| Pubblicato su: | Leonardo, anno III, fasc. 16, pp. 58-59 | ||
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| Data: | aprile 1905 |

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Y tan alta vida espero
Que muero porque no muero.
SANTA TERESA
SOLTANTO dieci ore fa mi sono accorto della mia orribile condizione. Fino a dieci ore fa non sapevo ancora quello che di più orribile può essere al mondo. Io credevo di essere da qualche anno un laureato in terribilità. Avevo provato, pensato, immaginato, sognato tutto quello che c'è, che sarà, che ci potrebbe essere di più pauroso, di più tormentoso, di più raccapricciante, di più mostruosamente e forsennatamente angoscioso. Io sapevo le ansie delle attese notturne; le disperazioni degli ultimi baci; i tremori delle apparizioni silenziose; i deliri degli incubi; i sussulti degli orologi invisibili che battono nella notte delle ore eterne; gli spasimi dei supplizi impossibili; i gemiti esasperati delle anime senza asilo; la febbre errante dei colloqui demoniaci. Ma io non sapevo ancora la più terribile cosa che può essere al mondo — io non conoscevo il supplizio ultimo, il supplizio supremo. Dieci ore fa soltanto ho avuto la rivelazione, e già mi sembra che molte dinastie sian passate sulla terra, che molti soli abbian lasciato il cielo.
Mi sforzerò di essere calmo. Mi sforzerò di essere chiaro. Sceglierò la formula più netta, più semplice, più naturale: Io mi sono accorto che non posso non essere me stesso. Mi sono accorto che non potrò mai — mai, capite? -- che non potrò mai cessare di essere me stesso.
Forse non mi sono spiegato abbastanza. Ecco: io vorrei, dunque, cambiare. Ma cambiare sul serio — intendete? cambiare completamente, interamente, radicalmente. Essere un altro, insomma. Essere un altro che non avesse nessuna relazione con me, che non avesse il minimo punto di contatto con me, che neppure mi conoscesse, che non mi avesse mai conosciuto.
I cambiamenti e i rinnovamenti per ridere lí conosco da tanto tempo! Si tratta di spolveratine, di sgomberi, d'imbiancature. Si cambia la carta di Francia ma la camera riman sempre la stessa, — si cambia il colore del soprabito ma il corpo che ricopre è il medesimo — si cambian di posto i mobili, si attacca con piccoli chiodi un nuovo quadro, si aggiunge uno scaffale di libri, una poltrona più comoda, una tavola più larga, ma la stanza è la stessa — sempre, sempre, inesorabilmente, implacabilmente la stessa. Ha la stessa aria, la stessa fisonomia, lo stesso clima spirituale. Si muta la facciata e la casa, dentro, ha le stesse scale e le stesse mere — si muta la copertina, si muta il titolo, si mutano i fregi del frontispizio, i caratteri del testo, le iniziali dei capitoli, ma il libro racconta sempre la stessa storia, — sempre, sempre, inesorabilmente, implacabilmente la stessa vecchia, uggiosa, lamentevole storia.
Io sono stanco ormai di codesta specie di cambiamenti e di rinnovamenti. Quante volte anch'io ho spazzolato accuratamente la mia povera anima! quante volte ho dato una tinta nuova al mìo cervello! quante volte ho rimesso l'ordine, nel vuoto del mio cuore! Mi son fatto abiti nuovi, ho viaggiato in paesi nuovi, ho abitato in città nuove, ma ho sentito sempre, in fondo a me, qualcosa che resta, che resta sempre, ch'è me, ch'è sempre me stesso, che muta di faccia, di voce, di andatura, ma che resta eternamente, come un guardiano instancabile e inflessibile. Intorno a lui delle cose spariscono ma egli ne tien ricordo; intorno a lui delle cose compaiono ed egli non si fa indietro....
Ed ora io sono stanco vivere con me stesso, sempre. Sono ventiquattro anni ch'io vivo in compagnia di me stesso. Ora basta: sono definitivamente annoiato. Annoiato soltanto? Ma neppure per sogno! Dite pure che io sono disgustato, ributtato, nauseato di questo me stesso col quale io vivo da ventiquattro anni.
Ed io credo, finalmente, di avere il diritto di lasciarmi. Quando una casa non ci piace più possiamo sloggiare, quando uno strumento non ci serve più lo gettiamo nell'acqua. E il mio corpo non è forse una casa, capanna o tempio che sia? La mia anima non è forse uno strumento, falce o lira che sia?
