Articoli di Giovanni Papini

1904


Vergogne della nostra cultura

Pubblicato su: Il Regno, anno I, fasc. 34, pp. 5-6
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Data: 17 luglio 1904




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   Molta gente s'è risentita per i grotteschi e stupidi temi d'esami partiti quest'anno dalla rimbambita Minerva. Ma non tutti hanno messo fuori il loro sdegno in nome della ragionevolezza e dell'estetica o in nome della buona fama della cultura pubblica. Scolari tremebondi d'imminenti bocciature e giornalisti d'opposizione bramosi di spunti hanno tratto lor prò dalla balordaggine dei ministri del ministro. Ma nessuno ha detto quello che c'è di più grave in questo fatto e la triste novella che ci dà della stima in cui è tenuta dappertutto, in alto e in basso, nei dicasteri e nelle redazioni, nelle scuole e nelle osterie, la cultura nazionale.
   Perché il fatto dei temi non è un caso isolato. Esso ha colpito in pieno petto la pubblica opinione perché toccava da vicino quasi tutti, maestri, professori, ragazzi e genitori. Chi non ha un fratello, un figlio o per lo meno un cugino in una delle tante scuole del regno?
   Ma questo fatto non è che un segno, un sintomo, sul quale ci si riscalda perché son feriti e minacciati innumeri interessi. Ma ci sono tanti altri segni, tanti altri sintomi, e anche più gravi e anche più dolorosi, ai quali nessuno bada, dei quali nessuno ha il santo coraggio di parlare. Ed è tempo di additarli, finalmente.
   Non soltanto voi, on. Pinchia, presunto colpevole dei ridicoli e famigerati temi, siete in peccato. Non soltanto voi mostrate di prendere in burletta la scuola italiana ejaculando dei temi senza senso come prendete in burletta la poesia italiana pubblicando degli Epiloghi senza sentimento. Ci sono altri colpevoli accanto a voi, e sopra di voi e sotto di voi.
   Cì sono, prima di tutto, coloro che hanno scelto a ministro dell'istruzione un professore il quale sarà, fino a prova in contrario, un brav'uomo, ma che certo sa di cultura, di istruzione e di pedagogia quanto io so di geodinamica o di giure canonico. E non è colpa sua, intendiamoci. Meno pochi, come il De Sanctis, il Coppino e il Villari, i ministri dell'Istruzione sono stati tutt'al più commissari regi a riposo come il Codronchi o avvocati intriganti e rapaci come il Nasi. Ed è naturale che cosiffatti inesperti generali scelgano a luogotenenti gente mediocre, inadatta e che ne sa meno di loro, se pure tal prodigio è possibile. Non s'è forse visto troneggiare al ministero dell'istruzione il «grazioso ammasso di materia sebacea» dell'on. Panzacchi, famoso per le poesie che non dicon nulla e per i discorsi che dicon meno che mai e non si vede oggi l'ineffabile Pinchia che dopo aver scandalizzati tutti quegli italiani che credono ancora alla sintassi e al loro cervello, avrà la sfrontatezza dì recarsi ad Arezzo a commemorare il Petrarca?
   Dai luogotenenti si giudichi dell'esercito. Perché se ci sono veramente dei professori che valgono immensamente più dei ministri, dei sottoministri e dei vice-sottoministri ce ne sono anche di quelli che valgono lo stesso o valgono, magari, anche qualcosa meno. Sembrerà cosa miracolosa ma è così. Non tutte le bestie di Italia hanno per stalla la Minerva.
   E anche in quest'ultimo scandalo i professori non


