito — il peccato che non si perdona — senza offendere, in conclusione, il Cristo stesso proprio mentre si propone di rendergli il massimo onore». Senza — soggiunge — «un'assurda e obbrobriosa automutilazione». E si deve convenire che su questa via il Salvatorelli spinge innanzi la critica con la padronanza dell'argomento che gli è propria. Ci domandiamo però, anche per lui, se è ammissibile ritenere a sufficienza caratterizzato il libro


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del Papini, un documento per eccellenza umano, con discussioni che alla fine non esulano da un campo puramente dottrinale. Mi duole dire al Salvatorelli che la sua polemica circa i valori storici, sociali, culturali dell'Evangelo, in quella sede risulta non poco spostata. Anch'egli resta assai lontano dal segno, non si salva dal generico. Gli hanno nociuto probabilmente lo stesso vivo interesse per la materia e l'abito mentale degli stadi una volta prediletti mentre non l'ha di certo soccorso quella disposizione spregiudicata e concreta, che fa ora di lui un giornalista di prim'ordine, o sarebbe stata, nel caso, opportunissima.
   Gli specialisti di storia della religione non son tali per caso: di solito c'è in essi almeno una sorta di vaga sentimentalità religiosa. Son portati indubbiamente a sentire nel tempo più religione di quanta ve n'è in effetti. E quando sia il caso di valutare un'opera, un'azione, una vita rivolte ad ottenere sui contemporanei un effetto pratico nella sfera religiosa, si trovano ad essere troppo parte in causa per serbarsi sereni. Manca loro l'intuito schietto di questa profonda ripugnanza dello spirito moderno per ogni determinazione del senso religioso, che è poi —non pare possa essere altro — profondo rispetto di qualcosa, se in pari tempo ci fa aborrire le grossolanità del cosidetto libero pensiero, liquidare rapidamente ogni neomisticismo, e sorridere anche dei più alti sintomi idealistici, ove questi presumano sostituirsi appunto a qualcosa. Sicchè anche nel caso del Papiri mancava agli storiografi e critici della religione la visione sgombra del punto di riferimento. Chiamiamo, per essere più esatti, troppa fede, o almeno troppa volontà di credere, quello che in essi ci dà impressione d'ingenuità.
   Anni fa, discorrendo delle opere religiose di Tolstoi, cercai di mostrare il carattere balenante, puntuale, del senso del divino nel grande russo. Sostenevo, da quel punto di vista, che il profeta fosse da ricercare un po' in tutta l'opera e tutta la vita, non precisamente negli scritti di dottrina e propaganda religiosa. In questi ultimi mi sembrava di scorgere soltanto uno sviluppo volontario, per non dire addirittura arbitrario, del nucleo realmente vivo. Sulla scorta dei documenti forniti dal Romain Rolland, non esitavo a definire un «immane sforzo» quello della costruzione dottrinale religiosa, da spiegarsi sopratutto col bisogno nello scrittore, o meglio nell'uomo, di tenere infine una volta ferme, ricordandole, le reazioni etico-religiose agli estremi della vita sensuale e passionale, sempre rinnovantisi e mai definitive, un continuo da capo. In altri termini, sentivo allora di dover fare, a quel modo, fondamentali riserve


