| Pubblicato su: | L'Eco di Bergamo, anno LXXI, fasc. 185, p. 3 | ||
| Data: | 5 agosto 1950 |

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NON è scritto nel catechismo diocesano ma è vero lo stesso: l'opera d'arte è opera di misericordia, opera di carità spirituale destinata a illuminare l'intelletto e a consolare il cuore. Un artista vero, un artista generoso e sommo, anche se non fosse iscritto nel registro dei battezzati, è un cristiano a sua insaputa, a suo dispetto, a suo riscatto e premio.
Ci voleva tutta la massiccia melensaggine e mulaggine di certi svitati contemporanei secondi, ahimè, coabitanti, per dimenticare o negare che l'arte non ha senso nè sapore se non è ostensione del reale e letizia dell'anima.
Tutto, se ficchi lo sguardo in fondo al fondo, è rivelazione.
L'universo visibile è rivelazione, la storia è rivelazione, l'arte è rivelazione. Per amare Dio bisogna comprenderlo, per comprenderlo bisogna conoscere l'opera sua, per conoscere l'opera sua ch'è l'universo e l'uomo abbiamo assoluta necessità della collaborazione e dell'ammaestramento degli artisti. Gli uomini comuni non vedono nelle cose che possibilità di usi e consumi, promesse di utilità. Non sanno nulla, cioè, della profonda essenza del mondo e dei suoi sovrumani messaggi.
Son orbi cupidi che si illudono d'essere linci.
Guardate un bel quercione annoso di montagna. Il contadino che lo guarda vede in quell'albero un'ombra dannosa alle messi o una futura provvista di fascine; il boscaiolo ci vede tanti metri cubi di legna; il falegname lo immagina trasformato in canterani e scansie; il freddoloso lo vagheggia sminuzzato per ardere nel suo camino; l'ingegnere calcola quante traverse potrà fornire ai suoi binari; un verro lo giudica semplicemente una fabbrica stagionale di ghiande. Dinanzi alla quercia — come dinanzi ad ogni altro elemento e aspetto della natura — soltanto il poeta e lo artista guardano con occhio puro e disinteressato e perciò capace di sentirne tutta la originaria bellezza, tutta la divina e segreta significazione. Gli artisti sono, perciò, degli oculisti mentali, dei chirurghi per l'esportazione delle cateratte spirituali e dunque benefattori, rivelatori, portatori di verità e di carità.
Cos'è infatti, per un poeta, l'albero? E' un prodigioso operatore di miracoli quotidiani. Con le sue radiche nascoste nel buio della terra esso sceglie, tira, attira gli oscuri e rozzi atomi sotterranei per innalzarsi alla luce del sole, per tramutarli e sublimarli. Ed ecco le foglie, che son labbra verdi per respirare; ecco i fiori che son desiderio di fecondità; ecco i frutti che sono provvidenza amorosa di maternità. Ed ecco la frasca che proteggerà il nido di uccelli cantaioli, e la chioma fitta che sarà organo per la musica del vento e ombra benigna per il pastore e il pellegrino.
L'arte, dunque, e soltanto l'arte può rivelare il più autentico aspetto e il più sublime significato di questo universo che Dio ci squaderna. L'arte non può essere che traduzione trasfigurante del vero. Essa deve fuggire, perciò, due opposti ma parimenti vergognosi pericoli: il fotografismo e l'astrattismo. Col primo l'artista diventa macchina passiva, con l'altro si propone l'assurdo e sacrilego fine di inventare e costruire una realtà «toto coelo» estranea a quella creata da Dio e conosciuta dagli uomini. Il fotografismo è viltà, accidia e inutile bravura, bestemmia, sterile frenesia o frode ciarlatanesca.
L'arte muove dal mondo per rivelarlo all'uomo, perchè l'uomo ne abbia gioia e calore, perchè questa gioia divenga gratitudine e preghiera. L'arte, come disse Cristo del sabato, è fatta per l'uomo e deve aprirgli gli occhi e il cuore. Gli artisti son quelli che vedono più in su e più in là degli altri e possono, perciò, dare nuova luce e nuova forza reale. Se i fotografisti sono dei lodevoli artigiani, amanti del «trompe-l'oeil», gli astrattisti sono, ed è peggio, giocolieri dementi che annaspano e raspano nel regno opposto a quello di Colui che è — cioè nel regno di Satana — l'immonda steppa del nulla.
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