Leonardo da Vinci Antropologo

1902


Giovanni Papini
Leonardo da Vinci Antropologo
Conferenza tenuta presso la sede della Società Italiana d'Antropologia Etnologia e Psicologia Comparata in data 1 giugno 1902




Uno degli avvenimenti intellettuali più importanti del sec. XIX è stato senza dubbio la scoperta di Leonardo da Vinci. Si sapeva vagamente ch'egli era stato un genio universale, ma le sue sculture erano perdute, le sue pitture guaste o mal note, i suoi manoscritti sparsi in ogni parte d'Europa e quasi ignorati. Come artista era stimato inferiore a Raffaello e a Michelangelo.
   Noi assistiamo oggi ad una vera resurrezione dell'opera e della gloria di Leonardo da Vinci. Le sue opere d'arte son ricercate, rivendicate e scoperte; la «Gioconda» e la «Cena» son messe da molti al di sopra di tutte le madonne dell'Urbínate e di tutte le sibille di Michelangelo; i suoi manoscritti son pubblicati e ripubblicati con illustrazioni, chiose e commenti; la sua bibliografia, in questi tempi di grande industria di carta stampata, comincia a spaventare gli studiosi e intorno a lui s'è formata una specie di culto che minaccia di diventare superstizione. La sua bella figura di saggio e di sognatore campeggia ormai sull'agitato e magnifico sfondo dell'età che fu sua, ed egli vien proclamato da ogni parte il vero trionfatore della Rinascenza. Come tutti i geni veramente grandi egli è universale e poliedrico, e se prima l'arte lo riteneva tutto suo, o quasi, ora egli entra da conquistatore nella storia della scienza e della filosofia. È naturale dunque il desiderio in tutti di conoscere ogni lato e ogni scorcio di questo meraviglioso ingegno, ed io non credo inutile vedere brevemente quale contributo egli abbia portato alla secolare elaborazione della scienza dell'uomo.

I

   Fondamento naturale della scienza dell'uomo è lo studio delle sue forme: l'anatomia umana. Ora si può affermare, senza iperboli rettoriche, che Leonardo è stato il più grande anatomico del suo tempo; si può dire anzi che l'anatomia è stata una delle passioni dominanti della sua vita. Se crediamo al suo anonimo biografo, pare che cominciasse le dissezioni quand'egli era in Firenze, nell'ospedale di Santa Maria Nuova, e certo le continuò in Milano avendo forse a compagno Marc'Antonio della Torre, e quando nel 1516 il cardinale di Aragona lo visitava nel suo solitario rifugio di Cloux presso Amboise egli si poteva vantare di «haver facta notomia de XXX corpi tra mascoli et femmine de ogni età». I suoi disegni anatomici, seguendo la varia fortuna de' suoi manoscritti, furon venduti sui primi del sec. XVII a Re Carlo d'Inghilterra e si trovano ancora a Windsor. Soltanto ora, grazie alla liberalità di un russo, Sabachnikoff, e alle cure di Giovanni Piumati, si son cominciati à pubblicare e si è potuto riconoscere ch'essi sono un portento di esattezza e di osservazione.
   William Hunter, gran chirurgo inglese, che al tempo di Giorgio III vide gli originali nella biblioteca del re, scriveva: «Io m'aspettavo dei disegni anatomici fatti da un pittore per i bisogni della sua arte, ma vidi con grande meraviglia che L. ha fatto uno studio generale e approfondito. Quando considero quante pene ha prese per ciascuna parte del corpo, la superiorità del suo genio universale, la sua singolare eccellenza nell'idraulica e la meccanica, l'attenzione colla quale codest'uomo osservava e studiava gli oggetti che doveva disegnare, io son completamente persuaso ch'egli fosse il migliore anatomico che fosse al mondo al suo tempo. Senza nessun dubbio è il primo, a nostra conoscenza, che abbia introdotto la pratica dei disegni anatomici».