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sul cristianesimo tolstoiano ridotto a dottrina e programma. E vengono ora in appoggio di quell'interpretazione nuovi documenti, e forse anche i risultati del lento lavoro di chiarificazione che gli anni vanno facendo nel giudizio diffuso nel mondo intorno a Tolstoi. Ma in questa occasione un lato manchevole del mio vecchio scritto mi torna a mente, e mi giova particolarmente rilevare. Dicevo dunque: «Egli ebbe, in misura vasta, le nostre debolezze e i nostri vizi, ed ebbe, in proporzione, i nostri disgusti e i nostri rimorsi. Il Dio di Tolstoi, il Dio che veramente egli sentì, fu solo balenante. Tale è il Dio che gli si rivelò quand'era volontario al Caucaso, o quando era ufficiale a Sebastopoli, e molte altre volte in seguito; tale è il Dio di Olenine, del principe Andrea, di Pietro Besoukhov, e d'altri personaggi. Solo sul ricordo di questi baleni Tolstoi costruì il sistema religioso e di vita. Ma quei baleni, in proporzione, sono anche i nostri. Sono i nostri, se è vero che la divinità accesa d'un tratto nell'anima del principe Andrea la sentiamo come un'accensione in noi, pur non avendola mai raggiunta con pari intensità e trasparenza nella vita. La divinità del tempo moderno giace tanto remota in fondo, che sembra non più esistere. Il corso della storia vuoi così: da secoli, le cosidette rinascite religiose, e gli idealismi teorici, sono assorbiti da quel grande corso. In tal senso, Tolstoi, è forse la coscienza religiosa più genuina e originale apparsa nel mondo dopo il tempo in cui la divinità viveva familiarmente nella mente e nel cuore dell'uomo. Solo un uomo di tanta consumata modernità, e così estraniato dal divino, poteva toccare il divino a quel modo. I nomi che egli volle dare al Dio, gli attributi che gli conferì, il sistema di vita che dedusse per gli uomini da ta1i concetti, si perdono come apparizioni superficiali sul flusso della storia, che non si lascia arrestare o fuorviare. Ma resta il grido del profeta».
   Oggi direi senza esitare che la natura dell'argomento pesò su questa conclusione. Non disdico punto la riduzione del sentimento religioso vivo in Tolstoi ai soli baleni; nemmeno revoco in dubbio il deciso valore dei baleni come effettivo sentimento, in Tolstoi e in generale, quando penso per contrasto alle tendenze religiose capaci di sviluppi discorsivi, proselitismo e via dicendo. Ma certo nel riferirmi alla religiosità del tempo fui indotto ad accentuar troppo le rivelazioni balenanti, e a lasciare alquanto in ombra quel senso normale del divino di cui dicevo «resta tanto remoto in fondo». Vedo che l'accentuazione inversa è spontanea e necessaria, qualora si parli di questo argomento, del quale si preferirebbe non parlare: il nostro senso religioso.


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E cioè, dev'esser conferito tutto il valore, in primo luogo, all'apparente areligiosità e indifferenza dei moderni; e solo dopo, subordinatamente, e a rilevare ancor più l'areligiosità normale, si può discorrere delle sue crisi. Il carattere balenante e più o meno labile delle quali (eccezion fatta, s'intende, di certi singolari casi) è nell'esperienza di chiunque abbia attenzione vigile nel guardar dentro se e dentro gli altri. Nei riguardi dell'unica religione che domina il nostro tempo, noi potremo sempre ripetere, in sede di osservazione storica, in un senso ricchissimo di significato per quanto non più che normativo: il nostro spirito è cristiano, la nostra civiltà è cristiana. La questione sta però tutta nel momento in cui uno di noi, nell'intimo, ad um esame di coscienza, cerca di vedere se sopporta di riconoscersi senz'altro cristiano, sia pure nel solo senso etico valevole in sede storica. Vi sono gravi dubbi che non lo sopporti; e non, naturalmente, per effetto di un giudizio morale, di indegnità, ma di un giudizio di inadeguatezza dell'appellativo «cristiano» al proprio contenuto spirituale. Dovrebb'esser così se, morta una volta la fede, ha libera efficienza in noi tutta l'esperienza umana anteriore e posteriore a Cristo, accumulata; e se, come sentiamo, la nostra complessità ci carica, anche solo di fronte all'etica cristiana, di tante contradizioni insolute, le quali son vivi germi di una più ricca esperienza futura. Tutto si riduce a constatare, in fondo, che il cristianesimo, anche privato della trascendenza, ove lo si interpreti in senso troppo stretto, è non meno di altri concetti storici inapplicabile integralmente alla modernità; ad avvertire la tendenza della proposizione genericamente vera: «lo spirito moderno è cristiano» a diventare un luogo comune. E della posizione nostra di fronte al cristianesimo in quanto trascendenza non parliamo. Nel senso moderno della vita, della creazione, non meno che in tutti i tempi v'è trascendenza: se non vi fosse, l'amenità avrebbe solo da scegliere, per acquietarsi, tra i numerosi sistemi immanentistici messi a sua disposizione; ma a quest'ora avrebbe già scelto. Se ci obbligano però a dire (poichè ameremmo tacere), affermeremo solo, e sempre da capo, che la trascendenza nostra, perduta in ciò che da noi si pensa, si sente, si opera, è assolutamente innominabile.
   Il fatto mostra che la modernità difende questa sua religione areligiosa, contro ogni attacco, come si difende un credo positivo, e vittoriosamente. E se il senso religioso moderno ha perfino dissolto le azioni tendenti a dargli determinazioni soltanto vaghe, e non prive al tempo stesso di qualche profondità d'ispirazione, esso evidentemente non ha bisogno di difese in


