Articoli di Giovanni Papini

1906


Agli amici ed ai nemici

Pubblicato su: Leonardo, anno IV, fasc. 19, pp. 1-5
(1-2-3-4-5)
Data: febbraio 1906




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   Son già tre anni che questo nostro Leonardo fa sentire la sua voce — o piuttosto i suoi gridi e le sue risate — sopra la salmodia sommessa del fiacco pensiero italiano e ci prendiamo senza complimenti la libertà di ripensare per qualche momento a ciò che abbiamo fatto prima di rimetterci in cammino. Fare i conti, i bilanci, gli esami di coscienza, la storia, sono, lo sappiamo bene, cose da vecchi e da decadenti. Quando finisce la vita cominciano le memorie. Ma noi vogliamo fare ancora un'altra dissociazione d'idee dopo tutte quelle che abbiamo fatte fin qui e dissociare appunto l'idea di ripensamento del passato da quella di vecchiaia e l'idea di storia da quella di decadenza. Il Leonardo, se Dio vuole, non è ancora ghiacciato e cristallizzato, non ha ancora gettato via tutta la sua gourme e compiuta la sua funzione. Potrà cambiare di carta, di misura, di formato, d'idee, ma in una cosa resta sempre quello che fu prima di comparire: una rivista fatta da giovani che hanno del coraggio. Dalla carta a mano è passato alla carta a macchina; dalle poche pagine alle molte; dal palazzo Davanzati al palazzo Albizl; dal solipsismo alla contingenza,


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dal pragmatismo all'Uomo Dio, ma non c'è mancato un momento quell'inquietezza interna, quella mobilità dl spirito, quella felice presunzione, quell'irriverenza conica e violenta, quel desiderio insaziabile del grande e del nuovo che sono le più odiate e invidiate qualità della giovinezza.
   In grazia di tutto ciò il Leonardo non è stato indifferente a nessuno di coloro che l'hanno letto. L'hanno odiato o ammirato; l'hanno disprezzato o amato, ma sono stati costretti a prendere dinnanzi ad esso una qualsiasi attitudine. Non è passato tra il silenzio cortese e le lodi banali come tante riviste del regno d'Italia e d'altri regni — riviste buone, modeste, discrete, stampate come tutte le altre, non troppo, stupide, non troppo interessanti, con le dosi prescritte d'incensature old style e di «critiche rispettose». Il Leonardo ha trovato dei nemici e degli amici; degli accusatori e degli entusiasti e anche dei curiosi di psicologia e dei simpatizzanti imbarazzati. Mai su nessuna rivista italiana si sono scritti tanti articoli come sopra questa nostra e su nessuna altra si son fatti tanti prognostici ed oroscopi di ogni colore.
   Se tutto questo ci ha fatto piacere, non ci ha però meravigliati troppo. Per quanto giovanissimi, noi conosciamo abbastanza gli umori dei nostri compatriotti per sapere che un'impresa come la nostra sarebbe stata una specie di mostruosità, un semiscandalo, qualcosa fuori delle regole e dei binari accordati dalle consuetudini e dal buon gusto. In nome del «buon gusto» della «garbatezza» della «misura» i «valentuomini» italiani son riusciti a rendere impossibile qualunque deviazione fantastica dalle strade regolamentari, qualunque esplosione d'idee, qualunque espansione violenta di forze fresche.
   La paura di fare qualcosa che non vada d'accordo colla «tradizionale gentilezza del popolo italiano», col «rispetto dovuto ai venerandi maestri», colla «saggia prudenza che disdegna i facili voli della fantasia» è riuscita a far abortire miseramente chissà quante intelligenze giovani, che avrebbero potuto dare qualcosa di