   Veramente quest'ultima affermazione dell'entusiasta medico inglese non è del tutto esatta perché, già avanti Leonardo, Enrico d'Erimondavilla «con tredeci picture» si sforzava di mostrare l'anatomia graficamente; nel sec. XV Giovanni di Ketham aveva introdotto l'uso degli atlanti anatomici e pubblicava a Venezia nel 1491 il suo Fasciculus medicinae, e nel 1507 compariva quello di Magnus Hundt professore di medicina a Leipzig. Non bisogna neppur credere ch'egli fosse il primo o l'unico a far delle dissezioni, perché già Mondino de' Liuzzi di Bologna, morto nel 1326, aveva fatto la dissezione di tre cadaveri, e all'Università di Montpellier Bartolommeo e il suo discepolo Guidone di Cambiac mostravano sperimentalmente agli studiosi i corpi sezionati. Leonardo possedeva nella sua libreria, come si rileva dal Richter, le opere anatomiche di Guidone e avrà certamente conosciuti i trattati di anatomia di Mondino de' Luzzi e di Alessandro Benedetti.
   Se Leonardo non è dunque un isolato come alcuni, spinti da frettoloso entusiasmo, tenderebbero a credere, egli è però a tutti superiore per la profondità e il metodo delle sue ricerche. Prima di tutto egli ha studiato l'anatomia per lunghi anni: il primo manoscritto che vi si riferisca è del 1489 e l'ultimo del 1515. Inoltre egli aveva per l'anatomia una passione profonda, e con un certo orgoglio scriveva: «E tu che dici esser meglio il vedere fare anatomia, che vedere tali disegni, avresti bene, se fusse possibile vedere tutte queste cose, che in tali disegni si dimostrano, in una sola figura; nella quale, con tutto il tuo ingegno, non vedrai e non avrai la notizia, se non d'alquante poche vene; delle quali io, per averne vera e piena notizia, ho disfatti più di dieci corpi umani, distruggendo ogni altri membri, consumando con minutissime particule tutta la carne che d'intorno a esse vene si trovava, sanza insanguinarle, se non d'insanguinamento delle vene capìllari. E un sol corpo non bastava a tanto tempo, che bisognava procedere di mano in mano in tanti corpi, che si finisca la intera cognizione; la qual replicai due volte per vedere le differenze. Se tu avrai l'amore a tal cosa tu sarai forse impedito dallo stomaco; e se questo non t'impedisce, tu sarai forse impedito dalla paura coll'abitare nelli tempi notturni in compagnia di tali morti squartati e scorticati, e spaventevoli a vederli; e se questo non t'impedisce, forse ti mancherà il disegno bono, il quale s'appartiene a tal figurazione. E se tu avrai il disegno e' non sarà accompagnato dalla prospettiva, e' ti mancherà l'ordine delle dimostrazioni geometriche e l'ordine delle calculazioni delle forze e valimento de' muscoli, e forse ti mancherà la pazienza, chè tu non sarai diligente. Delle quali, se in me tutte queste cose sono state o no, i centoventi libri da me composti ne daran sentenza del sì o del no, nelli quali non sono stato impedito né d'avarizia o negligenza ma sol dal tempo».
   Fu impedito però anche dagli uomini e si comprende il suo dolore quando, trovandosi a Roma, per le calunnie di due tedeschi, papa Leone X gli fece chiuder le porte dell'ospedale ove egli faceva le sue dissezioni. Il piano delle sue ricerche era vastissimo ed io non posso neppure enumerare ciò che egli ha fatto oggetto di studi. Basti citare dei titoli dei paragrafi dei suoi manoscritti: «Il cranio — il cranio e i denti — misura dell'uomo — matrice, suoi nervi e vene — organi genitali — coito — embrione — muscoli della gamba — vene della testa — muscoli che muovono i labbri e la lingua — muscoli del braccio della scimmia e dell'uomo» ecc. I suoi disegni costituiscono da soli delle scoperte, e infatti R. Knox già da 50 anni vi trovò l'indicazione esatta delle valvole semilunari dell'aorta e il Langer vi ravvisò la posizione del bacino umano osservata e indicata con una esattezza superiore a quella di molti anatomici venuti dopo Leonardo.
   E come egli si può considerare il fondatore dell'anatomia figurata così si può dire il creatore dell'embriologia e dell'anatomia comparata.