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un caso grossolano come quello del Papini. Fare un discorso davvero troppo lungo, com'io ho fatto, cercando di considerare il senso religioso moderno nella sua purezza, sarebbe puerile, se il fine dovesse essere nientemeno una difesa contro la rivoluzione religiosa promossa con la Storia di Cristo. Parla, come s'è visto, la cronaca, in termini umili; e dice che la modernità, sotto la specie del buon pubblico italiano, s'è difesa insuperabilmente, tanto aiutata, del resto, dal Papini medesimo. Ma forse chi legge avrà inteso che io mi sono impegnato in questa nota con la disposizione generosa di non risparmiare allo scrittore le più esaurienti motivazioni. Evocato nella sua purezza e tenuto ben fermo il nostro modo di sentire religioso, in rapporto ad esso, e solo ad esso, — astrazion fatta da ogni ideologia sovrapposta, scartate le elucubrazioni buone soltanto a intorbitarlo, — risulta lampante l'assurdo della posizione assunta dal Papini. La quale, verso l'ineffabile e verso il supremo pudore, non poteva aspirare ad una maggiore materialità e sfacciataggine. E si noti come viene delicatamente a tempo. Nel pubblico superiore cui egli si rivolge, tra quei raffinati, qualcuno nel fatto della guerra sofferse l'indicibile pena umana, cui non riusciva di conforto nessuna delle idee scritte sulle bandiere; e se non ebbe, dal fondo di quella depressione, un vero principio di elevazione religiosa, provò tuttavia un senso insolitamente aggravato della miseria di questa umanità, che a momenti gli sembrava, corpo ed anima, cristianamente crocifissa. La guerra non fu del tutto vana per lui. Non diciamo che, da questo punto di vista, sotto le apparenze più contradittorie, forse non fa vana per alcuno. Ad ogni modo, particolarmente agli intellettuali e raffinati il Papini porta ora la sua grossa novella: dopo la guerra, e proprio perchè c'è stata la guerra.
   Si aspetta, in sostanza, un ritorno materiale di Cristo; come si vede nella finale Preghiera: «Sia pure un breve ritorno, una venuta improvvisa, subito seguita da un'improvvisa comparsa, una apparizione sola, un arrivare e un ripartire, una parola sola nel giungere, una parola solo nello sparire, un segno solo, un avviso unico, un balenamento nel cielo, un lume nella notte, un aprirsi del cielo, una risplendenza nella notte — un'ora sola della tua eternità, una parola sola per tutto il tuo silenzio». Non mi si vorrà concedere che trattasi d'una venuta materiale. Mi si passerà almeno che siamo di fronte ad un pathos straordinariamente corposo. Prescindo dal solito accatastamento delle parole, e voglio riconoscere sul serio, sotto, il pathos. Mi pare vi culmini la sincerità propria della totale falsità dell'opera, in