Eppure io non posso sloggiare dal mio corpo e non posso gettare in qualche mare la mia anima. Tutte le volte ch'io mi approssimo a uno specchio rivedo la mia pallida e magra faccia, colla mia bocca semiaperta come assetata di vento o affamata di preda, coi miei capelli scompigliati e volubili come quelli di un selvaggio, coi miei occhi color di stagno crepuscolare, in mezzo ai quali si aprono le grandi pupille nere come tane di serpenti.
E ogni volta ch'io passo in rassegna gli orti del mio spirito, ritrovo le care ma solite conoscenze: volti che ghignano con disperata tenerezza, volti che piangono con un po' di vergogna, volti misteriosi nascosti da ciocche di capelli troppo neri, e in lontananza echi di cabalette rossiniane e di arguzie di Diderot, di sinfonie beethoveniane e di versi di Lapo
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Gianni, di ariette di Scarlatti e di apoftegmi di Giorgio Berkeley, cadenze di flauti che accompagnano il balletto di piccole donne bianche, scrosci di organi sotto grandi mosaici d'oro e di violetto; e processioni di patrizi in vesti paonazze attraverso a grandi sale, vuote e poco illuminate.
E tante e tante altre cose io trovo e ritrovo nell'anima che mi fu così cara e che nutrivo con tanta abbondanza, e addobbavo con tanto fasto. Ma è sempre la mia anima: qualcosa di quello che fu è ancora in lei, e nessuno potrà fare che ciò che fu in lei non sia stato mai.
Chi m'insegnerà dunque, tra questi uomini amanti dei focolari e dei fiori secchi, a liberarmi del mio corpo e della mia anima? Chi potrà far si ch'io non sia più io, e che io mi tramuti in un altro, sì da non ricordarmi neppure di quello che sono ora? Chi potrà, uomo o demonio, darmi quello ch'io chiedo con tutta la disperazione della mia anima furiosa contro se stessa?
Un vecchio demonio, poco fa, mi ha suggerito sgambettando un vecchio metodo: uccidermi. Ma io non ho nessuna fiducia in quel demonio. Lo conosco da poco tempo e ho motivi per credere ch'egli sia d'accordo colla corporazione dei becchini, giacchè l'ho visto più volte gironzolare attorno ai cimiteri. E d'altra parte, a che gioverebbe? Io non ho nessuna voglia di annientarmi, di non vivere. Io voglio essere, ma essere qualcosa d'altro; voglio vivere ancora, ma vivere un'altra vita. Non ho nessuna simpatia per il suicidio. Non ho mai amato troppo quel povero diavolo di Werther, che si uccise per non aver trovato una seconda bambola bionda, e non amo affatto i suoi imitatori, i quali, in generale, sono ancora più opprimenti di quel disgraziato sentimentale di provincia tedesca. Le pistole, coi loro tubi lucidi che si avanzano stupidamente nell'aria, mi sembrano inutili come degli strumenti di laboratorio; il veleno mi annoia anche nei romanzi inglesi sull'Italia e quanto all'impiccagione la credo appena appena degna dei più miserabili e cenciosi fra miei nemici.
Io non ho dunque nessuna voglia dì non essere, ma ho una disperata e terrorizzante voglia di essere in altro modo, di essere un altro. Ed ho anche una disperata volontà di non essere quello che sono, perchè io son tale che voglio ciò che non potrò mai avere. Io voglio non essere me, perchè so che non potrò mai non essere me.
Eccomi giunto all'assurdo. Eccomi giunto al momento in cui nessuno può sapere ciò ch'io dico e ciò che voglio. Nessuno saprà mai quello ch'è in me, in questi paurosi momenti. Nessuno, proprio nessuno: neppure il più fine, il più psicologo, il più stendhaliano dei miei demoni familiari.
Esso è qui insieme con me. La sua faccia è più rossa, più gonfia del solito e sotto il suo berrettone di pel di lupo i suoi occhi semichiusi e furbissimi mi guardano con una calma imbarazzante. Egli ha visto quello che scrivo e più volte ha sorriso con soddisfazione indescrivibile. Ed egli mi dice, ora, in questo momento, con voce sarcasticamente carezzevole: «Ricordatevi, amico, di quel medico che cercava la mula mentre la cavalcava. Voi siete un poco come lui, stasera. Voi cercate di essere un altro. Ma chi ha un desiderio che nessuno ebbe, è già, dinanzi a tutti gli uomini, sulla migliore via per non essere ciò che è. E voi siete in questo caso, ottimo e frettoloso amico.
Voi siete sulla soglia della vostra anima e forse — chi sa? — forse voi ne uscirete, se non avrete troppa paura dell'oscurità ch'è di fuori».
E dette queste parole, egli se n'è andato via a rapidi passi, lasciando nella mia stanza come un vago odore d'incenso.
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