   Facendo il piano del libro egli dice: «Questa opera si deve principiare alla conciezione dell'uomo e devi descrivere il modo della matrice e come il putto l'abita, e in che grado luì risegga in quella e l' modo dello vivificarsi e cibarsi e 'l suo accrescimento, e che intervallo sia da uno grado di accrescimento a uno altro, e che cosa lo spigna fuori del corpo della madre e per che cagione qualche volta lui venga fori dal ventre di sua madre innanzi al debito tempo. Poi discriverai quali membra sieno quelle che crescono poi che 'l putto è nato più che l'altre e da' la misura d'un putto d'un anno». Non è questo un programma quasi completo di embriologia umana? Ed egli, continua proponendosi una vera e propria opera antropologica, non trascurando neppure lo studio dell'espressione dei sentimenti: «Poi discrivi l'omo cresciuto e la femmina e sue misure e nature di complessione, colore e fisionomia. Di poi discrivi come egli è composto di vene, nervi, muscoli ed ossa; questo farai nell'ultimo del libro; di poi figura in 4 storie quattro universali casi degli uomini, cioè letizia con vari atti di ridere e figura la ragione, del riso; pianto in vari modi con la sua cagione; ... coi vari movimenti d'uccisioni, fughe, paure, ferocità, ardimenti, micidi e tutte le cose appartenenti a simili casi; di poi figura una fatica con tirare, spigniere, portare, fermare, sostenere e simili cose. Di poi discrivi attitudine e movimento; di poi prospettiva per l'offizio e effetti dell'occhio e dell'udito — dirai di musica,— e descrivi degli altri sensi».
   Come si vede il piano era ben vasto, e se egli non l'ha svolto metodicamente in un trattato si può dire però che gran parte dei materiali che dovevan comporlo eran già sparsi nei suoi libretti e nei suoi codici.
   E quello ch'è notevole è che non studiava solo l'uomo isolato, ma aveva già intravisto le intime relazioni che corrono fra la sua struttura e quella degli altri animali. «Facile cosa è, dice egli, a chi sa l'uomo, farsi poi universale; imperocchè tutti gli animali terrestri han similitudine di membra, cioè muscoli e ossa, e nulla si variano se non in lunghezza e in grossezza». Egli afferma in un luogo che l'ala dell'uccello e il braccio dell'uomo sono organi similiari e fa curiose osservazioni sull'andatura umana comparata a quella degli animali: «L'andare dell'uomo, dice egli, è sempre a uso dell'universale andare delli animali di quattro piedi, imperocchè siccome essi movono i loro piedi in croce a uso del trotto del cavallo, così l'uomo in croce si muove le sue quattro membra, cioè se caccia innanzi il piè destro, per camminare, egli caccia innanzi con quello o il braccio sinistro, e sempre così seguita». E in un altro luogo aggiungeva: «Fa uno particulare trattato nella descrizione de' movimenti delli animali di quattro piedi, infra li quali è l'omo che ancora lui nella infanzia va con quattro piedi». Ed è impossibile negare una certa intuizione delle ipotesi darwiniane in queste parole: «Uomo — la descrizione dell'omo, nella quale sí contengono quelli, che son quasi di simile spezie, come babbuino, scimmia e simili; che son molti».
   Come egli ha intuito i moderni evoluzionisti nello studiare l'uomo come animale, così li ha preceduti nello studio dell'espressioni, dei movimenti e dei costumi. Parlando del suo libro d'anatomia egli dice: «Poi dirò l'uffizio delle parti per ciascun verso, mettendoti dinanzi alli occhi la notizia di tutta la figura e valitudine dell'uomo, in quanto a moto locale, mediante le sue parti. E così piacesse al Nostro Autore che io potessi dimostrare la natura delli omini e loro costumi nel modo che io descrivo la sua figura». In questo ultimo proposito egli si manifesta chiaramente antropologo, ed è evidente il passaggio dallo studio puramente morfologico e statico dell'uomo a quello studio più vivo ed intimo ch'è uno dei compiti più ardui ma più allettanti dell'antropologia. Basta guardare i suoi magnifici disegni di teste per accorgersi ch'egli è uno dei più grandi fisionomisti che siano mai stati, per quanto non creda al significato occultista e divinatorio che ci mettono i suoi contemporanei ed anche i suoi successori, fino a noi: «Della fallace fisionomia e chiromanzia non mi astenderò, dice egli, perché in loro non vi è verità, e questo si manifesta, perché tali chimere non hanno fondamenti scientifici.Ver è che li segni de' volti mostrano in parte la natura degli uomini, li lor visi e complessioni, ma nel volto:
   a) Li segni, che separano le guance da' labbri della bocca e le nari del naso, e casse degli occhi, sono evidenti, se sono uomini allegri e spesso ridenti; e quelli che poco li segnano, sono uomini operatori della cogitazione.