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meglio che non le memorie, i contributi, i trattati, le tesi e le traine che costituiscono i capolavori delle nostre diligenti generazioni universitarie. Un branchetto di giovani, cresciuti fuori dall'aria dei seminari, dei laboratori e delle aule magne, che si son messi a dire delle cose oscure e singolari, e hanno trattato senza pietà qualcuno dei più alti papaveri della cultura italiana e che nonostante hanno mostrato di avere una cultura abbastanza estesa e non sempre improvvisata ed anche — e quel che dicono — un certo ingegno vivace nel modo di esprimere e di disporre le idee, doveva per forza eccitare la stizza, la meraviglia, il disprezzo in questa terra d'Italia da troppo tempo castrata e salassata e ridotta a preferire le tazzine di Sevres ai colossi di Michelangelo.
   E l'Italia s'è scandalizzata sul serio! Oh come s'è scandalizzata seriamente l'Italia! Professori dalle lenti cerchiate d'oro e senatori dalle barbe bianche; dottorini ben pensanti e anime scrupolose; giornalisti in cerca di «spunti» e signore bien elevées, tanti e tante hanno protestato contro le nostre abitudini di violenza; contro il nostro amore per le ingiurie; contro i nostri metodi villani d'insultare la gente. E noi, con santa pazienza, abbiam fatto loro vedere come tutta la differenza tra loro e noi era questa: che noi avevamo il coraggio di scrivere ciò ch'essi spesso pensavano e dicevano a quattr'occhi. Abbiamo fatto anche dei tentativi di traduzione del vocabolario facendo loro vedere che ciò ch'essi chiamano violenza in noi corrisponde a ciò che in loro noi chiamiamo vigliaccheria e che ciò che loro chiamano gentilezza noi lo chiamiamo senz'altro ipocrisia. Ma niente ha valso tutto ciò. Quelli che gridavano contro di noi non hanno saputo far di meglio che imitarci e ci hanno svillaneggiato perché siamo villani; ci hanno ingiuriato perché siamo ingiuriosi e ci hanno malmenato perchè non facciamo troppe carezze. Dinnanzi a questa prova della necessità dei nostri metodi fornita dai nostri avversari noi ci confortiamo e giuriamo che quando la


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maggioranza degli italiani li avrà adottati, ci metteremo subito a predicare e a praticare l'amorevolezza, la cortesia, la finzione e l'adulazione e tutte le altre virtù che son necessarie, secondo i nostri mentori, per fare un bravo figliolo della letteratura e della filosofia. Ma per ora, perché contribuire all'uniformità comune? C'é proprio bisogno che tutti abbiano le stesse abitudini? Un po' di divisione del lavoro non farà male a nessuno: in un paese dove si biascica molto latte è bene spargere un po' di zenzero.


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   Con tali onesti propositi riprendiamo quest'anno la strada. Non facciamo promesse di nessuna specie. Finché il Leonardo vivrà sarà l'espressione della vita intellettuale, logica e fantastica, di un certo numero di persone che studiano, che cercano, che pensano, che vivono e che perciò mutano, si muovono, si appassionano, e all'occorrenza vengono alle mani anche fra di loro. Da quando il Leonardo vive ci sono stati un certo numero di argomenti che zona stati volta a volta il nucleo della rivista: l'idealismo monopsichista — la filosofia della contingenza — la lotta contro il monismo e il positivismo vulgaris — la lotta contro la filosofia accademica ed ufficiale — il Pragmatismo — il rinascimento del Cristianesimo e del Misticismo — l'Idealismo magico..,. Altri di questi argomenti verranno in futuro a fior di terra, secondo che ci porteranno le avventure dei nostri studi e delle nostre meditazioni e altri spiriti protettori verranno con noi, come quelli che già abbiamo fatto conoscere per la prima volta all'Italia. Ma non possiamo dire con precisione quello che faremo e diremo. Finché ci resta l'amore per le idee noi stamperemo ogni tanto un certo numero di fogli. Quando ci accorgeremo di ripeterci, e di essere stanchi, annoiati, freddi, incasermati allora cesseremo bruscamente la nostra opera. E può anche accadere che appaia ai nostri occhi qualche


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nuova possibilità, qualche strada che porti più in su e più lontano che le nere parole stampate. Allora uccideremo volontariamente questo Leonardo al quale abbiamo pur dato tanto ardore e tanto lavoro, e quel suicidio ci sembrerà uno degli atti più belli della nostra vita.


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