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si sono mostrati straordinariamente più intelligenti della vice-eccellenza. Nessuno dei tanti e troppi maestri o maestre di scuole normali ha capito che «anima delle folle» doveva essere un errore di scrittura o di stampa, e nessuno ha avuto il coraggio di correggere con «anima delle foglie» che è pur sempre ridicolo ma è almeno un po' più sensato. Invece di un caso di psicologia collettiva si trattava di una immaginazione di psicologia vegetale: la differenza era abbastanza considerevole. Ma i professori, schiavi della lettera, hanno dettato com'era scritto e tutto il loro spirito l'hanno speso dopo, nelle proteste senza firma.
   E nessuno, dopo di loro, ha saputo trovar la variante. E non c'è da meravigliarsi. Chi si occupa in Italia, della scuola e della cultura per la scuola e per la cultura? I giornalisti sono usciti dalle scettiche e bolse scuole governative e quando combattono qualcosa combattono non tanto la cosa quanto la persona ch'è dietro la cosa. Il loro odio è d'ordinazione e non può esser così veemente e lucido come l'odio genuino. I padri di famiglia pensano alla promozione dei loro figlioli, i cosiddetti amici della scuola pensano ai salari dei professori e alla scuola, alla scuola focolare di cultura, di idee, di grandezza nessuno pensa fuorché a parole.
   E così noi tutti siamo colpevoli, noi tutti che parliamo e scriviamo e facciamo, noi tutti italiani, da S. E. il ministro fino all'ultimo deputato, all'ultimo giornalista, all'ultimo padre. Noi tutti che non abbiamo ancora compreso, sentito, per quanto tutti i giorni ci esca di bocca, che la cultura, la scuola, sono cose straordinariamente serie e parti importantissime della vita di una nazione, e che dappertutto nei nostri discorsi, nei nostri giornali, nei nostri atti facciamo trapelare la poca consistenza dei nostri principii educativi, la poca solidità dei nostri giudizi, la poca sincerità dei nostri sdegni e delle nostre ammirazioni.
   Basta vedere, per persuadersene, com'è che si discute in Parlamento il Bilancio dell'Istruzione. I deputati ciarlano pei corridoi o corrono su pei treni gratis et amore dei; quei pochi che restano fanno qualche interpellanza timida o qualche raccomandazioncella stracca; qualche estremo in cerca di popolarità e di voti sfodera i soliti discorsi sulla civiltà, il progresso e le spese improduttive perchè sia aumentato di qualche lira lo stipendio dei maestri e dei professori. Il ministro risponde benignamente a tutti e sorride coll'aria ironica di quel mercante che faceva uscir da un orecchio ciò che gli dicevan dall'altro. Quando le insistenze son più forti egli alza un po' la voce e spende qualche avverbio di più, in caso diverso dimostra agli illustri colleghi, colle carte in mano, che la sua buona volontà si infrange miserevolmente contro le crude mura del ministero del tesoro.
   In conclusione; sbadigli, rettorica, voti, promesse e fatti pochi. I giornali riferiscono freddamente, i pedagogisti si agitano nei loro giornaletti clandestini e per un anno gli interessi supremi della cultura sono affidati al tran tran dei capisezione e alle peripezie delle crisi ministeriali.
   Ma il governo, s'è detto, conta poco. Ed é vero. Parlamento e ministri sono gli esponenti ufficiali della nazione ma non sono gli esponenti reali. C'è al di fuori di loro, al disotto, il popolo, là patria, tutta la gente che studia e lavora e che vale tanto più delle eccellenze e degli onorevoli.
   Ma tutta questa gente non offre grandi consolazioni, rispetto alla questione che ci occupa ora. I padroni dei setifici di Como e di Milano conoscono indubbiamente assai meglio le necessità e le leggi della loro industria che non il ministro di Agricoltura, Industria e Commercio, ma d'altra parte gli intellettuali, gli uomini di cultura, i dirigenti della scienza della letteratura e dell'arte non sono molto più adatti e disposti, tolti che siano dal loro orticello di studi, dei ministri e dei segretari.
   Un fisico può essere dottissimo di fisica, un poeta può essere grande, cioè poeta vero, un critico può esser colto e magari acuto, ma quando invece che a far della fisica lo portate in una commissione universitaria o al Consiglio Superiore dell'Istruzione Pubblica, quando invece di far dei canti ne fate un giudice di canti o un espositore d'idee, quando invece di critica gli fate far del giornalismo stipendiato o del giornalismo a uso degli amici, allora vedete scappar fuori le ingiustizie, le vigliaccherie, le sciocchezze, le offese alla sincerità, alla logica, alla morale e al senso comune.
   Perché citare dei nomi che tutti sanno? Ma basta osservare, per esempio, come certe fame letterarie e artistiche sorgono e si mantengono per capire e sentire quanto sia poco serio il nostro concetto di cultura.
   In un paese dove il Ferri passa per scienziato, dove il Lombroso vien mandato a rappresentare a Saint Louis le scienze sociali, dove lo Stecchetti e il Panzacchi sono stati creduti poeti, dove Cosimo Giorgieri-Contri, per citare uno dei casi ultimi, il più gelatinoso rappresentante della svenevolezza subalpina, si vede lodato e accarezzato per i suoi romanzi soffusi di noia e i suoi drammi inzuppati di lacrime, dove s'è permesso al Maccari di sciupare la cupola di Loreto e di turbare la bella armonia del Palazzo di Siena, dove il Puccini ha voce di gran musicista e lo Zocchi di grande scultore, in un paese simile, dico, bisognerebbe contentarsi se la leggerezza e la comicità fossero riserbate soltanto ai temi delle scuole normali.
   In questo paese dove ci lasciamo portar via dagli stranieri i tesori d'arte dei nostri padri, dove le biblioteche bruciano o stanno per bruciare framezzo all'indifferenza quasi universale, dove i monumenti cadono a pezzi per riempire il ventre della burocrazia, dove il teatro è una mala contaminazione di scurrilità gallica e di noia indigena, dove la letteratura è un torneo d'invidiuzze combattuto a punture di penne, dove la filosofia è ormai caduta in mano a una cricca positivista che di filosofico conserva poco più che il nome, in questo paese, ripeto, ben venuti siano i Pinchia e i loro sgraziati temi e i loro strazianti Epiloghi purché vengano soli.
   Ma non sono soli, l'ho già detto e ridetto. La bestialità italiana trabocca da ogni parte e quelli che ne dovrebbero esser pastori o si tirano in disparte o non sanno ricacciarla nel chiuso. Come tutti i grandi problemi della vita nazionale anche quello della cultura é in mano dei forsennati o dei cavadenti. E pare che abbiano strappato pel primo il dente del giudizio.


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