   b) E quelli ch'hanno le parti del viso di gran rilievo e profondità, sono uomini bestiali e iracondi con poca ragione.
   c) E quelli ch'hanno le linee interposte infra le ciglia forte evidenti, sono iracondi.
   d) E quelli, che hanno le linee trasversali della fronte forte lineate, sono uomini copiosi di lamentazioni occulte e palesi — E così si può dire di molte parti».
   E si legga ad esempio questa descrizione dell'irato: «Alla figura irata farai tenere uno per li capegli, e '1 capo storto a terra, e con uno de' ginocchi sul costato, e col braccio destro levare il pugno in alto: questo abbia li capegli elevati, le ciglie basse e strette, i denti stretti, e í due stremi d'accanto della bocca arcati; il collo grosso e dinanzi, per lo chinarsi allo nimico sia pieno di grinze». Egli ha osservato per il primo quel fatto, che poi fu mostrato anche da G.B. della Porta e da Grandville, della somiglianza di certe facce umane con quelle di certi animali, e molti di quei disegni che si chiamano caricature sono probabilmente documenti ch'egli raccoglieva a questo scopo e in cui le caratteristiche anormali erano ad arte accentuate ed esagerate.
   Ed ai pittori diceva: «Le figure delli omini abbiano atti propri alla loro operazione in modo che, vedendoli, tu intendi quello che per loro si pensa o dice, li quali saranno bene imparati da chi imiterà li modi delli muti, li quali parlano con movimenti delle mani e delli occhi e cigli e di tutta la persona, nel voler esprimere il concetto dell'animo loro».
   Se egli può dirsi veramente antropologo per questa sua preoccupazione dell'aspetto dell'uomo, egli non trascurò neppure un'altra parte importante dello studio dell'uomo: l'antropometria. Il Riccardi, nel suo saggio bibliografico sull'antropologia italiana, afferma ch'egli si attenne, per le proporzioni del corpo umano, al canone vitruviano. E infatti egli dà per altezza normale del corpo umano 8 volte l'altezza della testa e 10 quella del volto. Per l'unica volta in cui ha seguito gli antichi non ha avuto fortuna perché oggi gli antropologi son d'accordo nel ritenere che l'altezza del corpo non è più di 7 volte e mezzo o 7, 3\4 quella della testa.
   Egli trova il modo di dividere la testa nientemeno che in 248832 parti, perché la considera composta di 12 gradi, ogni grado di 12 punti, ogni punto di 12 minuti, ogni minuto di 12 minimi e ogni minimo di 12 semiminimi. Inoltre egli ha fatto delle ricerche particolari, specialmente per ciò che riguarda la variazione delle proporzioni a seconda delle età. Nel Trattato della Pittura noi troviamo ad esempio questa comparazione tra l'uomo fatto e il fanciullo: «L'uomo nella sua prima infanzia ha la larghezza delle spalle uguale alla lunghezza del viso ed allo spazìo che è dalle spalle alle gomita, essendo spiegato il braccio, ed è simile allo spazio che è dal dito grosso della mano al detto gomito piegato, ed è simile allo spazio che è dal nascimento della verga al mezzo del ginocchio, ed è simile allo spazio che è da essa giuntura del ginocchio alla giuntura del piede. Ma quando l'uomo è pervenuto all'ultima sua altezza, ogni predetto spazio raddoppia la lunghezza sua, eccetto la lunghezza del viso, la quale, insieme con la grandezza di tutto il capo, fa poca varietà; e per questo l'uomo che ha finito la sua grandezza, il quale sia bene proporzionato, è dieci dei suoi volti, o la larghezza delle spalle e due d'essi volti; e così tutte le altre lunghezze sopraddette son due d'essi volti; ed il resto si dirà nell'universale misura dell'uomo».