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maniera, sotto un certo aspetto, quasi commovente. Del resto, qui è l'inevitabile conclusione logica di un processo esteriore e materiale, accettata dallo scrittore con lo stesso coraggio che gli fa sostenere il processo intero, e che almeno in questo punto non staremo a guardare se va a confondersi con l'improntitudine. In un caso autentico di crisi religiosa è di suprema urgenza, almeno in un primo momento, il confessarsi. Dato anche che prevalga subito l'amor del prossimo, il nuovo convertito non saprà prescindere, nel cercare il fondo del cuore altrui, dal mettere a nudo il proprio: tenterà irresistibilmente le corde che in lui stesso hanno vibrato, obbedendo in ciò, da capo, al bisogno di confessione. Il Papini non pensa a raccontare la crisi attraversata; d'altra parte, neanche il suo critico più fervido e immaginoso saprebbe indicare in tratti d'intimità sparsi nell'opera i segni vivi, tuttora scoperti, dell'avvenuta conversione. Si parte dunque da un fatto compiuto, esaurito. Il Papini muove risoluto a scrivere esclusivamente per gli altri, pel solo bene degli altri; e con giudizio obiettivo, vorrei dire addirittura distaccato, sceglie un tema adatto ad agire sui contemporanei, anzi, secondo gli pare, il più adatto: senz'altro la vita del Redentore in tutto il suo svolgimento, sulla scorta degli Evangeli. Su quel tema bisognerà costruire un libro, e che sia bello, bello come un bello edificio: occorrono sopratutto bello scrivere ed eloquenza. E mentre nessuno oserebbe affermare che il nostro autore sia precisamente un predicatore di second'ordine, chiunque invece deve convenire che questo atteggiamento somiglia alquanto all'indifferenza professionale appunto del predicatore di second'ordine. Allora, il Papini si lascia andare, e scrive: scrive per più di seicento pagine di stampa, in cui pur bisogna sia messo qualcosa. E non vi mette poco: vi mette tutto sè stesso, con una nudità e sincerità tali da lasciare solo al più scimunito o fanatico gregario d'una associazione anticlericale il sospetto che la conversione sia simulata e tutto il libro sia un trucco. Il Papini uomo d'ingegno (l'ingegno in astratto, senza carattere, che non serve a niente); il Papini mezzo filosofo, mezzo poeta, mezzo critico, mezzo qualche altra cosa, e al tempo stesso nulla di tutto questo; il Papini giocoliere coi bussolotti della filosofia, della poesia, eccetera; il Papini che non lavorò mai in dentro modestamente e progressivamente, ma portò fuori, spudoratamente, tutti gli acquisti superficiali e provvisori della sua cultura, volta per volta, in sempre nuovi atteggiamenti e pose; il Papini insomma che i buoni intenditori in Italia conoscono assai bene da tempo, — sta tutto qui dentro. E vi sta in modo che


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anche certi tratti spigliatamente felici d'una sua facoltà di osservazione, d'ordine secondario ma innegabile, stentano a venir fuori. La polarizzazione è verso la pletora e la violenza verbale, vorrei perfin dire verso il turpiloquio. Sicchè il bravo lettore di buon senso dà in sintesi quel giudizio, giustissimo, che abbiamo visto. Bisogna essere davvero larghi, come il Salvatorelli ha voluto essere, per attardarsi a discutere come e perchè l'interpretazione dell'Evangelo del Papini sia più o meno materialistica. Si parla della ricchezza terrena: «Il pane, digià santo sulla tavola della famiglia, diventa, sulla tavola della chiesa, il corpo eterno di Cristo. Anche la moneta è il segno visibile d'una transustanziazione. È l'ostia infame del Demonio. I denari son gli escrementi corruttibili del Demonio. Chi ama il denaro e lo riceve con gioia comunica visibilmente col Demonio. Chi tocca il denaro con voluttà tocca, senza saperlo, lo sterco del Demonio». Io non mi sentirei la forza di discutere. Ed occorre farsi trarre ingenuamente in disquisizioni dottrinali, perdere di vista la realtà effettiva dell'opera che sta davanti, per limitarsi a dire, come il Salvatorelli fa, che il Cristo del Papini è ridotto a «un esemplare immobile ed esteriore a noi», e che manca «un significato permanente della sua persona, manca il senso e l'affermazione di una sua presenza e di una sua opera immanente ed eterna ». Manca assai più di questo: manca, assolutamente, la persona di Cristo; e il lettore di buon senso ha la precisa impressione che il Cristo resti infine solo in funzione di pretesto. Nessuna meraviglia dunque, se la Storia di Cristo è quella qui sintetizzata, che l'autore invochi a gran voce, nello staccarsi dalle sue seicento e più pagine, il «segno solo», l'«avviso unico», il «balenamento nel cielo», il «lume nella notte». Poichè neanche l'abbassamento o la negazione di tutto, — grandi personalità, popoli, epoche, principii, leggi, la storia intera, — son valsi a dare un barlume di esistenza, nello spirito dello scrittore, alla persona di Cristo, nulla di più naturale che questa sia chiamata perché alla fine materialmente si sveli — «una apparizione sola» — e materialmente risponda — «una parola sola». Cercavo con ansia, e credetti infatti di scorgere nella finale Preghiera, in fondo al falso così pertinacemente accumulato, qualche accento di sincerità più immediata per disperazione: di sincerità meno inquinata, più prossima a quella media, normale degli uomini. Ma io vorrei che almeno l'attesa paurosa d'un improvviso squarciamento nel cielo desse al Papini un brivido vero. Mi contenterei, soltanto, di questa autentica sensazione.


