| Pubblicato su: | Il Frontespizio, anno IX, fasc. 1, pp. 3-7 | ||
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| Data: | gennaio 1937 |

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Di novembre o dicembre: non mi rammento bene. Una di quelle domeniche deserte, mute e scure dove par che si raggrumi tutta la stanchezza dei giorni di lavoro, tutta l'aggrondata spossatezza dell'inverno. Sulle due o le tre, in Borgognissanti, nell'ora che al dì di festa ognuno mastica o dormiglia; la strada lunga colle botteghe sprangate, i portoni serrati, i vetri chiusi pareva più lunga, più tetra, più solitaria. Soltanto agli sbocchi delle vie traverse s'affacciava un po' di quel sole annebbiato che stava avviandosi verso lo sfocio dell'Arno.
Io, bambino di forse sett'anni, camminavo di malavoglia e controvoglia accanto a mio padre che mi portava, come l'altre domeniche, a tacere in campagna. Neanche il fiato di un'anima in tutta la strada. Ma sbucò ad un tratto, dal fondo, un vecchiuccio male impastranato e un po' richinato che aveva sotto braccio un pacco di fogli. Appena ci vide venne diritto su di noi e consegnò a mio padre un di quei fogli. Il babbo lo sbirciò un momento e sorrise: poi, conoscendo la mia pueril concupiscenza di carta scritta, lo passò a me. Era il manifestino d'una edizione popolare, a dispense, della «Gerusalemme Liberata» e nel mezzo del foglio una sbavata incisione in legno mostrava un alto e asciutto gentiluomo in barbetta, vestito come oggi veston soltanto i tenori, col braccio destro alzato verso un crocchio di dame pomposamente ingamurrate e inguarnaccate che
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sorridendo l'ascoltavano. Era, come il babbo mi spiegò, Torquato Tasso che recitava il suo poema alle principesse di Ferrara.
Serbai quel foglio per anni molti e non saprei dir come nella mia pargoleggiante fantasia si formò e si fermò una trionfale immagine del poeta: l'uomo che incanta con discorsi in rima le sirene e le veneri del gran mondo. Quando poi lessi, anni dopo, la vita vera del Tasso e seppi quanto fu scompaginata e strapazzata, l'immagine si abbuiò: quel giorno, per lui, era stato isola di sole in mezzo a un mare atro e stigio.
Più tardi mi venne incontro tutt'altro spettacolo: Dante pellegrino, bassetto e curvetto, vestito di rosso come un cardinale laico, che saliva a capo basso, ma indirizzando una sguerciata a volta mia, gli alti scalini di pietra del palazzo di Cangrande, in cerca d'un piatto e d'un letto. L'esaltazione che mi aveva messo nel sangue il Tasso diventò, codesto giorno, vergogna e rabbia. Un poeta, il più sacrosanto poeta d'Italia, ridotto a menare tal pietosa vita? Come mai, perchè mai non è più l'incantatore, l'adorato, il potente?
E non era finita. Ormai cresciuto d'anni e di petulanza ecco che ti vedo il contino Giacomo
. . . . . . . . assiso
Sul conscio letto, dolorosamente
Alla fioca lucerna poetando.
E codesta funerea vignetta non mi andò per nulla a genio. La poesia, fieramente dicevo fra me allo sconsolato gobbo, non si scrive a letto e di notte ma in piedi e sulle vette dei monti, tra le selve squassate dagli aquiloni. Nè si poeteggia al lume, e per giunta fioco, d'una lucerna a olio, ma sotto le frecce d'oro del sole o semmai nella bianca esplosione dei lampi. Se no vengon fuori versi che puzzano di lucignolo e di moccolaia, come troppo spesso avviene in Italia.
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E di quali misteri, di grazia, era confidente o depositario il «conscio letto»? Eppoi perchè poetare «dolorosamente»? Il poeta creante è sempre gioioso, anche se canta in quell'ora la brama o la voluttà della morte: il canto è affermazione di vita anche fra le tombe, come il Foscolo insegna.
E col Foscolo, che poetava nelle ville fiorentine e londinesi in familiar vicinanza con donne belle o almen giovarecce, tornavo coll'immaginazione al declamante Tasso. Ma è dicevole a' poeti, creature divine, usare la poesia per sollazzo delle signore? Mi pareva di vedere l'abate Trapassi o il piagnisteoso Aleardi o il principe Gabriele intenti a legger poesie alle preziose, sentimentali o sensuali, in guardinfante o in crinolina e, dico la verità, mi facevan rabbia. Il poeta, artiere o fanciullino che sia, non dev'esser mai damigello reverenziante nè mimo esibitore.
Vedi là, piuttosto, Niccolò Machiavelli, poeta della storia e della politica, chiuso nella sua stanza all'Albergaccio, in vesti reali e curiali, ma torvo nella mongolica faccia, e che morde — almen nel quadro dell'Ussi — la penna d'oca colla quale scriverà l'ultima pagina del «Principe», affannosamente bella come squillo di tromba in mezzo all'incendio.