   Egli osservò che a 3 anni ogni individuo ha raggiunto metà della sua statura, e secondo Edmond Perrier questa legge è pressochè esatta. Inoltre egli studiò con amore il variare delle proporzioni a seconda degli individui e della posizione o movimento del corpo e fece perfino delle ricerche, accompagnate da disegni, sulle misure e forme del naso. Ma le sue scorrerie antropologiche non si limitavano alla pura descrizione: dallo studio dell'uomo egli traeva delle conclusioni morali e valutative. Ad esempio nel proemio all'Anatomia egli esclama: «E tu, o omo, che consideri in questa mia fatica l'opere mirabili della natura, se giudicherai essere cosa nefanda il distruggerla, or pensa essere cosa nefandissima il torre la vita all'orno; del quale se questa sua composizione ti pare di meraviglioso artifizio, pensa questa essere nulla rispetto all'anima, che in tale architettura abita, e veramente, quale essa si sia, ella è cosa divina sicchè lasciala abitare nella sua opera a suo beneplacito, e non volere che la sua ira o malignità distrugga una tanta vita, che' veramente, chi non la stima non la merita». E in un altro luogo, considerando la meravigliosa complessità del corpo umano e la bassa bestialità della maggior parte degli uomini, egli pensa: «Non mi pare, che li omini grossi e di tristi costumi e di poco discorso meritino sì bello strumento né tanta varietà di macchinamenti, quanto li omini speculativi e di gran discorsi, ma solo un sacco dove si riceva il cibo e dove esso esca; chè invero, altro che un transito di cibo non son da essere giudicati, perché niente mi pare che essi partecipino di specie umana, altro che la voce e la figura e tutto il resto è assai manco che bestia».
   Come si vede, Leonardo non aveva una stima soverchia dei suoi simili; o per lo meno, della parte più grande di essi, ed infatti una delle sue idee fondamentali è l'inferiorità tanto etica che psicologica dell'uomo rispetto a certi animali. «Ho trovato, egli osserva, nella composizione del corpo umano, che, come in tutte le composizioni delli animali, esso è di più ottusi e grossi sentimenti: così è composto di strumento manco ingegnoso e di lochi manco capaci a ricevere la virtù de' sensi. Ho veduto nella spezie leonina il senso dell'odorato avere parte della sustanzia del celabro, e discendere le narici, capace ricettacolo contro al senso dell'odorato, il quale entra infra gran numero di saccoli cartilaginosi, con assai vie, contro all'avvenimento del predetto celabro. Li occhi della spezie leonina hanno gran parte della lor testa per lor ricettacolo, e li nervi ottici immediate congiugnersi col celabro; il che alli omini si vede in contrario, perché le casse delli occhi sono una piccola parte del capo, e li nervi ottici sono sottili e lunghi e deboli e, per debole operazione, si vede poco il dì e peggio la notte, e li predetti animali vedono più nella notte che 'l giorno; e 'l segno se ne vede, perché predano di notte e dormono il giorno, come fanno ancora li uccelli notturni»...
   E in un altro luogo afferma: «L'uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso; li animali l'hanno piccolo, ma e' utile e vero; e meglio è la piccola certezza che la gran bugia».
   Chi si stupisse un poco di questa bizzarra tesi di Leonardo pensi ch'essa è stata ripresa anche recentemente dal nostro eminente antropologo Enrico, e che nel 1900 è uscito un libro intero del Maréchal che ha appunto per titolo: La supériorité des animaux sur l'Homme.
   Arrivato a questo punto il mio compito sarebbe ben lungi dall'essere esaurito e per completare il quadro delle ricerche che il divino uomo di Vinci ha compiute intorno a ciò che forma l'oggetto dei nostri studi io dovrei parlare anche della sua fisiologia e della sua psicologia. Ma della prima parlerà presto nel nostro stesso «Archivio» altri ben più dotto e valente di me, e della seconda io stesso forse mi occuperò altra volta. Piuttosto, avanti di finire, io voglio dar qualche accenno a una parte poco nota della sua attività, cioè a quella di viaggiatore e di etnologo.
   Si sa ch'egli ha viaggiato gran parte d'Italia e che è stato in Francia; ma non tutti sanno ch'è probabile ch'egli abbia fatto un viaggio in oriente, a Costantinopoli, in Egitto e in Armenia.