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   «Come lo scrittore sia giunto a ritrovar Cristo, da sè, camminando per molte strade che alla fine sboccavano tutte ai piedi della Montagna dell'Evangelo, sarebbe un discorso troppo lungo e anche difficile.» Impossibile, allo stato delle cose. Il Papini sarebbe salvo (diventerebbe un altro), ove potesse raccontar se medesimo secondo verità: dico quella relativa verità conseguibile da un uomo che guardi con una certa penetrazione dentro se; e non penso neppure alle grandi spietate autobiografie, di cui hanno esempi tutte le letterature. Per raccontarsi occorre una facoltà di distacco tale che permetta di dominare, distinguendolo, ciò che è istinto, passività o passione, materia o carne, se vogliamo adoperare anche quest'ultima parola, con le altre, in contrasto alla libertà dello spirito. Ma chi ha assunto dentro sè stesso ogni grezza materia alla dignità di effettivo contenuto spirituale, con un gioco formalistico, ed ha mescolato così i propri motivi sinceri col falso, riuscendo anche a potenziare in falsità le mescolanze con l'accumularle progressivamente — non si può raccontare: vorrei usare anch'io una volta un'immagine grossa, e dire che costui davvero somiglierà al lattante rinvoltato nel proprio piscio. Inoltre, il difetto di carattere nell'ingegno del Papini è difetto senz'altro di sensualità e passionalità, in largo senso di attaccamento alla vita. La materia che in lui ribolle e intorbida tutto è, all'ingrosso, materia cerebrale: punti di vista, estrazioni, dottrine, vaporanti in chiacchiera (poiché l'uomo di poco fondo sensuale è assai spesso un parolaio). E mentre le crisi etico-religiose di un Tolstoi nascono come le sole spiegabili in tempi che hanno distrutto la possibilità di ogni fede positiva, nascono cioè come reazioni agli estremi insopportabili della sensualità e della passione, dell'egoismo e della solitudine; la crisi cosidetta religiosa di un Papini nasce da un estremo potenziamento del guazzabuglio cerebrale. Nelle coscienze tormentate e vigili, press'a poco in quel punto della vita che ha raggiunto il Papini, viene un momento in cui il peccato (dico la materia sensuale tipica in ciascuno) pesa troppo: scocca l'ora di gettarsi, più o meno metaforicamente, ai piedi del confessore. Ed è pure, questa chiarezza, una grande consolazione. Ma al Papini, che avrebbe bisogno più di tutti di gettarsi ai piedi del confessore, e nient'affatto per metafora, una simile consolazione è negata, anche dopo che s'è convertito, anche dopo che ha scritto la vita del Signore. Perchè non saprebbe che cosa confessare. Può scrivere bensì la vita della Vergine, e poi la vita di tutti i Santi, ad uno ad uno; ma non si può confessare. E noi riconosciamo, — qui senza più ombra di ironia, — che la


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Storia di Cristo ha questo profondissimo e disperatissimo motivo, e cioè rappresenta una diversione assurda, la vera tragedia di una via senza uscita. Gli intellettuali, i raffinati, che il Papini voleva convertire, hanno però qualche parola da dire in vece sua; e possono anche rendere giustizia alla tanto dolorosa sincerità giacente in fondo ai giuochi e ai trucchi, alle profanazioni d'ogni genere, che alla fine dovevano condurre a qualcosa come questo libro, ove non lo scrittore soltanto ma l'uomo è impegnato, ormai senza residuo. Essi soli, per esperienza diretta, potenza d'intuito e facoltà di distacco, sono in grado di conoscere gli orrori delle mescolanze di sincero e di falso che una creatura umana può portare in giro pel mondo, sotto la maschera d'una faccia qualsiasi.
   Sono, debolmente, un intellettuale anch'io; e questo scritto vuol recare appunto un modesto contributo al chiarimento del fenomeno Papini. Perciò esso non fu pensato come una regolare recensione limitata alla Storia di Cristo, e nacque invece nella forma di una nota un po' fuori degli schemi soliti, con una impostazione accentuatamente polemica. Al massimo posso promettere al Papini che, in altra eventualità, userò con lui gli strumenti di precisione. Pel momento la precisione si trattava di ottenerla solo nel tracciare taluna di quelle linee maestre che, ripeto, son già nel dominio dei buoni intenditori; ai quali difatti è indirizzato il discorso, non senza però una certa speranza che porti qualche effetto anche nella cerchia, forse non troppo ristretta, dei timidi e dei dubbiosi. Intangibili restano sempre, naturalmente, i molti che ancora tengono il Papini come qualcosa di grande, tra il filosofo e il poeta, o addirittura come il più grande scrittore italiano vivente.
   Si sarà notato che non proprio la questione religiosa interessava il sottoscritto. Fui mosso difatti ad occuparmi del Papini — che sempre seguii, per iscrupolo e per una certa curiosità, sebbene non del tutto sana — da ragioni che investono tutto lo scrittore, e perciò sopratutto letterarie. Non credo di vantarmi, se assicuro che non mi lasciai prendere dalle facoltà appariscenti ed imperative, dal famoso «ingegno», neanche quando, sul principio, le confusioni potevano essere giustificate. Non solo non sorse in me allora nessuna delle corrive illusioni giovanili di affinità (eppure potevo ancora subirne); ma mi offesero subito la facilità, pur non ancora degenerata in faciloneria, e la spigliatezza, e la sicurezza, e la profondità, dentro la quale venivo con meraviglia a scoprire, superficializzati e rimessi in uso con jattanza, elementi tutti noti, perfin logori. Direi press'a poco che


