Articoli su Giovanni Papini

1913


Tullo Busignani
Giovanni Papini
Pubblicato in:: Humanitas, anno III, n. 44, pp. 318 – 319
(318-319)
Data: 2 novembre 1913



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   Giovanni Papini riassume in sè le peculiari qualità della intellettuale generazione presente. La quale è scettica e indolente; quasi sempre in contradizione con sè stessa.
   Non ha, sto per dire, una forte, ideale coscienza politica ma è esclusivamente arrivista.
   Davanti alle grandezze del passato è iconoclasta. Distrugge col peggior disprezzo, quasi conscia del proprio isterismo; critica col più tagliente riso.
   Ha in sè la coscienza di una libertà sconfinata che permette i giochi da saltimbanco in arte e la più morbosa corruzione della morale.
   Ha nelle vene il sangue che si riscalda per futili entusiasmi, nati da verbosità tribunizie, ma recalcitra o tace davanti all'impresa. E' un'accozzaglia di contradizioni, dalla cui battaglia escono spesse volte caratteri malleabili come la cera, spavaldi e cinici nella vergogna, sprezzanti del retto costume lamentato dalla retorica pedante dei vecchi. E' in urto stridente con la generazione che l'ha preceduta; come, forse, nessuna generazione è stata nemica dell'altra. Eppure, per tutto questo, dalle sue contradizioni sorgono le affermazioni del domani, dal suo cinismo spunta un sorriso umano, dal suo scetticismo una lenta preparazione ad un sano ed erompente idealismo che ha già cancellato per intero le orme brutali del positivismo. Per tutto questo è bella e divina.
   Ho detto che Giovanni Papini sintetizza questa nostra generazione nella sua intellettualità e credo di non essermi sbagliato.
   La sua autobiografia cerebrale è un pò l'autobiografia di tutti; è l'analisi coraggiosa, meticolosa, esatta dei nostri mali. Tutti abbiamo avuto un pò l'adolescenza pensosa e precoce che ci ha allentato di molto il legame della famiglia e della società. Ci è balenata alla mente giovino ancora e non abituata alla ginnastica, una folla di problemi urgenti, insistenti che ci hanno travolti e ci hanno resi perplessi.
   Abbiamo guardato di mal'occhio le istituzioni, specie la chiesastica, con un rabbioso istinto giacobino, avanzo quasi della grande Rivoluzione. Ci siamo costruito e poco a poco, un nostro mondo particolare che diventò presto utopia e abbiamo provato allora, per la prima volta, l'amarezza del disinganno.
   Abbiamo odiato con l'odio vergine e stizzoso del ragazzo gli aristocratici di nome e gli imbecilli; i presuntuosi e i contenti della vita. La plebe è stata la nostra amica e le sue piaghe ributtanti hanno aumentato l'odio nella nostra anima.
   Gli scrittori che hanno denudato senza misericordia l'umanità per mostrarne tutti i vergognosi mali, sono stati i nostri autori preferiti. Il treno che parte gremito di plebaglia stracciata, grande ed epica nella sua miseria e nella infinità dei suoi dolori, così come pare nelle pagine di Germinal ci ha impresso un incancellabile segno nella memoria.
   Abbiamo insomma sofferto, odiato, bestemmiato in silenzio. E per una fede abbiamo negato ciò avevamo affermato; per una bella idea, accettato ciò che avevamo rigettato.
   E la contradizione cambiandosi quasi sempre in negazione, resta ancora la forma peculiare del nostro spirito.


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   Tutto questo non dico rappresenti il Papini, ma una grande parte. Poichè tutti ì suoi libri sono come tanti aspetti del quadro che di rappresenta la vita nostra. Nel Tragico Quotidiano e nell'Uomo finito tutti hanno una pagina dove ritrovare qualcosa della loro anima e del loro cervello. Si ritrova in essi l'ombra del tragico Amleto. E Papini dice in sogno al principe danese:
   «Quel male non soltanto nell'anima mia sta covando i suoi tossici. Non io soltanto in questo tempo e in questa terra ti somiglio, ma quanti intorno a me ti somigliano!
   C'è addirittura una tribù di Amleto ai quali non è apparso ancora nessun fantasma, che non sono attesi da nessun padre invendicato, ma che portano nell'anima come te, il sottile e terribile male della riflessione che lima e del volere che esita. Anche in me, anche in loro, la pallida ombra del pensiero scolorisce ormai il ricco tessuto della vita»

   Giovanni Papini sembra ad alcuni cambiato ora che è diventato un caporione di Lacerba. Su queste colonne è stato scritto che il Papini è futurista. E chi ha scritto questo rimpiange il Papini prefuturista dalla divina anima di fanciullo poeta.
   Papini non è mai stato futurista come s'intende comunemente.
   Lo ha detto lui stesso parecchie volte in vari articoli.
   Egli si è messo coi futuristi unicamente perchè il movimento da loro diretto s'adatta qual di più al suo temperamento. Questo prova il bisogno sempre vivo di disprezzare e di ridere per frustare tutti. E' la sete dello spirito che ha bisogno di distruggere per ricostruire meglio, perchè non prenda consistenza, nella inerzia, il sogno di una placida vita borghese nella quale il quattrino costituisce l'unico ideale e l'arte diventa una sua megera. C'è in Papini e, come lui, in parecchi giovani che si dicono e si chiamano futuristi il bisogno di frustare perchè qualcuno abbia vergogna della sua vile indolenza.
   Voi mi direte se a modello di vita, questa gente svegliata così rudemente, debba prendere ciò che è scritto in Lacerba.
   No; no! Che importa?
   L'arte, è stato detto, è diventata una buffonata. La prostituzione predicata dal Tavolato e da tutta la compagnia, si può malignare, affonderà ancora di più nel fango questa nostra umanità già tanto corrotta.
   No, no! Che importa tutto questo?
   Non v'è nessuno che veda dietro la nuova baldoria intellettuale di Papini, il tragico sorriso di Amleto che rischiara melanconicamente, sinistramente le pagine del Crepuscolo dei Filosofi e del Tragico Quotidiano? Nessuno che veda dietro la risata del Palazzeschi il formarsi di una nuova poesia?


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