   Questa ipotesi, emessa la prima volta dal Richter, ch'è il più autorevole dei leonardisti d'Inghilterra, ha trovato oppositori ma ha trovato anche sostenitori, perché non manca di prove e di argomenti. Prima di tutto era un uso abbastanza comune fra gli artisti della Rinascenza di recarsi in paesi lontani; e così troviamo che Michelozzo si recò a Cipro, Aristotele di Fioravante a Mosca e Gentile Bellini, per non parlar d'altri, passò un anno intero a Costantinopoli. L'oriente era allora pieno dei nostri diplomatici e dei nostri mercanti e dei nostri pellegrini, in modo che un Italiano vi si trovava quasi come in casa propria. Così forse anche Leonardo, spinto dall'amore delle cose nuove e lontane, fra il 1481 e il 1485, anni dei quali niente si sa della sua vita, avrebbe fatto vela per l'oriente. Partito da Napoli, passato probabilmente dalla Sicilia, e troviamo infatti nei mss. del British Museum un'allusione alle eruzioni di Etna e Stromboli. Navigando approdò a Cipro, di cui ci ha lasciata una bellissima descrizione; e pare che andasse anche a Costantinopoli perché a Parigi c'è un disegno di ponte e scritto di sua mano: Ponte da Pera a Gostantinopoli. Pare però che egli trovasse da occuparsi forse per lavori d'ingegneria per conto del sovrano del Cairo, che era in quel tempo Kaif Bey, perché si leggono nei suoi manoscritti frammenti di lettere al Devatdaz [o Divdarìo] di Siria, in cui egli rende conto dei lavori fatti e si difende dall'accusa di pigrizia. «Ritrovandomi io, dice egli, in queste parti d'Erminia, a dare con amore e sollecitudine opra a quello uffizio, pel quale tu mi mandasti, e nel dar principio a quelle parti, che a me pareano essere più al proposito nostro, entrai nella città di Calindra, vicina ai nostri confini. Questa città è posta nelle ispiaggie di quella parte del monte Tauro, che è devisa dall'Eufrates, e riguarda i corni del gran monte Tauro per ponente». In un'altra lettera troviamo descritto un disastro avvenuto in quei paesi, la distruzione della città, il terrore degli abitanti. Alcuni credettero che si trattasse di un avvenimento puramente immaginario, ma l'orientalista Schefer ha comunicato al Müntz che realmente ci fu nel 1483 in Siria un terribile terremoto, che può aver benissimo prodotti effetti simili a quelli descritti da Leonardo. Inoltre le sue descrizioni sono accompagnate da disegni di rocce, di paesi, da schizzi del corso del Tigri, dell'Eufrate e perfino da una carta geografica dell'Armenia. Inoltre, cosa che più direttamente c'interessa, si trovano nei suoi manoscritti anche dei disegni di oggetti orientali e di tipi armeni onde egli sarebbe probabilmente il primo studioso italiano di etnologia dell'Asia Minore.
   Ma varie obiezioni sono state fatte alla realtà di questo viaggio, fra le altre che questo suo soggiorno avrebbe lasciate tracce più copiose nei suoi lavori; e le sue descrizioni non sono precise come quelle ch'è solito fare, e che egli può aver saputo ciò che si riferisce all'oriente da altri italiani tornati di laggiù. Ma si pensi che di certe parti dei suoi manoscritti son perdute per ora le tracce, e che parte di quelli noti non sono stati ancora completamente esplorati e studiati. Per conseguenza nulla vieta credere che altre prove non si possano col tempo scoprire. Quanto alla precisione eccone qualche saggio: «Rodi ha dentro cinquemila case - Nell'89 fu uno terremoto nel mar d'Atalia presso Rodi, il quale aperse il mare e per più di tre ore si scoperse il fondo — Ponte di Pera a Costantinopoli, largo 40 braccia, lungo braccia 600, cioè 400 sopra del mare e 200 posa in terra, facendo di sé spalle a sé medesimo. Molto distante l'orizzonte che si vede nel lido del mare d'Egitto riguardando verso l'avvenimento del Nilo inverso l'Etiopia: vedi l'orizzonte confuso anzi incognito, perché v'è tre miglia di pianura, che sempre s'innalza, insieme coll'altezza del fiume; e s'interpone tanta grossezza d'aria infra l'occhio e l'orizzonte etiopico, che ogni cosa si fa bianca, e così tale orizzonte si perde di sua notizia». Bisogna confessare che queste sue osservazioni, oltre ai disegni, hanno tutta l'aria d'esser fatte da lui stesso in persona. Altri viaggiatori lo potevano informare e sta bene; ma si occupano essi, mercanti e gente d'affari, di ciò di cui egli si occupava? E come avrebbe fatto ad avere i disegni del monte Tauro, i tipi armeni e le carte geografiche?