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il mio giudizio sullo scrittore, e anche sull'uomo, si formò già in quel tempo lontano. Il Papini mi fornì poi via via, con l'abbondanza e la varietà che tutti sanno, tanta esperienza delle sue attitudini e possibilità, che alla fine ne ebbi anche di troppo. E credetti, veramente, ch'egli avesse varcato il limite della tolleranza, allorquando, «ingegno» com'è, e quasi che tutta la ginnastica precedente non fosse bastata, volle anche dar saggio di lirismo puro, con intenzioni di strabiliante modernità. Sarebbe stato quello il momento buono per mostrare, specialmente, tutto ciò che in codesto sfrenato avanguardista v'è, rispetto ai tempi, di arretrato. Nel rappresentarlo sotto la specie dell'arretrato, si sarebbe potuto dire sul Papini qualcosa di essenzialissimo e, implicitamente, tutto. Ma passò l'occasione. E vennero, solo pochi mesi fa, certi articoli sopra soggetti vari, in un quotidiano di Roma, preannunziati a grandi caratteri il sabato per la domenica. Eravamo messi d'un tratto, dopo la guerra, dopo il dopoguerra dopo la conversione che si sapeva già avvenuta, e un periodo di silenzio, di fronte all'estrema degenerazione della più sciatta maniera, una specie di bamboleggiamento; sicchè non ben si capiva se il Papini fosse tornato in realtà molti anni indietro e peggiorato, o volesse solo, per burla, rimandarci a scuola. Proprio allora io avevo cominciato ad insistere presso i buoni amici della Ronda e un po' anche nella rivista, sulla necessità di certe distinzioni nette nel campo della nostra letteratura giovane e di quella che, forse non senza ragione, seguitiamo a chiamar giovane. Occorreva distinguere in base ai caratteri più genuini dei rappresentanti di questo tempo letterario faticoso e difficile: dico l'acquisto di cultura lento e controllato, l'assiduo lavoro critico, il raccoglimento, la riflessione su ogni passo, e l'aspro ma progressivo ritrovamento di una sensibilità propria originale attraverso tutto questo travaglio, pur se la resa dei conti debba dare un minimo. Mi pareva opportunissimo far vedere come questi caratteri si trovassero negati in uno che, nel giudizio volgare, appariva quale portabandiera dell'epoca; tanto più che quest'uno c'induceva in troppo forte tentazione. Eccellente idea sarebbe stata quella di illustrare il Papini come un fenomeno tipicamente impuro del tempo; e cioè come un temperamento senza dubbio a fondo critico, ma sforzato verso la creazione improvvisata, acritica; senza dubbio avido di esperienza e di cultura, ma sforzato verso l'utilizzazione immediata, improvvisata della cultura. Se ne poteva seguire la sorte. E venne la Stora di Cristo, superiore ad ogni aspettativa. Allora


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fu necessario adattare un po' il discorso al tema; e si disse tutto quello che si poteva. Si mostrò in ogni caso, doverosamente, il bell'effetto edificante ottenuto dalla solennità del monumento su certi poveri illusi: quelli che nell'espressione travagliata di sè credono di approfondire tutto, perfino il proprio senso religioso. Ma non è poi neanche detto che il discorso sia finito.


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