O seguiamo i passi del conte Alfieri che lento va sul greto solingo dell'Arno, vestito di nero da capo a piedi come un accompagnator di esequie, e credono che stia ruminando qualche saettamento despoticida e invece ripassa a mente un canto di Virgilio o disegna fra sè la collana di cavalier d'Omero. E quand'è più cipiglioso e cruccioso vuol dire che pensa all'Italia e per lei s'adira e soffre. Ma seguitelo qualche minuto e vedrete come torna il sereno negli occhi, il sorriso sulla bocca: il poeta scopre ora l'Italia grande che verrà, l'Italia da lui profetata e preparata.
Bella, ricca, divina è la poesia italiana. Per me, dicano gli sghignosi e gli oltramontani quel che a lor piace, è la prima del mondo. Non la più lieta, nè quella che abbia dato soddisfazioni sopragrandissime
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a' suoi fedeli. C'è, dicono, il Petrarca che sale il Campidoglio a prendere un po' d'alloro e per un attimo almeno dimentica Laura e le volgari «inezie» e gli viene incontro il mesto volto di Scipione, il casto aspetto di Virgilio; c'è il Bojardo che fa suonare a doppio le campane del suo castello; c'è il Manzoni vecchino bianco collo staio nero che, a braccetto a lord Camillo di Cavour, è inseguito e assordito dalle battenti palme dei Senatori del Regno; c'è l'acciaccato leone Giosuè, che riceve dalle mani dello svedese barone il premio Nobel e tentenna il grigio capo e ripensa forse al mattin d'estate lunghesso il mare o alla fuga dei passeri dalle percosse cipressaie.
Ma in tutti i modi e in tutti gli atteggiamenti e gli sfondi mi sembrano, i miei poeti, lamentevoli e ammirevoli.
Una grave tristezza non dibarbicabile e mai vinta accompagnava il figlio di Petracco il giorno dell'incoronazione romana; la felicità del Corinto e la festività della Nencia non fanno dimenticare la negra stravolta maschera del Magnifico Lorenzo; e non si direbbe l'inforcatore di tutti i pazzi ippogrifi quel meditabondo servitor degli Estensi che sprona la mula sulle mulattiere della Garfagnana; e Giambattista Marino, con quella sua faccia baffuta e pizzuta di Don Chisciotte inacetito, sembra tutt'altro che beato; e non era lieto nel cuore quanto poteva sembrar dal viso, nei giardini di Schoenbrunn, il Metastasio, e sul volto giovane e già solcato di Giuseppe Panini c'è dipinta una indignazione che par dolore e brucia più del dolore.
Li abbandoneremo? Li lasceremo soli? Intorno a me par che sian tutti, colle facce illividite e scavate dal tempo e dal sepolcro; tutti quanti, dal Guido fiorentino consumato dalle febbri lunensi al Guido torinese distrutto dalla tisi; dal malfamato Angiolieri, senese matto, all'asprigno ma potente senese Tozzi; dall'incarcerato Jacopone al sepolto vivo Campana.
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Io ficco lor nell'occhiaie profonde i miei sciagurati occhi stracchi e li riconosco uno per uno e quasi ho il pudore d'essere ancor vivo, io che valgo tanto meno di loro, e nel guardarli sento una certa immanifestabile rabbia di non esser capace di cose più grandi. Di queste malinconie, per loro umanità, si accorgono, chè a' morti non è celato nulla; e mostrano di volermi consolare, chè nei morti è morta ogni invidia.
Il poeta, par che dicano, non è il vagheggino recitante, nè il mangiavento tra i turbini, nè il mendicante di troppo salato pane, nè l'artigiano in maniche di camicia, nè il fanciullino che per il lungo silenzio balbetta, nè il legislatore del mondo e il profeta dei popoli. È anche lui un pover uomo che soffre e gode alle sue ore, e più gode più soffre; un operaio che nessun padrone aspetta; un vagabondo che crea quelle inutili cose più necessarie, certi giorni, del pane; un ricco che deve, talvolta, stender la mano; un infelice che già dalla terra partecipa del giubilo degli angeli. Non è sacro come il Sacerdote, non forte come il Soldato, non superbo come il Filosofo, non obbedito quanto il Politico, non perseguitato e venerato come il Santo, ma può stare con tutti loro e nessun di loro può farne a meno e ciascun di loro lo ricerca e l'ama. Non disertare il tuo posto; non arrossire dell'arte tua. Se fosti chiamato a questo martirio e a questa letizia è segno che Dio vuol qualcosa da te.
Sento, come in sogno, queste parole e da tanta bontà commosso ricordo me, pallido, biondo e stupefatto, com'ero in quel lontanissimo giorno del passato secolo, rivedo mio padre morto, e insieme a lui quel bambino anch'esso morto e non riesco più ad ascoltare e non voglio più scrivere.
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