   S'è trovato anche nel Codice Atlantico l'indice di una specie di romanzo geografico orientale, e il Govi se n'è servito per dimostrare l'insussistenza del viaggio di Leonardo. Ma non sarebbe più naturale credere che egli si volesse servire dei ricordi del suo viaggio reale per farne lo sfondo di avvenimenti veri o immaginari?
   Se non ci spingeremo col Richter fino ad affermare ch'egli si è fatto mussulmano, nonostante bisogna confessare che l'ipotesi di questo suo viaggio è quasi vicina a divenire certezza. E si aggiunga inoltre a quello che già s'è detto ch'egli, in una parabola sulla proibizione del vino, si mostra familiare con uno dei più caratteristici costumi mussulmani e che per gran parte della sua vita ha avuto l'abitudine di scrivere da destra a sinistra come usano 'appunto gli orientali.
   D'altra parte egli ha sfiorato qualche altra volta l'etnologia. Pare ch'egli si informasse dei costumi delle nuove Indie scoperte a' suoi tempi perché a proposito della venerazione che si deve aver pei grandi egli scrive: «Ma ben vi ricordo che li lor simulacri non sien da voi mangiati, come ancora in alcuna regione dell'India, che' quando li simulacri operano alcuno miraculo, secondo loro, li sacerdoti li tagliano in pezzi (essendo di legno) e ne danno a tutti quelli del paese, non sanza premio. E ciascun raspa sottilmente la sua parte e mette sopra la prima vivanda che mangiano, e così tengono per fede aversi mangiato il suo Santo, e credono che lui li guardi da tutti li pericoli». E questo curioso esempio di teofagia non appartiene all'etnologia fantastica, perché si trova confermato nella preziosa opera dell'Acosta sulle Indie e nelle ricerche recenti del Frazer.
   In un altro luogo, ispirandosi forse ai viaggi del Mandeville, egli parla dell'antropofagia, anzi dell'allevamento che alcuni popoli selvaggi fanno dei prigionieri per ingrassarli e mangiarli, e ne trae anche occasione per eccitare gli uomini a diventar vegetariani.
   Ma dove la sua etnologia rasenta il ridicolo è nella spiegazione che egli vuol dare del color nero della pelle di certe razze. Coloro che abitano nei paesi caldi, dice egli, fuggono il giorno perché il sole li acciecherebbe e li abbrucierebbe, e preferendo perciò la notte più fresca e più dolce son diventati, per una specie di affinità o simpatia, del suo colore, cioè neri, mentre gli abitanti dei paesi più freddi son restati bianchi.
   Ma non ci scandalizziamo della medievale ingenuità di questa spiegazione, che egli stesso forse ha data per gioco, e ricordiamo piuttosto tutto quello che c'è di ricco e di moderno nella sparsa opera di quest'uomo meraviglioso. Per quanto io non abbia dato che qualche rapido accenno a una parte sola di quelli fra i suoi studi che si posson riferire all'antropologia nonostante mi par che basti per fare scorgere come egli non sia un semplice precursore più o meno incosciente dei nostri studi ma un vero e proprio lavoratore della prima ora, che ha lasciato tutti dietro di sé e non ha avuto finora chi lo sorpassi in universalità. E quando si pensi che quest'uomo nasceva nel 1452, cioè precisamente or son quattro secoli e mezzo, non si può fare a meno di considerarlo come il primo pioniere, veramente scientifico, dell'antropologia italiana, ed io amerei vedere la sua bella faccia pensosa fra i volti severi di Linneo e di Darwin!


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